lunedì 20 gennaio 2020
mercoledì 15 gennaio 2020
lunedì 6 gennaio 2020
EPIFANIA
EPIFANIA
Dedicato all'amica
Edwige Renaud di Parigi che ha tradotto in francese il mio libro:
IL PENTALOGO DI
PITAGORA - LE PENTALOGUE DE PYTHAGORE
Nella mia
infanzia, diciamo tra il 1941 e il 1950, l'Epifania si chiamava Battesimo (Vattìsimu) o anche Befanìa. Era il giorno che i bimbi trovavano la calza con i
dolcetti e a volte anche dei pezzetti di carbone, se avevano commesso
marachelle. La vecchia Befana, con il mento a punta e il sacco in spalla,
andava per i tetti delle case sui quali i gatti si accoppiavano emettendo forti
miagoli di piacere e dolore. Entrava dal fanò,
la tegola mobile che si apriva per fare entrare la luce, lasciava la calza sul
lettino e continuava la visita agli altri bambini. Fanò è una parola greca che significa far vedere, la stessa parola di Epifania. Dal fanò entrava non solo
la Befana, ma anche la Madonna che portava nel cesto di vimini (cannistreddha) le mie sorelline Elena e
Franca quando venivano al mondo. L'uso di esporre nel cesto delle primizie i
neonati risale alla Magna Grecia, e a Sant'Andrea è ancora vivo nei presepi e
in chiesa. Nel 1950 a Sant'Andrea sono
nati 140 bambini e 40 sono stati i morti. Di oggi non parlo nemmeno.
La notte
prima dell'Epifania per me era magica perché succedevano cose portentose: dalle
fontane correva olio, non acqua. Lo diceva mio padre, che era anche fontaniere
comunale, e non potevo non credergli. Noi avevamo un grande fusto di metallo (zirra) pieno di olio e quindi in casa
c'era abbondanza. Poi il livello della zirra scendeva durante l'anno, e si
sperava in una buona annata di olive per poterlo riempire. Togliersi l'olio da casa, cioè venderlo, era una cosa sconveniente
e si faceva solo in caso di estrema necessità. Ancora oggi il regalo di una
bottiglia di olio nuovo a parenti e amici è un gesto molto apprezzato.
Quella sera
era per me difficile, perché dovevo stare a letto e dormire, altrimenti la Befana
non mi avrebbe lasciato nulla. Volevo anche però spiare la vicina fontana
accanto al Calvario per vedere quando cominciava a scorrere l'olio, e così
poter avvisare i vicini per attingerne. A quella fontana durante il giorno le
donne facevano la fila (vicenda) per
riempire le grandi anfore (lanceddha)
o a volte anche il barile di legno. Il barile lo riempiva per il medico Voci anche
il simpatico Cèrbini, che, nell'attesa della sua vicenda, si appoggiava al
muretto della fontana, poggiando per terra solo la punta dei piedi, scalzo com'era,
per ripararsi dal freddo del bagnato.
Faceva buio
presto ed io sgusciavo fuori di casa con la scusa di andare dai nonni, che
abitavano accanto, e andavo alla fontana in attesa del portento. Guardavo dal
Muretto di Sofia, la mia bisnonna, il mare verso Badolato sul quale la luna
disegnava un calice d'argento, e quello scenario mistico mi rafforzava nella
convinzione che l'olio stava per arrivare. Mia madre però mi chiamava e allora
rientravo, raccomandandole però di stare attenta all'arrivo dell'olio. Ancora
il giorno dopo le chiedevo se fosse arrivato, ma lei diceva che quell'anno non
era venuto, perché il mondo si era incattivito. Forse l'anno dopo, se tutti facevano
i buoni…
Ricordavo
queste cose ieri sera, rivivendo quell'atmosfera di pace e dolcezza infinita, e
poi dalla TV arrivavano notizie di uccisioni e grida di vendetta in Medio
Oriente. Nemmeno ai tempi di Gesù era un bel vivere, e lui stesso dovette
fuggire in Egitto per salvarsi, finendo poi orribilmente in croce. Ora mi torna
in mente mio nonno Bruno, seduto al balconcino, quando cantava la canzone di
Sant'Alfonso:
Amai finora il mondo
Sperai da lui la pace
Ma lo trovai fallace
Malvagio e traditore.
Il vicino Caramante passava e confermava: Mundu mpamu (mondo
infame)!
Salvatore Mongiardo
6 gennaio 2020
domenica 5 gennaio 2020
giovedì 2 gennaio 2020
mercoledì 25 dicembre 2019
martedì 24 dicembre 2019
domenica 22 dicembre 2019
sabato 21 dicembre 2019
lunedì 16 dicembre 2019
martedì 10 dicembre 2019
lunedì 9 dicembre 2019
sabato 7 dicembre 2019
FORMULA MATEMATICA DELLA FELICITA' UMANA
FORMULA MATEMATICA DELLA FELICITÀ UMANA
Secondo le lettere iniziali dei cinque principi etici
di Pitagora
espressi in greco.
E=e+f1+k+g+f2
E sta per Eudaimonìa (felicità,
happiness)
e eleutherìa (libertà, freedom)
f1 filìa (amicizia, friendship)
k
koinonìa (comunità di vita e di beni, community)
g
ginaxìa (dignità della donna, dignity of woman)
f2
fitofagìa (vegetarianismo, vegetarianism).
La ricerca della felicità
spinge l'umanità a evolversi verso livelli sempre più alti di conoscenza e
benessere. Eudaimonìa è la felicità intesa come scopo della vita e fondamento
dell'etica. Essa è lo stato di serenità che consente di vivere appieno e affrontare
serenamente la vita e la morte.
Questo è possibile solo con
l'osservanza di quei cinque principi etici, verificati da millenni di storia, i
quali stabiliscono le regole del retto comportamento e prescindono da qualunque
religione o convincimento personale.
Quei principi esprimono leggi
di natura come la legge di gravitazione universale.
Salvatore Mongiardo
Marcellinara, CZ, 14 dicembre
2019
martedì 3 dicembre 2019
domenica 1 dicembre 2019
venerdì 29 novembre 2019
Gemellaggio S. Andrea-Curinga
Auguri per la festa di Sant'Andrea 2019
Porgo a tutti auguri di buona festa, agli Andreolesi del
paese, di Milano, di Roma, delle Americhe e di dovunque si trovano.
Ho anche il piacere di comunicarvi che ieri sera 28 novembre,
nel Duomo di Curinga, dove Sant'Andrea è protettore, ho tratteggiato fa figura
dell'Apostolo e il video sarà presto in rete.
D'accordo con i sindaci di Sant'Andrea Jonio, dr. Nicola
Ramogida e dr. Vincenzo Serrao di Curinga, si formerà presto un comitato per il
gemellaggio dei nostri due paesi.
A Curinga, inoltre, arriverà il Cammino della Prima Italia
che partirà da Squillace e sarà inaugurato l'anno prossimo 2020.
Salvatore Mongiardo
domenica 24 novembre 2019
giovedì 21 novembre 2019
martedì 19 novembre 2019
giovedì 14 novembre 2019
LA MORTE E IL TOMAISTA
La morte e il tomaista
Tutti sanno
cosa è la morte, anche se poi nessuno la conosce veramente, e Leopardi la definisce
questo morir, questo supremo scolorar del
sembiante. Molto più facile è spiegare cosa era un tomaista, termine che in
italiano non è nemmeno registrato, ma in andreolese indicava l'artigiano che
faceva le tomaie, la forma di cuoio che costituisce la parte superiore di una
scarpa. Nella Calabria della mia infanzia non si sapeva di numeri di piedi:
ogni piede era diverso e il tomaista faceva a ognuno la tomaia adatta. Poi il
calzolaio cuciva e inseriva la tomaia sulla suola terminando la scarpa. Il
tomaista di Sant'Andrea era grande amico di mio padre, che mi mandò da lui per
le tomaie di un paio di scarpe di pelle di capretto. Poi un altro grande amico
di mio padre, Severino Voci, mi fece elegantissimi scarponcini neri che furono
l'invidia dei miei coetanei, i quali andavano quasi tutti scalzi. Del tomaista
non ricordo il nome: la moglie si chiamava Letizia e abitavano vicino a
Piazzetta Malaira.
Il tomaista
seguì la gigantesca ondata migratoria del dopoguerra e partì per l'Argentina
con moglie e figli piccoli. Lasciò in paese l'anziano padre, Cola e setta frìavi, Nicola delle sette
febbri, così chiamato perché aveva sofferto di sette attacchi di febbri malariche.
Poco dopo la sua partenza il padre morì ed io, come facevano i bambini, andai a
curiosare. Il vecchio era composto nella bara e le donne recitavano preghiere
con voce sommessa. Il morto non aveva più donne nella parentela stretta per cui
nessuna gli faceva u trìvulu. Quel compito,
riservato alle donne, nel dizionario Andreolese-Italiano di Enrico Armogida è
definito così:
Era costituito da una
nenia, cioè da una interminabile cantilena - dal ritmo lento grave e penoso -
improvvisata e ritmata, con cui si narravano i momenti lieti e tristi della
vita del defunto.
Quel lamento faceva venire la pelle d'oca per le grida acute
di strazio che la donna del trìvulu
emetteva. Per Cola, invece, le preghiere a voce bassa erano come un sussurro
per addormentare un bambino.
In
Argentina, dove le pelli di animali erano abbondanti, il tomaista deve aver
fatto una discreta fortuna, tanto che poteva permettersi di tornare in paese
abbastanza spesso. Naturalmente, ogni volta veniva a trovare mio padre nella
sua forgia. Il tomaista aveva preso l'abitudine scherzosa di dire a mio padre
che era tornato in paese per ingannare la morte: egli ormai aveva una certa età
e la morte poteva cercarlo in Argentina. Così lui veniva in paese, dove la
morte non immaginava si trovasse. Al momento di ripartire, tornava a salutare
mio padre, dicendogli che era da troppo tempo in paese, dove la morte poteva
venire a cercarlo. E allora era più prudente tornarsene in Argentina.
I suoi
tentativi di imbrogliare la morte durarono a lungo, ma alla fine le sue astuzie
furono scoperte. Girovagando nelle sterminate pampas, forse camuffata da
contadina con falce, la morte lo colse e lo congiunse al padre Cola.
Salvatore Mongiardo
14 novembre 2019
mercoledì 13 novembre 2019
La presidentessa dell'Etiopia
https://youtu.be/GHZgLu7UO00?fbclid=IwAR2dvO_weBAZv4y1T3RZq1vPQ7l2X0vCe4AI-ut7phI1AgSe7QG5KtzCtnI
Con grande emozione vi invito a guardare il video di insediamento della presidentessa dell'Etiopia: sulla Costituzione c'è la stella pitagorica come sulla bandiera, nella quale si aggiungono 5 raggi solari. Il discorso della presidentessa in francese parla della necessità delle donne al governo: la novità viene da dove uno meno se l'aspetta e l'Etiopia dimostra che le nostre radici vanno lontano e stanno rispuntando per un mondo nuovo e sereno. Grazie allo nostra socie NSP che da Parigi mi ha segnalato il video. Evoè.
Salvatore Mongiardo
https://youtu.be/GHZgLu7UO00
Con grande emozione vi invito a guardare il video di insediamento della presidentessa dell'Etiopia: sulla Costituzione c'è la stella pitagorica come sulla bandiera, nella quale si aggiungono 5 raggi solari. Il discorso della presidentessa in francese parla della necessità delle donne al governo: la novità viene da dove uno meno se l'aspetta e l'Etiopia dimostra che le nostre radici vanno lontano e stanno rispuntando per un mondo nuovo e sereno. Grazie allo nostra socie NSP che da Parigi mi ha segnalato il video. Evoè.
Salvatore Mongiardo
https://youtu.be/GHZgLu7UO00
domenica 10 novembre 2019
sabato 9 novembre 2019
venerdì 1 novembre 2019
La dignità della donna - Taverna 27 ottobre 2019
La dignità della
donna
Taverna 27 ottobre
2019
Gli ultimi cento
anni hanno visto la popolazione mondiale crescere sempre di più fino ad
arrivare oggi a otto miliardi di persone. Nel 1975 eravamo quattro miliardi.
Quanti saremo fra cinquant'anni con questo ritmo di crescita? Ora la
globalizzazione procede velocemente su base competitiva, e questo comporterà
inevitabilmente conflitti pericolosi e squilibri planetari. Non dimentichiamo
che negli ultimi 3.550 anni ci sono state sempre guerre con l'eccezione di soli
280 anni di pace.
Questi
conflitti sono sorti perché da millenni i maschi sono stati i capi politici,
religiosi e militari. Essi hanno schiavizzato la donna costringendola a ruoli
marginali nella società. La cultura maschilista ha portato la terra alla desolazione
presente, che potrà solo peggiorare senza un'inversione totale di tendenza che
solo le donne possono attuare.
La dignità
della donna, basata sulla sua libertà, prima
di tutte quella di procreare, millenni fa era alla base della società nella
Prima Italia, oggi Calabria, e fu riconosciuta e praticata da Pitagora a
Crotone. Egli affermava addirittura che la donna aveva una maggiore dignità
dell'uomo che le proveniva direttamente dalla divinità e le consentiva di praticare
spontaneamente la giustezza: diversamente
dagli uomini, cioè, lei faceva sempre parti uguali per tutti. Perciò la donna era
più degna degli uomini di fare le offerte alla divinità, consistenti in focacce
di farina e miele impastate con le proprie mani. Il sacrificio cruento di
animali, che era comunemente praticato dai maschi, non era ammissibile per
Pitagora.
Questa
solenne celebrazione della dignità della donna avviene a Taverna, dove, ai
tempi della Magna Grecia, le donne erano libere e all'arrivo del dio Dioniso
abbandonavano casa, spola, telaio e focolare per seguire il dio al grido di
evviva: evoè!
Da Taverna noi
vogliamo proclamare oggi l'Era della Donna: bisogna che le donne di tutto il
mondo vadano realmente ai governi per fare della terra la casa comune e felice
di tutti i viventi. Solo le donne hanno le energie etiche e morali necessarie
per smantellare gli arsenali militari, proibire la fabbricazione di nuove armi,
fermare la crescita della popolazione e distribuire ai popoli le enormi risorse
finanziarie oggi divorate dagli armamenti.
L'incontro
di Taverna vuole anche essere un riconoscimento e una domanda di perdono
rivolta a tutte le donne che nella storia sono state schiavizzate, uccise,
stuprate, sfruttate, vendute, prostituite, malmenate, offese e oltraggiate. Le loro
infinite sofferenze si tramutano oggi in grandi energie che molte donne
ignorano di possedere. Il cuore del nostro messaggio è un'esortazione a tutte
le donne perché prendano coscienza del loro compito e della loro capacità di
destabilizzare questo mondo violento per trasformarlo in un mondo di pace.
Siamo profondamente convinti che, senza il deciso e massiccio intervento delle
donne a tutti i livelli politici, religiosi e finanziari, il mondo finirà male:
migliaia di anni di storia lo dimostrano.
IL TERZO MILLENNIO
Sorge sull’orizzonte della
storia
il tempo nuovo della
mansuetudine
quando la donna strapperà di
mano
l’arma di morte al guerriero.
Mai più le donne verseranno
lacrime
per figli massacrati nelle guerre
mai più la madre dovrà
concepire
figli senza speranza del
domani.
Si vestirà la donna con i raggi
del sole
e scagliando la falce della
luna
distruggerà le bombe ed i
cannoni
e svuoterà di armi gli
arsenali.
Incontro all’uomo andrà a
braccia aperte
gli stringerà la testa sul suo
seno
gli toglierà dal cuore ogni
veleno
e insieme a lui costruirà la
pace.
Salvatore Mongiardo
27 ottobre 2019
mercoledì 30 ottobre 2019
TEANO: una donna speciale
TEANO: una donna
speciale
Dietro un grande uomo c'è sempre una grande
donna: quest'affermazione è particolarmente vera per Teano (Theanòs) di
Crotone, il personaggio femminile forse più importante dell'antichità, anche se
poco conosciuto e apprezzato.
Teano era una delle diciassette allieve che frequentavano la
Scuola di Pitagora, ed ebbe l'ardire e la determinazione di sposare un uomo più
vecchio di lei di circa quaranta anni. Pitagora, straniero, ne aveva circa
sessanta, e lei solo venti. Da quell'unione nacquero cinque figli: Damo e Muià,
femmine; Arignota, Telauge e Mnemarco, maschi.
Pitagora
favoriva le donne in tutti i modi, facendo leva soprattutto sulla moglie e le
due figlie. Erano esse, difatti, a guidare i cori per onorare le divinità, alle
quali offrivano focacce impastate con le loro mani. Nasceva così un nuovo culto
che contraddiceva i sacrifici di sangue, celebrati da sacerdoti maschi nel
Tempio di Hera Lacinia, a poca distanza da casa loro. L'offerta sacra passò
così dagli uomini alle donne e dal Tempio dentro le mura di casa.
Teano fu
anche femmina senza ipocrisia, e perciò affermava che la donna deve deporre il
pudore assieme alla tunica quando si univa al marito. E doveva riprendere il
pudore assieme alla tunica, quando si rivestiva. Il sesso era vissuto appieno da
lei e Pitagora come fusione di forze primigenie della natura.
Teano seguì
il marito nella gloria e nelle persecuzioni, peregrinando da polis in polis
della Magna Grecia, quando i pitagorici furono cacciati da Crotone.
Per lei non ha contato l'età né la nazionalità e nemmeno la
religione del suo tempo. La sua vicenda dimostra che la donna conosce da sé la strada
che porta al bello e al buono, cose che tutti costantemente sogniamo. Lei è la
creatura che ci conduce alla vera patria: il sogno che diventa realtà.
Salvatore Mongiardo
30 ottobre 2019
lunedì 28 ottobre 2019
sabato 26 ottobre 2019
La comunione all'ammalata
La comunione
all'ammalata
Era il 1954
ed io avevo tredici anni. Una mattina Padre Ruggiero, nel Collegio dei Padri
Redentoristi di Sant'Andrea, mi chiese di accompagnarlo a casa di un'ammalata,
che abitava nel rione della Fontanella, in pratica dall'altra parte del paese.
Padre Ruggero salì i gradini dell'altare maggiore e, prima di aprire la
porticina d'argento del tabernacolo, fece una profonda genuflessione al modo
che io già conoscevo. Egli picchiava sodo col ginocchio destro sul marmo, tanto
che si sentiva il rumore. Gli avevo chiesto una volta perché mai facesse una
genuflessione così profonda davanti al tabernacolo, e il buon Padre,
guardandomi con benevolenza mi spiegò: Perché
lì dentro, per amore nostro, sta chiuso il figlio del capo! Egli voleva
dire che sotto la specie delle ostie, Gesù, figlio di Dio, stava chiuso a
disposizione dei fedeli. Dio come capo era un'immagine del Napoletano, da dove
il Padre e i suoi confratelli provenivano.
Padre
Ruggiero scostò il velo che ricopriva il tabernacolo, infilò la chiavetta e
prese dalla pisside un'ostia, che ripose in una piccola teca, legata a un
cordoncino che passò attorno al collo, mentre recitava: O sacrum convivium, in quo Christus sumitur…
Andammo poi per le vie del paese e il Padre non rispondeva
alle persone che lo salutavano, mantenendo un atteggiamento compunto e serio.
Era segno che portava il sacramento dell'eucaristia e tutta l'attenzione doveva
essere riservata al figlio del capo.
Arrivammo alla casa della donna, che viveva sola, non lontano dalla casa
abitata allora dalla famiglia di Enrico Armogida. La stanza era povera, una
vicina aveva acceso una candela e l'anziana ammalata era stesa nel letto. Notai
con stupore che una corda era appesa al soffitto e arrivava fin sopra il letto
per permettere all'ammalata di afferrarsi, girarsi sul letto e anche alzarsi
per i bisogni. Il capo della corda, lucida per il molto uso, terminava con una
piccola guaina di cuoio che impediva alla corda di sfilacciarsi.
Padre
Ruggero diede l'ostia alla donna che la prese devotamente in bocca e poi la
vicina le diede da bere dell'acqua: si usava sciacquare la bocca dopo la comunione in segno di rispetto della
sacra specie. Poi il Padre parlò familiarmente all'ammalata e alla fine si
congedò: Se non ci vediamo più, ci
vediamo in cìelo. Ai napoletani piace vivere a colori e danno un tocco di
colore anche al cielo, che diventa cìelo,
come il cuore diventa cùore e perfino
la preghiera diventa preghìera.
La donna allargò le mani sulla coperta, e borbottò sottovoce
parole andreolesi che il Padre non poteva capire: Fussa pe' mia, starìa supa sta terra puru si aiu u m'acchiappu ara
corda. La donna preferiva vivere ammalata con l'aiuto della corda piuttosto
che andare nel cìelo di Padre
Ruggero. Egli me ne chiese la traduzione, ma io ritenni sconveniente
l'affermazione della donna e dissi che lei lo ringraziava di tutto cuore.
Salvatore Mongiardo
25 ottobre 2019
mercoledì 23 ottobre 2019
sabato 12 ottobre 2019
Pio XII e mio cugino Vincenzo
Pio XII e mio cugino Vincenzo
Papa Pio
XII non ha bisogno di presentazione, mentre mio cugino Vincenzo sì, anche se di
lui ho scritto nel mio Ritorno in
Calabria un intero capitolo, e poi ancora nel mio Sesso e Paradiso. Vincenzo Codispoti (1916-1996) era la persona più
amabile e affettuosa che si possa immaginare, e il più amato da me tra tutti i
miei numerosi cugini. Egli era, in realtà, cugino primo di mia madre.
La vita di
Vincenzo fu segnata dalla sventura già in tenera età, quando perse per malattie
i genitori e due fratellini. Fu allevato dalla zia paterna Mariantonia, la germanese, così chiamata per la sua
alta statura e i capelli biondi. Lei non volle sposarsi per dedicarsi interamente
a lui, e a volte commentava che Vincenzino era nato la sera del 29 novembre
1916, quando la luce elettrica arrivò in Sant'Andrea: Ma per lui fu più scuro della mezzanotte!
La zia lo amava più di un figlio, e pensò di mandarlo nella
comunità dei Padri Liguorini, quella fondata da Sant'Alfonso dei Liguori, dalla
quale fu allontanato alla vigilia dell'ordinazione sacerdotale per disturbi
psichici a lui causati dal duro regime quasi carcerario di quella
congregazione. Superò poi brillantemente gli esami di maturità classica a Roma,
dove fece scalpore perché si presentò alle prove scritte di latino e greco
senza vocabolari, dei quali non aveva bisogno. Si iscrisse alla facoltà di
lettere e superò tutti gli esami, ma non si poté laureare, perché chiamato alle
armi allo scoppio della seconda guerra mondiale. Fatto ufficiale, fu inviato in
Albania, dove non poteva combattere perché l'unica mitragliatrice era inceppata,
e lui cercava di ripararla di notte al lume di una candela, mentre rifletteva:
Potrei morire in questa trincea da un momento all'altro e in paese, a Sant'Andrea,
nessuno saprebbe nulla!
Dopo
l'armistizio del 1943, fu catturato dai tedeschi con tutto il contingente italiano
e spedito in Germania in un campo di prigionia - non un lager - dove i soldati
italiani facevano lavori forzati in una miniera di rame.
Il comando tedesco offrì la possibilità di insegnare la
lingua tedesca agli italiani, che si rifiutarono in blocco per un comprensibile
sentimento di nazionalismo. Vincenzo fu l'unico che accettò, e arrivò a
padroneggiare così bene quella lingua che i tedeschi ne erano meravigliati.
All'arrivo degli americani, il campo si svuotò di prigionieri, ma Vincenzo fu
lasciato solo, perché si era infortunato un piede. Allora, zoppicando, si
avviò sopra un ponte di ferro, pieno di soldati tedeschi in ritirata su camion
e panzer, mentre lui, da solo, percorreva il ponte in direzione opposta.
Nessuno dei soldati tedeschi gli fece alcun male, cosa che lui raccontava con
ammirazione.
Rientrato a
Roma, si presentò per avere l'assegnazione della tesi di laurea, ma i
regolamenti prevedevano allora che ai reduci fosse data la laurea a vista col punteggio minimo, cosa che egli rifiutò con sdegno,
né mai più volle dare l'esame di laurea. Fu poi assunto nel servizio consolare
e mandato a Tirana, in Albania, dove nessuno voleva andare a causa del regime
comunista di allora, ma dove Vincenzo conobbe Angelica, cittadina greca, che
svolgeva funzioni consolari per la Grecia.
I due s'innamorarono e da allora vissero sempre assieme
appassionatamente, anche se con mille precauzioni, perché il governo greco proibiva
ai suoi dipendenti di frequentare membri del servizio consolare italiano, dopo
la vile aggressione fascista alla Grecia.
In seguito
furono entrambi trasferiti a Londra, dove Vincenzo finalmente poté sposare
Angelica col rito civile. La cosa scontentò la zia Mariantonia, super
cattolica, e allora i due la accontentarono con regolari nozze cattoliche. In
pratica quel matrimonio sanava, almeno per loro, lo scisma anglicano, avvenuto
ai tempi di Enrico VIII, che di mogli diverse ne aveva sposato ben sei. La
Grecia, però, allora non riconosceva il matrimonio contratto fuori dal rito
ortodosso. E i due, non più giovani, si sposarono per la terza volta ad Atene
con quel rito. Quella volta sanarono lo scisma tra cattolici e ortodossi,
avvenuto nel 1054, con la bolla papale di scomunica, deposta sull'altare di
Santa Sofia a Costantinopoli dal cardinale Umberto da Silva Candida.
Angelica vive ad Atene, ci sentiamo di tanto in tanto e
afferma sempre convinta di avere sposato il migliore italiano.
C'eravamo,
però, dimenticati di Pio XII e di come abbia avuto a che fare con Vincenzo. In
realtà il papa di Vincenzo non seppe mai nulla, ma successe che un giorno egli
ricevesse in San Pietro una delegazione di cattolici tedeschi. Vincenzo, che
abitava a Porta Cavalleggeri, vicino alla Basilica Vaticana, si trovò a passare
dalla Piazza ed entrò nella Basilica, attirato dai cartelli scritti in tedesco.
Il papa arrivò portato sulla sedia gestatoria, e poi si mise a parlare ai
presenti. Quando arrivò ai fedeli tedeschi, l'occasione - e forse la vanità -
lo portarono a usare la sua conoscenza del tedesco, lui che aveva firmato
complicati testi in tedesco per il concordato con Hitler nel 1933, e vissuto
per anni in Germania come nunzio apostolico, cioè ambasciatore del Vaticano.
Si rivolse dunque
ai tedeschi dicendo che avrebbe usato la loro lingua. Ma, vuoi per l'emozione,
o per l'età, o per un lapsus, o vuoi anche per l'identità della parola lingua, che, in italiano e in latino
indica sia il parlato che la lingua come organo, se ne uscì con lo
strafalcione: die deutsche Zunge… In
tedesco Zunge significa lingua in senso
anatomico. Per dire in tedesco: Mi mordo la lingua, si usa Zunge, la lingua organo, non Sprache,
la lingua parlata.
La cosa non
sfuggì a Vincenzo, che si sentì ribollire il sangue al pensiero di come e dove
aveva imparato il tedesco. E mentre Guardie Svizzere, Guardie Nobili e Palatine,
cardinali e gestatori beatamente sorridevano all'erudizione del pontefice, si
allontanò dalla Basilica bollando il papa con la sua voce cavernosa: Ignorante,
imbroglione…
Salvatore Mongiardo
12 ottobre 2019
venerdì 11 ottobre 2019
Francesco Lopez - Pitagora e l'Egitto
Francesco Lopez
Pitagora e l'Egitto
Le arti sapienti per
la tutela della Vita
Pisa University Press
2019
Ho appena
terminato di leggere con la massima attenzione questo prezioso libro del
professor Francesco, che continua a stupirmi per la profondità della sua
analisi e l'abilità nel risolvere situazioni complesse del mondo antico. A
queste si aggiungono la sua capacità di sintesi e l'audacia nel ripresentare
valori che sembrano del passato, che invece sono e rimangono universali.
Il libro
non è di facile lettura per chi non ha dimestichezza con le dottrine
filosofiche antiche. Per chi invece possiede questa qualità, il libro è una
guida magistrale che conduce nel mondo della cultura, delle idee, della
medicina, cosmologia e destino dell'uomo dopo la morte. Esso è come un museo
del mondo antico che espone i collegamenti del pensiero e delle aspirazioni, finora
non emersi, tra Grecia, Egitto, Samo, Mesopotamia e Magna Grecia.
Dal libro appare
sempre più chiara l'importanza della polis di Crotone, non solo come capitale
della Magna Grecia con Pitagora, ma anche come crocevia di incontri culturali
che arricchirono razionalità, medicina, etica ed escatologia del mondo
occidentale. Quella ricchezza fu ben valutata dal più fine dei politici di
Atene, Pericle, che volle la riapertura della Scuola Pitagorica di Crotone,
chiusa per circa cinquanta anni, dopo la rivolta di Cilone contro Pitagora e i
pitagorici. E fu sempre quella ricchezza di contenuti che attirò i grandi del
passato, primo fra tutti Platone, che alla riaperta Scuola di Crotone rimase
sette anni, per suggerimento di sua madre Perictione, filosofa pitagorica e
amica di Socrate.
Francesco
non ha bisogno delle mie lodi, che comunque gli faccio sincere, e spero che gli
amici più preparati si procurino il libro, disponibile su Amazon, e lo leggano.
Mi sembra
comunque doveroso fare una presentazione del libro a Crotone a cura della
nostra Nuova Scuola Pitagorica, della quale Francesco è uno dei cinque fondatori
e membro del direttivo. Il suo libro termina così:
Pitagora… modello di
sapiente a 'tutto tondo' rivolto alla conoscenza e alla tutela delle energie
vitali degli uomini e del cosmo, in senso sia terreno che soprattutto
escatologico.
Salvatore Mongiardo
10 ottobre 2019
venerdì 4 ottobre 2019
Magna Grecia alla ribalta
A metà
settembre 2019 in compagnia di Rosario Amelio ho partecipato all'incontro organizzato
da Giovanni Canora: Terra e salute in
Basilicata, a Castelluccio Inferiore e Superiore. Eravamo immersi in una
vallata verdissima, chiusa da montagne di tale bellezza che incutevano timore.
Incredibile era la predominanza di occhi verdi nelle persone, uomini e donne, tutti
così amabili e cortesi che sembravano provenire da un mondo incantato.
Teana, un
piccolo comune vicino, prese il nome da Teano, la giovane moglie di Pitagora, la
quale, secondo una tradizione orale consolidata, andava lì a passare l'estate
con la famiglia per sfuggire al caldo di Crotone. Del resto sappiamo da
Giamblico che dalla Lucania venivano a Crotone giovani allievi e allieve per
frequentare la Scuola Pitagorica, e di essi conosciamo anche i nomi.
Rimasi
letteralmente allibito quando seppi che una piccola frazione di Teana si chiama…
Locri, proprio come Locri di Calabria. E un'altra piccola frazione del vicino
comune di San Severino Lucano si chiama Cròpani, esattamente come il comune che
sorge tra Catanzaro Lido e Botricello in Calabria.
A proposito
di Cropani, poi, faccio notare che il nome non viene dal greco kopros, sterco, etimologia accettata da
tutti, ma sbagliata. La parola greca da cui prende il nome era àcropa, termine dorico che indica un
pane a punta: akron+pa, come
acutamente mi ha spiegato l'amico prof. Enrico Armogida.
Zia
Concetta, una sorella di mio padre sposata a Isola Capo Rizzuto, quando veniva
in visita a Sant'Andrea mi portava la cropa,
una ciambelletta con forma particolare, se ben ricordo a panierino. Erano gli
anni 1948-50. Certamente nel Crotonese ci sono ancora delle persone che
ricordano la cropa, e saperne di più sul suo uso, o farla addirittura infornare,
costituirebbe un tassello utile per la riscoperta delle nostre complesse
origini. Invito pertanto chi può a fare un'indagine in merito.
Le due
frazioni di Cropani e Locri di Basilicata sono abitate e non hanno resti
archeologici noti. La loro denominazione potrebbe derivare da pitagorici
originari dei due centri di Calabria, sfuggiti alla rivolta antipitagorica di
Cilone dell'anno 510 a. C. circa, quando molti pitagorici di Crotone e delle
altre polis furono uccisi o scacciati. Si può ipotizzare - con cautela - che
alcuni pitagorici di Locri e Cropani di Calabria si siano rifugiati e insediati
in Lucania, dove avevano amici.
Per
chiarezza faccio notare che il comune di Teano, antica Teanum, quello dello storico incontro tra Garibaldi e Vittorio
Emanuele, deriva non da Teano di Pitagora, Theanòs,
ma dal termine osco che significa atro, nero,
come Rio Negro o Lago Negro. Quella denominazione è dovuta al colore nereggiante
delle acque per la presenza di materiale ferroso.
Salvatore Mongiardo
4 ottobre 2019
giovedì 12 settembre 2019
giovedì 5 settembre 2019
mercoledì 4 settembre 2019
sabato 31 agosto 2019
venerdì 30 agosto 2019
mercoledì 28 agosto 2019
domenica 25 agosto 2019
venerdì 23 agosto 2019
giovedì 22 agosto 2019
martedì 13 agosto 2019
venerdì 9 agosto 2019
lunedì 15 luglio 2019
mercoledì 26 giugno 2019
Celebrazione nascita della Prima Italia 2019
NUOVA SCUOLA PITAGORICA
Celebrazione della nascita della Prima Italia e presentazione del suo Cammino
Domenica 7 luglio 2019 presso il Mulinum
di San Floro ore 19.00
Care Amiche
e cari Amici,
la Nuova Scuola Pitagorica ci riunisce per il terzo anno a festeggiare
la nascita dell'Italia, evento tra i più importanti della storia umana. Essa
avvenne migliaia di anni fa nel territorio compreso tra i due golfi di
Squillace e Lamezia, dove gli Itali vivevano in libertà, amicizia, comunità di
vita e di beni, dignità della donna e nutrimento con i frutti che la terra offriva
tutto l’anno.
Pitagora
comprese la grandezza di quell'etica, la adottò e così nacque la Magna Grecia. Prima
Italia è un termine che si trova già negli autori del V secolo a.C.
Nella storica giornata del 7 luglio 2019 noi vogliamo riaprire idealmente il cammino
che univa le coste del Jonio e del Tirreno con un progetto elaborato da
specialisti della materia, i quali hanno rintracciato il percorso su stradine,
viottoli e tratturi di terra battuta, come loro stessi esporranno nella serata.
Con questa iniziativa intendiamo riunire storia, geografia ed etica come lo
erano e come dovrebbero tornare a essere per la felicità personale e la pace
universale.
Il Bue
di Pane pitagorico, simbolo del Sissizio,
sarà confezionato dal Mulinum di San Floro. Accanto ad esso ci sarà un antico
vaso di terracotta nel quale ognuno potrà versare l'acqua di un mare, lago,
fonte, fiume, ruscello che porterà dai suoi luoghi in segno di unità. Basta una
minima quantità che si può mettere in un flaconcino.
La solenne
riapertura del cammino, destinato a diventare bene dell'umanità, avverrà
nell'estate del 2020 in data che sarà annunciata nel corso dell’anno.
Al termine,
chi lo desidera, potrà usufruire dei servizi di ristorazione con le varietà di
pizze vegetariane del Mulinun. Evoè.
Salvatore Mongiardo: 348 78 29 212
Marco Tricoli: 335 79 67 230
Per arrivare al Mulinum
Prendere la superstrada dei Due Mari, poi uscire all'altezza
del palazzo della Regione Calabria-Università e andare verso San Floro, senza
salire al centro storico. Il Mulinum si trova sulla destra, sulla strada con
ampio parcheggio, a circa 2 km in direzione sud.
sabato 22 giugno 2019
lunedì 10 giugno 2019
mercoledì 5 giugno 2019
venerdì 31 maggio 2019
LORENZO VISCIDO - Appunti sugli abati del monastero Vivariense
Appunti sugli abati del monastero Vivariense
Da “La Radice” 25, 1 (2019), pp. 9-11
Stando a quel che scrive Cassiodoro (secc. V-VI) nelle sue Institutiones (I, 32, 11), la congregatio monachorum del Vivariense, ovvero del cenobio da lui fondato nei pressi della natia Squillace2 dopo, a quanto pare, il 554 d. C.3, era retta da due abati, i sanctissimi viri Calcedonio e Geronzio, il cui compito consisteva nel prodigarsi affinché i monaci riuscissero ad ottenere i dona della beatitudo ed ai quali, al tempo stesso, bisognava obbedire senza alcun mormorio di indignazione, tema, questo, non insolito, assieme a quello dell’obbedienza, nella letteratura monastica4.
Riguardo a quei sanctissimi viri, Mauro Donnini rileva che “lascia piuttosto perplessi la contemporanea presenza di due abati per una sola comunità” se si considera che nel capitolo in cui l’uno e l’altro sono nominati o, meglio, nel suo titolo (Commonitio abbatis congregationisque monachorum5), “figura il genitivo singolare” di abbas e non il genitivo plurale6.
Escluso che, esortando i monaci a sottostare alla volontà di Calcedonio e Geronzio, Cassiodoro si rivolgesse pure a quelli che, dopo essere stati “istruiti” dalla “consuetudine” cenobitica, avevano forse deciso di vivere come anacoreti nei montis Castelli secreta suavia, chiamati anche remota [...] heremi loca7 – lo escludo perché dal contesto sia del passo delle Institutiones inizialmente qui segnalato, sia del successivo risulta chiaro che Cassiodoro indirizzava le proprie raccomandazioni soltanto ai fratres del Vivariense –, per nulla sorprende il fatto che la comunità di questo cenobio avesse due abati. Dalla vita di Fulgenzio, vescovo di Ruspe, scritta tra il 533 e il 534 da un suo allievo di nome Ferrando, si apprende che, ritiratosi in un monasterium composto da pauci e simplices fratres, dei quali era abate un certo Felice, quel presule ricevette da lui il nomen e la potestas di abbas e, così, accollatisi il giogo gubernandae congregationis, tali viri sanctissimi si divisero i ruoli da svolgere8.
Come apprendiamo, inoltre, dalla Regula Magistri e da quella di San Benedetto, l’abate di un convento era, sì, uno solo, ma talvolta egli veniva assistito nelle sue mansioni da un secundus o secundarius abbas, cioè da un coadiutore che a tempo debito sarebbe divenuto il successore dell’altro9.
A questo punto, se da una parte è vero che, pur avendo intitolato Commonitio abbatis [...] il capitolo anzidetto usando il genitivo singolare di abbas10 al posto del plurale, Cassiodoro, poi, cita i nomi di due abati, d’altra parte, però, tenuto conto delle mie considerazioni precedentemente esposte, “la contemporanea presenza” di due superiori in una sola comunità monastica, quella del Vivariense, non costituisce una novità. Rende comunque stupiti ciò che, a proposito di Geronzio (coadiutore di Calcedonio, secondo il Cappuyns11), hanno dichiarato Ivan Gobry ed Antonio Caruso, vale a dire che egli era abate degli anacoreti12. Si tratta di un’asserzione opinabile, che non ritengo possa rispondere a verità. Ho già sottolineato, infatti, che nel passo dove si parla di Calcedonio e Geronzio (Inst. I, 32, 1), nonché nel successivo, la commonitio cassiodorea concerneva solo e indubbiamente i cenobiti, compresi i loro abati. In altre parole, incitando questi ultimi e la congregatio monachorum ad accogliere i pellegrini, a far l’elemosina, vestire gli ignudi, dar da mangiare agli affamati, non opprimere col peso di ulteriori tasse (adiectarum pensionum pondere non gravetis) i rustici al servizio del loro monasterium ecc., Cassiodoro si rivolgeva inequivocabilmente a tutti quei fratres che dimoravano dentro la cinta del cenobio (Omnes, quos saepta monasterii concludunt), da non identificare nei remota [...] loca di mons Castellum, dove, invece, avrebbero potuto risiedere gli anacoreti13.
Si osservi, ancora, che alcuni degli ammonimenti poc’anzi ricordati erano stati fatti dall’ex ministro di Teodorico in Inst. I, 29, 1 sempre ai monaci di quel cenobio (Invitat siquidem vos locus Vivariensis monasterii ad multa peregrinis et egentibus praeparanda14), i cui superiori, come risulta – ripeto – da Inst. I, 32, 1, erano Calcedonio e Geronzio. Ne consegue che, diversamente da quanto con un gratuito parere scrivono il Gobry ed il Caruso, Geronzio non poteva essere abate degli anacoreti, né poteva esserlo Calcedonio.
Ma, in fin dei conti, permettendomi di porre ai lettori un quesito già posto da James O’Donnell, “did” l’eremo di mons Castellum“need an abbot”15? Lo studioso americano non ha risposto a tale domanda, ma io credo fermamente di no. Scontato, infatti, che i consigli di Cassiodoro ai suoi fratres di vivere, qualora ne avessero sentito la necessità, come eremiti nei recessi di mons Castellum sono pur sempre dei consigli, ragion per cui non sappiamo se poi quei monaci vi praticassero l’anacoresi16, è interessante dire che, in base alla testimonianza di Giovanni Cassiano (secc. IV-V), presbyter molto apprezzato dal Nostro17, resi forti, prima, dall’esperienza di vita cenobitica e volendo successivamente agire in solitudine e piena libertà nella propria ascesi, gli eremiti non desideravano abbatis cura atque imperio gubernari18.
Aggiungo che, come si legge nel capitolo primo della Regola di San Benedetto, coevo di Cassiodoro, mentre i cenobiti milit(abant)19 sotto la guida di un abbas, gli anacoreti, al contrario, essendo stati preparati in un cenobio, ancor prima di divenire tali, ad eludere le insidie del demonio, erano capaci di lottare contra vitia carnis vel cogitationum in maniera autonoma20.
Va infine osservato qualcos’altro. Visto che nel suo proposito di raggiungere la perfezione interiore, un anacoreta principiante nutriva il desiderio, talvolta, di essere spiritualmente guidato, nel monachesimo orientale, da un ἀββᾶς21, cioè da un vecchio eremita così denominato per venerabile età o vita esemplare22, poteva avvenire che anche nel monachesimo occidentale, incluso quello dell’epoca cassiodorea, un neofita in campo anacoretico si comportasse allo stesso modo. In Occidente, però, seppur coniato sul calco del greco ἀββᾶς, il termine abbas era un titolo concesso non a qualsiasi frate per venerabile età, ma, sebbene, come in Oriente, anche per vita esemplare o, appropriandomi di un’espressione di San Benedetto, vitae [...] merito et sapientiae doctrina23, a chi, fra tanti monaci, era ritenuto degno di reggere una congregazione cenobitica da cui egli veniva eletto e dalla quale, pertanto, riceveva incombenze che un anacoreta, invece, appartato dal consorzio umano e dedito in solitudine alla preghiera e alla contemplazione, non avrebbe potuto adempiere. È facile capire, allora, che il sostantivo abbas fu creato nel monachesimo occidentale con esclusivo riferimento al mondo cenobitico e che, dunque, per quanto riguarda Cassiodoro, se dopo un periodo di tempo trascorso nel Vivariense, alcuni suoi monaci avessero voluto ritirarsi sui remota [...] loca di Montecastello, qui essi, come anacoreti, non avrebbero avuto un abate.
Lorenzo Viscido
NOTE
1. Ed. R.A.B. Mynors, Oxford 1937, p. 79.
2. Erroneamente alcuni lo chiamano Vivarium che, essendo però un toponimo (coniato in epoca moderna), sta ad indicare il locus del monasterium e non il monasterium che lo Squillacese vi fondò. Cfr. in merito L. Viscido, Ricerche sulle fondazioni monastiche di Cassiodoro e sulle sue Institutiones, Catanzaro 2011, pp. 39-42.
3. Cfr., ad es., J.J. O’Donnell, Cassiodorus, Berkeley – Los Angeles – London 1979, p. 190; A. Amici, Cassiodoro a Costantinopoli. Da magister officiorum a religiosus vir, in Vetera Christianorum 42, 2 (2005), pp. 221-222.
4. Cfr. S. Pricoco, La Regola di San Benedetto e le Regole dei Padri, Milano 20112, pp. 289, 323-324.
5. Cassiod., Inst. I, 32, 1, ed. cit., p. 79.
6. M. Donnini (a cura di), Cassiodoro. Le Istituzioni, Roma 2001, p. 121, nota 1.
7. Cassiod., Inst. I, 29, 3, ed. cit., p. 74: [...] si vos in monasterio Vivariensi [...] coenobiorum consuetudo competenter erudiat et aliquid sublimius defecatos animos optare contingat, habetis montis Castelli secreta suavia, ubi velut anachoritae [...] feliciter esse possitis. Sunt enim remota [...] heremi loca [...].
8. Ferrand., Vita Fulgentii 5, ed. G.G. Lapeyre, Paris 1929, p. 131.
9. Cfr. P. Courcelle, Nouvelles recherches sur le monastère de Cassiodore, in Actes du Ve Congrès international d’archéologie chrétienne, Aix-en-Provence 13-19 sept. 1954, Città del Vaticano - Paris 1957, p. 523 e nota 49.
10. Abbatis è lezione tramandata da quasi tutti i manoscritti. Solo il Vat. Pal. Lat. 274 (XI sec.) conserva un’altra lezione, ovvero ad abbatem.
11. Cfr. M. Cappuyns, L’auteur de la Regula Magistri: Cassiodore, in Recherches de théologie ancienne et médiévale 15 (1948), pp. 214-215.
12. I. Gobry, Cassiodoro monaco e santo, in www.cassiodoro.eu/cassiod.4.htm.
13. Ved. nota 7.
14. Ed. cit., p. 73.
15. Cit., p. 200.
16. Ved. nota 7. Grazie, tuttavia, a due lettere di papa Gregorio Magno, scritte nel 598 e, quindi, tanto tempo dopo i suggerimenti cassiodorei, siamo certi che i monaci a Montecastello conducevano in quell’anno vita cenobitica. Cfr. a tale riguardo L. Viscido, cit., pp. 49-51.
17. Cfr. Inst. I, 29, 2, ed. cit., p. 74.
18. Cfr. Cassian., Conl. XVIII, 7, 4, ed. M. Petschenig, Vindobonae 1886
(= CSEL13), p. 514.
19. Sulla metafora del monaco quale miles
(= miles Christi) cfr. S. Pricoco, Alcune considerazioni sul linguaggio monastico, in Cassiodorus. Rivista di studi sulla tarda antichità 5 (1999), p. 182.
20. Ed. R. Hanslik, Vindobonae 1960
(= CSEL75), p. 17.
21. Cfr., ad es., Pallad., Hist. Laus. 22, 6 e 11, ed. G.J.M. Bartelink, Milano 1974, pp. 122 , 124 e 126.
22. Cfr. J. De Puniet, Abbé, in Dictionnaire de Spiritualité I, Paris 1937, pp. 49-57; J. Dupont, Le nom d’abbé chez les solitaires d’Égypte, in La vie spirituelle 75 (1947), pp. 216-230.
23. B.R. 63, 1, ed. cit., p. 148.
lunedì 27 maggio 2019
Distruzione Armi Curinga 2019
https://drive.google.com/file/d/1jtj0Q2pFHMyc3Xetdpk0B6jaTfmrFhon/view?usp=sharing
GIORNATA MONDIALE PER LA DISTRUZIONE DELLE ARMI
CURINGA, DOMENICA 9 GIUGNO 2019 - ORE 11
___________
Care Amiche e cari Amici,
quest'anno
ci raduneremo a Curinga - CZ - per celebrare la Giornata Mondiale come da
locandina allegata. Invitiamo voi tutti, senza alcuna distinzione, a unirvi a
noi, in quel giorno o nel seguente, dovunque vi troviate. Scopo del nostro
incontro è di smantellare tutti gli arsenali militari, distruggere le armi e
non fabbricarne più.
Solo 240
anni degli ultimi 3000 di storia sono trascorsi in pace e tutti gli altri, il
92%, hanno visto eserciti in armi uccidere e devastare, rendendo questo mondo
un inferno. Oggi tutti gli Stati hanno problemi di debiti pubblici, ma nessuno
dice con forza che l'umanità potrebbe vivere nell'abbondanza, se non ci fossero
le enormi spese per gli armamenti.
Nessun
economista ha mai scritto che viviamo in un regime continuo di guerra a causa
delle spese militari. Tocca pertanto a noi per primi, eredi diretti degli Itali
che vissero in queste terre, riprendere la guida dei popoli e condurli per mano
verso orizzonti di pace e prosperità.
Le armi che
frantumeremo sull'incudine sono il segno che la misura è colma e che ogni
persona deve affrontare il gravissimo problema che governi e istituzioni non sono
in grado - o non vogliono - risolvere. L'autorità per promuovere questa
iniziativa ci viene dall'antichissima cultura pacifica degli Itali, quella che
Pitagora riassunse nel bue di pane, segno
della fine di ogni violenza:
Se non osi uccidere l'animale, mai ucciderai un uomo.
E' nostra ferma convinzione che un
ciclo benefico per l'umanità stia ripartendo dalla Calabria, dove l'Italia
nacque e da dove, dopo due millenni di decadenza, l'Italia rinasce nello
splendore della Civiltà Sissiziale.
Evoè.
Salvatore Mongiardo
28 maggio 2019
Per info: cell. 348 78 20 212
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