mercoledì 13 novembre 2019

La presidentessa dell'Etiopia

https://youtu.be/GHZgLu7UO00?fbclid=IwAR2dvO_weBAZv4y1T3RZq1vPQ7l2X0vCe4AI-ut7phI1AgSe7QG5KtzCtnI

Con grande emozione vi invito a guardare il video di insediamento della presidentessa dell'Etiopia: sulla Costituzione c'è la stella pitagorica come sulla bandiera, nella quale si aggiungono 5 raggi solari. Il discorso della presidentessa in francese parla della necessità delle donne al governo: la novità viene da dove uno meno se l'aspetta e l'Etiopia dimostra che le nostre radici vanno lontano e stanno rispuntando per un mondo nuovo e sereno. Grazie allo nostra socie NSP che da Parigi mi ha segnalato il video. Evoè.
Salvatore Mongiardo
https://youtu.be/GHZgLu7UO00

venerdì 1 novembre 2019

La dignità della donna - Taverna 27 ottobre 2019


La dignità della donna
Taverna 27 ottobre 2019

            Gli ultimi cento anni hanno visto la popolazione mondiale crescere sempre di più fino ad arrivare oggi a otto miliardi di persone. Nel 1975 eravamo quattro miliardi. Quanti saremo fra cinquant'anni con questo ritmo di crescita? Ora la globalizzazione procede velocemente su base competitiva, e questo comporterà inevitabilmente conflitti pericolosi e squilibri planetari. Non dimentichiamo che negli ultimi 3.550 anni ci sono state sempre guerre con l'eccezione di soli 280 anni di pace.
            Questi conflitti sono sorti perché da millenni i maschi sono stati i capi politici, religiosi e militari. Essi hanno schiavizzato la donna costringendola a ruoli marginali nella società. La cultura maschilista ha portato la terra alla desolazione presente, che potrà solo peggiorare senza un'inversione totale di tendenza che solo le donne possono attuare.
            La dignità della donna, basata sulla sua libertà, prima di tutte quella di procreare, millenni fa era alla base della società nella Prima Italia, oggi Calabria, e fu riconosciuta e praticata da Pitagora a Crotone. Egli affermava addirittura che la donna aveva una maggiore dignità dell'uomo che le proveniva direttamente dalla divinità e le consentiva di praticare spontaneamente la giustezza: diversamente dagli uomini, cioè, lei faceva sempre parti uguali per tutti. Perciò la donna era più degna degli uomini di fare le offerte alla divinità, consistenti in focacce di farina e miele impastate con le proprie mani. Il sacrificio cruento di animali, che era comunemente praticato dai maschi, non era ammissibile per Pitagora.   
            Questa solenne celebrazione della dignità della donna avviene a Taverna, dove, ai tempi della Magna Grecia, le donne erano libere e all'arrivo del dio Dioniso abbandonavano casa, spola, telaio e focolare per seguire il dio al grido di evviva: evoè!
            Da Taverna noi vogliamo proclamare oggi l'Era della Donna: bisogna che le donne di tutto il mondo vadano realmente ai governi per fare della terra la casa comune e felice di tutti i viventi. Solo le donne hanno le energie etiche e morali necessarie per smantellare gli arsenali militari, proibire la fabbricazione di nuove armi, fermare la crescita della popolazione e distribuire ai popoli le enormi risorse finanziarie oggi divorate dagli armamenti.
            L'incontro di Taverna vuole anche essere un riconoscimento e una domanda di perdono rivolta a tutte le donne che nella storia sono state schiavizzate, uccise, stuprate, sfruttate, vendute, prostituite, malmenate, offese e oltraggiate. Le loro infinite sofferenze si tramutano oggi in grandi energie che molte donne ignorano di possedere. Il cuore del nostro messaggio è un'esortazione a tutte le donne perché prendano coscienza del loro compito e della loro capacità di destabilizzare questo mondo violento per trasformarlo in un mondo di pace. Siamo profondamente convinti che, senza il deciso e massiccio intervento delle donne a tutti i livelli politici, religiosi e finanziari, il mondo finirà male: migliaia di anni di storia lo dimostrano.

IL TERZO MILLENNIO

Sorge sull’orizzonte della storia
il tempo nuovo della mansuetudine
quando la donna strapperà di mano
l’arma di morte al guerriero.

Mai più le donne verseranno lacrime
per figli massacrati nelle guerre
mai più la madre dovrà concepire
figli senza speranza del domani.

Si vestirà la donna con i raggi del sole
e scagliando la falce della luna
distruggerà le bombe ed i cannoni
e svuoterà di armi gli arsenali.

Incontro all’uomo andrà a braccia aperte
gli stringerà la testa sul suo seno
gli toglierà dal cuore ogni veleno
e insieme a lui costruirà la pace.

Salvatore Mongiardo
27 ottobre 2019

mercoledì 30 ottobre 2019

TEANO: una donna speciale


TEANO: una donna speciale

            Dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna: quest'affermazione è particolarmente vera per Teano (Theanòs) di Crotone, il personaggio femminile forse più importante dell'antichità, anche se poco conosciuto e apprezzato.
Teano era una delle diciassette allieve che frequentavano la Scuola di Pitagora, ed ebbe l'ardire e la determinazione di sposare un uomo più vecchio di lei di circa quaranta anni. Pitagora, straniero, ne aveva circa sessanta, e lei solo venti. Da quell'unione nacquero cinque figli: Damo e Muià, femmine; Arignota, Telauge e Mnemarco, maschi.
            Pitagora favoriva le donne in tutti i modi, facendo leva soprattutto sulla moglie e le due figlie. Erano esse, difatti, a guidare i cori per onorare le divinità, alle quali offrivano focacce impastate con le loro mani. Nasceva così un nuovo culto che contraddiceva i sacrifici di sangue, celebrati da sacerdoti maschi nel Tempio di Hera Lacinia, a poca distanza da casa loro. L'offerta sacra passò così dagli uomini alle donne e dal Tempio dentro le mura di casa.
            Teano fu anche femmina senza ipocrisia, e perciò affermava che la donna deve deporre il pudore assieme alla tunica quando si univa al marito. E doveva riprendere il pudore assieme alla tunica, quando si rivestiva. Il sesso era vissuto appieno da lei e Pitagora come fusione di forze primigenie della natura.
            Teano seguì il marito nella gloria e nelle persecuzioni, peregrinando da polis in polis della Magna Grecia, quando i pitagorici furono cacciati da Crotone.
Per lei non ha contato l'età né la nazionalità e nemmeno la religione del suo tempo. La sua vicenda dimostra che la donna conosce da sé la strada che porta al bello e al buono, cose che tutti costantemente sogniamo. Lei è la creatura che ci conduce alla vera patria: il sogno che diventa realtà.

Salvatore Mongiardo
30 ottobre 2019
           
           
           

sabato 26 ottobre 2019

La comunione all'ammalata


La comunione all'ammalata

            Era il 1954 ed io avevo tredici anni. Una mattina Padre Ruggiero, nel Collegio dei Padri Redentoristi di Sant'Andrea, mi chiese di accompagnarlo a casa di un'ammalata, che abitava nel rione della Fontanella, in pratica dall'altra parte del paese. Padre Ruggero salì i gradini dell'altare maggiore e, prima di aprire la porticina d'argento del tabernacolo, fece una profonda genuflessione al modo che io già conoscevo. Egli picchiava sodo col ginocchio destro sul marmo, tanto che si sentiva il rumore. Gli avevo chiesto una volta perché mai facesse una genuflessione così profonda davanti al tabernacolo, e il buon Padre, guardandomi con benevolenza mi spiegò: Perché lì dentro, per amore nostro, sta chiuso il figlio del capo! Egli voleva dire che sotto la specie delle ostie, Gesù, figlio di Dio, stava chiuso a disposizione dei fedeli. Dio come capo era un'immagine del Napoletano, da dove il Padre e i suoi confratelli provenivano.
            Padre Ruggiero scostò il velo che ricopriva il tabernacolo, infilò la chiavetta e prese dalla pisside un'ostia, che ripose in una piccola teca, legata a un cordoncino che passò attorno al collo, mentre recitava: O sacrum convivium, in quo Christus sumitur…
Andammo poi per le vie del paese e il Padre non rispondeva alle persone che lo salutavano, mantenendo un atteggiamento compunto e serio. Era segno che portava il sacramento dell'eucaristia e tutta l'attenzione doveva essere riservata al figlio del capo. Arrivammo alla casa della donna, che viveva sola, non lontano dalla casa abitata allora dalla famiglia di Enrico Armogida. La stanza era povera, una vicina aveva acceso una candela e l'anziana ammalata era stesa nel letto. Notai con stupore che una corda era appesa al soffitto e arrivava fin sopra il letto per permettere all'ammalata di afferrarsi, girarsi sul letto e anche alzarsi per i bisogni. Il capo della corda, lucida per il molto uso, terminava con una piccola guaina di cuoio che impediva alla corda di sfilacciarsi.
            Padre Ruggero diede l'ostia alla donna che la prese devotamente in bocca e poi la vicina le diede da bere dell'acqua: si usava sciacquare la bocca dopo la comunione in segno di rispetto della sacra specie. Poi il Padre parlò familiarmente all'ammalata e alla fine si congedò: Se non ci vediamo più, ci vediamo in cìelo. Ai napoletani piace vivere a colori e danno un tocco di colore anche al cielo, che diventa cìelo, come il cuore diventa cùore e perfino la preghiera diventa preghìera.
La donna allargò le mani sulla coperta, e borbottò sottovoce parole andreolesi che il Padre non poteva capire: Fussa pe' mia, starìa supa sta terra puru si aiu u m'acchiappu ara corda. La donna preferiva vivere ammalata con l'aiuto della corda piuttosto che andare nel cìelo di Padre Ruggero. Egli me ne chiese la traduzione, ma io ritenni sconveniente l'affermazione della donna e dissi che lei lo ringraziava di tutto cuore.

Salvatore Mongiardo
25 ottobre 2019

sabato 12 ottobre 2019

Pio XII e mio cugino Vincenzo


Pio XII e mio cugino Vincenzo

            Papa Pio XII non ha bisogno di presentazione, mentre mio cugino Vincenzo sì, anche se di lui ho scritto nel mio Ritorno in Calabria un intero capitolo, e poi ancora nel mio Sesso e Paradiso. Vincenzo Codispoti (1916-1996) era la persona più amabile e affettuosa che si possa immaginare, e il più amato da me tra tutti i miei numerosi cugini. Egli era, in realtà, cugino primo di mia madre.
            La vita di Vincenzo fu segnata dalla sventura già in tenera età, quando perse per malattie i genitori e due fratellini. Fu allevato dalla zia paterna Mariantonia, la germanese, così chiamata per la sua alta statura e i capelli biondi. Lei non volle sposarsi per dedicarsi interamente a lui, e a volte commentava che Vincenzino era nato la sera del 29 novembre 1916, quando la luce elettrica arrivò in Sant'Andrea: Ma per lui fu più scuro della mezzanotte!
La zia lo amava più di un figlio, e pensò di mandarlo nella comunità dei Padri Liguorini, quella fondata da Sant'Alfonso dei Liguori, dalla quale fu allontanato alla vigilia dell'ordinazione sacerdotale per disturbi psichici a lui causati dal duro regime quasi carcerario di quella congregazione. Superò poi brillantemente gli esami di maturità classica a Roma, dove fece scalpore perché si presentò alle prove scritte di latino e greco senza vocabolari, dei quali non aveva bisogno. Si iscrisse alla facoltà di lettere e superò tutti gli esami, ma non si poté laureare, perché chiamato alle armi allo scoppio della seconda guerra mondiale. Fatto ufficiale, fu inviato in Albania, dove non poteva combattere perché l'unica mitragliatrice era inceppata, e lui cercava di ripararla di notte al lume di una candela, mentre rifletteva: Potrei morire in questa trincea da un momento all'altro e in paese, a Sant'Andrea, nessuno saprebbe nulla!
            Dopo l'armistizio del 1943, fu catturato dai tedeschi con tutto il contingente italiano e spedito in Germania in un campo di prigionia - non un lager - dove i soldati italiani facevano lavori forzati in una miniera di rame.      
Il comando tedesco offrì la possibilità di insegnare la lingua tedesca agli italiani, che si rifiutarono in blocco per un comprensibile sentimento di nazionalismo. Vincenzo fu l'unico che accettò, e arrivò a padroneggiare così bene quella lingua che i tedeschi ne erano meravigliati. All'arrivo degli americani, il campo si svuotò di prigionieri, ma Vincenzo fu lasciato solo, perché si era infortunato un piede. Allora, zoppicando, si avviò sopra un ponte di ferro, pieno di soldati tedeschi in ritirata su camion e panzer, mentre lui, da solo, percorreva il ponte in direzione opposta. Nessuno dei soldati tedeschi gli fece alcun male, cosa che lui raccontava con ammirazione.
            Rientrato a Roma, si presentò per avere l'assegnazione della tesi di laurea, ma i regolamenti prevedevano allora che ai reduci fosse data la laurea a vista col punteggio minimo, cosa che egli rifiutò con sdegno, né mai più volle dare l'esame di laurea. Fu poi assunto nel servizio consolare e mandato a Tirana, in Albania, dove nessuno voleva andare a causa del regime comunista di allora, ma dove Vincenzo conobbe Angelica, cittadina greca, che svolgeva funzioni consolari per la Grecia.
I due s'innamorarono e da allora vissero sempre assieme appassionatamente, anche se con mille precauzioni, perché il governo greco proibiva ai suoi dipendenti di frequentare membri del servizio consolare italiano, dopo la vile aggressione fascista alla Grecia.
            In seguito furono entrambi trasferiti a Londra, dove Vincenzo finalmente poté sposare Angelica col rito civile. La cosa scontentò la zia Mariantonia, super cattolica, e allora i due la accontentarono con regolari nozze cattoliche. In pratica quel matrimonio sanava, almeno per loro, lo scisma anglicano, avvenuto ai tempi di Enrico VIII, che di mogli diverse ne aveva sposato ben sei. La Grecia, però, allora non riconosceva il matrimonio contratto fuori dal rito ortodosso. E i due, non più giovani, si sposarono per la terza volta ad Atene con quel rito. Quella volta sanarono lo scisma tra cattolici e ortodossi, avvenuto nel 1054, con la bolla papale di scomunica, deposta sull'altare di Santa Sofia a Costantinopoli dal cardinale Umberto da Silva Candida.
Angelica vive ad Atene, ci sentiamo di tanto in tanto e afferma sempre convinta di avere sposato il migliore italiano.
            C'eravamo, però, dimenticati di Pio XII e di come abbia avuto a che fare con Vincenzo. In realtà il papa di Vincenzo non seppe mai nulla, ma successe che un giorno egli ricevesse in San Pietro una delegazione di cattolici tedeschi. Vincenzo, che abitava a Porta Cavalleggeri, vicino alla Basilica Vaticana, si trovò a passare dalla Piazza ed entrò nella Basilica, attirato dai cartelli scritti in tedesco. Il papa arrivò portato sulla sedia gestatoria, e poi si mise a parlare ai presenti. Quando arrivò ai fedeli tedeschi, l'occasione - e forse la vanità - lo portarono a usare la sua conoscenza del tedesco, lui che aveva firmato complicati testi in tedesco per il concordato con Hitler nel 1933, e vissuto per anni in Germania come nunzio apostolico, cioè ambasciatore del Vaticano.
            Si rivolse dunque ai tedeschi dicendo che avrebbe usato la loro lingua. Ma, vuoi per l'emozione, o per l'età, o per un lapsus, o vuoi anche per l'identità della parola lingua, che, in italiano e in latino indica sia il parlato che la lingua come organo, se ne uscì con lo strafalcione: die deutsche Zunge… In tedesco Zunge significa lingua in senso anatomico. Per dire in tedesco: Mi mordo la lingua, si usa Zunge, la lingua organo, non Sprache, la lingua parlata.
            La cosa non sfuggì a Vincenzo, che si sentì ribollire il sangue al pensiero di come e dove aveva imparato il tedesco. E mentre Guardie Svizzere, Guardie Nobili e Palatine, cardinali e gestatori beatamente sorridevano all'erudizione del pontefice, si allontanò dalla Basilica bollando il papa con la sua voce cavernosa: Ignorante, imbroglione…

Salvatore Mongiardo
12 ottobre 2019
             

venerdì 11 ottobre 2019

Francesco Lopez - Pitagora e l'Egitto


Francesco Lopez

Pitagora e l'Egitto

Le arti sapienti per la tutela della Vita
Pisa University Press 2019

            Ho appena terminato di leggere con la massima attenzione questo prezioso libro del professor Francesco, che continua a stupirmi per la profondità della sua analisi e l'abilità nel risolvere situazioni complesse del mondo antico. A queste si aggiungono la sua capacità di sintesi e l'audacia nel ripresentare valori che sembrano del passato, che invece sono e rimangono universali.
            Il libro non è di facile lettura per chi non ha dimestichezza con le dottrine filosofiche antiche. Per chi invece possiede questa qualità, il libro è una guida magistrale che conduce nel mondo della cultura, delle idee, della medicina, cosmologia e destino dell'uomo dopo la morte. Esso è come un museo del mondo antico che espone i collegamenti del pensiero e delle aspirazioni, finora non emersi, tra Grecia, Egitto, Samo, Mesopotamia e Magna Grecia.
            Dal libro appare sempre più chiara l'importanza della polis di Crotone, non solo come capitale della Magna Grecia con Pitagora, ma anche come crocevia di incontri culturali che arricchirono razionalità, medicina, etica ed escatologia del mondo occidentale. Quella ricchezza fu ben valutata dal più fine dei politici di Atene, Pericle, che volle la riapertura della Scuola Pitagorica di Crotone, chiusa per circa cinquanta anni, dopo la rivolta di Cilone contro Pitagora e i pitagorici. E fu sempre quella ricchezza di contenuti che attirò i grandi del passato, primo fra tutti Platone, che alla riaperta Scuola di Crotone rimase sette anni, per suggerimento di sua madre Perictione, filosofa pitagorica e amica di Socrate.
            Francesco non ha bisogno delle mie lodi, che comunque gli faccio sincere, e spero che gli amici più preparati si procurino il libro, disponibile su Amazon, e lo leggano.
            Mi sembra comunque doveroso fare una presentazione del libro a Crotone a cura della nostra Nuova Scuola Pitagorica, della quale Francesco è uno dei cinque fondatori e membro del direttivo. Il suo libro termina così:

Pitagora… modello di sapiente a 'tutto tondo' rivolto alla conoscenza e alla tutela delle energie vitali degli uomini e del cosmo, in senso sia terreno che soprattutto escatologico.

Salvatore Mongiardo
10 ottobre 2019

             
             

venerdì 4 ottobre 2019

Magna Grecia alla ribalta



            A metà settembre 2019 in compagnia di Rosario Amelio ho partecipato all'incontro organizzato da Giovanni Canora: Terra e salute in Basilicata, a Castelluccio Inferiore e Superiore. Eravamo immersi in una vallata verdissima, chiusa da montagne di tale bellezza che incutevano timore. Incredibile era la predominanza di occhi verdi nelle persone, uomini e donne, tutti così amabili e cortesi che sembravano provenire da un mondo incantato.
            Teana, un piccolo comune vicino, prese il nome da Teano, la giovane moglie di Pitagora, la quale, secondo una tradizione orale consolidata, andava lì a passare l'estate con la famiglia per sfuggire al caldo di Crotone. Del resto sappiamo da Giamblico che dalla Lucania venivano a Crotone giovani allievi e allieve per frequentare la Scuola Pitagorica, e di essi conosciamo anche i nomi.
            Rimasi letteralmente allibito quando seppi che una piccola frazione di Teana si chiama… Locri, proprio come Locri di Calabria. E un'altra piccola frazione del vicino comune di San Severino Lucano si chiama Cròpani, esattamente come il comune che sorge tra Catanzaro Lido e Botricello in Calabria. 
            A proposito di Cropani, poi, faccio notare che il nome non viene dal greco kopros, sterco, etimologia accettata da tutti, ma sbagliata. La parola greca da cui prende il nome era àcropa, termine dorico che indica un pane a punta: akron+pa, come acutamente mi ha spiegato l'amico prof. Enrico Armogida.
            Zia Concetta, una sorella di mio padre sposata a Isola Capo Rizzuto, quando veniva in visita a Sant'Andrea mi portava la cropa, una ciambelletta con forma particolare, se ben ricordo a panierino. Erano gli anni 1948-50. Certamente nel Crotonese ci sono ancora delle persone che ricordano la cropa, e saperne di più sul suo uso, o farla addirittura infornare, costituirebbe un tassello utile per la riscoperta delle nostre complesse origini. Invito pertanto chi può a fare un'indagine in merito.
            Le due frazioni di Cropani e Locri di Basilicata sono abitate e non hanno resti archeologici noti. La loro denominazione potrebbe derivare da pitagorici originari dei due centri di Calabria, sfuggiti alla rivolta antipitagorica di Cilone dell'anno 510 a. C. circa, quando molti pitagorici di Crotone e delle altre polis furono uccisi o scacciati. Si può ipotizzare - con cautela - che alcuni pitagorici di Locri e Cropani di Calabria si siano rifugiati e insediati in Lucania, dove avevano amici.
            Per chiarezza faccio notare che il comune di Teano, antica Teanum, quello dello storico incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele, deriva non da Teano di Pitagora, Theanòs, ma dal termine osco che significa atro, nero, come Rio Negro o Lago Negro. Quella denominazione è dovuta al colore nereggiante delle acque per la presenza di materiale ferroso.  

Salvatore Mongiardo
4 ottobre 2019           

CALABRIA A RAVENNA

mercoledì 26 giugno 2019

Celebrazione nascita della Prima Italia 2019




NUOVA SCUOLA PITAGORICA

Celebrazione della nascita della Prima Italia e presentazione del suo Cammino

Domenica 7 luglio 2019 presso il Mulinum di San Floro ore 19.00
           
            Care Amiche e cari Amici,
la Nuova Scuola Pitagorica ci riunisce per il terzo anno a festeggiare la nascita dell'Italia, evento tra i più importanti della storia umana. Essa avvenne migliaia di anni fa nel territorio compreso tra i due golfi di Squillace e Lamezia, dove gli Itali vivevano in libertà, amicizia, comunità di vita e di beni, dignità della donna e nutrimento con i frutti che la terra offriva tutto l’anno.  
            Pitagora comprese la grandezza di quell'etica, la adottò e così nacque la Magna Grecia. Prima Italia è un termine che si trova già negli autori del V secolo a.C. Nella storica giornata del 7 luglio 2019 noi vogliamo riaprire idealmente il cammino che univa le coste del Jonio e del Tirreno con un progetto elaborato da specialisti della materia, i quali hanno rintracciato il percorso su stradine, viottoli e tratturi di terra battuta, come loro stessi esporranno nella serata. Con questa iniziativa intendiamo riunire storia, geografia ed etica come lo erano e come dovrebbero tornare a essere per la felicità personale e la pace universale.
            Il Bue di Pane pitagorico, simbolo del Sissizio, sarà confezionato dal Mulinum di San Floro. Accanto ad esso ci sarà un antico vaso di terracotta nel quale ognuno potrà versare l'acqua di un mare, lago, fonte, fiume, ruscello che porterà dai suoi luoghi in segno di unità. Basta una minima quantità che si può mettere in un flaconcino.
            La solenne riapertura del cammino, destinato a diventare bene dell'umanità, avverrà nell'estate del 2020 in data che sarà annunciata nel corso dell’anno.
            Al termine, chi lo desidera, potrà usufruire dei servizi di ristorazione con le varietà di pizze vegetariane del Mulinun. Evoè.

Salvatore Mongiardo: 348 78 29 212
Marco Tricoli: 335 79 67 230


Per arrivare al Mulinum
Prendere la superstrada dei Due Mari, poi uscire all'altezza del palazzo della Regione Calabria-Università e andare verso San Floro, senza salire al centro storico. Il Mulinum si trova sulla destra, sulla strada con ampio parcheggio, a circa 2 km in direzione sud.

venerdì 31 maggio 2019

LORENZO VISCIDO - Appunti sugli abati del monastero Vivariense

Appunti sugli abati del monastero Vivariense
Da “La Radice” 25, 1 (2019), pp. 9-11
Stando a quel che scrive Cassiodoro (secc. V-VI) nelle sue Institutiones (I, 32, 11), la congregatio monachorum del Vivariense, ovvero del cenobio da lui fondato nei pressi della natia Squillace2 dopo, a quanto pare, il 554 d. C.3, era retta da due abati, i sanctissimi viri Calcedonio e Geronzio, il cui compito consisteva nel prodigarsi affinché i monaci riuscissero ad ottenere i dona della beatitudo ed ai quali, al tempo stesso, bisognava obbedire senza alcun mormorio di indignazione, tema, questo, non insolito, assieme a quello dell’obbedienza, nella letteratura monastica4.
Riguardo a quei sanctissimi viri, Mauro Donnini rileva che “lascia piuttosto perplessi la contemporanea presenza di due abati per una sola comunità” se si considera che nel capitolo in cui l’uno e l’altro sono nominati o, meglio, nel suo titolo (Commonitio abbatis congregationisque monachorum5), “figura il genitivo singolare” di abbas e non il genitivo plurale6.
Escluso che, esortando i monaci a sottostare alla volontà di Calcedonio e Geronzio, Cassiodoro si rivolgesse pure a quelli che, dopo essere stati “istruiti” dalla “consuetudine” cenobitica, avevano forse deciso di vivere come anacoreti nei montis Castelli secreta suavia, chiamati anche remota [...] heremi loca7 – lo escludo perché dal contesto sia del passo delle Institutiones inizialmente qui segnalato, sia del successivo risulta chiaro che Cassiodoro indirizzava le proprie raccomandazioni soltanto ai fratres del Vivariense –, per nulla sorprende il fatto che la comunità di questo cenobio avesse due abati. Dalla vita di Fulgenzio, vescovo di Ruspe, scritta tra il 533 e il 534 da un suo allievo di nome Ferrando, si apprende che, ritiratosi in un monasterium composto da pauci e simplices fratres, dei quali era abate un certo Felice, quel presule ricevette da lui il nomen e la potestas di abbas e, così, accollatisi il giogo gubernandae congregationis, tali viri sanctissimi si divisero i ruoli da svolgere8.
Come apprendiamo, inoltre, dalla Regula Magistri e da quella di San Benedetto, l’abate di un convento era, sì, uno solo, ma talvolta egli veniva assistito nelle sue mansioni da un secundus o secundarius abbas, cioè da un coadiutore che a tempo debito sarebbe divenuto il successore dell’altro9.
A questo punto, se da una parte è vero che, pur avendo intitolato Commonitio abbatis [...] il capitolo anzidetto usando il genitivo singolare di abbas10 al posto del plurale, Cassiodoro, poi, cita i nomi di due abati, d’altra parte, però, tenuto conto delle mie considerazioni precedentemente esposte, “la contemporanea presenza” di due superiori in una sola comunità monastica, quella del Vivariense, non costituisce una novità. Rende comunque stupiti ciò che, a proposito di Geronzio (coadiutore di Calcedonio, secondo il Cappuyns11), hanno dichiarato Ivan Gobry ed Antonio Caruso, vale a dire che egli era abate degli anacoreti12. Si tratta di un’asserzione opinabile, che non ritengo possa rispondere a verità. Ho già sottolineato, infatti, che nel passo dove si parla di Calcedonio e Geronzio (Inst. I, 32, 1), nonché nel successivo, la commonitio cassiodorea concerneva solo e indubbiamente i cenobiti, compresi i loro abati. In altre parole, incitando questi ultimi e la congregatio monachorum ad accogliere i pellegrini, a far l’elemosina, vestire gli ignudi, dar da mangiare agli affamati, non opprimere col peso di ulteriori tasse (adiectarum pensionum pondere non gravetis) i rustici al servizio del loro monasterium ecc., Cassiodoro si rivolgeva inequivocabilmente a tutti quei fratres che dimoravano dentro la cinta del cenobio (Omnes, quos saepta monasterii concludunt), da non identificare nei remota [...] loca di mons Castellum, dove, invece, avrebbero potuto risiedere gli anacoreti13.
Si osservi, ancora, che alcuni degli ammonimenti poc’anzi ricordati erano stati fatti dall’ex ministro di Teodorico in Inst. I, 29, 1 sempre ai monaci di quel cenobio (Invitat siquidem vos locus Vivariensis monasterii ad multa peregrinis et egentibus praeparanda14), i cui superiori, come risulta – ripeto – da Inst. I, 32, 1, erano Calcedonio e Geronzio. Ne consegue che, diversamente da quanto con un gratuito parere scrivono il Gobry ed il Caruso, Geronzio non poteva essere abate degli anacoreti, né poteva esserlo Calcedonio.
Ma, in fin dei conti, permettendomi di porre ai lettori un quesito già posto da James O’Donnell, “did” l’eremo di mons Castellum“need an abbot”15? Lo studioso americano non ha risposto a tale domanda, ma io credo fermamente di no. Scontato, infatti, che i consigli di Cassiodoro ai suoi fratres di vivere, qualora ne avessero sentito la necessità, come eremiti nei recessi di mons Castellum sono pur sempre dei consigli, ragion per cui non sappiamo se poi quei monaci vi praticassero l’anacoresi16, è interessante dire che, in base alla testimonianza di Giovanni Cassiano (secc. IV-V), presbyter molto apprezzato dal Nostro17, resi forti, prima, dall’esperienza di vita cenobitica e volendo successivamente agire in solitudine e piena libertà nella propria ascesi, gli eremiti non desideravano abbatis cura atque imperio gubernari18.
Aggiungo che, come si legge nel capitolo primo della Regola di San Benedetto, coevo di Cassiodoro, mentre i cenobiti milit(abant)19 sotto la guida di un abbas, gli anacoreti, al contrario, essendo stati preparati in un cenobio, ancor prima di divenire tali, ad eludere le insidie del demonio, erano capaci di lottare contra vitia carnis vel cogitationum in maniera autonoma20.
Va infine osservato qualcos’altro. Visto che nel suo proposito di raggiungere la perfezione interiore, un anacoreta principiante nutriva il desiderio, talvolta, di essere spiritualmente guidato, nel monachesimo orientale, da un ἀββᾶς21, cioè da un vecchio eremita così denominato per venerabile età o vita esemplare22, poteva avvenire che anche nel monachesimo occidentale, incluso quello dell’epoca cassiodorea, un neofita in campo anacoretico si comportasse allo stesso modo. In Occidente, però, seppur coniato sul calco del greco ἀββᾶς, il termine abbas era un titolo concesso non a qualsiasi frate per venerabile età, ma, sebbene, come in Oriente, anche per vita esemplare o, appropriandomi di un’espressione di San Benedetto, vitae [...] merito et sapientiae doctrina23, a chi, fra tanti monaci, era ritenuto degno di reggere una congregazione cenobitica da cui egli veniva eletto e dalla quale, pertanto, riceveva incombenze che un anacoreta, invece, appartato dal consorzio umano e dedito in solitudine alla preghiera e alla contemplazione, non avrebbe potuto adempiere. È facile capire, allora, che il sostantivo abbas fu creato nel monachesimo occidentale con esclusivo riferimento al mondo cenobitico e che, dunque, per quanto riguarda Cassiodoro, se dopo un periodo di tempo trascorso nel Vivariense, alcuni suoi monaci avessero voluto ritirarsi sui remota [...] loca di Montecastello, qui essi, come anacoreti, non avrebbero avuto un abate.
Lorenzo Viscido
NOTE
1. Ed. R.A.B. Mynors, Oxford 1937, p. 79.
2. Erroneamente alcuni lo chiamano Vivarium che, essendo però un toponimo (coniato in epoca moderna), sta ad indicare il locus del monasterium e non il monasterium che lo Squillacese vi fondò. Cfr. in merito L. Viscido, Ricerche sulle fondazioni monastiche di Cassiodoro e sulle sue Institutiones, Catanzaro 2011, pp. 39-42.
3. Cfr., ad es., J.J. O’Donnell, Cassiodorus, Berkeley – Los Angeles – London 1979, p. 190; A. Amici, Cassiodoro a Costantinopoli. Da magister officiorum a religiosus vir, in Vetera Christianorum 42, 2 (2005), pp. 221-222.
4. Cfr. S. Pricoco, La Regola di San Benedetto e le Regole dei Padri, Milano 20112, pp. 289, 323-324.
5. Cassiod., Inst. I, 32, 1, ed. cit., p. 79.
6. M. Donnini (a cura di), Cassiodoro. Le Istituzioni, Roma 2001, p. 121, nota 1.
7. Cassiod., Inst. I, 29, 3, ed. cit., p. 74: [...] si vos in monasterio Vivariensi [...] coenobiorum consuetudo competenter erudiat et aliquid sublimius defecatos animos optare contingat, habetis montis Castelli secreta suavia, ubi velut anachoritae [...] feliciter esse possitis. Sunt enim remota [...] heremi loca [...].
8. Ferrand., Vita Fulgentii 5, ed. G.G. Lapeyre, Paris 1929, p. 131.
9. Cfr. P. Courcelle, Nouvelles recherches sur le monastère de Cassiodore, in Actes du Ve Congrès international d’archéologie chrétienne, Aix-en-Provence 13-19 sept. 1954, Città del Vaticano - Paris 1957, p. 523 e nota 49.
10. Abbatis è lezione tramandata da quasi tutti i manoscritti. Solo il Vat. Pal. Lat. 274 (XI sec.) conserva un’altra lezione, ovvero ad abbatem.
11. Cfr. M. Cappuyns, L’auteur de la Regula Magistri: Cassiodore, in Recherches de théologie ancienne et médiévale 15 (1948), pp. 214-215.
12. I. Gobry, Cassiodoro monaco e santo, in www.cassiodoro.eu/cassiod.4.htm.
13. Ved. nota 7.
14. Ed. cit., p. 73.
15. Cit., p. 200.
16. Ved. nota 7. Grazie, tuttavia, a due lettere di papa Gregorio Magno, scritte nel 598 e, quindi, tanto tempo dopo i suggerimenti cassiodorei, siamo certi che i monaci a Montecastello conducevano in quell’anno vita cenobitica. Cfr. a tale riguardo L. Viscido, cit., pp. 49-51.
17. Cfr. Inst. I, 29, 2, ed. cit., p. 74.
18. Cfr. Cassian., Conl. XVIII, 7, 4, ed. M. Petschenig, Vindobonae 1886 CSEL13), p. 514.
19. Sulla metafora del monaco quale miles miles Christi) cfr. S. Pricoco, Alcune considerazioni sul linguaggio monastico, in Cassiodorus. Rivista di studi sulla tarda antichità 5 (1999), p. 182.
20. Ed. R. Hanslik, Vindobonae 1960 CSEL75), p. 17.
21. Cfr., ad es., Pallad., Hist. Laus. 22, 6 e 11, ed. G.J.M. Bartelink, Milano 1974, pp. 122 , 124 e 126.
22. Cfr. J. De Puniet, Abbé, in Dictionnaire de Spiritualité I, Paris 1937, pp. 49-57; J. Dupont, Le nom d’abbé chez les solitaires d’Égypte, in La vie spirituelle 75 (1947), pp. 216-230.
23. B.R. 63, 1, ed. cit., p. 148.

lunedì 27 maggio 2019

Distruzione Armi Curinga 2019


https://drive.google.com/file/d/1jtj0Q2pFHMyc3Xetdpk0B6jaTfmrFhon/view?usp=sharing



GIORNATA MONDIALE PER LA DISTRUZIONE DELLE ARMI

CURINGA, DOMENICA 9 GIUGNO 2019 - ORE 11
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Care Amiche e cari Amici,
           
            quest'anno ci raduneremo a Curinga - CZ - per celebrare la Giornata Mondiale come da locandina allegata. Invitiamo voi tutti, senza alcuna distinzione, a unirvi a noi, in quel giorno o nel seguente, dovunque vi troviate. Scopo del nostro incontro è di smantellare tutti gli arsenali militari, distruggere le armi e non fabbricarne più.

            Solo 240 anni degli ultimi 3000 di storia sono trascorsi in pace e tutti gli altri, il 92%, hanno visto eserciti in armi uccidere e devastare, rendendo questo mondo un inferno. Oggi tutti gli Stati hanno problemi di debiti pubblici, ma nessuno dice con forza che l'umanità potrebbe vivere nell'abbondanza, se non ci fossero le enormi spese per gli armamenti.

            Nessun economista ha mai scritto che viviamo in un regime continuo di guerra a causa delle spese militari. Tocca pertanto a noi per primi, eredi diretti degli Itali che vissero in queste terre, riprendere la guida dei popoli e condurli per mano verso orizzonti di pace e prosperità.

            Le armi che frantumeremo sull'incudine sono il segno che la misura è colma e che ogni persona deve affrontare il gravissimo problema che governi e istituzioni non sono in grado - o non vogliono - risolvere. L'autorità per promuovere questa iniziativa ci viene dall'antichissima cultura pacifica degli Itali, quella che Pitagora riassunse nel bue di pane, segno della fine di ogni violenza:

Se non osi uccidere l'animale, mai ucciderai un uomo.

            E' nostra ferma convinzione che un ciclo benefico per l'umanità stia ripartendo dalla Calabria, dove l'Italia nacque e da dove, dopo due millenni di decadenza, l'Italia rinasce nello splendore della Civiltà Sissiziale.
Evoè.

Salvatore Mongiardo
28 maggio 2019

Per info: cell. 348 78 20 212




mercoledì 15 maggio 2019

IMMAGINE DI PITAGORA

Immagine di Pitagora dipinta nel pronao della chiesa del Monastero Maggiore delle Meteore, Grecia - la zona di monasteri sulle rocce, in Tessaglia, mandata da Elio Castelliti il 12 maggio 2019.
Le scritte in alto dicono: Il greco Pitagora (sinistra); Filosofo e matematico (destra).
Nel cartiglio: Dio è Mente e Logos e Spirito e Logos (Verbo) incarnato dal Padre.
Pitagora si trova tra immagini di profeti e apostoli.
L'ho ricevuta mentre parlavo di lui a Melfi, nel castello di Federico II. Evoè!

Salvatore Mongiardo

domenica 5 maggio 2019

domenica 17 febbraio 2019

Anniversario martirio Giordano Bruno

Il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno fu bruciato vivo in Campo dei Fiori a Roma col morso in bocca per non farlo parlare e le sue ceneri furono buttate nel Tevere. Eterna è la sua gloria come eterna è l'infamia della Santa Inquisizione e del suo capo a Roma Roberto Bellarmino, lo stesso che fece condannare Galileo!

sabato 16 febbraio 2019

Incontro San Floro 22 febbraio 2019

In preparazione della celebrazione della nascita dell'Italia che si terrà presso il Mulinum domenica 7 luglio 2019 con staffette che partiranno dal Jonio e dal Tirreno e si incontreranno al Mulinum.
https://drive.google.com/file/d/1I-kOfnuh744kbdoxK76IpVsn9Fi7kjaI/view?usp=sharing

martedì 4 dicembre 2018

DORMI, NON PIANGERE DI S. MATTEI

Poesia di Natale scritta da Saverio Mattei, molto apprezzata da Sant'Alfonso e dal Metastasio, tratta dal volume: Fiore di caste poesie italiane, stampato a Napoli nel 853, su indicazione di Marziale Mirarchi.

https://drive.google.com/file/d/1Gxl_qZCFWIG6H7883Ri2QRfSYpgo7L3p/view?usp=sharing

domenica 14 ottobre 2018