domenica 5 luglio 2026

IL MIO AMICO FIUME

 

Il mio amico 

Àlaca, amico fiume,

Ho bisogno di udire la tua voce

Perché in questa sera d’estate

Mi assale un’ansia feroce.


Cammino per le vigne abbandonate

Odora forte il cisto sfiorito

Contro i tuoi massi di granito

L’acqua si infrange e poi si lascia andare.

 

Avanza la notte piano

Disegna ombre sopra la marina

Mentre sul Jonio lontano

Un calice di luce fa la luna.

 

Intanto si perde nei prati

Il canto dei grilli spensierati

E il tuo rumore uguale e suadente

Calma un po’ il cuore e la mia mente.

 

Salvatore Mongiardo

Milano, luglio 1988

 

Nota del 4 luglio 2026, Soverato

Àlaca è il fiume perenne che divide i Comuni di Sant’Andrea e San Sostene. Nasce dalla Lacina come l’Ancinale che è perenne e sbocca alle porte di Soverato. Il suo nome originario è Lacinale.

sabato 27 giugno 2026

LODE A ENRICO ARMOGIDA

 

LODE A ENRICO ARMOGIDA 

Nec laudare sufficit: questa frase latina significa che non basta lodare l’amico Enrico per l’opera colossale appena terminata sullo sconosciuto poeta andreolese Giovanni Cosentino, attivo a Napoli presso la corte aragonese intorno al 1450. Una vicenda ricostruita con competenza e fatica enormi.

La lettura del testo non è un leggero passatempo ed è indirizzata soprattutto a esperti di letteratura, filologia e storia.

Accanto a quest’opera preziosa, edita per ora solo su internet, Enrico ha acconsentito ad editare su internet anche i due suoi magistrali dizionari. Tutte le tre opere affondano le radici nella cultura andreolese, derivante da quella italica e magnogreca con apporti di tutte le altre culture che hanno arricchito la nostra terra.

Grazie, Enrico, autentica bandiera della cultura andreolese e meridionale. 

GIOVANNI COSENTINO

https://drive.google.com/file/d/1oWDocHPpYikdFNanL4bMLXBgZWsFis2P/view?usp=sharing

 DIZIONARIO ANDREOLESE-ITALIANO

https://drive.google.com/file/d/1S4O2j9KNah7yM8pR0RbnpyJ_q4e9Rzrh/view?usp=sharing

 DIZIONARIO ITALIANO-ANDREOLESE

https://drive.google.com/file/d/1A1hQek2-9WDjorh-Bpsv3eb2-3hNwiop/view?usp=sharing

 Per contattare l’autore Prof. Enrico Armogida:

enricoarmogida@gmail.com

+39 320 956 9964 

Salvatore Mongiardo

27 giugno 2026

sabato 13 giugno 2026

RINGRAZIAMENTO PER GLI AUGURI PER L'85esimo ANNO DI S. MONGIARDO

 

Ringraziamento per gli auguri per l’85esimo anno di S. Mongiardo

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 Mi è impossibile ringraziare individualmente tutte le persone che mi hanno mandato gli auguri per il mio 85esimo compleanno: sono svariate centinaia, e perciò ringrazio tutti per l’affetto dimostratomi con questa mia riflessione.              

            Alla mia età normalmente si pensa con rimpianto alla vita passata e con timore alla vicinanza della morte, mentre io guardo al passato e al futuro con una serenità che stupisce me stesso, perciò ho cercato di capire da dove possa nascere in me questa visione pacificata del mio passato assieme a nessuna paura della morte. 

            La prima spiegazione mi viene da mia madre che, quando ero piccolino, mi diceva: Tu non sei come gli altri bambini. E anche da quando diceva mio padre. Difatti, se qualcuno affermava: Si vive una volta sola, il commento di mio padre era: Speriamo, non vorrei ricominciare una vita con tutto quello che ho passato. E affermava ripetutamente di non avere nessuna paura della morte. 

            Nascita e morte sono un ciclo di natura per tutti i viventi ed è impossibile cambiarlo. Quella che si potrebbe cambiare, invece, è la paura della morte, e su questo argomento impegnativo spero di potervi offrire un mio scritto.  

            Sono convinto che la mia serenità non nasce per caso, ma è il risultato delle mie scelte di vita, fatte seguendo un mio bisogno interiore, infischiandomene dei troppo lodati valori che per millenni hanno generato guerre, stupri, schiavitù, miserie e cattiverie di ogni genere. In fondo ho seguito sempre la libertà, soprattutto quando si trattava di non abbandonare i miei grandi sogni. Evoè. 

Salvatore Mongiardo

13 giugno 2026

martedì 2 giugno 2026

DA DOVE NASCONO GUERRA E PACE DI S. MONGIARDO


DA DOVE NASCONO GUERRA E PACE 

            Molti mi chiamano filosofo delle Donne e della Pace, titolo che rispecchia le mie ricerche e la mia attività. Per questo motivo sento il bisogno di sottolineare da dove nascono le infinite guerre e la pace, tanto desiderata a mai realizzata. Per spiegare il fenomeno della guerra, non invento nulla di nuovo, ma mi attengo strettamente alla dottrina di Pitagora, il quale affermava:   

La pace nasce dal rispetto della vita degli animali; se non uccidi l’animale, mai ucciderai un uomo. Uccidi l’animale e ucciderai l’uomo. 

            Egli era ben cosciente della necessità di uccidere animali per nutrirsi, e tuttavia riconosceva che c’era una legge, che poi fu formulata da Newton nel 1687 come Terzo Principio della Dinamica o Principio di Azione e Reazione: 

A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

            Egli era ben cosciente della necessità di uccidere animali per nutrirsi, e tuttavia riconosceva che c’era una legge, che poi fu formulata da Newton nel 1687 come Terzo Principio della Dinamica o Principio di Azione e Reazione: 

A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. 

            In altri termini, è la Legge del contrappasso, il principio secondo cui la pena inflitta a un colpevole corrisponde rigorosamente alla colpa commessa. Chi la fa l'aspetti, oppure chi la fa la paga, è l’espressione popolare della Legge del contrappasso

       All’azione umana di uccidere l’animale corrisponde la reazione di uccidere l’uomo stesso. Nella pratica, Pitagora e i suoi allievi erano vegetariani: non mangiavano animali di terra, né di cielo né di mare. Egli non fu l’unico a comprendere l’importanza del rispetto della vita degli animali, perché poi ci fu Cristo, il superpitagorico che superò Pitagora, come risulta con estrema chiarezza dai Vangeli.

             Gesù, difatti, fu l’unico in tutta la storia di Israele a osare l’inosabile: da solo liberò e cacciò gli animali destinati al sacrificio nel Tempio di Gerusalemme, un gesto blasfemo per la potente casta sacerdotale, gesto con quale si può dire che egli firmò la propria condanna a morte. Ma c’è dell’altro che spiega quel gesto, la sua parabola del Buon Pastore. Egli si paragonò a un buon pastore che vive con le sue pecore, le conduce al pascolo, le pecore lo conoscono e lo seguono: non le vende e non le mangia. Un tale pastore non esisteva nella realtà: gli Ebrei erano pastori che campavano allevando, vendendo e mangiando pecore e agnelli. Uccidere, scuoiare e mangiare un animale innocente come l’agnello, col quale fino a poco prima i pastori forse giocavano, creò in loro dei gravi sensi di colpa che cercarono di superare, offrendo l’agnello in olocausto, cioè interamente bruciato, al loro Dio, che lo gradiva al massimo, tanto che il sacrificio dell’agnello si svolgeva quotidianamente nel Tempio col sacrificio mattutino e quello vespertino.

             La stessa Bibbia conferma la stretta connessione tra uccisone dell’animale e uccisione dell’uomo con la storia di Caino e Abele. Caino era agricoltore e offriva al Dio frutti della terra. Abele, suo fratello minore, era pastore e offriva al Dio animali e agnelli, più graditi al loro Dio. Nacque l’invidia e Caino uccise Abele che uccideva animali.

             Vediamo ora quali e quanti animali vengono uccisi e consumanti ogni giorno in tutto il mondo. Le cifre che riporto sono le migliori stime di dati raccolti da organizzazioni internazionali come la FAO e istituti di ricerca sul benessere animale come Sentient Media e Aquatic Animal Alliance.

 1.     Mammiferi terrestri: circa 10 milioni al giorno. Tra questi si contano principalmente maiali (3,8 - 4 milioni), pecore e capre (oltre 3 milioni complessivi), conigli (1,5 milioni) e bovini/mucche (circa 850.000).

2.     Pesci (allevati e selvatici): tra i 3,2 e i 6,3 miliardi al giorno. I pesci catturati in natura oscillano tra i 3 e i 6 miliardi al giorno, mentre i pesci da acquacoltura raggiungono tra i 211 e i 339 milioni al giorno.

3.     Invertebrati marini (Molluschi, Crostacei, Vongole): oltre 68 miliardi al giorno. I piccoli crostacei come i gamberi da soli registrano circa 68,5 miliardi al giorno. A questi si sommano miliardi di bivalvi e molluschi cefalopodi (polpi, seppie, calamari, cozze e vongole).

             Di fronte a queste cifre, ripeto che sì, ci vuole un sommovimento mondiale delle coscienze. Sì, bisogna mandare ai governi del mondo quelli che si ispirano al principio materno: ma queste cose da sole non bastano, se poi non segue un reale allontanamento dell’umanità dall’uccisione di animali, oggi possibile per la grande offerta di ottimi alimenti sostitutivi di origine vegetale.

             Io penso che un grande miracolo si compie sotto i nostri occhi, prima con la comprensione di questa legge inviolabile, e poi nell’offrirci una gran quantità di ottimi alimenti in grado di sostituire le creature viventi.  

Salvatore Mongiardo

2 giugno 2026 

martedì 12 maggio 2026

M0VIMENTO UNIVERSALE PER LA PACE

S. MONGIARDO

MOVIMENTO MONDIALE PER LA PACE

Per aprire il documento cliccare col tasto destro del mouse sul link e poi sul link che appare sotto

https://drive.google.com/file/d/1D1sbs9u-HfHmE3pKO3Vn2vFlmQNql2j7/view?usp=sharing 

UNIVERSAL PEACE MOVEMENT


S. MONGIARDO

UNIVERSAL PEACE MOVEMENT

Right click and open the link that appears below

https://drive.google.com/file/d/1dLwgDOzsdKHovy-bJSg_duoO5b6qeusE/view?usp=sharing 

lunedì 11 maggio 2026

ENRICO ARMOGIDA: DIZIONARIO ITALIANO-ANDREOLESE, TOMO II, M-Z

ENRICO ARMOGIDA

DIZIONARIO ITALIANO-ANDREOLESE, TOMO II, M-Z 

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https://drive.google.com/file/d/1YfrZc3lyUD6wg_UQp66vN6AeFlhvv3dO/view?usp=sharing

domenica 10 maggio 2026

ENRICO ARMOGIDA- DIZIONARIO ITALIANO-ANDREOLESE:TOMO I, A-L

ENRICO ARMOGIDA

DIZIONARIO ITALINO-ANDREOLESE: TOMO I, A-L

SCURIRE IL LINK, CLICCARE E APRIRE L'INDIRIZZO CHE APPARE SOTTO

https://drive.google.com/file/d/1ZsLub3-q7lSGP31kYVX9KmSgLFHuSphY/view?usp=sharing 

FESTA DELLA MAMMA 2026

 

FESTA DELLA MAMMA 2026 

A nome mio personale e della Nuova Scuola Pitagorica faccio i più sentiti auguri a tutte le mamme viventi, del passato e del futuro, ricordando che il principio materno è alla base del pitagorismo e dello sviluppo di un mondo di serenità e pace per tutta l’umanità. Allego il link gratuito del mio recente libro che spiega la nascita in Calabria di questo movimento. Evoè.

Salvatore Mongiardo

10 maggio 2026

MOVIMENTO UNIVERSALE PER LA PACE

https://drive.google.com/file/d/1D1sbs9u-HfHmE3pKO3Vn2vFlmQNql2j7/view?usp=sharing

 

 

giovedì 7 maggio 2026

ENRICO ARMOGIDA: DIZIONARIO ITALIANO-ANDREOLESE

ENRICO ARMOGIDA: DIZIONARIO ITALIANO-ANDREOLESE

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TOMO I : A-L

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TOMO II : M-Z

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sabato 25 aprile 2026

FESTA DELLA LIBERAZIONE E NASCITA DELLA ETICOCRAZIA

 

FESTA DELLA LIBERAZIONE E NASCITA DELLA ETICOCRAZIA 

            Oggi l’Italia festeggia la liberazione dal fascismo, ma vorrei che fosse celebrata presto anche la liberazione dai partiti, i quali hanno preso il dominio sul popolo non solo in Italia, ma in tutti gli altri paesi: le etichette di destra, sinistra o centro sono ormai un camuffamento per arrivare al comando, al potere. Non è però possibile che un sistema funzioni se i partiti dicono l’uno il contrario dell’altro, il che porta alla confusione, all’inefficienza e al desiderio di un solo partito: fascismo e nazismo sono andati al potere con libere elezioni, finché poi Hitler e Mussolini non hanno imposto le loro ideologie dittatoriali con largo sostegno dei loro popoli. La stessa parola democrazia, dal greco governo del popolo, non ha più senso, perché viene applicata a regimi di destra, centro e sinistra. Prima della caduta del Muro di Berlino, ho avuto modo di visitare paesi comunisti che si fregiavano del titolo di democratici, ma vi ho visto solo miseria e terrore.

             Churchill ammetteva la contraddizione e debolezza dei regimi democratici, e si diceva pronto a cambiare regime se ce ne fosse uno migliore. Ma, ammetteva, non esisteva, e per quanto difettoso, il regime dei vari partiti, permetteva il cambio dei governi attraverso libere elezioni. Oggi viviamo il giorno del Giudizio Universale, terribile per le minacce alla pace, alla libertà e al benessere dei popoli, ma giorno anche glorioso per la nascita della ETICOCRAZIA, cioè il governo dell’etica, un solo modello di comportamento e azione per persone, famiglie, Stati, politica e religioni.

 Un modello liberatorio dalla violenza, capace di assicurare la fine delle armi e delle guerre, la libertà, il benessere e la pace tanto desiderata dai popoli. È il modello dei cinque principi, che Pitagora scoprì tra gli italici Lacini e formalizzò in cinque principi: 1. Libertà di tutti; 2. Amicizia con tutti; 3. Comunità di vita e di beni; 4. Dignità della donna; 5. Vegetarismo.

 Sono ben cosciente che sarò giudicato un sognatore utopico, ma io parlo per come profondamente mi sento: profeta della Calabria, da dove sta nascendo la nuova civiltà. Evoè.

 Salvatore Mongiardo

25 aprile 2026

 

 

martedì 21 aprile 2026

IL PANE DI GIUDA

 

IL PANE DI GIUDA

Negli anni della mia infanzia a Sant’Andrea si celebravano i riti della Settimana Santa nella veneranda Chiesa Matrice, abbattuta poi con l’inganno per lucrare sulla grande cifra di denaro pubblico speso per la demolizione e la costruzione della nuova chiesa in stile garage.

 Allora, durante l’Ultima Cena del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi si dava a ogni apostolo una lattuga, un’arancia e una cucceddata, una grande ciambella di pane cotta al forno. Questa particolarità mi sembra una sopravvivenza del sissizio italico: si donavano doni della terra da condividere con la famiglia e gli amici: un uso prezioso che andrebbe studiato più a fondo.

 Un’altra particolarità consisteva nel fatto che l’apostolo che faceva da Giuda riceveva tutto doppio: due lattughe, due arance e due cucceddate per indicare la sua avidità. Non solo, perché Giuda aveva anche un altro compito, quello di fare gringie, cioè smorfie, roteando gli occhi, facendo linguacce e gesti di scherno: una particolarità che attirava numerosi bambini davanti al presbiterio. Quell’uso sembrerebbe una particolarità andreolese, ma non è così, perché nel Medioevo e in diverse parti dell’Europa si facevano cachinni, cioè sberleffi e parole di scherno oltraggioso durante l’Ultima Cena, per indicare che il sangue di Cristo poteva cancellare qualunque peccato e bestemmia. Come e quando quell’uso sia arrivato in paese, sarebbe una bella ricerca da fare.

Ma torniamo a Giuda. Ogni anno in paese si sceglieva Giacomino, noto per la barba a pizzo, gli occhi grifagni e la sua disponibilità a recitare il ruolo scomodo delle gringie durante la celebrazione. Egli, la migliore persona del mondo, era soprannominato Lamiadonna perché, parlando della moglie la chiamava la mia donna.

 Un anno, al termine del rito che allora si svolgeva di mattino, scendevamo assieme verso casa e davanti casa sua Giacomino si fermò, prese un coltello dalla tasca e tagliò un pezzo di cucceddata, dicendomi di portarla a mia nonna Maria Caterina. Difatti, ogni apostolo faceva delle fettine della cucceddata che donava a parenti e amici come partecipazione al pane benedetto. Arrivato a casa, porsi quel pezzo alla nonna che mi chiese chi me l’avesse dato. Io dissi: Lamiadonna. La nonna fu categorica: Allora è il pane di Giuda!  Va’ e buttalo alle galline!

 Salvatore Mongiardo

21 aprile 2026

domenica 19 aprile 2026

LA PACE VIENE DALLA CALABRIA

           Salvatore Mongiardo-LA PACE VIENE DALLA CALABRIA   
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domenica 5 aprile 2026

LA PACE DI SAN FRANCESCO

 

LA PACE DI SAN FRANCESCO

        La sera del Venerdì Santo 2026, al termine della Via Crucis Papa Leone ha recitato quella benedizione di San Francesco che augura la pace, e mi è venuto in mente l’episodio di pace fatta tra il Sultano d’Egitto e l’Imperatore Federico II. Una pace reale, avvenuta, secondo me, per opera di San Francesco, santo italianissimo al pari di San Francesco di Paola, i quali, con un amore incontenibile verso tutte le creature, hanno unito noi Italiani nel profondo del nostro sentire. 

         Ed ecco i fatti che stanno alla base della mia affermazione.                     

 L'incontro tra San Francesco d'Assisi e il Sultano d’Egitto Malik al-Kāmil, nipote del Saladino, avvenne nel 1219 a Damietta durante la Quinta Crociata. Francesco si imbarcò da Ancona con alcuni compagni, tra cui frate Illuminato, per raggiungere il campo crociato che assediava Damietta. Nonostante i rischi e i pareri contrari del cardinale Pelagio, Francesco e Illuminato attraversarono disarmati le linee nemiche, ma furono catturati e picchiati dai soldati saraceni, che li scambiarono per disertori o spie.

                       Quando però Francesco gridò: "Sultan! Sultan!", fu condotto alla presenza di al-Kāmil, che lo accolse con cortesia. Francesco cercò, credo tramite interpreti, di annunciare il Vangelo e di convincere il Sultano a porre fine alla guerra. Al-Kāmil, uomo colto e aperto, accettò di discutere di fede per diversi giorni e offrì poi a Francesco preziosi regali e denaro che il santo rifiutò, accettando solo il cibo necessario per il viaggio. Il Sultano congedò Francesco con onore, fornendogli un salvacondotto che gli permise di visitare i Luoghi Santi.          

            Quell’episodio fu visto giustamente come un esempio di tolleranza religiosa e un invito alla fraternità universale, ma, secondo me, è una lettura parziale dell’episodio, perché quell’incontro ebbe un risultato clamoroso finora non messo in evidenza: la cessione della Terra Santa da parte del Sultano al-Kamil all’Imperatore Federico II. 

            Quella avvenne il 18 febbraio 1229 col Trattato di Giaffa durante la Sesta Crociata, ed è rimasto celebre per essere stato un caso unico di riconquista di Gerusalemme per via diplomatica, cioè senza spargimento di sangue. Federico II parlava l'arabo e nutriva una profonda ammirazione per la cultura islamica, il che favorì un clima di reciproco rispetto e scambi tra i due sovrani su scienza, filosofia e matematica. Federico II fece il suo ingresso trionfale nella Città Santa il 17 marzo 1229 e il giorno successivo si pose da solo la corona di Re di Gerusalemme nella Chiesa del Santo Sepolcro, un episodio che forse nel 1804 ispirò Napoleone, il quale si autoincoronò Imperatore nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, togliendo la corona dalle mani di Papa Pio VII.   

            San Francesco morì nel 1226, tre anni prima della cessione di Gerusalemme, e io penso che quella cessione sia stata anche un riconoscimento del Sultano a quel poverello che gli aveva parlato con tanto fervore. Ciò mi porta a concludere che il dialogo vero esige sincerità di intenti e ricerca di esaudire la controparte, il che spiega perché gli incontri attuali tra Israele e Palestinesi, come quelli tra Russia e Ucraina, non arrivano a nulla, perché durante gli incontri le parti cercano di capire cosa hanno in mente gli avversari per poterli battere e vincere.

            Buona Pasqua a Voi tutti.        

Salvatore Mongiardo, 5 aprile 2026

venerdì 3 aprile 2026

IL GRANO BIANCO DEI SEPOLCRI

 

Il grano bianco dei sepolcri

Dal grano alla vita eterna 

Fino a diecimila anni fa circa, l’umanità si nutriva solo di frutti spontanei e di caccia. La caccia era difficile e la raccolta di frutti aleatoria, e perciò le tribù dovevano spostarsi continuamente alla ricerca di cibo. Poi, il riso in Oriente e il grano in Occidente cambiarono la vita. Il grano si poteva mangiare già tenero sulla spiga o abbrustolito. Quando seccava, si conservava e si macinava con una pietra: farina, acqua e fuoco, e diventava pane in qualunque momento. 

Secondo gli Egizi solo un Dio poteva dare un cibo così buono e nutriente: Osiride, il Dio del sole. Osiride era morto soffocato in una bara, chiuso a tradimento dal geloso fratello Seth, ma la moglie-sorella Dea Iside la cercò, aprì la cassa e vide delle piantine di grano, bianche per la mancanza di luce, che uscivano dal suo corpo. Seth allora fece a pezzi il corpo di Osiride e lo disperse per tutto l’Egitto. Iside li ritrovò, li rimise assieme e fece risorgere Osiride a vita eterna. Anche gli Egizi potevano risorgere dalla morte e perciò, nelle feste dedicate a Osiride, piantavano chicchi di grano in statuine di fango a forma del Dio, che poi riponevano in un posto buio, il sepolcro Osiride. Poi, con le piantine spuntate e trapiantate, gli Egizi ottenevano del grano col quale si faceva il pane, corpo del Dio, che si mangiava per risorgere. 

A questo aggiungevano la bevanda ottenuta dal vino, che era il sangue del Dio Osiride: in Egitto si possono ancora vedere resti dei giardini di Osiride accanto ai templi dedicati al Dio, dove si coltivava la vite in onore del Dio, mentre alcune tombe sono dipinte con molti grappoli di uva pendente, simbolo di immortalità. Anche la vite, come il grano, era ritenuta un grande dono di Osiride. Gli Egizi avevano già elaborato l’idea che l’anima non moriva ed era destinata a riunirsi al proprio corpo, come già era successo con Osiride.   

Da quell'uso deriva la riposizione nel sepolcro del corpo di Cristo presente nell’ostia consacrata, adornato di grano bianco, ancora praticata soprattutto nel Sud Italia ogni Giovedì Santo. Gli Egizi avevano costatato che il grano sotterrato moriva e rispuntava, mentre il corpo di un morto sotterrato non risorgeva, marciva. Allora inventarono la mummificazione per preservare il corpo destinato a riunirsi all’anima. Per questo motivo le tombe dei faraoni erano fornite anche di provviste alimentari. Difatti, per gli Egizi dopo la morte c’era un’altra vita che si svolgeva in un mondo dove Osiride regnava sui morti. Gesù, vissuto in Egitto fuggendo da Erode, venne a contato con due culture diverse da quella ebraica: quella egizia e quella pitagorica, appresa dai Terapeuti, una comunità ebraica che viveva attorno ad Alessandria.

 Probabilmente vedendo, o avendo sentito parlarne in seguito, dei rituali del grano di Osiride e della mummificazione, Gesù comprese il bisogno di vincere la morte e lo risolse così: il pane è il suo corpo e il vino è il suo sangue. Chi mangia la sua carne e beve il suo sangue avrà la vita eterna. Gesù aggiunse però un elemento di novità rispetto al rito di Osiride: non aspettò la crescita del grano, ma trasformò il pane sulla tavola nel suo corpo e il vino nel suo sangue. E aggiunse un secondo elemento di novità nella cena pitagorico-essena: la resurrezione. Difatti, egli dà il pane e il vino come pegno di vita eterna, mentre nel sissizio italico-pitagorico pane e vino erano solo simbolo di amicizia e fraternità. 

E il disco solare di Osiride, che fine ha fatto? Sembra scomparso ed è, invece, sotto gli occhi di tutti: è diventato l’ostia della messa, che si leva bianca e rotonda come il sole, adorato al suo sorgere dai Pitagorici di Crotone. La storia dimostra che attorno al grano si sono sviluppati valori di convivialità, amicizia e superamento della morte. Quei valori sono tuttora rappresentati in Calabria col Sissizio, il Grano Bianco del sepolcro del Giovedì Santo - nel Crotonese chiamato lavoricchio -, l’Ostia bianca e rotonda dell'eucaristia di derivazione pitagorica, i mostaccioli di Soriano (VV), fatti con farina e miele a forma di animali, e il Bue di Pane Pitagorico, che abbiamo ripreso nei Sissizi come simbolo della fine di ogni uccisione. Questi simboli richiamano costantemente verso una vita libera dalle angosce generate dalla violenza e dalla paura della morte.

 Salvatore Mongiardo

3 aprile 2026

                     GRANO BIANCO DEI SEPOLCRI

                                   FOTO A. GROTTERIA - CROTONE


 

 

PREGHIERA A SAN FRANCESCO DI PAOLA

 

Preghiera a San Francesco di Paola

Patrono dei Vegetariani e dei Vegani

 

O glorioso San Francesco,         

Tu non sapevi leggere, ma ammiravi le meraviglie di Dio nelle pendici selvose della Sila e nei tramonti infuocati sul Tirreno.

Tu non sapevi scrivere, ma stendevi la mano a carezzare l’agnello Martinello, tuo fedele compagno. Quando degli affamati lo uccisero, lo divorarono e buttarono le sue ossa nella fornace, Tu lo chiamasti, facendolo uscire vivo dalle fiamme.

Tu prendesti da terra il serpente che si dimenava con la schiena spezzata, lo guaristi e mettesti al sicuro.

Tu sanasti il cervo ferito dalla freccia di un cacciatore, e il cervo poi ti seguì ovunque.

Tu togliesti dal legaccio le trote pescate, le rimettesti in acqua e tornarono a guizzare vive.

Tu guaristi l’occhio ferito del bue, unico sostegno di una famiglia povera.

Tu volesti che nessuno mangiasse alcuna creatura, e lo imponesti nella regola del tuo ordine che chiamasti dei Minimi. Ti umiliasti così di fronte a San Francesco di Assisi, i cui frati si chiamavano Minori. Per sua intercessione tu eri nato, superando le difficoltà del tuo concepimento, dopo che i tuoi genitori erano andati pellegrini ad Assisi, e alla nascita t’imposero il suo nome. 

Tu non calzasti mai scarpe né sandali, e andasti sempre a piedi nudi dalla Calabria fino alla Francia, come segno di rispetto e unione alla Madre Terra.

Tu fosti sempre di aspetto sereno e gioioso, e consideravi gli animali come fratelli minori, ai quali porgevi ogni aiuto.

Noi t’imploriamo, aiuta l’umanità smarrita che naviga sul sangue che sgorga dai mattatoi e dalle navi che arpionano lenti cetacei, tonni saltellanti e pesci innocenti, simbolo di Cristo Salvatore. 

Noi ti preghiamo, guidaci a formare sulla Terra una sola grande famiglia di uomini e animali. Così nessuna goccia di sangue sarà più versata, e sui mattatoi porremo la tua immagine per ricordare il tuo amore per tutti i viventi. 

Così deve essere. Così sarà! 

Salvatore Mongiardo, 2 aprile 2026

mercoledì 1 aprile 2026

FESTA DELLE PALME DI UNA VOLTA A S. ANDREA JONIO

 

Festa delle Palme di una volta a S. Andrea Jonio 

Quand’ero bambino - tanto tempo fa - la domenica delle Palme si festeggiava in paese con una processione che si snodava dalla chiesa, dove rientrava dopo un breve percorso. I fedeli partecipavano con rametti di palma e ulivo in mano, mentre il clero salmodiava in latino il vecchio canto liturgico: Gloria, laus et honor tibi sit, Rex Christe Redemptor … cui puerile decus prompsit hosanna pium…

In chiesa, poi, iniziava la celebrazione della messa. Tornati a casa, i fedeli appendevano il rametto di ulivo in capo al letto, accanto al crocifisso e alla candela, benedetta il giorno della Candelora, che si accendeva in caso di grave tempesta.  

Il rametto sostituiva quello dell’anno prima, il quale non veniva né buttato né bruciato, ma portato in campagna dove c’erano alberi di ulivo. Ricordo mio nonno materno, Bruno Codispoti Dollivio, e mia nonna materna, Marianna Carioti, che provvedevano a uno smaltimento sacro del rametto vecchio. Nonno Bruno lo portò al vicino fondo della Gattinella e lo legò al tronco di un ulivo con un filo di raffia, perché trasmettesse alla pianta la benedizione che la aiutasse a portare frutto. 

Nonna Marianna mi portò con sé al piccolo fondo della Porta e fece lo stesso gesto, legando il rametto vecchio a uno degli ulivi. Intanto risuonava la campana grande della Chiesa Matrice, e lei mi condusse in chiesa per la benedizione serale. La funzione era calma e intima, i fedeli cantavano il Tantum Ergo, poi il sacerdote prendeva la pisside con le ostie consacrate nel tabernacolo, l’avvolgeva col velo omerale e faceva un ampio segno di benedizione sui fedeli in ginocchio, mentre nel silenzio il chierichetto suonava il campanello.

Poi si cantò una canzoncina finale:

 L’orizzonte già si imbruna/ ed in ciel la luna appare.

Uscendo dalla chiesa vidi la luna che saliva placida dal mare e il mondo mi sembrò bello e sereno come il paradiso.

 Salvatore Mongiardo

31 marzo 2026

domenica 29 marzo 2026

AUGURI DI PASQUA 2026

 

AUGURI DI PASQUA 2026 

Care Amiche e cari Amici,

mando a voi e alle vostre famiglie fervidi auguri per Pasqua. Questa parola di origine ebraica significa passaggio. Per noi cristiani essa celebra il passaggio di Gesù che risorge dalla morte a una nuova vita. Io vedo in questa festa l’annuncio della fine dell’EPOCA SANGUINARIA, durata millenni in cui molti milioni di esseri umani hanno versato il sangue nelle guerre e in altre forma di violenza. Entriamo ora nella nuova EPOCA IRENICA, parola greca che significa pace. Non ditemi che sono un sognatore: io vedo e profetizzo la fine della violenza attraverso un movimento, anzi un sommovimento mondiale delle coscienze, che parte dalla Calabria. Nel breve libro che allego per libera diffusione troverete come e perché sono arrivato a questa conclusione. Quattro miliardi di anni fa la Terra era una palla di fuoco. Chi poteva immaginare che sarebbe diventata il giardino di vita che ora ammiriamo? Questa incredibile evoluzione conferma che il cambiamento epocale che io annuncio è possibile e attuerà il desiderio universale di pace finora sempre frustrato.

Più un sogno sembra impossibile, più è destinato a realizzarsi. 

MOVIMENTO UNIVERSALE PER LA PACE

https://drive.google.com/file/d/1D1sbs9u-HfHmE3pKO3Vn2vFlmQNql2j7/view?usp=sharing

 

                            EASTER WISHES 2026 

Dear Friends,

I send you and your families heartfelt Easter wishes. This word, of Hebrew origin, means "passage." For us Christians, it celebrates the passing of Jesus from death to a new life. I see this holiday as the announcement of the end of the millennia-long BLOODY AGE, in which many millions of human beings shed their blood in wars and other forms of violence. We now enter the new IRENIC AGE, a Greek word meaning peace. Don't tell me I'm a dreamer: I see and prophesy the end of violence through a movement, indeed, a worldwide upheaval of consciences, that originates in Calabria. In the short book I attach for free circulation you will find how and why I reached this conclusion. Four billion years ago, the Earth was a ball of fire. Who could have imagined it would become the garden of life we ​​now admire? This incredible evolution confirms that the epochal change I announce is possible and will fulfill the universal desire for peace always frustrated so far.

The more impossible a dream seems, the more destined it is to come true. 

Salvatore Mongiardo

29 Marzo 2026

domenica 22 marzo 2026

MONDO INFAME

MONDO INFAME 

            Nonno Bruno aveva finito di mangiare e si sedette al balconcino per la siesta, ma stava sveglio e cantava con bella voce baritonale canzoni religiose, gustando il piacere di essere tornato a casa dopo trentotto anni di America. La sua canzone preferita era quella composta da Sant’Alfonso, che diceva: 

Amai finora il mondo

Sperai da lui la pace,

Ma lo trovai fallace

Malvagio e traditore. 

In tutta la sua vita di cose storte ne aveva viste tante, e con quella canzone confessava di aver dovuto subirne molte. Quel giorno passava sotto casa Caramante, fisico asciutto, barba grigia a punta e naso dritto che sembrava un antico busto greco. Egli era noto in paese per la sua proverbiale risposta a chiunque gli chiedeva come andava: Mundu mpamu! Mondo infame, e non aggiungeva altro. 

Sentendo il nonno che in canto confermava l’infamità del mondo, Caramante annuì con la testa per esprimere il suo accordo, e tirò avanti fino al Muretto di Sofia, adiacente alla casa di zia Annunziata, cognata del nonno perché sorella di sua moglie, la bella nonna Maria Caterina. La zia chiese a Caramante come andava, e la risposta fu quella di sempre: Mundu mpamu! La zia però lo contraddisse: On è davìaru! Caramante si bloccò e chiese: Allora com’è? La zia: On esta sulu mpamu, è proprio mundu ’e mmerda! Caramente sussultò davanti a quell’affermazione che andava oltre l’infamità, e proseguì. 

Ma zia Annunziata non si calmò, anzi fece esplodere la sua collera contro chi l’aveva trattata tanto male da portarla a dare quel giudizio pesante. La causa era il maestro Samà, fratello dell’Arciprete, che non aveva incluso lei e sua sorella Antinisca nella lista comunale dei poveri, perché non abbastanza povere per ricevere aiuti pubblici. Disse: Non sono povera io? E al colmo dello sdegno: Possa perdere il maestro Samà tutti i soldi che ha e possa trovarli io! 

Poi si rivolse a chi poteva veramente renderle giustizia, Sant’Andrea, invocandolo a porta aperta nella sua statua che svettava sul monumento a forma di palma, da dove proteggeva il paese sullo Jonio che porta il suo nome: O Sant’Andrea, e tu cosa fai lassù e non scendi a difendermi? Prendi la croce che hai e rompila sulle spalle di quell’infame! 

Un giudizio irrimediabilmente pessimistico sul mondo lo espresse Peppino di Giacomo, il nonno dei miei carissimi cognati Andrea e Alfonso Armogida. Anche il padre loro si chiamava Peppino, perché a volte in paese il padre dava a un figlio maschio lo stesso suo nome per riguardo alla moglie: Così, se muoio io, ti rimane un figlio che si chiama come me.

 Nel dopoguerra Peppino di Giacomo senior stava morendo, contorniato dalla famiglia in lacrime, lumini e candele accese, lo zio prete Don Luigi che lo confortava ed esortava ad andare in cielo, la nipote Annina che recitava litanie. Peppino considerò quella scena e con l’ultimo respiro disse: Mundu ’e cazzuni!

 Salvatore Mongiardo

22 marzo 2026

 

 

 

  

sabato 7 marzo 2026

FESTA DELLE DONNE 2026

 

FESTA DELLE DONNE 2026 

Carissime Donne di tutto il mondo, 

            la festa di quest’anno è turbata dai gravi conflitti che insanguinano Ucraina e Medio Oriente. Tutti parlano di pace, senza però indicare qual è la vera causa delle guerre: i maschi, perché le donne non hanno quasi mai formato eserciti né fatto guerre. la Calabria, però, non ha mai fatto guerre ad altri popoli né ai vicini. Forti di quest’evidenza, siamo sul punto di lanciare un sommovimento mondiale delle coscienze, per eleggere ai governi del mondo donne e uomini che si ispirano al principio materno: generare la vita, proteggerla e difenderla sempre. Vi terremo informati su questo Movimento che partirà dalla Calabria, invitandovi fin da ora a unirvi a noi. In allegato trovate il link gratuito del mio libro MI DIMETTO DA MASCHIO. 

Salvatore Mongiardo

Filosofo delle Donne e della Pace, 7 marzo 2026

 https://drive.google.com/file/d/15VxVN0mM_3yWx7SE7G7cQTyZV5AY4BFg/view?usp=sharing

lunedì 2 marzo 2026

PREGHIERA DI CASSIODORO ALLA BEATA VERGINE MARIA

 

Preghiera di Cassiodoro

Alla Beata Vergine Maria 

Traduzione italiana del testo tratto dalla sua Expositio Psalmorum: 

«O Maria, tu sei la porta del Paradiso, per la quale è entrato nel mondo Colui che ha sciolto i legami della nostra morte. Tu sei la stella del mare, che guidi i naviganti nel porto della salvezza. Tu sei la gloria del genere umano, che hai meritato di portare nel tuo grembo il Creatore di tutte le cose. Ti preghiamo, dunque, o Madre di misericordia, affinché per la tua intercessione possiamo giungere alla gloria della resurrezione eterna.»

 Salvatore Mongiardo

2 marzo 2026

lunedì 23 febbraio 2026

SI’ O NO AL REFERENDUM SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

 

SI’ O NO AL REFERENDUM

SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA 

            Nel 1963 frequentavo il terzo anno della Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Messina. Professore di Storia di Diritto Italiano era un giovane professore venuto da Roma, Manlio Bellomo, giovane e garbato, che notò la mia presenza alle sue lezioni e mi affidò una pubblicazione da leggere e presentare agli altri studenti in sua presenza. Il tema era per me nuovo e verteva su una unicità del diritto penale italiano, nel senso che era solo l’Italia ad avere una unica carriera per magistrati inquirenti e giudicanti.

             L’origine di quella stranezza derivava, secondo quella pubblicazione, dal diritto della Santa Inquisizione, che aveva sempre un solo giudice che prima era inquirente, decideva se torturare l’inquisito per ottenere delle prove, e poi giudicante: una carriera unificata che in Italia dura ancora oggi.

             In seguito a quello studio, tenni gli occhi aperti sull’operato della Santa Inquisizione che ha inquisito e condannato a morte migliaia di uomini e donne durante cinque secoli, e molte altre persone furono condannate al carcere e ad altre dure pene. Nessuno conosce il numero esatto delle vittime fatte dall’America Latina, all’Europa e in ogni parte del mondo cattolico. Ricordo che il mio caro professore del Seminario di Squillace, Don Ciccio Laugelli di Amaroni, diceva al riguardo che la Chiesa aveva fatto distruggere gli archivi delle varie diocesi sui processi inquisitoriali simile a un gatto, che prima faceva la cacca e poi cercava di nasconderla con la zampetta.

           Nel tempo ebbi poi la possibilità di leggere una ventina di condanne a morte di povere donne definite streghe e uomini definiti eretici che cominciavano tutte così: In nomine Domini nostri Jesu Christi… Si uccidevano persone nel nome di Gesù Cristo!

           Nelle aspre polemiche cui assistiamo ogni giorno tra fautori del sì o del no alla riforma proposta dal governo Meloni, nessuno tra i grandi giuristi, esperti, politici e sapientoni ha tirato fuori questo argomento che dovrebbe essere visto per quello che è: una stortura medievale che sopravvive solo in Italia.

 Pensando poi alla Santa Inquisizione e alle povere vittime causate dalla Santa Inquisizione, affermo, a titolo mio personale, che voterò sì alla riforma con un grande dispiacere: disporre solo di un solo voto, mentre avrei voluto disporne di un milione per votare sì.

           Salvatore Mongiardo

22 febbraio 2026

martedì 17 febbraio 2026

CARNEVALE ANDREOLESE

 

CARNEVALE ANDREOLESE 

Le feste appena passate di carnevale mi riportano alla mente ricordi di molti anni fa, quando a Sant’Andrea Jonio il carnevale iniziava con l’uccisione dei maiali, allevati in gran parte nel gruppo delle zimbe o zimbili, i porcili, che si vedono ancora vicino alla fontana dell’Avanti, nel luogo chiamato pajisìaddhu, piccolo paese di maiali; molti altri porcili si trovavano nelle campagne vicine a Sant’Andrea. Allora non esisteva la raccolta dell’umido per la spazzatura, perché ci pensavano i maiali a divorare tutti gli avanzi di cucina, messi in un secchio, u catu do pùarcu.  

 Da bambino assistevo assieme agli adulti alla scannatura del maiale, fatta da Francesco Carchidi, il padre di Peppino. Al maiale veniva legato il grugno perché non stridesse troppo, poi esso era steso su un muretto, mentre si udivano le grida quasi umane degli altri maiali che venivano scannati nel vicinato. Il maiale capiva cosa l’attendeva, perché il maiale è la creatura più intelligente dopo l’uomo (bah!) e il delfino. Urlava anche lui e girava disperato gli occhi, ma per lui non c’era pietà. Francesco puntava lo scannatore, un coltello lungo e affilato, sul collo del maiale e diceva: Ara saluti! Tutti rispondevano: Ara saluti, e lo scannatore penetrava nel collo.

 In poco tempo il maiale diventava frìttuli, suzzu, frisulimiti, salsicce, soppressate, capicolli, lardo e grasso: abbondanza per le famiglie che potevano permettersi il lusso di allevare un maiale. Poi c’era la grande sfilata fatta dai forzari, maschi travestiti e mascherati che giravano per il paese su un carro tirato da buoi, con suonatori di trombe, piatti e tamburi. Si fermavano in alcuni punti per declamare con frasi chiaramente allusive, ma senza fare nomi, gli avvenimenti che avevano suscitato scalpore o vergogna. Per esempio, quando il Maestro Romeo ruppe il fidanzamento con Giulia Ranieri, lo smacco fu grande e i forzari declamarono dal carro:

 U si dicia non è cosa

U su trasa Mara Rosa.

Pe l’amuri de l’anìaddhu

Si ruppiu lu pignatìaddhu.

E non fu na maravigghia

Ca su chiùsaru mamma e figghia.

 Trombe, piatti e tamburi suonavano un motivo che tutti accompagnavano cantando:

Para pazzimba, para pazzimba, para pazzimba, zimba mba!

Carro e forzari erano probabilmente una sopravvivenza del famoso Carro di Tespi dell’antica Grecia, che girava di villaggio in villaggio per fare recite e musica e terminava con l’uccisione di un capro: così nacque la tragedia, in greco tragos+odos, il canto del capro.

 Lasciamo le finezze della filologia per tornare alla vicenda di Giulia e Romeo. L’allusione dei forzari alludeva al fatto che Mara Rosa e la figlia Giulia, per coprire lo smacco dell’abbandono, presero in casa un giovanotto, Michiello, come fidanzato di Giulia, tenendolo segregato. La madre di Michiello, per liberare il figlio, mandò in giro il banditore Tirifào a gridare che c’era una madre che cercava un galletto, cioè un giovincello, che portava la riga dei capelli di lato, come in effetti faceva Michiello.

Alla fine la cosa si risolse con l’arrivo del passaporto di Michiello per l’America, mandatogli dal padre, e il giovane fu liberato dal sindaco, che si presentò in fascia tricolore a casa di Giulia.

Questo episodio che avevo già udito in famiglia, mi fu raccontato nei dettagli da Assuntina e Maria Ranieri, cugine come me di Giulia.

 Un altro episodio mi fu raccontato da mia madre: tutti e due gli episodi sono accaduti più di un secolo fa. Quello di Giulia intorno al 1920 e quello di Peppino poco dopo.

Peppino voleva sposare una ragazza alla quale si opponevano le due sorelle di lui, cummentari, frequentatrici cioè del Padri Liguorini. Peppino andò allora a esporre il caso al loro confessore, che proibì loro la comunione finché non avessero accettato quella fidanzata:

 U scùarnu on’è de iddhu,

Ca iddhu esta ùamu,

U scuarnu è de fìmmani,

Ca restaru senza cominiùani.

 Poi arrivava a sira e l’arzata, la serata del martedì grasso, quando si mangiava ancora del maiale, perché la mattina dopo, il mercoledì delle ceneri, iniziava l’astinenza quaresimale, e non si poteva mangiare più carne per quaranta giorni fino a Pasqua.

Per i poveri mangiare carne quella sera era un sogno impossibile, ma si consolavano prendendosi ironicamente in giro così:

A sira e l’arzata

Ni mangiamu na pizzata

E na mbùmbula d’acitu

Mamma mia ch’è sapuritu!

Carnevale non era finito, perché a Sant’Andrea si faceva un rito che non ho riscontrato in nessun altro posto: Carnalavari mùartu. Carnevale era raffigurato con un pupazzo a grandezza d’uomo fatto di paglia e stoffa blu. Poi veniva steso sul cataletto, la robusta barella dipinta di celeste, che si teneva nella vecchia Chiesa Matrice dietro la porta maggiore, lo stesso sul quale migliaia di bare di Andreolesi venivano portate prima in chiesa e poi al cimitero. Seguivano il carnevale morto pochi uomini travestiti a lutto che fingevano di piangere e lamentarsi, provocando molte risate. Ricordo che l’indimenticabile Severino Voci, fratello di Edoardo, faceva una bella sceneggiata di lacrime seguendo il cataletto. La processione partiva da Piazza Castello, passava davanti al Calvario di Via Trieste, risaliva poi verso i Pignari per arrivare a Fabellino, dove il pupazzo veniva rovesciato nel dirupo.  

 Quel rito probabilmente ricalcava una leggenda che ho sentito narrare varie volte in paese: Na vota l’antichi, quando un padre era vecchio, lo portavano a Fabellino e lo buttavano vivo giù nel dirupo. Così un vecchio fu caricato dal figlio sulle spalle e portato verso Fabellino. A un certo punto, il figlio si fermò per prendere fiato e il padre gli disse:

-Ti sei fermato allo stesso punto dove mi sono fermato io quando portavo mio padre a Fabellino…

Il giovane comprese che un giorno il precipizio di Fabellino sarebbe toccato a lui. Allora si caricò il padre sulle spalle e lo riportò a casa.

 Salvatore Mongiardo

16 febbraio 2026

 

 

 

venerdì 6 febbraio 2026

DANTE ALIGHIERI E LA ZIA MONACA


     Chi era Dante non devo spiegarlo, perché il nostro sommo poeta è conosciuto in tutto il mondo, anche se chiamare Dante sommo poeta mi sembra riduttivo. Come altrettanto riduttivo mi sembra chiamare Michelengelo massimo scultore o Leonardo massimo pittore: per me sono divinità oltre ogni attributo. 

La zia monaca, invece, era la mia carissima zia Maria Antonietta Codispoti, Suora Salesiana, nata nel 1916, sorella di mia madre, Carmela, nata nel 1917. Antonietta era particolarmente bella e con una chioma fluente, tanto che a dodici anni fu scelta per recitare la parte dell’Angelo Consolatore nella Pijjata, il dramma della cattura e passione di Cristo, alla quale assisteva tutto il popolo di Sant’Andrea e paesi vicini. 

Davanti al Palazzo Jannoni di Sant’Andrea si allestiva l’Orto degli Ulivi, dove Cristo supplicava il Padre di non farlo morire. Antonietta, in veste bianca, si avvicinava a Gesù che sudava sangue, dicendogli: 

Divin Verbo Umanato,

I tuoi clamori ha tutti intesi il Genitore Eterno.

Perché dunque, Signor, stai così mesto?

Ei vuole che tu con fronte lieta il calice ne bevi! 

Gli porgeva il calice della passione, che Gesù voleva evitare, e glielo faceva bere. Appena Gesù aveva bevuto, lei continuava: 

L’Eterno Padre vuole

Che il Figlio suo Divin soffra la morte

Perché all’uomo del ciel s’apran le porte.

Ecco la croce: devi in essa morire! Sai che il mezzo

Per l’uomo ricomprar l’unico è questo!

Tu che pietoso ne acconsentisti ancor, vanne animoso!

             Antonietta crebbe diventando sempre più bella, ma di carattere difficile, per cui in famiglia era soprannominata àspitu e manu lìavita per la facilità con cui dava schiaffi. Lei non poté studiare oltre le elementari, ma poter studiare rimase il sogno della sua vita. 

La sua bellezza era notata in paese e si fece avanti uno spasimante, Gerardo Vitale, un bel giovane, fine falegname, cugino di secondo grado di Antonietta e nonno materno del già sindaco Gerardo Frustaci. Vista la parentela, Gerardo si rivolse direttamente alla madre di lei, mia nonna materna Maria Caterina Ranieri, supplicandola di intercedere presso Antonietta per il fidanzamento. Il giovane era serio, il partito buono, e lei acconsentì al fidanzamento, ma Antonietta non ne voleva sapere di matrimonio, anche se Gerardo le piaceva. La madre ordinò all’altra figlia Carmela, ottima ricamatrice presso le Suore Riparatrici di Sant’Andrea, di ricamare il corredo in vista delle nozze, e per un anno intero lei ricamò col punto a giorno, il punto pieno e il punto greco.

 Intanto Antonietta e altre quattro amiche, in seguito tutte monache, si erano fatte dare la chiave della chiesa dismessa di San Rocco, dove si riunivano a pregare e a leggere libri di pietà. Loro guida spirituale era il Padre Redentorista Santonicola senior, che cercava di convincere mia nonna a lasciar partire Antonietta per il noviziato salesiano. Suo padre Bruno, mio nonno, era a lavorare da emigrato a Canton, nell’Ohio, un posto della lontana America, che in paese era pronunciato Canton Ochio.

 Terminato l’anno di ricamo, mia madre portò il corredo a casa e Antonietta le chiese:

-E questo corredo per chi è?

Mia madre rispose:

-Il tuo, per sposarti con Gerardo.

Non l’avesse mai detto! L’aspide si avventò sul corredo che mise sotto i piedi, urlando che lei non si sarebbe mai sposata! La reazione della madre fu severa. Prese una corda bagnata con aceto e fustigò duramente Antonietta che riportò lividi per parecchi giorni. Alla fine, però, le diede il permesso di andare al noviziato a Napoli. Lì fu addetta come aiuto della suora portinaia, ma di nascosto cercava di leggere e istruirsi. Quello fu notato dalla direttrice che le chiese se voleva studiare, anche se aveva diciannove anni, e le fece fare dei corsi che lei bruciò nei tempi. La portinaia si lamentava:

-Un’ altra come Antonietta dove la trovo? 

Alla fine fu mandata all’Università Cattolica di Milano dove si laureò in italiano e latino in quattro anni con centodieci e lode, e fu assegnata all’insegnamento. Intorno al 1950 fu mandata all’Istituto Maria Ausiliatrice di Soverato, a breve distanza dalla casa dei suoi, dove insegnò italiano, latino e storia fino a ottanta anni, e visse fino a 94.

 Cosa c’entra allora Dante? C’entra per il suo famosissimo verso nella storia di Paolo e Francesca:

Amor che a nullo amato amar perdona.

Esso significa che l’amore, quando è profondo e sincero, non permette a nessuna persona amata di non ricambiare a sua volta. È una forza ineluttabile e fatale che lega indissolubilmente, costringendo alla reciprocità. Un fenomeno reale come la legge di gravità: uno si può buttare dalla finestra sperando di volare, ma cade inevitabilmente al suolo. Ai piedi del Monte Athos, in Grecia, ho visto le ossa dei monaci esicasti che, dopo un lungo digiuno totale, si lanciavano dalle loro alte grotte per volare verso la luce increata di Dio. Ma la legge di gravità non perdona: si sfracellavano al suolo. 

Allora, zia Antonietta avrebbe amato Gerardo? Se dobbiamo credere a Dante, la risposta è sì, lo ha amato, anche se lei non se ne rendeva conto. La prova del suo amore inconscio me l’ha fornita una delle sue numerose ex allieve di Soverato, che mi ha descritto la sua severità in classe, dove teneva tutte col fiato sospeso, mentre da una scatolina tirava a sorte il cognome dell’allieva che avrebbe interrogato. Poi l’ex allieva mi chiese:

-Hai idea perché tua zia usava sempre il nome di Gerardo nelle spiegazioni? Per esempio diceva: Gerardo è giovane, in latino richiede il caso nominativo, perché Gerardo è il soggetto. Invece, se dico: Io vedo Gerardo, richiede il caso accusativo, perché Gerardo è l’oggetto. Se poi dico: Io do una mela a Gerardo, richiede il caso dativo, ecc.

Io capii subito chi era quel Gerardo, ma sarebbe stato troppo lungo spiegarglielo, e lo faccio ora anche se con molto ritardo. Poco male, del resto, perché l’amore è eterno anche per le monache.

 Un’altra ex allieva, Annalisa, sorella di Gerardo Frustaci, ha raccontato che quando Suor Maria Antonietta arrivò a Soverato intorno al 1950 all’età di circa trentaquattro anni, suo nonno Gerardo, già sposato, se capitava a Soverato, andava davanti all’Istituto, che allora era piccolo, senza muro di recinzione, e terminava sulla sabbia finissima di mare: uno splendore! Gerardo la chiamava solo per vederla un istante: Maria Antonietta! Non sappiamo se lei si mostrò mai, perché si era chiusa al mondo con il muro invisibile del voto, muro reale non meno di quello dietro il quale fu murata a vita la Monaca di Monza.

O, forse, gli mostrò il suo viso, incorniciato dall’abito monacale, col naso dritto e gli occhi neri imperiosi nel comando? O, forse ancora, si nascose, bevendo fino all’ultima goccia il calice del suo volontario martirio, come aveva esortato a fare Cristo nell’Orto degli Ulivi?

 Salvatore Mongiardo, 5 febbraio 2026