giovedì 21 agosto 2014

GRAN SISSIZIO DEL VENTENNALE 2014


LA SERA DEL 18 AGOSTO NELLA PINETA GIAMBARELLO DI SANT'ANDREA NASCE IL MOVIMENTO EVOISTA CHE INTENDE PORTARE AL POTERE LE DONNE


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sabato 16 agosto 2014

LA DONNA VESTITA DI LUCE

Questa poesia costituiva il Congedo del mio primo libro Ritorno in Calabria (1994). Qualcuno l’ha dipinta sul muro di una casa di Fonni, in Sardegna, città nota per i murales. L’ho ritoccata per farne il proclama del Gran Sissizio del Ventennale, il 18 agosto 2014.
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La donna vestita di luce

Sorge sull'orizzonte della storia
Il tempo nuovo della mansuetudine
Quando la donna strapperà di mano
L’arma di morte al guerriero
E al macellaio la vittima innocente.

Si vestirà la donna con i raggi del sole
E scagliando la falce della luna
Distruggerà le armi e gli arsenali.
Poi donerà una casa ai disperati
E sazierà di pane gli affamati.

Incontro all'uomo andrà a braccia aperte:
Gli stringerà la testa sul suo seno,
Gli toglierà dal cuore ogni veleno
E insieme a lui costruirà la pace.

Salvatore Mongiardo


giovedì 14 agosto 2014

LA CHIESA DI CAMPO

Una mia poesia composta nel 1989 per ricordare il pellegrinaggio che si faceva e si fa tuttora alla Chiesa di Campo, in marina di Sant'Andrea Ionio, dedicata alla Madonna Assunta.
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La porta è stata chiusa per un anno:
Ora Concetta l’apre cigolando,
Pulisce il pavimento di mattoni
E stende la tovaglia sull'altare.

Nel quadro appeso alla parete bianca
Maria vola sopra gli apostoli
Verso la luce di un mondo lontano.
Vuoto è il suo letto e coperto di rose.

Arrivano le donne dal paese
Per il viottolo che scende sino al fiume
Portando fiori cresciuti sui balconi.

Si è sciolto il sole in polvere d’oro
Sparsa sulle colline tra gli ulivi.
Una civetta dalla finestrella
Guarda stupita le candele accese.

Voci di Magna Grecia antiche e forti
Cantano: Madre, di noi non scordarti
Tu che vai di stelle a coronarti!

Salvatore Mongiardo



mercoledì 13 agosto 2014

L'ULTIMA NOTTE DI SCOLACIUM


Il 9 agosto del 2014 un evento ha segnato la quiete estiva della costa ionica nel dolce Parco Della Roccelletta: centinaia di calabresi hanno pianto insieme per la loro terra e i loro destini…
Eravamo giunti in quel meraviglioso sito richiamati dal titolo del dramma rappresentato: “L’ultima notte di Scolacium” una rappresentazione poetica di Francesco Brancatella.
 Nella luna che lambiva le rovine di Scolacium, la città romana di Squillace, facendole scintillare nella notte, non ci aspettavamo di incontrarci così profondamente con la nostra storia, storia vera e intrecciata a suggestioni di vita immaginata... tutto si è sapientemente integrato in un gioco di emozioni ancestrali, che hanno toccato profondamente il cuore di ognuno di noi…
Tra le luci ipnotiche che già dall'ingresso ci hanno avvolto trasportandoci in pleniluni di tempi remoti, tra mattoni rossi superstiti alla furia del tempo e degli uomini, la cattedrale ha fatto da palcoscenico maestoso alla storia di uomini e donne di questa terra, che si dipanava in un continuum di note di parole e di musica.
Quattro figure in penombra già ci accoglievano ferme sul loro posto in scena, immobili sul palcoscenico mentre noi prendevano i nostri posti, statici simulacri di un passato che rimane fermo sulle nostre rovine, fermo nella memoria di chi vuole ricordare, immutabile testimone di eventi ancora presenti in ognuno di noi...
Il fiume della storia ha cominciato a fluire e in un silenzio irreale abbiamo ascoltato attenti le vicende delle conquiste della nostra terra. Avevamo studiato sui libri di scuola la conquista del Regno Normanno, ma in quel momento tutti insieme abbiamo cominciato a comprendere come quella storia riguardava ognuno di noi, la storia stava uscendo dai libri di testo e diventava una realtà viva e palpitante, inscritta in ciascuno.
Se, come è vero in seguito alle recenti scoperte scientifiche, il nostro patrimonio genetico è influenzato dalle esperienze ambientali nella sua espressione, e non il contrario, come finora si è ritenuto, gli eventi del passato di un popolo restano dunque inscritti nel suo codice genetico, modificato dagli eventi stessi, e andrà a costituire la memoria cellulare indelebile, che sarà trasmessa alle generazioni successive... la storia dunque determina quello che siamo... In quella notte è come se tutto questo fosse arrivato alla coscienza e abbiamo riconosciuto che, se siamo come siamo, quella storia ci riguardava dunque personalmente.
Quelle vicende sono rimaste inscritte nella memoria cellulare di ognuno di noi, dimenticate, sepolte, rimosse.
Ma la poesia non lascia difese e, dove non può arrivare l’intelletto, può arrivare la parola poetica, che scardina i nostri rifugi e ci riporta alla nostra semplice verità… e così quella notte, tutti insieme abbiamo cominciato a “sentire” la nostra storia, a guardare quello che siamo perché quello che ci ha preceduto è presente in noi… abbiamo riconosciuto il dolore che la nostra terra e i nostri avi hanno vissuto, ma anche lo splendore di un regno al “centro” della storia: abbiamo riconosciuto che ognuno di noi porta dentro dolore distruttivo e energia di resurrezione, come ogni calabrese sa di avere.
Si animavano le figure, prima immobili nella memoria del palcoscenico, disegnando gli archetipi del maschile e del femminile saldamente rappresentati nella nostra cultura.
Il saggio Cassiodoro che guarda la realtà col distacco della esperienza, ha il compito di rappresentare l’amore sconfinato per questa terra, quando descrive gli uliveti e le dolci colline e il sole che sorge su esse dal mare: un sentimento d’amore che ogni nato qui conosce, inspiegabile legame alchemico che non si scioglie a nessuna età e in nessun modo: l’amore per le dolci colline è quello che ci fa qui sempre tornare anche quando la vita ci porta altrove.
Poi l’uomo guerriero, il desiderio di conquista, la furia di possesso, il desiderio dell’impossibile con Boemondo. Lo stesso desiderio di conquista, la furia omicida, il bisogno di combattere, quello che ha solo conosciuto fin da bambino con Ruggero… finché un canto, una nenia su una tomba… ancora poesia… non gli apre il cuore…
La bellezza e l’amore penetrano nel cuore e rompono la maschera di violenza... la musica di Piovani compie il miracolo della trasmutazione…
I nostri uomini di Calabria, fino a solo una generazione o due fa, padri padroni chiusi nella armatura di uomini guerrieri, maschera di potere, che esercitavano sui figli e sulle donne, intrappolati nella loro corazza che gli impediva l’amore…
Il femminile è rappresentato da due donne: Adelasia e la fata Morgana.
Adelasia, la cui vita il cui destino sembrano non appartenerle: prima sposa bambina di Ruggero, uomo molto più vecchio di lei, cui regala l’illusione della giovinezza con la sua presenza, convinta che l’amore fosse quello, si abbandona a quella che crede la felicità, non sa e non può andare oltre, il suo destino è segnato da altri e sul suo orizzonte non c’è spazio per una sua scelta personale.
Quando incontra Boemondo, fulminata dall'amore… tace….
Il silenzio delle donne di Calabria, ancestrale suono di sofferenza e patimenti, appartiene a passive figure destinate a soddisfare i loro uomini. Adelasia ci richiama alla mente, seppur lei è una nobile figura venuta dal nord, le nostre donne contadine che fino a qualche generazione fa avevano il loro destino e il loro matrimonio scelto da altri, inconsapevoli che ci potesse essere un’altra strada, chiuse all'interno della volontà di chi aveva potere, pronte a dare tutto di sé, come Adelasia che dà via la sua terra e la sua abbazia per soddisfare le mire di potere di Boemondo.
Abbiamo tutte riconosciuto un modello del femminile saldamente rappresentato in noi, che seppur apparentemente soppiantato da altri modelli più libertari e edonistici, agisce e opera ancora nell'inconscio di ogni donna calabrese.
La fata Morgana, figura fantasmatica e non reale, mito della donna con poteri oscuri, infelice anima la cui vita e realtà non viene riconosciuta dall'uomo amato, richiama un’altra rappresentazione inconscia del femminile in questi luoghi: laddove non era donna passiva e pronta a soddisfare altri, si trasformava in figura inquietante, fuori dagli schemi, non riconosciuta, trasformata, per quanto ha osato fare e sperare, in una strega inquietante.
Il destino delle donne calabresi, che quando hanno voluto esprimere la loro libertà, il loro desiderio di amore, sono apparse come figure non umane, fuori dai canoni del conoscibile e del conosciuto, ammantate dal velo della magia oscura. E la fata Morgana, sapientemente vestita dai costumi di Flora Brancatella, ci riporta, con i suoi veli trasparenti, alla dimensione del magico e dell’esistente inesistente, all'invisibile presente, agli occulti poteri che in Calabria venivano attributi alle donne che “desideravano”.
E quale è il comune destino di queste due donne? Sospese in una realtà che non gli appartiene, non riconosciute nella loro profonda essenza, private della loro energia profonda e vitale, esprimono ambedue un desiderio di morte.
Eros e Tanatos, nella tragicità di queste figure, l’amore e la morte si incontrano senza scampo….
Quale riscatto per i nostro femminile? Quale possibilità di essere riconosciute nella creatività e nella energia profonda che il femminile può esprimere?
Anche questa risposta ci viene da questa rappresentazione, perché è proprio una donna, Cristina Mazzavillani Muti, che con la sua creatività ci offre una visione di quello che può essere: il femminile, supera gli schemi di oscura passività e libera le profonde e sorprendenti energie a lungo tenute imbrigliate.
Esplode così una infinita capacità di rappresentare la poesia, il canto, la musica, la danza e il colore, la vita e la morte... in sapienti movimenti Cristina concilia gli opposti, con gesti di grande amore infonde la sua energia ad ogni singolo frammento dell’opera.
Veniamo trascinati dall'amore e dall'energia, il femminile risorge in una sintesi perfetta aprendoci il cuore, come a Ruggero, permettendoci così di   rivisitare il nostro grande passato e sperare in un grande futuro.

Rosa Brancatella 11/8/2014

martedì 5 agosto 2014

LA COSA PIU' BELLA DEL MONDO

LA FESTA DI SAN NICOLA A SPADOLA, CON LA BENEDIZIONE DEI BAMBINI E IL BUE DI PANE CHE DA QUATTRO MILLENNI VIENE OFFERTO CON IL PRIMO GRANO MIETUTO. DALLA CALABRIA LA LUCE, EVOE'!



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