giovedì 28 gennaio 2010

SANT'ANDREA-PRESENTAZIONE DEL DIZIONARIO ANDREOLESE-ITALIANO DI ENRICO ARMOGIDA

Domenica 28 dicembre 2008


Signor Sindaco, gentili signore e signori,

sono veramente lieto di presentarvi il Dizionario Andreolese-Italiano del caro amico Enrico Armogida. I latini avrebbero detto: Hanc diem numera meliore lapillo. Cioè, segna questo giorno tra quelli fortunati, perché oggi vede la luce quest’opera durata trenta anni, iniziata con un foglio di carta e penna e terminata al computer con ben 1.302 pagine. Enrico l’ha chiamato Dizionario ma, secondo me, sarebbe più giusto chiamarlo Dizionario Enciclopedico. Difatti, non ci sono solo le parole con la loro etimologia greca, latina, araba, ma anche le biografie di personaggi andreolesi come, per esempio, Saverio Mattei, la Monachella di San Bruno e l’architetto Armogida. E poi le cronache di alluvioni e terremoti, i nomi dei fondi: Pajhò, Pastaticò, Bassariaci, Cuccumìaddhu, Santu Lìa, Fimmana schjetta. I modi di dire, i proverbi: Su tri cuasi si funda a casa, spaddha pilusa, petra bucata e chjrica rasa. Le favole, i racconti, gli usi e i costumi, le arti e i mestieri, le cronologie dei sindaci, dei parroci, dei maestri di scuola e molto, molto altro. Per esempio, se guardiamo alla parola vombacaru, vediamo che era lo scardassatore del cotone, cioè quello che toglieva i semi, i vambacùaspura dalla bambagia prima della filatura. Ho ancora nelle orecchie il rumore che faceva l’ultimo vombacaru, il padre di Italo e Delina, che emigrarono in Argentina.

Io non conosco in tutta Italia un’opera così completa e ampia che confronti la lingua parlata di un paese con l’italiano. Questo miracolo si compie per l’andreolese, lingua nostra e del nostro popolo, sparso per l’Italia e le Americhe.

Non sapete come si chiamavano le parti di un carro tirato dai buoi? Aprite il Dizionario e vedrete cosa erano lettèra, tramenzuni e stamigni. Volete conoscere i termini di ogni cosa che i vasai, i famosi argagnari di Sant’Andrea, usavano? Per ogni termine troverete significato e corrispondente in italiano.

L’italiano, appunto. A me piace immaginare che questo Dizionario sia la rivolta di Enrico, concepita negli anni intorno al 1945, quando lui iniziava a frequentare le scuole elementari nell’Edificio Scolastico qui vicino. Non si dice pitta, ma focaccia! Non si deve dire currijùazzu, ma cinghia! Cosa è questo faddala, si deve dire grembiule, ci sgridavano i maestri. Con questa opera è come se Enrico, e noi tutti assieme a lui, ci fossimo riappropriati dei nostri territori linguistici dentro i quali siamo stati allevati dai genitori e dalla ruga. Dirò di più. Enrico ha risolto quello che Freud definì il primo problema di ogni persona, quello dell’identificazione: chi sono io? Enrico risponde senza dubbi: io sono e sempre sarò andreolese.

I filologi e i linguisti si occuperanno della parte scientifica di questo Dizionario, che è sostanziosa. A me preme piuttosto dare una risposta a una domanda che questo Dizionario mi ha posto. Cosa spinge una persona a spendere energie enormi per trenta anni nel compilare una tale opera? Il desiderio di gloria? Non mi sembra il caso di Enrico, anche se alla gloria siamo tutti sensibili. Il desiderio di salvare il salvabile di una cultura in estinzione per consegnarla ai posteri? E’ quello che comunemente si pensa, e che anche Enrico pensa. A me sembra però che salvare la conoscenza per i posteri sia solo la ragione apparente. La ragione vera, profonda non viene detta per pudore e si chiama semplicemente amore. L’origine di questo Dizionario è l’amore del suo autore per le persone, le piante, i cieli, le campagne, gli alberi, le piante, le botteghe artigiane, i contadini con le zappe, i canali dell’acqua, gli orti e le vigne in mezzo ai quali Enrico si è cresciuto. Enrico ama disperatamente tutte le cose che hanno fatto parte della sua esistenza e li riporta a nuova vita, anche se erano pumiceddha e maju o garici o curgejjha. A ognuna di queste cose Enrico consegna il passaporto per l’eternità perché non si rassegna all’idea che possano scomparire. E’ incondizionato il suo amore per quel mondo che fu semplice in apparenza. In realtà fu terribilmente difficile, e nel breve spazio che va dallo Ionio alla Lacina, dal fiume Alaca a Saluro, fece da scena di rappresentazione della storia del mondo con il suo carico di bene e di male: U mundu, ca’ cui u cangia u mundu! U mundu è mpamu, dicìa Caramanti.

Enrico vorrebbe conservare per sempre anche l’elemento più inafferrabile, il vento, sia che soffi come vucchjata, rispiru, rijhatu da menzajornaqta, spiffaru, refulata, o quando rinforza e diventa fischiu, ngusciu, jhujjhalora. Cerco di immaginare cosa diranno fra cento anni gli specialisti di filologia di qualche università del mondo consultando questo Dizionario. E penso che potranno trovare una risposta a qualche termine, ma sarà come una luce rarefatta, lontana. Non sarà u vambacaru che io ho visto, con la bottega piena di fiocchi di bambagia come se nevicasse, e il rumore dell’attrezzo per scardassare: mba mba mba… Per noi presenti, per me oggi, da questo Dizionario viene invece una lezione di vita. E cioè che senza finzioni e senza vergogna si possono amare le cose minime, u fusu, a lampa, a chiccareddha’e l’ùajjhu. Ogni elemento della natura, ogni persona che ci è stata compagna di viaggio, anche se erano i reietti o gli scemi. E’ quindi una lezione di aderenza alla realtà che fu contadina e povera, ma anche buona e generosa. La lezione di Enrico è quella di una persona che mai si è mossa dal suolo natio, pur affrontando studi, famiglia e tutti i cambiamenti che negli ultimi decenni sono arrivati a valanga uno dopo l’altro.

Nella grande confusione del mondo attuale che si globalizza in tutto, anche nella crisi e nella paura del domani, Enrico ci presenta in quest’opera un mondo che seppe vivere con poco e sicuramente visse con meno angoscia, felice se c’era un pezzo di pane e un bicchiere di vino.

E’ per questo che a nome mio personale, di tutti gli andreolesi sparsi per il mondo, di voi tutti presenti, ringrazio Enrico e mi felicito con lui per aver raggiunto questo grande traguardo. E termino con un augurio in andreolese: Avanti mìagghu!

Salvatore Mongiardo

mercoledì 27 gennaio 2010

ITALIA ITALIA Atto unico

RAPPRESENTAZIONE DELLA SCUOLA PITAGORICA E DEL SISSIZIO COL BUE DI PANE
2009







L’autore acconsente che questa opera sia diffusa e rappresentata liberamente e gratuitamente




Nota

Detti, fatti, nomi, situazioni e contenuti, liberamente adattati dall’autore, sono tratti dai seguenti autori antichi:
Aristotele, La Politica
Giambico, Vita Pitagorica
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi
Porfirio, Vita di Pitagora





Scena prima


La scena si svolge intorno al 500 a. C. nella scuola di Pitagora, che aveva sede a Crotone, sul mare, accanto al tempio di Hera Lacinia. Si intravede il tempio con la colonna dorica superstite. Pitagora è seduto su uno sgabello; davanti a lui ci sono gli allievi, vestiti con tunica alla greca, accovacciati su coperte piegate, una quindicina tra ragazzi e ragazze. Pitagora porta la barba a punta e veste alla persiana con ampi pantaloni bianchi e il turbante bianco in testa.
Gli alunni si esprimono con l’accento e il modo di parlare della loro città di origine, cosa sulla quale Pitagora insisteva perché riteneva importante il rispetto della lingua della propria patria. Nella rappresentazione si usa l’accento attuale di Crotone, Reggio, Agrigento ecc…

Pitagora interroga un allievo:
-Empèdocles di Agrigento, dimmi, quali numeri compongono la sacra tètrade?-

Empèdocles si alza e risponde con chiaro accento siciliano:
-Sono l’1, il 2, il 3 e il 4 che sommati formano il 10, il numero perfetto che comprende tutto l’esistente, Dio e l’universo. Dieci o decade infatti significa ricettacolo.

Pitagora:
-Zalèucos della fiorente Locri, perché il filosofo è l’uomo più puro?

Zalèucos, un altro allievo, con accento di Locri:
- Perché ha scelto la contemplazione delle cose più nobili: bello è contemplare l’intera volta celeste ed è bello riconoscere l’ordine degli astri che si muovono. Ma, o divino, se ho risposto bene, dimmi, perché dall’isola di Samo, tua patria, sei venuto a vivere a Crotone? Si dicono tante cose sulla tua venuta, ma nessuno, eccetto te, lo sa veramente.

Pitagora:
-Io non sono venuto, io sono tornato a Crotone. La prima volta venni a Crotone da bambino, all’età di 6 anni, quando mio padre Mnesarco mi condusse con sé in nave. Lui era un bravissimo incisore di pietre preziose. Si montavano come sigilli sugli anelli ed erano molto richiesti dagli uomini ricchi di Crotone e Sibari. Ricordo la grande impressione che provai quando sul mare si profilò la costa e brillarono le tegole di bronzo dorato del tempio di Hera Lacinia: Italia! Italia! gridarono i marinai.

Gli allievi balzano in piedi e gridano ripetutamente insieme, accompagnati da fortissimo strepito di piatti e tamburi: Italia! Italia! Poi si siedono.

Pitagora continua:
-Eravamo giunti a Crotone d’Italia! Mio padre fece buoni affari vendendo i sigilli e tornammo a Samo, ma, quando vidi scomparire all’orizzonte le montagne selvose d’Italia, fui molto triste.

Pitagora si rivolge a un’allieva:
-Tirsenìs di Sibari, bando ai ricordi, parlami ora dell’amicizia.

Tirsenìs:
-Amicizia è benevolenza nei confronti di tutti, degli dèi verso gli uomini e degli esseri umani tra di loro, cittadini e stranieri. Dell’uomo per la moglie, per i fratelli, i congiunti e anche per gli animali. Amicizia anche del corpo con se stesso attraverso la pacificazione delle forze che contrastano dentro di noi. Ma, o divino, perché non continui il racconto della tua vita, da quando bambino lasciasti Crotone fino al tuo ritorno? Noi ardiamo dal desiderio di sapere dove hai viaggiato e cosa hai visto per il mondo. E’ vero che sei stato fino a Babilonia e che hai conosciuto Zaratustra?

Pitagora:
-E’ vero. Tornato a Samo, mi accolse mia madre Partènide, la donna più bella dell’isola. Poi, da giovane, visitai le isole greche e fui iniziato a tutti i misteri. Partii per la Fenicia, soggiornai in Israele, visitai anche la Siria e andai poi in Egitto. Lì rimasi per 21 anni e appresi dai sacerdoti la geometria, l’astronomia e la scrittura dei geroglifici. Oh, che meraviglia la sfinge misteriosa e le tre grandi piramidi, il Nilo che scorre maestoso fecondando i campi! Quando poi il re persiano Cambise conquistò l’Egitto, fui portato con lui a Babilonia. Lì appresi le dottrine dei magi che mi insegnarono musica e scienza e conobbi Zaratustra, che mi spiegò la sua dottrina del dio del bene e del dio del male. Rimasi a Babilonia 12 anni, ammirando i giardini pensili e le folle multicolori che riempivano le strade. Ora tu, Kàlais di Reggio, dimmi, in poche parole, qual è la nostra dottrina?

Kàlais, un allievo con accento reggino:
-Occorre estirpare con ogni mezzo la malattia del corpo, l’ignoranza dell’anima, la smoderatezza del ventre, la ribellione della città, la discordia della casa e l’abuso di qualunque cosa. Tutti i nostri beni devono essere in comune. Onora l’amico che è come un altro te stesso. Dobbiamo andare in soccorso della legge ed essere ostili all’illegalità. Ma, o divino, non ci tenere con il fiato sospeso, continua il racconto della tua vita!

Pitagora:
-Vi racconterò tutto, ma ora è tempo di onorare il Dio con la danza e la musica!

Le allieve danzano alla maniera antica. Entrano in scena suonatori di zampogna, flauto, sistro e lira, e accompagnano le danze con motivi lenti e dolci.

Alla fine della danza tutti si siedono e Pitagora continua:
-Quando tornai a Samo avevo 56 anni, e dopo aver tanto viaggiato, mi sentivo straniero in patria. Il tiranno di Samo, Policrate, mi volle con sé per governare l’isola. Dopo tutti gli sforzi per apprendere il sapere, mi ritrovai in mezzo alla politica. Quanti imbrogli, quante menzogne, quanta gente ho visto cambiare opinione per avere un utile immediato. Tradimenti, inganni, soprusi. Non era quello il mondo che avevo sognato. Mia madre Partènide mi guardava, vedeva la mia scontentezza e un giorno mi disse che mi avrebbe seguito dovunque volessi andare. Allora capii che era giunta l’ora di tornare a Crotone, la città che mi era rimasta sempre nel cuore. Ci imbarcammo su una nave, ma, nel golfo di Taranto, fummo sorpresi da una furiosa tempesta. Venne la notte e i venti aumentarono, strapparono le vele e la nave rimase in balìa delle onde: i rematori ritirarono i remi inutili invocando pietà dagli dèi. Mia madre si strinse a me aspettando la fine e allora capii, sentendo il suo cuore battere, che nessuna tempesta può vincere il cuore di una mamma, e la mia anima si aprì alla speranza. Okkelò di Lucania, dimmi ora, perché la speranza mi salvò nella tempesta?

Okkelò, un’allieva, risponde:
-Perché bisogna sperare in Dio. Per Dio non ci sono cose possibili e cose impossibili. Tutto Dio può compiere e non c’è nulla che non possa compiere.

Pitagora:
-Hai detto bene! E Dio, che pregavo ardentemente, mi fece intravedere, al bagliore di un lampo nella notte, le tegole dorate del tempio di Hera, che avevo visto brillare da bambino. Allora gridai: Italia! Italia! I rematori ripresero coraggio e gridarono: Italia! Italia!

Anche gli allievi balzano e gridano al suono di piatti e tamburi, ripetutamente: Italia, Italia!

Poi tutti cantano con accompagnamento di musica:

Italia, Italia, salvezza al navigante
Italia, Italia, speranza all’emigrante
Italia, Italia, un sogno di bellezza.
Italia, Italia, destino di grandezza.


Scena seconda


Siamo sempre alla scuola di Pitagora, che passeggia tra gli allievi e poi si siede sullo sgabello. Un allievo di Caulonia, Kallìmbrotos, gli rivolge la parola:

Kallìmbrotos:
-O divino, nella mia città, Caulonia, si racconta che, quando io ero bambino, tu sei venuto per rendere mansueta l’orsa bianca che uccideva gli abitanti. Ti supplico, raccontami come sono andate le cose!


Pitagora:
-E sia, o Kallìmbrotos! Gli abitanti di Caulonia mi mandarono messaggeri pregandomi di liberarli da una feroce orsa bianca che uccideva gli abitanti. Tutti conoscevano la mia pietà per gli animali: non si può uccidere né mangiare quanto contiene la vita, né carne né pesce. Come è possibile condurre animali al macello, farli cuocere per soddisfare il piacere e la ghiottoneria? E’ un terribile misfatto, un crimine orrendo! Allora mi misi in cammino da Crotone con alcuni amici. Arrivati a Squillace dovemmo salire sul grande scoglio e ridiscendere per poter continuare, passammo la Daulia boscosa e finalmente arrivammo a Caulonia. Di sera l’orsa bianca arrivò, io mi avvicinai e le parlai a lungo, molto a lungo nell’orecchio. L’orsa capì che io la volevo aiutare, diventò mansueta e finché visse si recò sulla piazza senza fare alcun male a nessuno. Era diventata umana. Tu, mia diletta Teano, ripeti, adesso, perché bisogna rispettare gli animali.

Teano è la bellissima moglie di Pitagora, di 40 anni più giovane di lui, e anche sua allieva.

Teano:
-Mio caro sposo, è la dottrina che più amo e che ho trasmesso ai nostri figli, Telàuge e Maia. Con gli animali abbiamo in comune la vita. Gli animali sono a noi familiari e amici, non bisogna far loro alcun male, mai ucciderli e cibarsene, ma considerarli fratelli minori ed aiutarli. Ho notato che tu stai lontano perfino dai cacciatori e dai macellai, tanto hai in orrore il sangue!

Pitagora:
-Diletta Teano, quando giunsi a Crotone ero già sessantenne, filosofo vecchio e deluso. Avevo girato il mondo, imparato tutti i misteri, ma il mio cuore non era contento. Poi il tuo sguardo sereno, l’amore sbocciato tra noi, ha portato il caldo nella mia vita. La filosofia vi aveva portato luce, ma non calore. L’amore di donna è la cosa più delicata ed elevata dell’universo. Per amore, o Teano, hai capito che l’essenza della mia dottrina è la fine della violenza: questo avverrà quando non si uccideranno più gli animali. Se non osi uccidere l’animale, mai oserai uccidere un uomo e ancor meno fare la guerra!

Tutti gli allievi si alzano e recitano, scandendo lentamente, alla maniera di un coro greco:

L’amore di donna è nobile e delicato,
l’amore di donna è il fiore dell’universo.
Se non uccidi l’animale, non ucciderai l’uomo:
Sacro è il vivente perché ha in sé la vita!

Leòkritos, un allievo di Cartagine, si alza e parla nella sua lingua incomprensibile:
-Gli ma ro ne Italia ta nov ta torest quat noc ib nafuz obram…

Pitagora lo interrompe:
-Amico Leòkritos, è vero che io insisto perché ognuno parli nella propria lingua, ma la lingua di Cartagine è incomprensibile. Per te facciamo un’eccezione, ripeti nella nostra lingua quello che hai appena detto in cartaginese.

Leòkritos:
-Volevo chiedere se è vero che questa terra che si chiama Italia prima si chiamava Enotria e che un certo re Italo le diede il nome e fondò i sissizi…

Pitagora si rivolge a un allievo, Ippòstratos:
-Ippòstratos di Crotone d’Italia, rispondi tu alla domanda del nostro amico di Cartagine!

Ippòstratos:
-Questa terra prima si chiamava Enotria finché re Italo convertì quel popolo dalla pastorizia all’agricoltura e diede il suo nome agli abitanti che si chiamarono Itali e la terra si chiamò Italia. Italo stabilì che la base della civiltà era l’amicizia, perché solo nello spirito di amicizia si può vivere bene. Per favorire l’amicizia egli fondò il sissizio, il banchetto comune, dove ognuno portava cibo che divideva con gli altri.

Pitagora:
-E sarebbe il caso che tutti ripetessero il rito nobile del sissizio! Adesso, o Archìtas di Taranto, tu che sei il più acuto nella geometria, spiega quali sono le proprietà di un triangolo rettangolo.

Archìtas, un allievo:
-Il quadrato costruito sull’ipotenusa di qualunque triangolo rettangolo è sempre uguale alla somma dei due quadrati costruiti sui cateti! Non riesco, o divino, a capire come tu abbia scoperto una legge così importante!

Pitagora:
-Sappi, o Archita, che il teorema del triangolo rettangolo è solo la parte dimostrativa di una legge più importante che è la seguente: se uccidi l’animale, la violenza entrerà nell’uomo e restituirà all’uomo la violenza data all’animale. Questo sarà sempre vero come sempre sarà vero il teorema del triangolo rettangolo! Non dimenticatelo mai!

Si alza un altro allievo, Parmìskos, che chiede:
-O divino, ieri sera ho offerto una corona di fiori per mio padre che è morto. Questa notte mi è venuto in sogno e mi ha parlato! Mi ha abbracciato tutto contento! Mi ha anche detto di non preoccuparmi di niente… Mi sono svegliato tutto agitato e felice, era così viva la sua immagine, così chiara la sua voce! Dimmi, che significato ha quel sogno?

Pitagora.
-Caro Parmìskos di Metaponto, non è un significato, è una realtà. Tu hai parlato a tuo padre esattamente come ora stai parlando a me. La realtà è vasta ed abbraccia le cose visibili e quelle invisibili, la veglia e il sonno. Ho imparato la dottrina dei sogni dagli ebrei di Israele, dove pure ho vissuto studiando i loro usi e costumi.

Tutti gli allievi esprimono stupore parlottando tra di loro.

Pitagora continua:
-Voi vi meravigliate per quello che ho detto? Allora io vi dico che c’è una provvidenza, un ordine che governa tutte le cose. Il Dio ha voluto che io venissi in Italia perché questa terra è a lui cara e perché io vi seminassi la sapienza appresa da tutte le genti. In questa terra la filosofia vivrà perenne e passeranno millenni, ma, quando al Dio piacerà, rifiorirà per aiutare le umane sorti: dall’Italia verrà la nuova civiltà del mondo! Già adesso alcuni chiamano questa terra Megàle Ellàs, Magna Grecia, non per la ricchezza delle città e la floridità dei commerci, ma per la grandezza e la diffusione della nostra dottrina. E tu, mia diletta Teano, assieme alle altre donne, va a impastare un pane a forma di bue. Quando sarà cotto lo offriremo al Dio per ringraziarlo e faremo un sissizio con musica e danze!


Scena terza e ultima

Si vede una madia di legno dentro la quale le allieve impastano la farina con acqua. Parlano tra di loro e si consigliano:

Una dice:
-Metti un po’ più di acqua di mare, se no il pane viene scipito.

L’allieva alza un’anfora e versa acqua nella madia:
-Ho attinto quest’acqua dal Jonio stamane, quando il sole si levava all’orizzonte.

Gli allievi stanno attorno a guardare e scherzano.

Uno dice:
-Se fate il bue troppo grande non entrerà nel forno!

Un’allieva gli risponde:
-Vuoi che proviamo a mettere te nel forno per vedere se entri?

Finito l’impasto danno forma al bue.

Una dice:
-Non fargli la coda troppo sottile, sembra quella di una capra!

L’altra risponde:
-Allora la faccio grande quanto la tua gamba!?

Un’altra ancora:
-Queste corna sono grandi come quelle di un bue lucano!

Un’altra ancora risponde:
-Meglio, a chi toccheranno le corna avrà di che mangiare!

Finiscono di dargli la forma e lo coprono per farlo lievitare.

Teano, moglie di Pitagora, incoraggia le allieve:
-Amiche mie care, aspettando che il bue lieviti, danziamo in onore delle Muse, simbolo della concordia: un solo nome ne indica sette!

Le allieve danzano lentamente sulla scena e a lato appaiono gli allievi che a turno recitano, a voce alta, le massime pitagoriche.

Primo:
-Onora i genitori e i parenti prossimi e fatti amico degli uomini virtuosi.

Secondo:
-Domina il ventre, il sonno, la lussuria e l’ira, pratica la giustizia nelle opere e nelle parole.

Terzo:
- Ogni uomo è a se stesso causa del proprio bene e del proprio male.

Quarto:
-La vittoria non è buona perché genera invidia. E’ bello gareggiare con gli amici senza vincitori né vinti perché la vittoria sporca il vincitore.

Quinto:
-Molti dolori devono sopportare i mortali: la parte che ti tocca, sopporta serenamente e non lamentarti.

Sesto:
-Sii fiducioso, o uomo, perché divina è la stirpe dei mortali. Non odiare il tuo amico per un piccolo sbaglio! La famiglia è tutto, conservala nell’armonia!

Settimo:
-Non cercare gloria né ricchezze, non accumulare sostanze. Dona ogni tuo avere alla comunità e non trattenere nulla per te!

Finite le danze e la recitazione, un’allieva accende il forno con le fascine. Tutti si danno da fare per mettere il bue a cuocere nel forno. Poi le allieve, una alla volta, avanzano al centro della scena e recitano a voce alta i precetti pitagorici. Nel sottofondo si sente una musica arcaica.

Prima:
-Non passare oltre la bilancia, cioè non prevaricare.

Seconda:
-Non attizzare il fuoco col coltello, cioè non eccitare con parole taglienti chi è in collera.

Terza:
-Non sfrondare la corona, cioè non violare le leggi.

Quarta:
-Non mangiare il cuore, cioè non tormentarti con l’ansia del domani.

Quinta:
-Non accogliere rondini in casa, cioè non vivere insieme a persone ciarliere.

Sesta:
-Non stare seduto sul moggio, cioè non vivere ozioso.

Settima:
-Non camminare per le vie frequentate dal popolo, cioè segui solo le opinioni dei pochi e colti.

Entra in scena Pitagora e tutti fanno silenzio al suo ingresso.

Teano, la moglie, dice:
-Mio diletto sposo, fra poco il bue sarà cotto. Vuoi disporre per l’offerta?

Pitagora:
-Oggi è giorno memorabile, abbiamo risparmiato la vita all’animale e offriremo al Dio un bue di pane. Mai i nostri altari si macchieranno di sangue!

Teano apre il forno e toglie il bue che viene mostrato al pubblico. Le allieve lo adornano di fiori e lo adagiano sull’altare di marmo che sta a lato della scena. Pitagora stende le mani sul bue, tutti stendono le mani, palme in su in segno di offerta, e cantano:

Signore Dio altissimo,
Il bue noi ti offriamo
Fatto di spighe d’oro
D’Italia il biondo grano,

Da noi allontana i mali
Dacci concordia e pace
Proteggi la tua Italia
Di cuore Ti preghiamo.

Dio grandioso e ineffabile
Che sei nostra dimora
L’Italia tua ti adora
E spera solo in te,
E spera solo in te!

Poi Pitagora e Teano spezzano il bue, lo danno agli allievi e allieve che lo distribuiscono ai presenti.

Fine

Salvatore Mongiardo

PERCHE' LA VIOLENZA

PROPOSTA PER LA CREAZIONE DELL'ACCADEMIA MONDIALE ANTIVIOLENZA PER LO STUDIO E LA PREVENZIONE DELLA VIOLENZA UMANA
2009

Preambolo

Si dice comunemente: la violenza è sempre esistita e sempre esisterà. Oppure: l’uomo è violento per natura e non cambierà mai. E’ corretta questa affermazione? O è semplicemente la constatazione del dilagare della violenza nel mondo? Insomma, dalla violenza si può uscire? E come? E come mai mi pongo questo problema?
Sono autore di tre libri: Ritorno in Calabria (1994), Viaggio a Gerusalemme (2002), Sesso e Paradiso (2006). Di questi libri Marina Palmieri ha scritto:

…sono tre libri ‘scomodi’ con un comune denominatore, l’indagine sulle radici della violenza.

Aggiungo che la violenza è il tema dominante del Viaggio a Gerusalemme, del quale raccomando la lettura. Questo libro breve è reperibile gratuitamente in rete, in italiano ed inglese. Non pretendo comunque che le tesi sostenute nel libro siano la verità: di fronte a un problema così grande come la violenza tutto può essere rimesso in discussione.
Intanto, di quale violenza parliamo? Ci sono manifestazioni della natura come i terremoti o gli uragani, forze definite cieche perché si propagano senza riguardo per gli esseri animati: non è di questo che parliamo. Ci sono poi gli animali carnivori, tra cui pure alcuni pesci, che si nutrono di altri animali: nemmeno questa chiamiamo violenza, anche se porta all’uccisione di un essere vivente. Ma il leone, una volta saziato, non riparte per la caccia uccidendo tutte le gazzelle che incontra. L’uomo, invece, dagli albori della storia fino a oggi, ha sempre ucciso una quantità sterminata di simili che non solo non mangia, ma spesso onora con la sepoltura. Noi vogliamo occuparci soprattutto di questa violenza, per intenderci quella delle guerre e delle stragi, per vedere se è possibile venirne a capo. Ma esiste ovviamente anche la violenza che porta all’uccisione, al ferimento, al maltrattamento di una persona da parte di un’altra persona, cioè la violenza individuale, sia fisica che morale.
Come ho scritto nei miei libri, considero la vittoria sulla violenza lo scopo della mia vita: questo perché ho molto sofferto a causa della violenza e perciò cerco di capirne le profonde radici per estirparle. Detto questo, so che molta gente ha sofferto più di me, e infinite persone sono state uccise. Penso al mare di sangue di tutte le vittime, penso all’immenso cumulo di dolore dei milioni (o miliardi?) di esseri tra sofferenze e nell’impossibilità di una vita degna, e sento che è venuta l’ora di affrontare la violenza con coraggio e intelligenza. Il mio coraggio può essere visto come temerarietà o incoscienza: è una valutazione legittima che non discuto. L’intelligenza no, se riuscirò a convincervi che si può analizzare, capire, affrontare e ridurre in maniera rilevante la violenza umana.


1. Violenza e filosofia

E’ un argomento poco sviluppato dai filosofi, ad eccezione di Pitagora, del quale parleremo nel capo 3. Forse l’espressione più incisiva è quella di Eraclito, che in uno dei suoi frammenti dice:

Bisogna spegnere la violenza piuttosto che l’incendio.

Lo stesso Eraclito, però, sostiene che la guerra è la madre di tutte le cose: dal disordine nasce l’ordine, mentre dall’ordine nasce il disordine.
Se così è, quale ordine dovrebbe nascere dalla violenza vista come disordine?
Manca comunque un tentativo convincente di dare una spiegazione filosofica della violenza umana. Questa mancanza potrebbe indicare che nemmeno i filosofi sono andati oltre il comune convincimento che la violenza è sempre esistita e sempre esisterà. Filosofi a parte, sulla violenza non si è scritto molto. Si trovano soprattutto opere su alcuni aspetti della violenza individuale, cioè trattati di psichiatria e criminologia. Si può dire che si è scritto molto di più, a livello scientifico, sulla luna e le stelle che non sulla violenza.
La filosofia, però, ha avuto molta influenza nel generare sistemi politici che hanno usato la violenza per instaurare regimi ideati proprio da alcuni filosofi. Lo stesso Pitagora, che governò Crotone, fu cacciato dalla rivolta dei crotoniati che gli rimproveravano anche la sua presa di posizione che portò alla distruzione di Sibari.
In tempi più recenti, è nota l’affermazione che la filosofia dell’Illuminismo accese la miccia della Rivoluzione Francese, come la tesi che i filosofi tedeschi Hegel e Marx sono stati rispettivamente gli ispiratori del sistema nazista e comunista.


2. Violenza e religioni

Mi riferisco alle grandi religioni storiche: induismo e buddismo, l’Oriente per intenderci, e il Medio Oriente con ebraismo, cristianesimo e islamismo. Tralasciamo le religioni del passato, eccetto quella dei Greci con gli dèi dell’Olimpo, sulla quale avremo occasione di tornare.
Di tutte le religioni si può dire che esse hanno cercato di imbrigliare la violenza, domarla, incanalarla. Ma si può anche dire che le religioni non sono state capaci di vincere la violenza o ne sono state complici. A questo punto il discorso diventa delicato perché le religioni rappresentano il nucleo profondo della cultura dei popoli, lo specchio dell’anima, e quindi si rischia di turbare o irritare l’interlocutore mettendo in discussione principi venerandi, sacri, codificati da millenni in stili di vita, arte e tradizioni.
Per affrontare questo argomento con lo spirito giusto, lasciate che racconti quanto mi è successo nel maggio 2006 in Tunisia. Ero tra le rovine di Cartagine, vicino a Tunisi, e visitavo il tofet, il cimitero dei bambini cosparso di stele di pietra. Dietro ogni stele c’è una nicchia dove all’epoca si poneva una pentola di coccio con gli ossicini dei bimbi primogeniti bruciati vivi, offerti dai propri genitori alle divinità fenicie in occasione di un’eclissi per ottenere che il sole tornasse a illuminare la terra.
Ci sono discussioni su questo rituale, ma rimane indubbio che i sacrifici di bimbi arsi vivi era praticato nel mondo fenicio. Nel tofet pensai alle eclissi di sole che avevo osservato tranquillamente con il vetro affumicato e, come padre, non riuscivo a capacitarmi che un genitore potesse offrire il figlio in sacrificio. La sola spiegazione che riuscivo a darmi era che la paura aveva spinto quei genitori a compiere un gesto contro natura. Oggi sappiamo in anticipo come e quando si verificherà un’eclissi, nessuno ha più paura che il sole scompaia per sempre e nessuno offre sacrifici.
E’ corretto allora ipotizzare che un modello non adeguato a capire la realtà genera angoscia che sfocia in violenza? E che quindi molta della violenza nasce dall’ignoranza?


3. Violenza e nutrizione

Questo è l’aspetto più chiaramente trattato nell’antichità per opera di Pitagora. Egli affermava che l’animale era fratello minore dell’uomo, il quale doveva aiutarlo e proteggerlo. Il filosofo rifiutava di cibarsi sia di carne che di pesce, stava lontano da cacciatori e macellai ed affermava che nessun uomo sarebbe stato capace di uccidere un altro uomo se si fosse rifiutato di uccidere l’animale. I pitagorici vestivano bianche vesti di lino -la lana apparteneva alla pecora- e offrivano agli dèi dolci di farina e miele a forma di animali. Con quel gesto contestavano il sacrificio cruento che si celebrava in Grecia e Magna Grecia.
Il ragionamento di Pitagora era il seguente: se si uccide l’animale per cibarsene, nascerà una cultura che restituirà all’uomo la violenza data all’animale. E’ rimasta memorabile l’offerta del bue di pane che egli fece a Crotone per ringraziare gli dèi quando scoprì il suo famoso teorema, e risparmiò il bue che gli era stato donato perché lo sacrificasse. Per Pitagora la necessità alimentare non era una giustificazione sufficiente, e uccidere animali aveva sempre conseguenze nefaste. Oggi c’è una presa di coscienza e una tendenza all’alimentazione vegetariana per ragioni soprattutto etiche. Manca comunque una ricerca scientifica che provi se l’uccisione dell’animale non porti a una maggiore aggressività nell’uomo a causa di sostanze già presenti nella carne o che la macellazione fa insorgere.
Sono mai stati misurati i livelli enzimatici, ormonali, cortisonici di animali vivi e degli stessi dopo che hanno subito lo shock dell’uccisione? Come cambiano, se cambiano, le funzioni del cervello di chi si nutre di carne? Ed è vero, come affermavano alcuni pitagorici, che la brama di cibarsi di un essere vivente scatena la voglia sessuale? Ci sono sostanze nella carne che generano eccesso di pulsione sessuale?


4. Violenza e sensi di colpa

A me sembra che il senso di colpa, soprattutto se è per colpe mai commesse, si porta dietro la morte. Prendiamo ad esempio il racconto biblico di Eva e della mela. Oggi non sussistono dubbi che l’Eden era la Mezzaluna Fertile, dove si trovavano tutte le specie di animali domesticabili come il bue, la capra, la pecora, il cavallo, e una vegetazione con frutta che i primitivi raccoglievano dalle piante. Quando l’Eden si inaridì per un processo di desertificazione naturale, il fenomeno fu interpretato come punizione per avere colto il frutto proibito. A quel senso di colpa per una trasgressione mai commessa, si aggiunse un altro senso di colpa, quello del sesso. Difatti, nella cacciata dal paradiso terrestre narrata dalla Bibbia, i nostri progenitori si videro nudi e si vergognarono. Il Medio Oriente entrò così nella storia sotto il pesante fardello di due gravi sensi di colpa. I kamikaze delle Torri Gemelle, morti indossando molte paia di mutande per non comparire nudi davanti ad Allah, non sono una riprova del perdurare di quell’antico senso di colpa? E come è possibile liberarsi dalla colpa se si è nella colpa? Allora un innocente deve morire affinché il colpevole si salvi. La violenza diventa sacra, necessaria alla salvezza, ed è molto più difficile riconoscerla ed estirparla.
Gesù non si è forse ribellato alla violenza sacra del Tempio, che però ha prevalso, e l’ha fatto apparire come vittima sacrificale per la salvezza del mondo?
L’olocausto dell’agnello senza macchia, offerto mattina e sera nel Tempio di Gerusalemme, in che misura può aver influenzato la cultura ebraica portando a credere che l’essere vittima sia segno di predilezione divina?
Gesù stesso non viene invocato ogni giorno come agnello di Dio che prende volontariamente su di sé i peccati del mondo?
Quell’antico rito può aver contribuito a far andare al massacro come agnelli gli ebrei dell’Olocausto? La Bibbia non riporta circa mille volte le parole sangue, sacrificio e vittima? Scrive Isaia ( 53,8):

Maltrattato si è umiliato e non aprì bocca, come un agnello condotto al macello…


5. Violenza e definizione

Dietro ogni assassinio c’è sempre una definizione: definisci un uomo assassino o eretico e lo mandi alla forca o al rogo. Lo definisci nemico, controrivoluzionario, ebreo, e la sua sorte è segnata. D’altra parte, nello sforzo di capire la realtà, l’uomo produce molte definizioni che diventano pericolose quando hanno la pretesa di essere immutabili. Un esempio noto a tutti è quello di Galileo e dell’Inquisizione. La cultura cattolica si era arroccata attorno al modello tolemaico del cosmo e si rifiutava di guardare all’evidenza.
Le definizioni delle verità di fede, i dogmi, non dovrebbero cedere il posto a una nuova interpretazione della realtà, come avviene per le scienze?
A me sembra che molte definizioni o dottrine rimangono impresse nel profondo dell’anima senza che ce ne rendiamo conto. Mi ha sempre colpito quello che disse Stalin a Churchill riguardo ai massacri dei russi bianchi da lui ordinati: E’ stata una cosa terribile! Evidentemente Stalin stesso ne era sconvolto, ma non fermò il massacro.
Si può ipotizzare che i massacri stalinisti sono riconducibili in ultima analisi all’educazione che Stalin ricevette nel seminario ortodosso di Tblisi, cioè alla dottrina di San Paolo, secondo cui sacrificio e vittime sono necessari?


6. Violenza e Bibbia

Quando Lutero iniziò la Riforma, era papa Leone X, il figlio di Lorenzo il Magnifico. Al momento della sua elezione, Leone X disse: La Provvidenza ci ha dato il papato, godiamocelo! Egli era stato educato a Firenze in pieno Rinascimento, sbocciato dalla riscoperta dell’antica civiltà greca. Sotto il suo papato il Vaticano si riempì di statue e dipinti che sono tra i maggiori capolavori mondiali. Similmente, la grande fioritura della cultura araba avvenne quando, intorno al 1100, l’Islam entrò in contatto con la filosofia greca e Avicenna e Averroè furono i più illustri rappresentanti.
Si può allora affermare che il pensiero greco è indispensabile per migliorare le culture pastorali del Medio Oriente? E sarebbe indispensabile per migliorare anche le altre culture del mondo?
Ritornando a Lutero, la sua fede era incentrata sul Cristo in croce, cioè riproponeva la dottrina di San Paolo per il quale la salvezza viene dal sacrificio della croce. A prima vista si potrebbe affermare che Lutero si è preso una giusta rivincita sul papa, dedito ai piaceri e alla vendita di indulgenze. Ma si può anche pensare che Lutero ha riportato indietro la storia con la dottrina del sacrificio, cosa che sicuramente non ha fatto Leone X. Inoltre, diffondendo in Germania la Bibbia da lui stessa tradotta, egli probabilmente ha messo assieme due cose molto pericolose: la voglia di sacrificio, caratteristica del mondo biblico, e la facilità di uccidere del mondo germanico, già conosciuta dagli antichi romani. Lo storico Tacito scrive che i legionari romani rimanevano allibiti quando vedevano le madri germaniche scagliare contro di loro i propri figlioletti.
In poche parole, si può ipotizzare che Lutero, senza esserne cosciente, abbia posto le premesse per avvicinare carnefici nazisti ed ebrei dell’Olocausto? La distruzione di statue, bassorilievi, dipinti, pale d’altare e crocefissi fatta dai protestanti nelle chiese cattoliche, non costituisce un annuncio dell’Olocausto con l’eliminazione di tutti gli ebrei raffigurati quali Cristo, Maria, gli Apostoli, i patriarchi, i profeti ecc.?


7. Violenza e felicità

L’aspirazione più grande di ogni uomo è verso quello che è ritenuto il supremo dei beni, la felicità. La ricerca della felicità, almeno da quando esiste la letteratura, è il tema attorno al quale si snoda la storia dell’uomo. La felicità è immaginata come uno stato di beatitudine, di benessere, di salute, di successi: troppe condizioni per essere soddisfatte tutte insieme. E poi c’è comunque la morte... Non per nulla gli dèi dell’Olimpo erano belli, liberi da costrizioni morali, sempre giovani, sani e immortali. Nella vita reale il raggiungimento della felicità si rivela praticamente impossibile, per cui si usa dire che felice è solamente chi è convinto di esserlo.
E’ corretto affermare che l’idea stessa felicità, e la tensione per raggiungerla, sfociano in comportamenti violenti quando la vita porta infelicità e quindi frustrazione e rabbia?
Non sarebbe più rispondente alla condizione umana ammettere che lo scopo della vita non è la felicità, ma l’esperienza di tutte le umane emozioni come il dolore, la gioia, l’odio, l’amore, l’angoscia, la speranza? E quale sarebbe allora, se c’è, lo scopo di vivere tutte le emozioni? Forse la creazione di una coscienza, come la storia del mondo sembra indicare? E’ allora legittima l’affermazione di un politico come Gorbaciov, secondo cui il fine ultimo dell’uomo è dare coscienza all’universo?


8. Violenza e Gesù

La sera del Giovedì Santo 5 aprile 2007, durante la celebrazione in San Giovanni in Laterano, Papa Benedetto XVI ha affermato che Gesù potrebbe aver celebrato la Pasqua ebraica, la sua Ultima Cena, nel giorno in cui la fissava il calendario degli Esseni, che erano vegetariani. E’ un’ipotesi di alcuni studiosi alla quale il papa riconosce un alto grado di probabilità. L’ipotesi si basa sui Rotoli del Mar Morto, i libri degli Esseni trovati nella grotta di Qumran nel 1947. Non lontano da Qumran ci sono gli scavi dove sorgevano gli edifici della comunità degli Esseni, scavi che ho visitato nel 1999. Il papa ha detto testualmente:

…Gesù ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran -cioè almeno un giorno prima della Pasqua del Tempio- e l’ha celebrata senza agnello, come la comunità di Qumran che non riconosceva il tempio di Erode ed era in attesa del nuovo tempio.

L’affiliazione o frequentazione o influenza degli Esseni su Gesù è ormai accettata dagli studiosi. C’è però da chiedersi a chi si ispiravano gli Esseni nella loro pratica rigorosamente vegetariana e nella contestazione del Tempio e di ogni sacrificio cruento. Una fonte, che nessuno può mettere in dubbio, è Giuseppe Flavio. Egli era un colto generale ebreo, di nobile famiglia, che partecipò alla guerra contro i Romani e predisse a Vespasiano che sarebbe diventato imperatore. Nelle Antichità Giudaiche (XV, 371) egli scrive testualmente degli Esseni:

Si tratta di un gruppo che segue un genere di vita che ai Greci fu insegnato da Pitagora.

Stando così le cose, si può affermare che il padre culturale di Gesù fu Pitagora con la dottrina basata su tre precetti: proibizione dei sacrifici cruenti, astinenza dal sesso e soprattutto comunione dei beni?
In questa ottica non acquista nuova luce il fatto che i primi discepoli di Gesù furono Andrea e Filippo che portavano nomi greci? Difatti erano due ellenizzanti, come venivano chiamati gli ebrei simpatizzanti della cultura greca, arrivata in Palestina con l’invasione di Alessandro Magno.
Quella aspirazione greca e pitagorica di Gesù non sarebbe rafforzata dal fatto che l’apostolo Andrea scelse la Grecia come terra di predicazione? E un’altra conferma non verrebbe da San Giovanni Evangelista che a Patmos, in Grecia, scrisse l’Apocalisse che termina con la visione della Gerusalemme celeste, nella quale…

… non c’è più il tempio e l’agnello viene adorato vivo sul trono di Dio? (Apocalisse, 21, 22 e segg.).

Cristo è arrivato a Crotone, si dovrebbe dire parafrasando il celebre romanzo di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli.


9. Violenza e sesso

E’ l’argomento sul quale si è scritto di più, soprattutto grazie a Freud che era medico, ebreo, austriaco ed aveva indubbiamente una vasta cultura. Il suo contemporaneo Hitler non disponeva della cultura di Freud e soffriva di gravi problemi sessuali, che sembra si manifestassero nel bisogno di essere maltratto dalle donne. La sua prima fidanzata, sua nipote Geli, si uccise, ed Eva Braun tentò due volte il suicidio. Freud morì in Inghilterra dove si rifugiò a causa delle leggi razziali emanate proprio da Hitler. Nel suo tentativo di decifrare le pulsioni sessuali, Freud dovette ricorrere alla cultura greca per descrivere i fenomeni più importanti: complesso di Edipo, Eros e Thanatos, Narcisismo ecc. La Grecia antica difatti aveva riconosciuto come umani quei fenomeni che per la cultura europea cristiana erano scandalosi.
Una domanda che si potrebbe porre è: come e quando il sesso rende augurabile andare in guerra, addirittura morire, pur di finirla con pulsioni che non trovano sbocco?
Come si spiegano diversamente tutti i giovani che scappavano da casa per andare volontari al fronte? Si dice: fate l’amore, non fate la guerra. E’ verificabile che una pratica sessuale libera distoglie dalla guerra e dal desiderio di morte? O al contrario ha ragione Freud quando afferma che ogni cosa vivente tende alla quiete, cioè alla morte? Lo stesso Freud, poi, afferma che il primo piacere dell’uomo è uccidere: quindi, come si può contrastare la violenza se uccidere è il primo dei piaceri, addirittura superiore al piacere sessuale che Freud stesso aveva definito il massimo dei piaceri?
E ancora: Hitler e Goebbels nel bunker della Cancelleria a Berlino, prima di suicidarsi praticarono l’omicidio delle mogli e Goebbels anche dei figli. E non fecero la stessa cosa gli ebrei a Masada, sgozzandosi a vicenda? La paura di cadere in mano ai Romani, che certamente avrebbero risparmiato donne e bambini pur facendoli schiavi, potrebbe aver mascherato, in tutti e due i casi, la voglia di morte e il piacere di uccidere?


10. Violenza e surplus erotico

Ho letto una cifra astronomica sul numero di visite giornaliere di siti porno in ogni parte del mondo, anche nei paesi arabi. E’ un fatto totalmente nuovo nel panorama della storia. Sembra che tutti i continenti e le classi sociali siano travolte da questa irrefrenabile voglia di sesso. Riflettendo su questo fenomeno, è facile osservare che il sesso unisce, mentre la religione divide. Nessuno, di fronte a una bella ragazza, si pone il problema se lei è di una religione piuttosto che di un’altra. Diverso sarebbe il caso se un israeliano e un’araba volessero convolare a nozze. Scatterebbero divieti incrociati delle autorità religiose che renderebbero impossibile l’unione.
Questa fiera mondiale del porno avvicina gli uomini in modo positivo o ispira comportamenti violenti di pedofilia, prostituzione e turismo sessuale? O cambia addirittura la pratica sessuale dentro la coppia rendendola più disinibita, ma anche più perversa e violenta? Oggi la sublimazione religiosa del sesso è scarsamente praticata. Quali finalità o mezzi alternativi si possono escogitare per limitare i crimini sessuali in aumento?
D’altra parte, non è più pensabile che il sesso possa avere solo funzioni procreative. Siamo sei miliardi di abitanti e la vita media si è allungata. Il sesso è comunque grande dispensatore di emozioni e, perciò stesso, spinge verso la conoscenza del corpo, dell’animo, della persona, del mondo. E’ corretta la tesi, sostenuta nel mio libro Sesso e Paradiso, che…

…il sesso è forza invincibile, necessaria per scoprire il mistero dell’Esistente e trasformarlo in Dio. Il sesso altro non è che la porta dell’immortalità?


11. Violenza e teologia

Il numero di persone uccise in nome di Dio è incalcolabile: se non adori il nostro Dio devi morire; se adori gli idoli, sarai ucciso; se non riconosci Maometto come profeta… A me sembra evidente che non di Dio parliamo, ma di un concetto di Dio che varia secondo le culture storiche. Quindi, ritorniamo al problema della definizione, non della realtà di Dio, che, per ammissione generale, rimane misteriosa e inaccessibile. Si potrebbe allora dire che gli uccisi in nome di Dio sono morti per una definizione? E si potrebbe trovare una definizione nuova di Dio che superi tutte le definizioni precedenti?
Il problema basilare di Dio sta, a mio modo di vedere, nel concetto di creazione: le culture mediorientali, ma anche quella greca, vedono il mondo come frutto di creazione divina. Budda non si pone il problema di Dio perché, se si presuppone che Dio non è stato creato da nessuno, il problema rimane irrisolto.
Proviamo ad immaginare una soluzione diversa. Invece di Dio, parliamo di Esistente: in quanto esistente è sempre esistito e sempre esisterà. L’Esistente abbraccia tutto ed è di natura misteriosa, destinata però a conoscersi. La luna è rotonda, ma non lo sa: l’uomo lo sa. L’umana carne è il passaggio obbligato tra Esistente misterioso ed Esistente conosciuto, che possiamo tranquillamente chiamare Dio, il quale allora sarebbe figlio, non padre dell’uomo.
Una definizione del genere potrebbe essere terreno di incontro e superamento delle religioni storiche? Se ipotizziamo che ogni persona confluisce in Dio come conoscenza, non si abbasserebbe il livello degli scontri tra religioni?


12. Violenza e desiderio

La visita di Lumbini, la città natale di Budda in Nepal, non era prevista nel viaggio al quale partecipai a fine 2001. Una rara nebbia a Benares, dove eravamo diretti, impedì il decollo da Katmandu. Dovemmo raggiungere Benares con un pullman che passò da Lumbini, città, quest’ultima, che avevo tanto desiderato vedere. A Lumbini sentii ancora più forte dentro di me quella forza che avevo avvertito a Crotone, visitando la scuola di Pitagora, e a Gerusalemme nel Santo Sepolcro. Era come una potentissima energia che veniva da mondi lontani e mi diceva: Va’ avanti, va’ avanti!
Budda insegnò che la vita è dolore, che il dolore nasce dal desiderio, e che il distacco dal desiderio è necessario per raggiungere lo stato di quiete, il nirvana.
Se però seguiamo la mia ipotesi dell’Esistente, prima misterioso e poi conosciuto, vediamo che il desiderio potrebbe avere il compito di scardinare il mistero obbligandoci ad andare verso la realtà delle cose. Perché si sono mossi gli eserciti di Alessandro, di Cesare, le caravelle di Colombo, le spedizioni sulla luna, se non per darci la conoscenza? Quindi, il desiderio sarebbe il motore della conoscenza? La storia dimostra che i desideri, anche di cose che sembravano impossibili, si sono realizzati. Un esempio per tutti è il volo, ritenuto impossibile per millenni, e Icaro fu il mitico eroe. Ma si è anche realizzata la vittoria su molte malattie, l’esplorazione del cosmo ecc.
Si potrebbe allora dire che alla base di molti problemi dell’uomo c’è la mancanza o la poca audacia nel desiderio, che cioè non desideriamo abbastanza e con forza? I miracoli compiuti dai santi delle varie fedi e le grazie ricevute, cosa altro sono se non un forte desiderio realizzato? E le preghiere non sono il rafforzamento di un desiderio?


13. Violenza e visione rovesciata

Abbiamo parlato di violenza in un ambito circoscritto al mondo occidentale. Ovviamente la violenza coinvolge il mondo nella sua totalità, ma ho dovuto limitare il discorso perché non ho conoscenze sufficienti delle varie culture per poter formulare ipotesi che abbiano un minimo di buon senso.
Tuttavia, mi sembra di poter enunciare un principio che chiamerei della visione rovesciata: quello che ieri sembrava verità indiscussa, oggi appare inganno; quello che sembrava azzardo, è oggi nuova frontiera della conoscenza. La storia di Galileo è illuminante perché afferma che è vero il contrario di quello che credevamo: non il sole, ma la terra gira. Seguendo su questo binario, non si dovrebbe dire che la vita non è un mistero, ma è nella vita che il mistero si svela? Che il sacrificio cruento non cancella il peccato, ma è il peccato stesso? Che la Bibbia non è il libro della salvezza, ma il vademecum della morte, vista la terribile sorte che la storia ha riservato agli ebrei di tutti i tempi?
Questa visione rovesciata si può praticare solo con la libertà di pensiero. Quando Atene contava trentamila abitanti, ai tempi di Platone e Aristotele, c’erano circa venti scuole di filosofia, quasi sempre in disaccordo tra di loro. Eppure fu l’epoca del suo massimo splendore, proprio perché il pensiero godeva di grande libertà.


14. Violenza e Calabria

Nell’estate del 2007 il mondo ha assistito al divampare degli incendi, chiaramente volontari, in Grecia e Magna Grecia: dal Peloponneso alla Puglia alla Campania alla Sicilia alla Calabria. Durante quegli incendi, in Calabria abbiamo tenuto il sissizio portando il bue di pane di Pitagora. Il sissizio, o convivio, fu l’atto fondatore dell’Italia con re Italo. La Calabria reagisce alla sua decadenza con il sogno più grande dell’umanità: la fine della violenza (vedi il mio libro Ritorno in Calabria, gratuito in rete).
L’assassinio di sei persone a Duisburg ha attirato l’attenzione su San Luca d’Aspromonte, dove nel 2001 avevamo tenuto un altro sissizio. Quel giorno poggiammo il canestro con il cibo su un antico marmo di altare, sul quale erano incisi il teorema e la stella a cinque punte di Pitagora, in seguito diventata simbolo del comunismo e del terrorismo. Giamblico, nella Vita Pitagorica, parla di alcuni pitagorici che si rifugiarono dalle parti di Reggio e condussero vita solitaria…


15. Violenza e morte

Qualcuno ha affermato che la violenza, soprattutto la grande violenza, è ineliminabile in quanto sarebbe un mezzo per esorcizzare la paura della morte. E’ ovvio che la morte rappresenti la più grande angoscia dell’uomo. Come ci siamo liberati dalla paura dell’eclisse, è ipotizzabile che un giorno ci libereremo della paura della morte capendone i meccanismi che ci sfuggono? Cosa hanno da dire oggi le neuroscienze e la neurobiologia a proposito della morte? Inoltre, come si spiega che nel mondo orientale la vita e la reincarnazione sono viste come punizione e, al contrario, nel mondo occidentale si spera sempre nel paradiso, nella vita eterna, nel Dio della vita? Cosa nasconde questo contrasto culturale?
E cosa voleva significare Eraclito quando affermava che, se gli uomini potessero immaginare quanto di bello li aspetta dopo la morte, ne sarebbero grandemente stupiti?


16. Violenza e antiviolenza

Preferisco il termine antiviolenza al posto di nonviolenza. Quest’ultima nasconde, a mio modo di vedere, una voglia oscura di morte, evidente nei due esponenti maggiori di questa corrente, Gesù e Gandhi. Gesù dice più di una volta nei Vangeli di voler dare la vita per gli altri. Gandhi ripete esattamente la stessa cosa quando scrive di voler perseguire un ideale fino a dare la vita. Si potrebbe dire, senza voler mancare di rispetto, che il loro desiderio è stato esaudito. La matematica insegna che, invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.
La violenza subita è sempre violenza: accettare il martirio sarebbe come accettare il male?
Al contrario, il concetto di antiviolenza afferma che la violenza non va data, ma nemmeno accettata. Antiviolenza vuol dire capire la violenza nei suoi intrecci più nascosti e combatterla con determinazione e intelligenza, al limite, anche con l’uso ragionato della violenza stessa. Sembra un paradosso, ma vorrei spiegarlo con un esempio. Se un grande incendio avanza veloce nella prateria, il solo modo per salvarsi è appiccare il controfuoco dove ci si trova, in modo che, quando il grande incendio arriva, ci si possa riparare nel bruciato. Una violenza minore, a volte, è necessaria per fermare una violenza maggiore: la nonviolenza significa subire, l’antiviolenza vuol dire rifiutare e combattere.


17. Violenza ed economia

L’economia ha sempre svolto un ruolo determinante già da quando l’uomo primitivo doveva procurarsi il cibo, prima come raccoglitore, poi come cacciatore e infine come agricoltore. Il mondo di oggi, essenzialmente produttore di beni e di servizi, è molto cambiato da allora, ma la necessità economica di procurarsi i mezzi per vivere è sempre il primo problema di ogni individuo, salvo rare eccezioni.
La violenza è forse collegata all’economia più di quanto non appaia a prima vista. Intanto la violenza, come nelle guerre, distrugge risorse economiche che avrebbero potuto avere un impiego alternativo. Il costo economico di tutte le guerre è semplicemente incalcolabile. Poi c’è la violenza che nasce da una pretesa dei regimi politici di far funzionare meglio l’economia, come il marxismo-leninismo, con risultati che sono stati deludenti. E ancora la violenza da guerre per accaparrarsi territori ricchi di risorse, come per esempio la conquista dell’America da parte degli europei.
Quali potrebbero essere i correttivi ai sistemi economici attuali per abbattere il livello di violenza? Per esempio, l’abolizione del diritto di sovranità degli stati sulle risorse del sottosuolo, come il petrolio?
Oggi i danni all’ambiente, gli alti consumi energetici e il surriscaldamento del pianeta creano grandi problemi. Potrebbe concepirsi una struttura sociale più sobria, sullo stile dei campus universitari, dove si possa vivere, lavorare e imparare per tutta la vita, eliminando la pensione e l’abbandono dell’attività lavorativa?
L’angoscia generata dallo spettacolo quotidiano della violenza nei media, unito alle difficoltà della vita, non potrebbe essere la causa del diffondersi della droga a livelli impensati?


18. Violenza e natura

Torniamo al problema della natura dell’uomo, con il quale abbiamo iniziato il discorso. Anche in questo caso mi sembra di poter dire che si tratta di un problema creato dalla definizione: la natura sarebbe sempre uguale, praticamente immutabile. E’ ovvio che il leone di centomila anni fa non sia sostanzialmente cambiato. L’uomo è invece quasi totalmente cambiato con il percorso della conoscenza. Un cammino lunghissimo che lo ha condotto in ogni angolo della terra, gli ha fatto creare linguaggi come la poesia, la musica, la pittura, la filosofia. Ma l’ha anche portato nel cosmo e lo ha indotto a porsi domande sulla ragione ultima delle cose.
Si può tranquillamente dire che nel corpo di un uomo di centomila anni fa e nel corpo di un uomo di oggi abitano due nature diverse. Da animale primitivo, l’uomo non ha avuto altra scelta che andare verso la conoscenza, e tutte le resistenze opposte a questo traguardo hanno provocato solo guasti e lutti. Quale sarà la natura umana nel futuro? Sembra proprio che avesse ragione Pico della Mirandola quando scriveva:

Gli altri esseri hanno una natura definita e chiusa entro termini e leggi…Tu (uomo), non rinchiuso in stretti confini, secondo il tuo libero arbitrio, determinerai la tua natura. Potrai degenerare verso gli esseri inferiori, i bruti, o rigenerarti verso i superiori, i divini, a tuo esclusivo giudizio… (Pico, De hominis dignitate, preamb. 18-20).

Alla fine, il cambio di natura dipenderebbe da una scelta: se si vuole una natura migliore, si può? Basta desiderarlo e compiere azioni in sintonia con quel desiderio?


Esortazione

Queste pagine possono apparire come uno spaccato di lotta tra il Medio Oriente e la Grecità. E lo sono, in parte, per la cultura classica con la quale sono stato formato. Ma ho ben presente che la violenza ha moltissimi aspetti qui non considerati. Perciò nasce la proposta per la creazione di una:

ACCADEMIA MONDIALE ANTIVIOLENZA
Per lo studio e la prevenzione della violenza umana

Un’Accademia che raduni il meglio delle menti da ogni angolo della Terra e che veda coinvolti i più insigni studiosi nei vari campi della psicologia, psichiatria, antropologia, biochimica, neurologia, sociologia, etnologia, filosofia, diritto, storia, fisica, matematica, statistica, ecc.
Proviamo a pensare al cancro. Esiste diffusamente, ma infinite ricerche e sforzi si fanno per vincerlo, e spesso ci si riesce. La violenza è un male antichissimo che ha proliferato in tutte le forme culturali, religiose, sociali, familiari, produttive, militari, comportamentali, sessuali. L’elenco è inesauribile. Oggi abbiamo la possibilità di studiare tutto, dalle ali delle farfalle alle galassie. Eppure non c’è un centro mondiale, un’università planetaria che si dedichi unicamente allo studio e al coordinamento degli studi sulla violenza. Senza vergogna e senza pregiudizi, in quel centro si scopriranno le alleanze con le quali la violenza esercita il suo dominio con costi umani ed economici insopportabili.
Metto questo messaggio dentro una bottiglia e l’affido al mare della vita. Su una spiaggia qualcuno lo raccoglierà.
L’Europa ha vissuto in guerra per migliaia di anni, ma da sessanta anni vive in pace: come mai è successo? Non è questo un esempio evidente che le cose possono cambiare?
Che mondo meraviglioso potrebbe nascere se ONU, USA, COMUNITA’ EUROPEA, CINA, RUSSIA e CHIESE delle varie religioni partecipassero a un progetto così ambizioso! Ma soprattutto se ogni persona guardasse in maniera nuova al problema dei problemi: la violenza!
Termino con un’affermazione che può essere giudicata utopica, ma che sento profondamente mia:

Un giorno la violenza finirà, per quel giorno io voglio vivere, quel giorno fin d’ora saluto!

Salvatore Mongiardo

martedì 26 gennaio 2010

CONCERTINO ALLA PORTA

STRUGGENTI RICORDI DI ARCANA BELLEZZA NEL MONDO DELL'INFANZIA CALABRESE



Nonna Marianna avanzava con la lunga sottana nera: vestiva a lutto da quando suo marito, mio nonno Salvatore, era morto trent' anni prima nel 1922. La sottana terminava con un ampio riccio, nero anche quello; mio nonno era maestro fabbro, non un comune contadino, e perciò lei aveva diritto a quella distinzione. Zia Antonia, sua figlia e sorella di mio padre, la seguiva portando una sporta vuota sulla testa, fatta di canne e vimini intrecciati. Passarono la curva della caserma accanto a casa mia e arrivarono alla forgia di mio padre, che stava ferrando un asino. Il padrone dell'asino teneva sollevato il piede dell' animale con tutte e due le mani. Mio padre gli pareggiava e puliva l'unghia con un attrezzo simile a una palettina dai bordi taglienti come un rasoio, in andreolese chiamato "rùajina" parola misteriosa che in italiano, con termine non meno misterioso si chiama incastro.
Si fermarono davanti alla forgia e uno degli apprendisti di mio padre alzò la falce che aveva appena terminato, la incrociò con un martello come il simbolo del partito comunista e:
"Una falce così bella non ce l' ha nemmeno Stalin!" esclamò consegnandola a zia Antonia che la mise dentro la sporta, mi prese per mano e mi condusse con loro appena fuori paese, alla Porta, dove avevano un piccolo fondo con alberi di fichi. Per arrivare alla Porta dovemmo passare davanti alle prime Madonnelle, una minuscola cappella votiva con quattro riquadri raffiguranti santi e la Madonna del Carmine, ancora bucherellata da quando un cacciatore, adirato perché non aveva colpito nessuna quaglia, le aveva sparato urlando:
"Almeno a te ti becco!"
La Madonna del Carmine non gradì l'oltraggio e ripagò all'istante il cacciatore con una paralisi facciale che gli storse il viso per il resto dei suoi giorni.
Noi tre scendemmo ancora per un centinaio di metri lungo l'impietrata, la ripida strada selciata fatta con i sassi levigati del fiume Alaca, bagnata per secoli dal sudore dei contadini e delle donne che la risalivano, carichi come bestie da soma fino al paese.

Passammo davanti alle seconde Madonnelle, altri cinque riquadri con altri santi, e girammo a sinistra lasciando l'impietrata e le rovine del lazzaretto, dove passavano la quarantena i forestieri che arrivavano in paese. Io diedi un'occhiata attenta agli olmi che crescevano accanto alle rovine del lazzaretto: erano carichi di bacche ancora verdi. Fra qualche mese avrei fatto man bassa di bacche dolciastre e saporite. Superammo il dosso e scendemmo nella valletta ombreggiata da querce, ulivi e fichi. Zia Antonia non perse tempo. Con la falce tagliò l'erba secca attorno agli alberi, poi montò su un grande fico carico di frutti maturi e si mise a riempire il paniere.
Erano le cinque del pomeriggio e cominciò a rintoccare la campana della chiesa matrice che chiamava per la recita del rosario e la benedizione serale. Nonna Marianna sedette ai piedi di un ulivo al tronco del quale era stato legato, con un filo di raffia, un rametto di ulivo benedetto nel giorno delle Palme, che serviva a propiziare un buon raccolto. Prese dalla tasca la corona e cominciò a pregare. Io feci un cappio con un lungo stelo d'erba e cercai qualche lucertola da acchiappare. Forse inseguendo una lucertola, o forse perché era l'ora che gli animali si affrettavano alle loro tane, un grande serpente nero avanzò verso di me frusciando tra le foglie. Al mio urlo di spavento nonna Marianna si alzò e agitò il rosario contro la mala bestia; zia Antonia scese dall'albero e avanzò verso il serpente schermandomi dietro di sé:
"Vieni qua, vieni, se hai coraggio: ti schiaccio la testa come la Vergine Immacolata!"
Il serpente non accettò la sfida e piegando flessuosamente si allontanò di lato. Zia Antonia continuò a raccog1iere fichi e nonna Marianna a pregare. Quando terminò il rosario implorò a voce alta:
"Madonna mia, perdonami se non vengo stasera alla novena in chiesa!"
Difatti era cominciata la novena della Madonna Assunta e zia Antonia intonò una canzone, che si cantava la sera dai balconi e ballatoi:

"Và nel cielo a godere, o mia Signora,
un giorno appresso a te, tirami ancora!"

Con lo stesso motivo e parole le rispose nonna Marianna, ma con voce più stanca e sbiadita, più antica insomma. Intanto la luce del giorno si era attenuata nella valletta, dove arrivava chiaro il martellare di mio padre sull'incudine, seguito velocemente dal martellare di altri due apprendisti che usavano due grandi mazze per battere il ferro caldo e dargli la forma voluta. Questa lavorazione, che si chiamava "dallare", richiedeva grande perizia e forza: mio padre teneva il ferro con la tenaglia e lo batteva per primo con il maglio detto anche mezza mazza. Poi lo colpiva con la mazza grande l'apprendista che gli stava di fronte a sinistra e dopo l'altro apprendista che stava a destra con un'altra mazza. Le due mazze erano di peso uguale, ma terminavano con le punte una a forma di cuneo, detta di pinna e l'altra arrotondata, detta di bolla, che stendevano il ferro in maniera uniforme.
Il rimbombo delle mazze, dolce e poderoso, accompagnava il canto della nonna e della zia. Un'ultima cicala e il primo grillo della serata si misero a fare il contrappunto. E una rana non lontana si inserì nel concerto con un gracidare lento e discreto. Mbi mbo mba le mazze, fri fri la cicala, cri cri il grillo, gre gre la rana. E con suono che veniva da
più lontano: nda, ndi ndo attaccarono le tre campane della chiesa matrice, perché il sacerdote stava benedicendo il popolo con l'ostensorio. Un barbagianni, che iniziava la caccia notturna, unì a quei suoni un fruscio d'ali più tenero e carnale volando da un ramo all' altro per prepararsi alla caccia notturna.

Zia Antonia iniziò una canzone che la sera si eseguiva in chiesa al termine della funzione:

"L' orizzonte già s'imbruna
ed in alto la stella appare
quando spunta in ciel la luna
un pensiero al buon Gesù!"

Come se il firmamento fosse ai suoi ordini, sul mare si levò la luna e a occidente spuntarono le prime stelle. Nonna Marianna si asciugò una lacrima e disse:
"Così bello deve essere il paradiso dove mi ha preceduto mio marito e mio figlio e dove fra non molto anch'io andrò."
Zia Antonia protestò:
"Questi non sono discorsi da fare adesso che con il buio della sera mi scura il cuore! E non c'è nessuna fretta di andare in paradiso dove non ci sono fichi così buoni."
Ne sbucciò uno che gocciolava nettare e lo mangiò mentre rideva con i suoi occhi chiari.

3 settembre 1994

Salvatore Mongiardo

SINDACO DI SANT'ANDREA

UNA STORIA VERA E AMARA SUL DECLINO DELLA CALABRIA


La visita a mia madre era stata brevissima come spesso succedeva. Lei stava facendo una delle tre cose che le occupavano la giornata e mi aveva licenziato:
'Va, va, che adesso devo mangiare'.
O doveva recitare il rosario, o doveva riposare. Dopo una di queste mini-visite mi venne incontro per strada Michele che mi salutò cordialmente e senza tanti fronzoli mi chiese:
"Perché non fai tu il sindaco di Sant'Andrea?".
All'inizio pensai che fosse una battuta scherzosa tra conoscenti che non si vedevano da tempo, ma Michele insisteva: fra un anno ci sarebbero state le elezioni comunali, il paese aveva bisogno di un rilancio, mancava il lavoro e non c'era un programma di interventi per creare occupazione... Se il paese veniva sempre abbandonato dalle forze migliori, nessuno avrebbe mai potuto risollevare quel lembo meraviglioso di Calabria. Era giunta l'ora per me di tornare ad occuparmi in maniera forte e audace dei problemi dei miei concittadini. Ero conosciuto e amato da tutti, avevo girato il mondo, chi meglio di me poteva sbrogliare quell'arruffatissima matassa della politica andreolese? Mentre Michele parlava, nella mia mente apparve il volto affettuoso di Peppe Ciuffo che mi disse:
'Alla gebbia del Sundrì!'.
Avevo visto la foto del Ciuffo qualche giorno prima quando gli avevo portato un fiore al cimitero ai piedi del suo altissimo loculo. Ahimè, erano finite le feste e l'allegria nella sua Casetta degli Amici ! Però dalla Casetta e dal loculo la vista era la stessa: il mare di sogno del golfo di Squillace. L'aria no, l'aria era diversa e aveva l'odore balsamico dei cipressi. Michele continuava:
'Sant'Andrea non ha avuto un grande sindaco dopo l'architetto Armogida, tu forse lo ricordi...'.
Eccome lo ricordavo, con i suoi capelli ispidi, quell'uomo buono come il pane, ingenuo, sognatore, generosissimo. Teneva i comizi dai ballatoi del paese arringando il popolo a votare per i comunisti nelle elezioni del 1948, ed evocava Tommaso Campanella con la sua sete di giustizia che finalmente il partito comunista avrebbe dato all'Italia. Gli attivisti della sinistra andavano di casa in casa cercando di convincere le vecchie analfabete a fare il segno di croce sul simbolo del partito comunista che in quelle elezioni era il volto di Garibaldi:
'Lo vedi, è San Giuseppe con la barba, lui devi votare!'.
E qualche vecchietta c'era cascata, anche se i preti stavano in guardia per smascherare l'inganno. I padri liguorini poi erano i più zelanti nel recuperare voti per la DC. Antonio il meccanico, non fidandosi delle promesse di sua moglie, le aveva fatto giurare sul crocifisso che avrebbe votato comunista. Lei era andata dai padri liguorini stretta tra la paura della scomunica se votava comunista e il timore di rompere un giuramento sacro. Il padre liguorino l'aveva accolta benevolo e aveva dissipato ogni dubbio:
'Il giuramento é nullo, perché era sì fatto in nome di Gesù ma contro Gesù stesso... i comunisti distruggevano le chiese e gli altari come avevano fatto i turchi e peggio ancora negavano l'esistenza di Dio!'.
La vigilia delle elezioni le donne rimasero a pregare nella cappella del Santissimo Sacramento della chiesa Matrice quando già erano chiusi i comizi elettorali. Pregavano a voce alta chiedendo a Dio la vittoria sui comunisti e a un certo punto Concetta invocò:
'Signore, non ne possiamo più di questa attesa! Dacci un segno! Se vinciamo noi, fa che le luci rimangano accese! Se devono vincere i comunisti, che la luce vada via!'.
Non l'avesse mai detto! La luce se ne andò all'improvviso, le donne strillarono forte e scoppiarono a piangere. Era stata la mano di Dio o quella del sagrestano? Comunque le elezioni confermarono la vittoria dei comunisti.

Ah, dunque, la gebbia del Sundrì. Ne aveva parlato il Ciuffo in uno degli innumerevoli conviti e l'aveva descritta come un posto di delizie dove andare a fare una scialata con gli amici. Gli avevo chiesto dove si trovasse e lui mi aveva indicato un luogo ai piedi delle colline. La Pasqua seguente mi avventurai alla ricerca. La campagna era incolta e a una svolta del viottolo mi trovai all'improvviso davanti alla vasca d'acqua, è questo il significato di gebbia con parola probabilmente di origine araba. I ranocchi sguazzavano felici e il capelvenere ingentiliva il punto di raccolta dell'acqua che veniva poi usata per innaffiare l'orto, curato e piantato in mezzo all'abbandono circostante. Chi curava quell'orto? Forse Cristo risorto? Non era egli apparso da ortolano a Maria Maddalena? Era venuto a cercare rifugio in quella campagna serena dopo tanto soffrire in terra di Palestina?
Ma Sundrì cosa voleva dire? Mi sforzavo di capire l'origine di quella parola e alla fine mi apparve chiara guardando la campagna attorno: era il posto dove convergevano i viottoli della contrada. Sundrì veniva dal greco sinedrìa che significa convegno, la stessa parola del sinedrio dei sacerdoti ebraici. Alla gebbia del Sundrì si radunavano gli antichi, quando ancora il paese non esisteva, per mangiare insieme nei giorni di festa e passare una giornata in allegria.

Michele premeva:
" Faremo un grande sissizio alla pineta e vinceremo le elezioni!"
E già, il sissizio. La prima volta ne avevo sentito parlare da un archeologo che tenne una conferenza a Copanello nell'estate del 1967. Egli descriveva il convito al quale partecipavano tutti gli Itali senza distinzione, in segno di amicizia e serena convivenza. Non ritrovavo però la fonte storica e mi disperavo finché un giorno Enrico mi telefonò annunciandomi:
"E' Aristotile nella Repubblica!"
Inserii il sissizio nel Ritorno in Calabria e i commenti appassionati al libro mi spinsero a fare qualcosa per dare alla mia terra un segnale di risveglio e di cammino verso la riscossa. Non fu facile organizzare il sissizio. Dove farlo, e come? Sarebbero venuti gli andreolesi? i forestieri? Andai perlustrando con Giovanni Amoruso la Lacina in cerca di un posto che avesse una sorgente, ma trovammo solo rovi e cespugli secchi. Allora decisi di farlo nella pineta di Sant'Andrea: non c'era posto più bello al mondo, con il rumoreggiare dell'Alaca, la vista azzurra del mare e quella verde della montagna sullo sfondo. E così fu. Nel 1995, 96, 97 tenni tre sissizi nella pineta dove presero parte circa due-trecento persone. Le ciaramelle suonavano, i tamburi e la grancassa pure, il vino scorreva abbondante, e Colino cantava la storia di quando suo padre…
Suo padre, Colino il vecchio con la barba lunga, era un taglialegna che lavorava in montagna e una sera fece tardi nel tornare a casa. In montagna il buio arriva presto a causa degli alberi che diventano cupi e minacciosi. Colino affrettò il passo, ma all'improvviso, alle Scalette di Foculìa, sentì un bambino piangere. Colino trasalì e stette ad ascoltare: andò in direzione del pianto e arrivò ai piedi di un albero dove c'era un neonato. Quale madre snaturata aveva potuto abbandonare un bambino così bello? Lo prese in braccio e affrettò il passo verso il paese, lì si sarebbe visto cosa fare del bimbo dopo averlo vestito e nutrito.
Colino era uomo forte, ma dopo un poco il bambino cominciò a pesargli molto più di un neonato, tanto che se lo mise a cavalcioni sulle spalle. Era già vicino al paese, a Faballino, quando il peso diventò insopportabile. Non solo. Ma si accorse che le gambette del neonato che teneva con le mani erano cresciute e diventate pelose: avevano anche il piede con l'unghia di capra. Allora Colino girò la testa per vedere cosa succedeva e vide con orrore che il bambino si era trasformato nella Brutta Bestia: le corna sulla testa, gli occhi e la bocca che sputavano fuoco non lasciavano dubbi. Il maledetto cominciò a stringere la gola a Colino per strozzarlo, ma egli invocò a gran voce la Madre Maria e buttò nel precipizio il demonio che scomparve tra fuoco e fiamme.

Che allegria c'era stata al primo sissizio, con Pampinedda che suonava la ciaramella e bevve tanto vino finché stramazzò a terra e temetti che fosse morto. E poi il secondo sissizio e il terzo. Mi rendevo conto però che il mio messaggio per una nuova civiltà si perdeva tra la musica, il vino, il mangiare. Rischiava di diventare, anzi era già diventato un appuntamento annuale per divertirsi, un supplemento di Ferragosto. E poi perché lo organizzavo? Cosa andavo cercando? Certamente non il successo personale o la carriera politica. La verità è che andavo cercando molto di più: vivere meglio. Ma il discorso era molto complicato. E allora tanto valeva fare una pausa per riflettere e con l'uscita del mio prossimo libro tenere un altro sissizio: un'altra parola greca che significa convito, mangiare insieme.

E veniva dal greco anche sindaco che significava la giustizia comune, cioè fare le cose giuste per tutti. Sissizio, Sundrì, Sindaco: tre parole con il prefisso sin, che significa con, insieme, uniti. La storia, i luoghi di Sant'Andrea parlavano di concordia, di amicizia, di rispetto che però nel mio paese erano diventati merce rara. Me ne resi subito conto nei pochi incontri che ebbi in vista di una mia possibile candidatura. Gli andreolesi, miei amati concittadini, mi davano l'impressione di un paese vecchio e malato che invece di riunire le ultime forze per cambiare in meglio, le raccoglieva per un'ultima rissa. Certo, c'era molto da fare e le possibilità di rilancio del paese in grande stile esistevano: la montagna vergine come al tempo di Ulisse, le colline più leggiadre della Magna Grecia, il litorale ancora intatto per chilometri, quanti paesi avevano in Italia le stesse possibilità? Eppure non vedevo una via di uscita alla paralisi che le opposte fazioni avevano provocato. Gli andreolesi avevano inteso che democrazia significava libertà di bisticciare senza fine per il solo piacere di rovinare se stessi e gli altri. Tutto, ma proprio tutto, finiva in un alterco senza senso.
Quale maledizione aveva colpito il mio paese? Fino ai tempi della mia infanzia, quando non c'erano telefoni, né gas, né televisori e c'era povertà, il paese era vivo e scoppiava di gente. Ora, con tutti i confort della vita moderna, il posto si era svuotato e padrone incontrastato era il vento. E' vero, d'estate, come per incanto, il paese si ripopola e torna a vivere. Come continua a vivere nel ricordo di migliaia di andreolesi sparsi per il mondo, specie a Roma, Milano, America. Ma poi le iniziative per rivitalizzare l'ambiente e dare un futuro con più possibilità a chi è rimasto o a chi vorrebbe tornare muoiono tutte: i vecchi si disperano per la solitudine e i giovani per la mancanza di prospettive. La terra che aveva conosciuto il più grande splendore dei tempi antichi è condannata a sopravvivere di stenti.

Quando successe il fattaccio, a fine agosto del 1999, fui molto addolorato ma non sorpreso più di tanto. La notizia mi raggiunse per telefono nell'isola di Spargi, accanto a La Maddalena: avevano bruciato la pineta! La pineta, dove l'aria di mare si mescolava all'essenza dei pini, mi aveva guarito dai miei spaventosi mal di testa in giovinezza, quando ero stato cacciato dal seminario. Passavo allora intere giornate disteso sotto gli alberi a respirare cercando di non pensare a nulla. Senza rendermene conto, alla pineta ero tornato per tenere il primo sissizio della storia moderna, come per ringraziarla di avermi liberato dalla feroce emicrania. Ora la pineta non c'era più: "E' un deserto di cenere!" mi disse Gina che nei sissizi era la prima a ballare la tarantella.
Passarono mesi prima che avessi il coraggio di andare a rivedere quel posto. I pini erano ancora in piedi anche se morti e attraverso i rami scheletrici filtrava una luce livida e sinistra: nessun brusìo di insetti, nemmeno un filo di verde. Mi appoggiai alla balconata e stetti a guardare il mare, l'Eterno Azzurro più forte del fuoco, perché l'acqua spegne il fuoco, ma l'acqua chi la spegne? Fu proprio questo pensiero che mi risollevò il morale. L'ignoranza e la violenza erano grandi, ma il mare e la natura erano più grandi di loro e un giorno, forse nemmeno tanto lontano, la grande luce del tempo antico sarebbe tornata a risplendere su quelle terre. La pineta morta mi guariva ancora una volta dal peggiore dei mali, la disperazione. E quindi, mi chiedevo, cosa mi conveniva fare, quale decisione prendere? Entrare o no in lizza nelle prossime elezioni? No, decisi alla fine, il mio tempo era necessario per scrivere il secondo libro che mi premeva dentro, il libro sull'origine della violenza nell'uomo e nella sua storia: un compito immane. Poi si sarebbe visto. Era quasi buio e un grillo fuori stagione attaccò con il suo canto..
Sembrava chiedere:
"Crì-crì, dov'è il sindaco del Sundrì?".

Milano 1 febbraio 2000

Salvatore Mongiardo

giovedì 21 gennaio 2010

MILANO-PRESENTAZIONE DEL DIZIONARIO ANDREOLESE-ITALIANO DI ENRICO ARMOGIDA

Circolo Filologico, Via Clerici 10, Milano, 3 dicembre 2009


Cari Amici,
Ho il piacere di parlare a voi, per una parte milanesi doc e per una parte andreolesi trapiantati a Milano, dove io stesso vivo, mentre il nostro autore, Enrico, è rimasto abbarbicato come l’edera alle vie, alle campagne e alle case del nostro paese natio.
Questa sera mi trovo nella scomoda posizione manzoniana del vaso di terracotta stretto tra vasi di ferro: da una parte, due professori come Trumper e Banfi, massime autorità accademiche; dall’altra parte, l’autore del Dizionario, Enrico Armogida, al quale sono legato fin dalla nascita da amicizia e dalle origini nello stesso paese della Calabria, Sant’Andrea Jonio.
Ho avuto la rara opportunità di revisionare questo Dizionario nella sua prima stesura, un impegno che non mi è pesato perché, mentre andavo avanti nella lettura, dalle pagine balzavano vive le immagini di tante donne e uomini della mia infanzia, che rivedevo nell’atto di pronunciare la parola o la frase riportata nelle bozze. Dopo seguivano lunghe telefonate tra me ed Enrico per commentare, spiegare, chiarire. Componevo allora il numero di Enrico: “Pronto, Enri’, ch’è ’su scrùsciu? Cosa è questo rumore?”
Risposta di Enrico: “S’arzàu ’a levantìna e u mara palumbìja…” Si è alzato il vento di levante e il mare colombeggia, potremmo tradurre letteralmente in italiano, come se, da lontane praterie, stormi di colombi bianchi andassero a posarsi sul Jonio, quell’enormità di azzurro che Enrico vede dalla finestra di casa sua.
Enrico mi racconta che è appena tornato dalla campagna che il padre gli ha lasciato e che lui continua religiosamente a coltivare. Rivedo suo padre Luigi, chino a rifundìra la vigna: rifundìra, riporta il Dizionario, significa zappare in superficie per eliminare le erbacce e rivoltare la terra, un lavoro che si faceva a maggio, quando la campagna andreolese era un tripudio di fiori e un effluvio di odori.
Il ricordo va poi liberamente a mio padre, mastro Vincenzino, che rivedo nella sua forgia, e pongo un quesito ad Enrico: Da dove viene la parola dallare?Dallare in andreolese significa battere il ferro caldo sull’incudine: mio padre lo teneva con la tenaglia e lo batteva con la mezza mazza. Due discepoli, cioè apprendisti, lo stendevano e allungavano battendolo a turno con due grandi mazze, standogli di fronte: mbi, mbo, mba. Il rimbombo dolce e poderoso arrivava fino alla marina.
Passa del tempo prima che Enrico riesca a risolvere il mistero del dallare, ma un giorno mi telefona: “Guarda che viene dal greco antico daidàllein, che vuol dire forgiare abilmente, modellare artisticamente. È come la parola Dàidalos, il padre di Icaro, cioè Dedalo, che modellò le ali per il figlio. Per aferesi è caduto il prefisso dai, è rimasto dallein che ha cambiato la desinenza greca -ein in quella latina -are: è un caso di omerismo. Domandavo: Cosa è un omerismo? Risposta: E’ una parola che si trova in Omero, cioè nell’Iliade o nell’Odissea, quindi risale almeno all’Ottavo Secolo avanti Cristo, in pratica alle prime colonie greche. Ma non so se metterlo nel Dizionario, soggiungeva Enrico. Il mio imperativo categorico percorreva la penisola dalla Lombardia alla Calabria: Mettilo, metti, metti tutto, se no si perde!
Ed è con vero piacere che saluto in mezzo a noi un formidabile dallatore della forgia di mio padre, Tito Carioti, ora pensionato delle Ferrovie. Caro Tito, eri appena un ragazzino e già facevi scendere la mazza sull’incudine e Peppe Ruggero di fianco con l’altra mazza. Io guardavo voi due e mio padre e mi sembravate il gruppo della fucina del dio Vulcano che avevo visto in un libro.
Enrico ha intitolato quest’opera Dizionario ma, secondo me, sarebbe stato più giusto aggiungere Enciclopedico, perché nelle sue 1.314 di questa prima edizione sono riportati avvenimenti, personaggi, catastrofi, incendi, alluvioni, terremoti. E poi le arti e i mestieri con tutta la terminologia relativa, dal vasaio alla produzione e tessitura della seta, i nomi dei fondi, i soprannomi con i quali venivano caratterizzate, a volte in maniera rude, persone e famiglie.
C’è per esempio la vicenda della Monachella di San Bruno, nata nel 1875, ritenuta indemoniata all’età di 11 anni, guarita nella Certosa di Serra San Bruno e sempre vissuta a Sant’Andrea fino al 1953. Mariantonia Samà, così si chiamava, visse immobile su un pagliericcio di foglie di mais, sempre sulla schiena e sempre con le gambe rattrappite, per 60 anni (ripeto: sessanta). Era analfabeta e illetterata, orfana di padre prima ancora di nascere, poverissima, e non si mosse mai dal tugurio di 10 metri quadri che era la sua casa. Una vicenda che va oltre il credibile e che testimonia come anche la vita più sfortunata può essere fonte di consolazione e conforto per gli altri.
Un altro personaggio andreolese riportato è Saverio Mattei, nato nel 1742 e morto nel 1795, ministro della Real Casa Borbonica, del quale osservavo lo stemma con leone rampante sul portale della sua casa baronale adiacente a quella di mia nonna paterna, Marianna. Mattei ha impegnato Enrico molto più del previsto, tanto che ha dovuto scrivere un saggio a parte, eccolo, sulle concordanze tra tanta fraseologia della lirica del Manzoni e quella dei Salmi tradotti da Saverio Mattei. In ben 40 pagine, dense di note e raffronti, il nostro autore dimostra che Mattei, cito letteralmente, fu un mediatore insostituibile nella più matura e felice produzione lirica del milanese Alessandro Manzoni. Mattei, giureconsulto e poeta del Millesettecento, dedicò e indirizzò uno dei suoi Paradossi in versi sciolti anche a Cesare Beccaria, nonno del Manzoni, e, per le sue idee illuministiche, fu chiamato il Beccaria del Regno di Napoli. Ma tutto questo non gli giovò. Il figlio primogenito di Mattei, Gregorio, fu impiccato dal Borbone dopo il fallimento della Repubblica Partenopea. E l’altro suo figlio, Luigi, morì bruciato vivo dall’esercito napoleonico al quale Sant’Andrea aveva osato opporre resistenza nel 1806, come il Dizionario riporta narrando il saccheggio e l’incendio del paese con decine di morti.
E non è tutto. Leggendo la traduzione in italiano dei Salmi del Mattei, Enrico notò una rassomiglianza tra alcuni versi dello stesso e altri di Leopardi. Nella prima sala della biblioteca paterna del Leopardi, a Recanati, ci sono i Salmi tradotti in versi italiani di Mattei, che Leopardi aveva studiato. Ne approfitto allora per fare un pubblico incoraggiamento ad Enrico: Dai, dai, scrivi anche il saggio su Mattei e Leopardi! Hai scritto saggi su Catullo, su Saffo, fa’ anche quello su Leopardi!…
A me personalmente sembra che qualcosa dei cieli, delle campagne e dei colori di Sant’Andrea, uno smalto raro e indefinibile, un polline prezioso, è passato nella grande poesia di Manzoni e di Leopardi. Invito perciò i linguisti a esaminare questi scritti che ampliano la visione degli intrecci culturali tra Sud, Centro e Nord Italia, intrecci continuati nel tempo, non limitati alla nascita della poesia stilnovista presso la corte di Federico II in Sicilia.
L’Associazione Milanese degli Andreolesi, (AMA), ha appena celebrato la diciottesima festa di Sant’Andrea, portato in processione sul Naviglio Grande, unica processione che si svolge con statua in Milano. È stato un trapianto culturale avvenuto nel 1992 e voluto da tutta la comunità andreolese che conta circa 600 persone. Ed è stata l’AMA, che ringrazio nella persona del suo Presidente Andrea Corapi, ad organizzare questa presentazione, mentre l’ARA, Associazione Romana Andreolesi, con il suo Presidente Mario Codispoti, ha organizzato a Roma, nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, un’altra presentazione il 30 marzo scorso.
Io sono convinto che quest’opera è destinata a durare nel tempo perché riflette la coralità del popolo andreolese: le donne che risalivano cariche di frutta dalla marina, il lavoro dei campi dei contadini, le botteghe artigiane, le stradine dove si aggiravano personaggi strani e un po’ matti, un mondo di gente vera, che adesso è nel gran sonno, ma che è stata la ricchezza autentica della nostra vita.
C’è anche da aggiungere però che mai come adesso Sant’Andrea ha avuto tanta produzione di opere letterarie o scientifiche. E non solo a Sant’Andrea, ma in tutta la Calabria si assiste a un fiorire di riviste, giornali, libri di narrativa, storia, ricerche linguistiche. Questo Dizionario si capisce appieno in questa presa di coscienza di fine di un ciclo storico e di inizio di uno nuovo. Ed è questa presa di coscienza l’unica soluzione possibile ai problemi che da decenni affliggono il Meridione. La soluzione di quei problemi non può essere politica, e tutti gli inutili sforzi fatti dai vari governi lo dimostrano. La rinascita del Sud avverrà attraverso un’autentica rivoluzione culturale, ormai indilazionabile, che coinvolgerà tutta l’Italia, e non solo. Lo andiamo scrivendo e ripetendo da tempo: la nuova civiltà verrà dal Sud perché da lì è già venuta. Rispunterà dalle antiche radici così come dopo l’incendio rinasce la macchia mediterranea.
Quest’opera è nata in quella terra del Golfo di Squillace dove nacque l’Italia. Ricordi, Enrico, quante telefonate ti ho fatto perché trovassi, tra gli autori antichi, il passo che parlava della fondazione dell’Italia? Avevo sentito degli accenni al riguardo in una conferenza all’Università di Heidelberg, e volevo riportarlo nel mio primo libro che stavo scrivendo, Ritorno in Calabria. Finalmente un giorno mi hai telefonato tutto eccitato: L’ho trovato! È nella Politica di Aristotele, libro settimo, capitolo dieci. Re Italo convertì dalla pastorizia all’agricoltura la popolazione della terra compresa tra il Golfo di Squillace e quello di Lamezia e fondò l’Italia con il sissizio, il banchetto al quale tutti partecipavano in segno di amicizia e uguaglianza…

Dall’Italia i sissizi si diffusero in tutto il Mediterraneo, come riporta Aristotele, che per ben sette volte ripete come il valore fondante dell’Italia era l’amicizia, non la politica e nemmeno la religione. Da popoli che si chiamavano morgeti, siculi, mamertini, enotri, bruzi, nacque l’Italia, la Prima Italia, come giustamente la chiama Domenico Lanciano, una nazione che avrebbe guidato il mondo verso un sogno di bellezza e un destino di grandezza. Lo testimoniano due italiani di eccezione quali Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi, che a pochi passi da qui vissero e operarono.
Questo Dizionario, a parte il contenuto linguistico e filologico, del quale ci parleranno gli esimi professori, ci riporta con nostalgia e rimpianto a una civiltà contadina avviata irrimediabilmente al tramonto. Quel ricordo appassionato e struggente ha un valore essenzialmente morale ed etico: ci dice, in sostanza che l’umanità, per sopravvivere, ha ancora bisogno di vera amicizia e forte solidarietà che il piccolo grande mondo andreolese seppe così bene elaborare.
Per questo messaggio e per la fatica della compilazione, durata più di trent’anni, ringrazio Enrico a nome di tutte le migliaia di andreolesi sparsi in Italia, nelle Americhe e nel mondo.

Salvatore Mongiardo

ROMA-PRESENTAZIONE DEL DIZIONARIO ANDREOLESE-ITALIANO DI ENRICO ARMOGIDA

Sala della Protomoteca, Campidoglio di Roma, 30 marzo 2009


Gentilissime Signore e Signori,


questo Dizionario è un’opera nata pochi mesi fa, ma è cresciuta così rapidamente che oggi ho il piacere e l’onore di presentarla a voi nel Campidoglio di Roma. Quest’opera è stata concepita e iniziata dall’autore intorno al 1970 con carta e penna e la sua compilazione è terminata al computer nel 2008 dopo circa trenta anni di pazienti ricerche. Nelle 1.300 pagine del Dizionario, ogni parola della lingua andreolese è registrata così come veniva parlata, e in parte ancora viene parlata, a Sant’Andrea Ionio; è tradotta poi in italiano e inoltre spiegata nella sua etimologia greca, latina, araba, o francese, inglese, spagnola. Ci sono poi proverbi, modi di dire, racconti, aneddoti, personaggi famosi o singolari che si muovono tra una folla di contadini, artigiani, preti, monache. C’è anche la descrizione dettagliata dell’arte dei vasai, dei sarti, dei carrettieri, delle tessitrici, dei contadini, con i termini usati per indicare l’arte, gli attrezzi e i processi lavorativi. E rivivono le feste religiose, il culto dei morti, i canti della mietitura, il suono delle zampogne a Natale. Dalle sue pagine balza un mondo variegato che si muoveva secondo le vicende politiche e militari, o secondo le buone e cattive annate dei raccolti.

Andreolese, l’avrete intuito, è l’aggettivo che indica gli abitanti e la lingua di Sant’Andrea Ionio, un paese affacciato sul golfo di Squillace, che fu di circa 5.000 abitanti intorno al 1950 ed è oggi ridotto a circa 2.500 con una predominanza di anziani. Un paese che ha visto più di 500 suoi giovani partecipare alla prima guerra mondiale e altrettanti nella seconda, pagando un grave tributo di sangue. Nel secondo dopoguerra il paese si è svenato con una massiccia emigrazione di migliaia di andreolesi verso gli Stati Uniti, il Canada, Milano e soprattutto qui a Roma, dove vive il nucleo più importante di circa cinquemila persone tra andreolesi originari, figli e nipoti. Tutti i vostri cognomi e soprannomi, carissimi concittadini andreolesi, sono riportati e spiegati nella loro origine, spesso magnogreca, come Betrò, Carioti, Codispoti, Lijoi, Samà.

Per brevità di tempo non posso dilungarmi sull’opera dal punto di vista letterario o filologico, anche perché a me preme indagare le motivazioni profonde che sono all’origine del Dizionario. L’Autore stesso, l’amico Enrico Armogida, ha detto che avvertiva chiaramente la fine di quel mondo andreolese e voleva salvarlo per le generazioni future. E non c’è dubbio che l’Autore abbia compiuto questo spettacolare salvataggio in extremis per l’amore che porta a persone, luoghi, cieli e campagne della sua infanzia e della sua vita: in ogni pagina dell’opera è vivo il rimpianto per quel mondo definitivamente avviato sul viale del tramonto. L’autore ne è lucidamente cosciente e sembra rassegnato in alcune pagine, ma poi in altre pagine il rimpianto sale di intensità fino a diventare inconsolabile.

Ho voluto allora riflettere sul fenomeno del rimpianto, cosa che tutti temono tanto che si dice comunemente: meglio rimorsi che rimpianti, mai avere rimpianti! Invece, stimolato da quest’opera, sono arrivato alla conclusione che il rimpianto è una delle grandi risorse dell’uomo perché richiama verso una situazione del passato per indicare fenomeni non ancora compresi. Il rimpianto che emana da questo Dizionario è come il segnale di un contatore Geiger che indica un tesoro nascosto nel mondo andreolese. Ma è possibile che un paese della Calabria possa nascondere un tesoro? Cercando una risposta a questa domanda, ho sfogliato il Dizionario alla parola mara, il glauco Mare Ionio sul quale si affaccia il paese. Il Dizionario, a proposito di mare, racconta di pagliai rivestiti di canne, rami di pioppo o ginestre profumate, dove gli andreolesi passavano l’estate per godere i bagni e l’aria di mare in serenità e amicizia. E parla anche di piccoli capanni di frasche per le galline, per il focolare, per far svestire le donne sulla battigia: u pojjharìaddhu ’e l’unda, si chiamava in andreolese. U mara non era nemmeno lontanamente il mare pieno di navi da guerra che Pompeo e Cesare, Augusto e Marco Antonio armarono per lottare gli uni contro gli altri seminando rovina.

Continuando nella mia indagine, ho visto che il Dizionario contiene la biografia di personaggi di Sant’Andrea come lo scrittore e poeta Saverio Mattei nel Millesettecento, e la Monachella di San Bruno, per la quale il 2 marzo 2009 è stata chiusa l’istruttoria del processo per la beatificazione. Il suo nome era Mariantonia Samà, nata nel 1875 a Sant’Andrea, dove è sempre vissuta ed è morta a 80 anni circa nel 1953. Il Dizionario racconta la straordinaria vicenda, all’apparenza minuscola, che si intreccia con Papa Leone XIII, presso il quale la baronessa Enrichetta Scoppa venne da Sant’Andrea per ottenere il privilegio di visitare la Certosa di Serra, sempre vietata alle donne. La baronessa maturò così il progetto di portare con la sua lettiga la piccola Mariantonia a Serra, dove fu guarita.

Se ho decifrato correttamente il segnale del rimpianto del mondo andreolese, il Dizionario sembra voler dire che la grande storia, quella del potere, delle guerre, della politica, non aiutano più di tanto l’uomo a vivere, anzi spesso lo danneggiano con il loro carico di violenza e sangue. Al contrario, la storia minuscola dei contadini e dei pagliai andreolesi riusciva a dare più qualità alla vita perché quel popolo viveva con una forte tensione etica, come testualmente riporta l’Autore. C’era insomma un orizzonte alto che aiutava gli andreolesi a non rimanere schiacciati dal peso della vita, che spesso fu difficile e al limite dell’impossibile, con gravi ingiustizie sociali, analfabetismo, povertà e fame che portarono all’emigrazione di massa.

Quel mondo andreolese ci permette di capire che la decadenza di Sant’Andrea, della Calabria e del Meridione è un problema di natura etica, non un problema di natura politica, e ciò spiegherebbe perché i tentativi della politica non l’hanno potuto risolvere. I greci chiamarono il Meridione Magna Grecia, come scrivono Giamblico e Porfirio, non per la ricchezza delle città e dei commerci, ma per l’altezza del pensiero e l’onestà di vita che Pitagora diffuse nelle nostre contrade calabresi. E parliamo della stessa terra dove Italo fondò l’Italia non su base politica, ma sullo spirito di amicizia, come riporta testualmente e ripetutamente Aristotele nella sua Politica.

Al mondo odierno, carico di paure e angosce per il domani, il mondo andreolese manda a dire da questo dizionario che la vita è difficile oggi come fu difficile a Sant’Andrea. Che però un orizzonte alto dentro l’anima andreolese, aiutava a vivere meglio e a morire serenamente. Quell’orizzonte però non si apriva per caso, ma era frutto di una forte passione per la vita, che era vissuta secondo regole ben precise, come spesso l’Autore ricorda. Quell’orizzonte cioè si apriva con la fedeltà incondizionata tra sposi, parenti e amici, con l’onestà e l’onore di vita e con la fiducia in Dio, che sovrastava e guidava tutti gli avvenimenti grandi e piccoli.

Concludo con una riflessione. Le prime pagine di questo Dizionario furono scritte all’incirca quando vennero scoperti i Bronzi di Riace. A me sembra che ci sia una specie di legame tra i due avvenimenti. Allora l’archeologia sottomarina restituì dalla Calabria statue di sublime bellezza. Ora, questo Dizionario, con una esplorazione dell’anima andreolese, porta alla luce le regole d’oro che aiutarono i calabresi a vivere. Quelle regole, a mio modo di vedere, possono essere ancora oggi un riferimento valido per chi è alla ricerca di nuovi assetti e stili di vita.


Salvatore Mongiardo