S. MONGIARDO
MOVIMENTO MONDIALE PER LA PACE
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FONDATORE E SCOLARCA DELLA NUOVA SCUOLA PITAGORICA E DELL'ACCADEMIA MONDIALE ANTIVIOLENZA. EGLI PROPONE LA CIVILTÀ' SISSIZIALE: LA TERRA COME CASA COMUNE DI TUTTI I VIVENTI, UOMINI E ANIMALI, E LA FINE DI OGNI UCCISIONE.
S. MONGIARDO
MOVIMENTO MONDIALE PER LA PACE
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S. MONGIARDO
UNIVERSAL PEACE MOVEMENT
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ENRICO ARMOGIDA
DIZIONARIO ITALIANO-ANDREOLESE, TOMO II, M-Z
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ENRICO ARMOGIDA
DIZIONARIO ITALINO-ANDREOLESE: TOMO I, A-L
SCURIRE IL LINK, CLICCARE E APRIRE L'INDIRIZZO CHE APPARE SOTTO
https://drive.google.com/file/d/1ZsLub3-q7lSGP31kYVX9KmSgLFHuSphY/view?usp=sharing
FESTA DELLA MAMMA 2026
A
nome mio personale e della Nuova Scuola Pitagorica faccio i più sentiti auguri
a tutte le mamme viventi, del passato e del futuro, ricordando che il principio
materno è alla base del pitagorismo e dello sviluppo di un mondo di serenità e
pace per tutta l’umanità. Allego il link gratuito del mio recente libro che
spiega la nascita in Calabria di questo movimento. Evoè.
Salvatore
Mongiardo
10
maggio 2026
MOVIMENTO UNIVERSALE PER LA PACE
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ENRICO ARMOGIDA: DIZIONARIO ITALIANO-ANDREOLESE
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TOMO I : A-L
https://drive.google.com/file/d/1ZsLub3-q7lSGP31kYVX9KmSgLFHuSphY/view?usp=sharing
TOMO II : M-Z
https://drive.google.com/file/d/1YfrZc3lyUD6wg_UQp66vN6AeFlhvv3dO/view?usp=sharing
FESTA DELLA LIBERAZIONE E NASCITA DELLA ETICOCRAZIA
Oggi l’Italia festeggia la liberazione dal fascismo, ma
vorrei che fosse celebrata presto anche la liberazione dai partiti, i quali
hanno preso il dominio sul popolo non solo in Italia, ma in tutti gli altri
paesi: le etichette di destra, sinistra o centro sono ormai un camuffamento per
arrivare al comando, al potere. Non è però possibile che un sistema funzioni se
i partiti dicono l’uno il contrario dell’altro, il che porta alla confusione,
all’inefficienza e al desiderio di un solo partito: fascismo e nazismo sono
andati al potere con libere elezioni, finché poi Hitler e Mussolini non hanno
imposto le loro ideologie dittatoriali con largo sostegno dei loro popoli. La
stessa parola democrazia, dal greco governo
del popolo, non ha più senso, perché viene applicata a regimi di destra,
centro e sinistra. Prima della caduta del Muro di Berlino, ho avuto modo di
visitare paesi comunisti che si fregiavano del titolo di democratici, ma vi ho
visto solo miseria e terrore.
25
aprile 2026
IL PANE DI GIUDA
Negli anni della mia infanzia a Sant’Andrea si celebravano i riti della Settimana Santa nella veneranda Chiesa Matrice, abbattuta poi con l’inganno per lucrare sulla grande cifra di denaro pubblico speso per la demolizione e la costruzione della nuova chiesa in stile garage.
Ma torniamo a Giuda. Ogni anno in paese si sceglieva Giacomino, noto per la barba a pizzo, gli occhi grifagni e la sua disponibilità a recitare il ruolo scomodo delle gringie durante la celebrazione. Egli, la migliore persona del mondo, era soprannominato Lamiadonna perché, parlando della moglie la chiamava la mia donna.
21
aprile 2026
LA PACE DI SAN FRANCESCO
La
sera del Venerdì Santo 2026, al termine della Via Crucis Papa Leone ha recitato
quella benedizione di San Francesco che augura la pace, e mi è venuto in mente
l’episodio di pace fatta tra il Sultano d’Egitto e l’Imperatore Federico II.
Una pace reale, avvenuta, secondo me, per opera di San Francesco, santo
italianissimo al pari di San Francesco di Paola, i quali, con un amore
incontenibile verso tutte le creature, hanno unito noi Italiani nel profondo
del nostro sentire.
Ed ecco i fatti che stanno alla base della mia affermazione.
L'incontro tra San Francesco d'Assisi e il Sultano d’Egitto Malik al-Kāmil, nipote del Saladino, avvenne nel 1219 a Damietta durante la Quinta Crociata. Francesco si imbarcò da Ancona con alcuni compagni, tra cui frate Illuminato, per raggiungere il campo crociato che assediava Damietta. Nonostante i rischi e i pareri contrari del cardinale Pelagio, Francesco e Illuminato attraversarono disarmati le linee nemiche, ma furono catturati e picchiati dai soldati saraceni, che li scambiarono per disertori o spie.
Quando però Francesco gridò: "Sultan! Sultan!", fu condotto alla presenza di al-Kāmil, che lo accolse con cortesia. Francesco cercò, credo tramite interpreti, di annunciare il Vangelo e di convincere il Sultano a porre fine alla guerra. Al-Kāmil, uomo colto e aperto, accettò di discutere di fede per diversi giorni e offrì poi a Francesco preziosi regali e denaro che il santo rifiutò, accettando solo il cibo necessario per il viaggio. Il Sultano congedò Francesco con onore, fornendogli un salvacondotto che gli permise di visitare i Luoghi Santi.
Quell’episodio fu visto giustamente come un esempio di tolleranza religiosa e un invito alla fraternità universale, ma, secondo me, è una lettura parziale dell’episodio, perché quell’incontro ebbe un risultato clamoroso finora non messo in evidenza: la cessione della Terra Santa da parte del Sultano al-Kamil all’Imperatore Federico II.
Quella avvenne il 18 febbraio 1229 col Trattato di Giaffa durante la Sesta Crociata, ed è rimasto celebre per essere stato un caso unico di riconquista di Gerusalemme per via diplomatica, cioè senza spargimento di sangue. Federico II parlava l'arabo e nutriva una profonda ammirazione per la cultura islamica, il che favorì un clima di reciproco rispetto e scambi tra i due sovrani su scienza, filosofia e matematica. Federico II fece il suo ingresso trionfale nella Città Santa il 17 marzo 1229 e il giorno successivo si pose da solo la corona di Re di Gerusalemme nella Chiesa del Santo Sepolcro, un episodio che forse nel 1804 ispirò Napoleone, il quale si autoincoronò Imperatore nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, togliendo la corona dalle mani di Papa Pio VII.
San Francesco morì nel 1226, tre
anni prima della cessione di Gerusalemme, e io penso che quella cessione sia
stata anche un riconoscimento del Sultano a quel poverello che gli aveva parlato
con tanto fervore. Ciò mi porta a concludere che il dialogo vero esige sincerità
di intenti e ricerca di esaudire la controparte, il che spiega perché gli
incontri attuali tra Israele e Palestinesi, come quelli tra Russia e Ucraina,
non arrivano a nulla, perché durante gli incontri le parti cercano di capire
cosa hanno in mente gli avversari per poterli battere e vincere.
Buona Pasqua a Voi tutti.
Salvatore
Mongiardo, 5 aprile 2026
Il grano bianco dei sepolcri
Dal grano alla vita eterna
Fino a diecimila anni fa circa, l’umanità si nutriva solo di frutti spontanei e di caccia. La caccia era difficile e la raccolta di frutti aleatoria, e perciò le tribù dovevano spostarsi continuamente alla ricerca di cibo. Poi, il riso in Oriente e il grano in Occidente cambiarono la vita. Il grano si poteva mangiare già tenero sulla spiga o abbrustolito. Quando seccava, si conservava e si macinava con una pietra: farina, acqua e fuoco, e diventava pane in qualunque momento.
Secondo gli Egizi solo un Dio poteva dare un cibo così buono e nutriente: Osiride, il Dio del sole. Osiride era morto soffocato in una bara, chiuso a tradimento dal geloso fratello Seth, ma la moglie-sorella Dea Iside la cercò, aprì la cassa e vide delle piantine di grano, bianche per la mancanza di luce, che uscivano dal suo corpo. Seth allora fece a pezzi il corpo di Osiride e lo disperse per tutto l’Egitto. Iside li ritrovò, li rimise assieme e fece risorgere Osiride a vita eterna. Anche gli Egizi potevano risorgere dalla morte e perciò, nelle feste dedicate a Osiride, piantavano chicchi di grano in statuine di fango a forma del Dio, che poi riponevano in un posto buio, il sepolcro Osiride. Poi, con le piantine spuntate e trapiantate, gli Egizi ottenevano del grano col quale si faceva il pane, corpo del Dio, che si mangiava per risorgere.
A questo aggiungevano la bevanda ottenuta dal vino, che era il sangue del Dio Osiride: in Egitto si possono ancora vedere resti dei giardini di Osiride accanto ai templi dedicati al Dio, dove si coltivava la vite in onore del Dio, mentre alcune tombe sono dipinte con molti grappoli di uva pendente, simbolo di immortalità. Anche la vite, come il grano, era ritenuta un grande dono di Osiride. Gli Egizi avevano già elaborato l’idea che l’anima non moriva ed era destinata a riunirsi al proprio corpo, come già era successo con Osiride.
Da
quell'uso deriva la riposizione nel sepolcro del corpo di Cristo presente nell’ostia
consacrata, adornato di grano bianco, ancora praticata soprattutto nel Sud Italia
ogni Giovedì Santo. Gli Egizi avevano costatato che il grano sotterrato moriva
e rispuntava, mentre il corpo di un morto sotterrato non risorgeva, marciva.
Allora inventarono la mummificazione per preservare il corpo destinato a
riunirsi all’anima. Per questo motivo le tombe dei faraoni erano fornite anche
di provviste alimentari. Difatti, per gli Egizi dopo la morte c’era un’altra
vita che si svolgeva in un mondo dove Osiride regnava sui morti. Gesù, vissuto
in Egitto fuggendo da Erode, venne a contato con due culture diverse da quella
ebraica: quella egizia e quella pitagorica, appresa dai Terapeuti, una comunità
ebraica che viveva attorno ad Alessandria.
E
il disco solare di Osiride, che fine ha fatto? Sembra scomparso ed è, invece,
sotto gli occhi di tutti: è diventato l’ostia della messa, che si leva bianca e
rotonda come il sole, adorato al suo sorgere dai Pitagorici di Crotone. La
storia dimostra che attorno al grano si sono sviluppati valori di convivialità,
amicizia e superamento della morte. Quei valori sono tuttora rappresentati in
Calabria col Sissizio, il Grano Bianco del sepolcro del Giovedì Santo - nel
Crotonese chiamato lavoricchio -,
l’Ostia bianca e rotonda dell'eucaristia di derivazione pitagorica, i mostaccioli
di Soriano (VV), fatti con farina e miele a forma di animali, e il Bue di Pane
Pitagorico, che abbiamo ripreso nei Sissizi come simbolo della fine di ogni
uccisione. Questi simboli richiamano costantemente verso una vita libera dalle
angosce generate dalla violenza e dalla paura della morte.
3
aprile 2026
FOTO A. GROTTERIA - CROTONE
Preghiera a San
Francesco di Paola
Patrono dei Vegetariani
e dei Vegani
O glorioso San Francesco,
Tu non sapevi leggere, ma ammiravi le
meraviglie di Dio nelle pendici selvose della Sila e nei tramonti infuocati sul
Tirreno.
Tu non sapevi scrivere, ma stendevi la
mano a carezzare l’agnello Martinello, tuo fedele compagno. Quando degli
affamati lo uccisero, lo divorarono e buttarono le sue ossa nella fornace, Tu
lo chiamasti, facendolo uscire vivo dalle fiamme.
Tu prendesti da terra il serpente che si
dimenava con la schiena spezzata, lo guaristi e mettesti al sicuro.
Tu sanasti il cervo ferito dalla freccia
di un cacciatore, e il cervo poi ti seguì ovunque.
Tu togliesti dal legaccio le trote
pescate, le rimettesti in acqua e tornarono a guizzare vive.
Tu guaristi l’occhio ferito del bue, unico
sostegno di una famiglia povera.
Tu volesti che nessuno mangiasse alcuna
creatura, e lo imponesti nella regola del tuo ordine che chiamasti dei Minimi.
Ti umiliasti così di fronte a San Francesco di Assisi, i cui frati si
chiamavano Minori. Per sua intercessione tu eri nato, superando le difficoltà
del tuo concepimento, dopo che i tuoi genitori erano andati pellegrini ad
Assisi, e alla nascita t’imposero il suo nome.
Tu non calzasti mai scarpe né sandali, e
andasti sempre a piedi nudi dalla Calabria fino alla Francia, come segno di
rispetto e unione alla Madre Terra.
Tu fosti sempre di aspetto sereno e
gioioso, e consideravi gli animali come fratelli minori, ai quali porgevi ogni
aiuto.
Noi t’imploriamo, aiuta l’umanità smarrita
che naviga sul sangue che sgorga dai mattatoi e dalle navi che arpionano lenti
cetacei, tonni saltellanti e pesci innocenti, simbolo di Cristo
Salvatore.
Noi ti preghiamo, guidaci a formare sulla
Terra una sola grande famiglia di uomini e animali. Così nessuna goccia di
sangue sarà più versata, e sui mattatoi porremo la tua immagine per ricordare
il tuo amore per tutti i viventi.
Così deve essere. Così sarà!
Salvatore Mongiardo, 2 aprile 2026
Festa delle Palme di una volta a S. Andrea Jonio
Quand’ero
bambino - tanto tempo fa - la domenica delle Palme si festeggiava in paese con
una processione che si snodava dalla chiesa, dove rientrava dopo un breve
percorso. I fedeli partecipavano con rametti di palma e ulivo in mano, mentre
il clero salmodiava in latino il vecchio canto liturgico: Gloria, laus et honor tibi sit, Rex Christe Redemptor … cui puerile
decus prompsit hosanna pium…
In chiesa, poi, iniziava la celebrazione della
messa. Tornati a casa, i fedeli appendevano il rametto di ulivo in capo al
letto, accanto al crocifisso e alla candela, benedetta il giorno della
Candelora, che si accendeva in caso di grave tempesta.
Il
rametto sostituiva quello dell’anno prima, il quale non veniva né buttato né
bruciato, ma portato in campagna dove c’erano alberi di ulivo. Ricordo mio
nonno materno, Bruno Codispoti Dollivio, e mia nonna materna, Marianna Carioti,
che provvedevano a uno smaltimento sacro del rametto vecchio. Nonno Bruno lo
portò al vicino fondo della Gattinella e lo legò al tronco di un ulivo con un
filo di raffia, perché trasmettesse alla pianta la benedizione che la aiutasse
a portare frutto.
Nonna
Marianna mi portò con sé al piccolo fondo della Porta e fece lo stesso gesto,
legando il rametto vecchio a uno degli ulivi. Intanto risuonava la campana
grande della Chiesa Matrice, e lei mi condusse in chiesa per la benedizione
serale. La funzione era calma e intima, i fedeli cantavano il Tantum Ergo, poi il sacerdote prendeva
la pisside con le ostie consacrate nel tabernacolo, l’avvolgeva col velo
omerale e faceva un ampio segno di benedizione sui fedeli in ginocchio, mentre
nel silenzio il chierichetto suonava il campanello.
Poi si cantò una canzoncina
finale:
L’orizzonte
già si imbruna/ ed in ciel la luna appare.
Uscendo dalla chiesa vidi la
luna che saliva placida dal mare e il mondo mi sembrò bello e sereno come il
paradiso.
31
marzo 2026
AUGURI DI PASQUA 2026
Care Amiche e
cari Amici,
mando a voi e alle vostre famiglie fervidi
auguri per Pasqua. Questa parola di origine ebraica significa passaggio. Per noi cristiani essa
celebra il passaggio di Gesù che
risorge dalla morte a una nuova vita. Io vedo in questa festa l’annuncio della
fine dell’EPOCA SANGUINARIA, durata
millenni in cui molti milioni di esseri umani hanno versato il sangue nelle
guerre e in altre forma di violenza. Entriamo ora nella nuova EPOCA IRENICA, parola greca che significa
pace. Non ditemi che sono un sognatore: io vedo e profetizzo la fine della
violenza attraverso un movimento, anzi un sommovimento mondiale delle coscienze,
che parte dalla Calabria. Nel breve libro che allego per libera diffusione troverete
come e perché sono arrivato a questa conclusione. Quattro miliardi di anni fa
la Terra era una palla di fuoco. Chi poteva immaginare che sarebbe diventata il
giardino di vita che ora ammiriamo? Questa incredibile evoluzione conferma che
il cambiamento epocale che io annuncio è possibile e attuerà il desiderio universale
di pace finora sempre frustrato.
Più un sogno sembra impossibile,
più è destinato a realizzarsi.
MOVIMENTO
UNIVERSALE PER LA PACE
https://drive.google.com/file/d/1D1sbs9u-HfHmE3pKO3Vn2vFlmQNql2j7/view?usp=sharing
Dear Friends,
I send you and
your families heartfelt Easter wishes. This word, of Hebrew origin, means
"passage." For us Christians, it celebrates the passing of Jesus from
death to a new life. I see this holiday as the announcement of the end of the
millennia-long BLOODY AGE, in which many
millions of human beings shed their blood in wars and other forms of violence.
We now enter the new IRENIC AGE, a
Greek word meaning peace. Don't tell me I'm a dreamer: I see and prophesy the
end of violence through a movement, indeed, a worldwide upheaval of
consciences, that originates in Calabria. In the short book I attach for free
circulation you will find how and why I reached this conclusion. Four billion
years ago, the Earth was a ball of fire. Who could have imagined it would become
the garden of life we now admire? This incredible evolution confirms that the
epochal change I announce is possible and will fulfill the universal desire for
peace always frustrated so far.
The more impossible a
dream seems, the more destined it is to come true.
Salvatore
Mongiardo
29 Marzo 2026
MONDO INFAME
Nonno Bruno aveva finito di mangiare e si sedette al balconcino per la siesta, ma stava sveglio e cantava con bella voce baritonale canzoni religiose, gustando il piacere di essere tornato a casa dopo trentotto anni di America. La sua canzone preferita era quella composta da Sant’Alfonso, che diceva:
Amai finora il mondo
Sperai da lui la pace,
Ma lo trovai fallace
Malvagio e traditore.
In tutta la sua vita di cose storte ne aveva viste tante, e con quella canzone confessava di aver dovuto subirne molte. Quel giorno passava sotto casa Caramante, fisico asciutto, barba grigia a punta e naso dritto che sembrava un antico busto greco. Egli era noto in paese per la sua proverbiale risposta a chiunque gli chiedeva come andava: Mundu mpamu! Mondo infame, e non aggiungeva altro.
Sentendo
il nonno che in canto confermava l’infamità del mondo, Caramante annuì con la
testa per esprimere il suo accordo, e tirò avanti fino al Muretto di Sofia,
adiacente alla casa di zia Annunziata, cognata del nonno perché sorella di sua
moglie, la bella nonna Maria Caterina. La zia chiese a Caramante come andava, e
la risposta fu quella di sempre: Mundu
mpamu! La zia però lo contraddisse: On
è davìaru! Caramante si bloccò e chiese: Allora com’è? La zia: On esta
sulu mpamu, è proprio mundu ’e mmerda! Caramente sussultò davanti a
quell’affermazione che andava oltre l’infamità, e proseguì.
Ma zia Annunziata non si calmò, anzi fece esplodere la sua collera contro chi l’aveva trattata tanto male da portarla a dare quel giudizio pesante. La causa era il maestro Samà, fratello dell’Arciprete, che non aveva incluso lei e sua sorella Antinisca nella lista comunale dei poveri, perché non abbastanza povere per ricevere aiuti pubblici. Disse: Non sono povera io? E al colmo dello sdegno: Possa perdere il maestro Samà tutti i soldi che ha e possa trovarli io!
Poi si rivolse a chi poteva veramente renderle giustizia, Sant’Andrea, invocandolo a porta aperta nella sua statua che svettava sul monumento a forma di palma, da dove proteggeva il paese sullo Jonio che porta il suo nome: O Sant’Andrea, e tu cosa fai lassù e non scendi a difendermi? Prendi la croce che hai e rompila sulle spalle di quell’infame!
Un
giudizio irrimediabilmente pessimistico sul mondo lo espresse Peppino di
Giacomo, il nonno dei miei carissimi cognati Andrea e Alfonso Armogida. Anche
il padre loro si chiamava Peppino, perché a volte in paese il padre dava a un
figlio maschio lo stesso suo nome per riguardo alla moglie: Così, se muoio io, ti rimane un figlio che
si chiama come me.
Nel dopoguerra Peppino di Giacomo senior stava morendo, contorniato dalla famiglia in lacrime, lumini e candele accese, lo zio prete Don Luigi che lo confortava ed esortava ad andare in cielo, la nipote Annina che recitava litanie. Peppino considerò quella scena e con l’ultimo respiro disse: Mundu ’e cazzuni!
Salvatore Mongiardo
22
marzo 2026
FESTA DELLE DONNE 2026
Carissime Donne di tutto il mondo,
la festa di quest’anno è turbata dai gravi conflitti che insanguinano Ucraina e Medio Oriente. Tutti parlano di pace, senza però indicare qual è la vera causa delle guerre: i maschi, perché le donne non hanno quasi mai formato eserciti né fatto guerre. la Calabria, però, non ha mai fatto guerre ad altri popoli né ai vicini. Forti di quest’evidenza, siamo sul punto di lanciare un sommovimento mondiale delle coscienze, per eleggere ai governi del mondo donne e uomini che si ispirano al principio materno: generare la vita, proteggerla e difenderla sempre. Vi terremo informati su questo Movimento che partirà dalla Calabria, invitandovi fin da ora a unirvi a noi. In allegato trovate il link gratuito del mio libro MI DIMETTO DA MASCHIO.
Salvatore Mongiardo
Filosofo delle Donne e della
Pace, 7 marzo 2026
Preghiera di Cassiodoro
Alla Beata Vergine Maria
Traduzione italiana del testo tratto dalla sua Expositio Psalmorum:
«O Maria, tu sei la porta del
Paradiso, per la quale è entrato nel mondo Colui che ha sciolto i legami della
nostra morte. Tu sei la stella del mare, che guidi i naviganti nel porto della
salvezza. Tu sei la gloria del genere umano, che hai meritato di portare nel
tuo grembo il Creatore di tutte le cose. Ti preghiamo, dunque, o Madre di
misericordia, affinché per la tua intercessione possiamo giungere alla gloria
della resurrezione eterna.»
2 marzo 2026
SI’ O NO AL REFERENDUM
SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
Nel 1963 frequentavo il terzo anno della Facoltà di Giurisprudenza
presso l’Università di Messina. Professore di Storia di Diritto Italiano era un
giovane professore venuto da Roma, Manlio Bellomo, giovane e garbato, che notò
la mia presenza alle sue lezioni e mi affidò una pubblicazione da leggere e
presentare agli altri studenti in sua presenza. Il tema era per me nuovo e verteva
su una unicità del diritto penale italiano, nel senso che era solo l’Italia ad
avere una unica carriera per magistrati inquirenti e giudicanti.
Nel tempo ebbi poi la possibilità di leggere una ventina di condanne a morte di povere donne definite streghe e uomini definiti eretici che cominciavano tutte così: In nomine Domini nostri Jesu Christi… Si uccidevano persone nel nome di Gesù Cristo!
Nelle aspre polemiche cui assistiamo ogni giorno tra fautori del sì o del no alla riforma proposta dal governo Meloni, nessuno tra i grandi giuristi, esperti, politici e sapientoni ha tirato fuori questo argomento che dovrebbe essere visto per quello che è: una stortura medievale che sopravvive solo in Italia.
22
febbraio 2026
CARNEVALE ANDREOLESE
Le
feste appena passate di carnevale mi riportano alla mente ricordi di molti anni
fa, quando a Sant’Andrea Jonio il carnevale iniziava con l’uccisione dei
maiali, allevati in gran parte nel gruppo delle zimbe o zimbili, i
porcili, che si vedono ancora vicino alla fontana dell’Avanti, nel luogo chiamato
pajisìaddhu, piccolo paese di maiali;
molti altri porcili si trovavano nelle campagne vicine a Sant’Andrea. Allora non
esisteva la raccolta dell’umido per la spazzatura, perché ci pensavano i maiali
a divorare tutti gli avanzi di cucina, messi in un secchio, u catu do pùarcu.
U si dicia non è cosa
U su trasa Mara Rosa.
Pe
l’amuri de l’anìaddhu
Si
ruppiu lu pignatìaddhu.
E non fu na maravigghia
Ca su chiùsaru mamma e figghia.
Para
pazzimba, para pazzimba, para pazzimba, zimba mba!
Carro
e forzari erano probabilmente una sopravvivenza del famoso Carro di Tespi dell’antica Grecia, che girava di villaggio in
villaggio per fare recite e musica e terminava con l’uccisione di un capro:
così nacque la tragedia, in greco tragos+odos,
il canto del capro.
Alla
fine la cosa si risolse con l’arrivo del passaporto di Michiello per l’America,
mandatogli dal padre, e il giovane fu liberato dal sindaco, che si presentò in
fascia tricolore a casa di Giulia.
Questo
episodio che avevo già udito in famiglia, mi fu raccontato nei dettagli da
Assuntina e Maria Ranieri, cugine come me di Giulia.
Peppino
voleva sposare una ragazza alla quale si opponevano le due sorelle di lui, cummentari, frequentatrici cioè del
Padri Liguorini. Peppino andò allora a esporre il caso al loro confessore, che
proibì loro la comunione finché non avessero accettato quella fidanzata:
Ca
iddhu esta ùamu,
U
scuarnu è de fìmmani,
Ca restaru senza cominiùani.
Per i poveri mangiare carne quella
sera era un sogno impossibile, ma si consolavano prendendosi ironicamente in
giro così:
A sira e l’arzata
Ni mangiamu na pizzata
E na mbùmbula d’acitu
Mamma mia ch’è sapuritu!
Carnevale
non era finito, perché a Sant’Andrea si faceva un rito che non ho riscontrato in
nessun altro posto: Carnalavari mùartu.
Carnevale era raffigurato con un pupazzo a grandezza d’uomo fatto di paglia e
stoffa blu. Poi veniva steso sul cataletto, la robusta barella dipinta di
celeste, che si teneva nella vecchia Chiesa Matrice dietro la porta maggiore, lo
stesso sul quale migliaia di bare di Andreolesi venivano portate prima in
chiesa e poi al cimitero. Seguivano il carnevale morto pochi uomini travestiti
a lutto che fingevano di piangere e lamentarsi, provocando molte risate.
Ricordo che l’indimenticabile Severino Voci, fratello di Edoardo, faceva una
bella sceneggiata di lacrime seguendo il cataletto. La processione partiva da
Piazza Castello, passava davanti al Calvario di Via Trieste, risaliva poi verso
i Pignari per arrivare a Fabellino, dove il pupazzo veniva rovesciato nel dirupo.
-Ti sei fermato allo stesso punto dove mi sono fermato io quando portavo mio padre a Fabellino…
Il
giovane comprese che un giorno il precipizio di Fabellino sarebbe toccato a lui.
Allora si caricò il padre sulle spalle e lo riportò a casa.
16
febbraio 2026
DANTE ALIGHIERI E LA ZIA MONACA
Chi era Dante non devo spiegarlo, perché il nostro sommo poeta è conosciuto in tutto il mondo, anche se chiamare Dante sommo poeta mi sembra riduttivo. Come altrettanto riduttivo mi sembra chiamare Michelengelo massimo scultore o Leonardo massimo pittore: per me sono divinità oltre ogni attributo.
La zia monaca, invece, era la mia carissima zia Maria Antonietta Codispoti, Suora Salesiana, nata nel 1916, sorella di mia madre, Carmela, nata nel 1917. Antonietta era particolarmente bella e con una chioma fluente, tanto che a dodici anni fu scelta per recitare la parte dell’Angelo Consolatore nella Pijjata, il dramma della cattura e passione di Cristo, alla quale assisteva tutto il popolo di Sant’Andrea e paesi vicini.
Davanti al Palazzo Jannoni di Sant’Andrea si allestiva l’Orto degli Ulivi, dove Cristo supplicava il Padre di non farlo morire. Antonietta, in veste bianca, si avvicinava a Gesù che sudava sangue, dicendogli:
Divin
Verbo Umanato,
I
tuoi clamori ha tutti intesi il Genitore Eterno.
Perché
dunque, Signor, stai così mesto?
Ei vuole che tu con fronte lieta il calice ne bevi!
Gli porgeva il calice della passione, che Gesù voleva evitare, e glielo faceva bere. Appena Gesù aveva bevuto, lei continuava:
L’Eterno
Padre vuole
Che
il Figlio suo Divin soffra la morte
Perché
all’uomo del ciel s’apran le porte.
Ecco
la croce: devi in essa morire! Sai che il mezzo
Per
l’uomo ricomprar l’unico è questo!
Tu
che pietoso ne acconsentisti ancor, vanne animoso!
Antonietta crebbe diventando sempre più bella, ma di carattere difficile, per cui in famiglia era soprannominata àspitu e manu lìavita per la facilità con cui dava schiaffi. Lei non poté studiare oltre le elementari, ma poter studiare rimase il sogno della sua vita.
La
sua bellezza era notata in paese e si fece avanti uno spasimante, Gerardo
Vitale, un bel giovane, fine falegname, cugino di secondo grado di Antonietta e
nonno materno del già sindaco Gerardo Frustaci. Vista la parentela, Gerardo si
rivolse direttamente alla madre di lei, mia nonna materna Maria Caterina
Ranieri, supplicandola di intercedere presso Antonietta per il fidanzamento. Il
giovane era serio, il partito buono, e lei acconsentì al fidanzamento, ma
Antonietta non ne voleva sapere di matrimonio, anche se Gerardo le piaceva. La
madre ordinò all’altra figlia Carmela, ottima ricamatrice presso le Suore
Riparatrici di Sant’Andrea, di ricamare il corredo in vista delle nozze, e per
un anno intero lei ricamò col punto a giorno, il punto pieno e il punto greco.
Intanto Antonietta e altre quattro amiche, in seguito tutte monache, si erano fatte dare la chiave della chiesa dismessa di San Rocco, dove si riunivano a pregare e a leggere libri di pietà. Loro guida spirituale era il Padre Redentorista Santonicola senior, che cercava di convincere mia nonna a lasciar partire Antonietta per il noviziato salesiano. Suo padre Bruno, mio nonno, era a lavorare da emigrato a Canton, nell’Ohio, un posto della lontana America, che in paese era pronunciato Canton Ochio.
Terminato l’anno di ricamo, mia madre portò il corredo a casa e Antonietta le chiese:
-E
questo corredo per chi è?
Mia madre rispose:
-Il
tuo, per sposarti con Gerardo.
Non l’avesse mai detto!
L’aspide si avventò sul corredo che mise sotto i piedi, urlando che lei non si
sarebbe mai sposata! La reazione della madre fu severa. Prese una corda bagnata
con aceto e fustigò duramente Antonietta che riportò lividi per parecchi
giorni. Alla fine, però, le diede il permesso di andare al noviziato a Napoli.
Lì fu addetta come aiuto della suora portinaia, ma di nascosto cercava di
leggere e istruirsi. Quello fu notato dalla direttrice che le chiese se voleva
studiare, anche se aveva diciannove anni, e le fece fare dei corsi che lei bruciò
nei tempi. La portinaia si lamentava:
-Un’ altra come Antonietta dove la trovo?
Alla
fine fu mandata all’Università Cattolica di Milano dove si laureò in italiano e
latino in quattro anni con centodieci e lode, e fu assegnata all’insegnamento.
Intorno al 1950 fu mandata all’Istituto Maria Ausiliatrice di Soverato, a breve
distanza dalla casa dei suoi, dove insegnò italiano, latino e storia fino a
ottanta anni, e visse fino a 94.
Cosa c’entra allora Dante? C’entra per il suo famosissimo verso nella storia di Paolo e Francesca:
Amor che a nullo amato amar perdona.
Esso significa che l’amore, quando è profondo e sincero, non permette a nessuna persona amata di non ricambiare a sua volta. È una forza ineluttabile e fatale che lega indissolubilmente, costringendo alla reciprocità. Un fenomeno reale come la legge di gravità: uno si può buttare dalla finestra sperando di volare, ma cade inevitabilmente al suolo. Ai piedi del Monte Athos, in Grecia, ho visto le ossa dei monaci esicasti che, dopo un lungo digiuno totale, si lanciavano dalle loro alte grotte per volare verso la luce increata di Dio. Ma la legge di gravità non perdona: si sfracellavano al suolo.
Allora,
zia Antonietta avrebbe amato Gerardo? Se dobbiamo credere a Dante, la risposta è
sì, lo ha amato, anche se lei non se ne rendeva conto. La prova del suo amore inconscio
me l’ha fornita una delle sue numerose ex allieve di Soverato, che mi ha
descritto la sua severità in classe, dove teneva tutte col fiato sospeso,
mentre da una scatolina tirava a sorte il cognome dell’allieva che avrebbe
interrogato. Poi l’ex allieva mi chiese:
-Hai
idea perché tua zia usava sempre il nome di Gerardo nelle spiegazioni? Per
esempio diceva: Gerardo è giovane, in latino richiede il caso nominativo,
perché Gerardo è il soggetto. Invece, se dico: Io vedo Gerardo, richiede il
caso accusativo, perché Gerardo è l’oggetto. Se poi dico: Io do una mela a
Gerardo, richiede il caso dativo, ecc.
Io
capii subito chi era quel Gerardo, ma sarebbe stato troppo lungo spiegarglielo,
e lo faccio ora anche se con molto ritardo. Poco male, del resto, perché
l’amore è eterno anche per le monache.
Un’altra ex allieva, Annalisa, sorella di Gerardo Frustaci, ha raccontato che quando Suor Maria Antonietta arrivò a Soverato intorno al 1950 all’età di circa trentaquattro anni, suo nonno Gerardo, già sposato, se capitava a Soverato, andava davanti all’Istituto, che allora era piccolo, senza muro di recinzione, e terminava sulla sabbia finissima di mare: uno splendore! Gerardo la chiamava solo per vederla un istante: Maria Antonietta! Non sappiamo se lei si mostrò mai, perché si era chiusa al mondo con il muro invisibile del voto, muro reale non meno di quello dietro il quale fu murata a vita la Monaca di Monza.
O,
forse, gli mostrò il suo viso, incorniciato dall’abito monacale, col naso
dritto e gli occhi neri imperiosi nel comando? O, forse ancora, si nascose,
bevendo fino all’ultima goccia il calice del suo volontario martirio, come
aveva esortato a fare Cristo nell’Orto degli Ulivi?
Salvatore Mongiardo, 5 febbraio 2026
NUOVA SCUOLA PITAGORICA
LETTERA A PAPA LEONE XIV SULLA PACE
Soverato,
13 gennaio 2026
Cara Santità,
alcuni
miei amici mi hanno pregato di scriverVi una lettera sulla pace, ricordando che
da dieci anni abbiamo promosso con la Nuova Scuola Pitagorica, di cui sono lo
Scolarca, una Giornata per la distruzione di tutte le armi per fermare le
guerre. Ma cosa posso suggerire io a Voi che lanciate appelli accorati di pace
ogni giorno e avete coniato la forte espressione di pace disarmata e disarmante?
E non siete il solo papa a invocare la pace: ci fu Pio X, che morì di dolore
per lo scoppio della prima guerra mondiale, poi Benedetto XV, Pio XI e XII,
Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, papa Francesco e ora Voi, fedeli
all’augurio di Gesù: Pace a voi!
Tuttavia, mentre ci auguriamo la pace, le guerre sono state costanti prima e dopo Gesù, e oggi fanno temere il peggio per l’umanità. Senza voler fare ironia, si direbbe che più si parla di pace e più le guerre aumentano di estensione. Ho studiato a lungo il problema chiedendomi: perché realmente si fanno le guerre? Si sono sempre fatte o vi è stato un tempo che i popoli vivevano in pace? Allego in fondo a questa lettera il risultato delle mie ricerche, condotte con animo libero da pregiudizi, da voglia di polemica o da desiderio di farmi notare. L’unica mia guida è stata una immensa pietà per tante stragi e sangue versato, per le distruzioni e morti senza numero. Io provo grande pietà anche per Stalin e Hitler, per gli Ebrei e per i Palestinesi, pietà per chiunque odia, abbandonando così il paradiso dell’amore.
Forse Vi chiederete perché questo appello viene dalla Calabria, una terra che non ha mai fatto guerra a nessuno, ma che negli ultimi tremila anni è stata conquistata da venti dominazioni straniere. Queste invasioni, però, non sono riuscite a cancellare l’antica cultura di pace del popolo dei Lacini, pace che qui regnava e che è sopravvissuta miracolosamente fino a noi, loro discendenti. Quella stessa cultura è riaffiorata nella vita e nelle opere dei grandi personaggi della Calabria, come Cassiodoro, Gioacchino da Fiore, San Francesco di Paola, Tommaso Campanella e Bernardino Telesio. I Lacini erano gente di pace e abitavano le coste joniche e l’entroterra della Calabria: tra essi volle ritirarsi San Bruno, lontano dalle guerre di Francia, Germania e Roma. In quello stesso luogo papa Benedetto XVI si recò nel 2011 in visita alla Certosa di Serra per meditare, io penso, sulla grave decisione di dimettersi. Molto prima di San Bruno, Pitagora aveva abbandonato Egitto, Mesopotamia e Grecia, terre devastate da conflitti, per vivere a Crotone tra i Lacini.
Resto a Vostra disposizione e sarei veramente felice se voleste incontrarmi per un saluto.
Salvatore Mongiardo
Via F. CAMINITI 15 - 88068
SOVERATO CZ
+39 348 78 20 212
mongiardosalvatore@gmail.com
MOVIMENTO PER
LA PACE UNIVERSALE
https://drive.google.com/file/d/1qtzV4z8HB_EnyNvnSTYZOHzgFNdgx6m1/view?usp=sharing
ESAME DI LETTURA
Ai tempi della mia infanzia, tanti anni fa che mi sembrano
mille, la gran parte degli abitanti di Sant’Andrea era composta da analfabeti, ma
i miei genitori avevano frequentato le scuole elementari. Tra la generazione
prima della loro, quelli nati intorno al 1880, erano pochissimi quelli che
sapevano leggere e scrivere. Alcune donne, come le zie di mia madre, sapevano
leggere, ma non scrivere, cosa loro proibita perché avrebbero potuto scrivere
biglietti a qualche spasimante. Leggere sì, perché dovevano leggere le vite dei
santi, le massime eterne e le preghiere.
Non
era raro il caso di qualche uomo attempato che, seduto davanti casa, inforcava
un paio di occhiali e si metteva a leggere a voce alta per dare prova che
sapeva leggere.
Nell’antichità
era normale leggere a voce alta, come faceva anche Sant’Agostino, che rimase colpito
nel vedere Sant’Ambrogio leggere solo con gli occhi. Imitatore di Sant’Ambrogio
era anche il nostro vicino Francesco Carchidi, il padre di Peppino, che leggeva
zitto e avidamente il giornaletto di Tex Willer, che poi mi passava.
Intorno al 1950, salvo alcune eccezioni, nella prima classe
elementare si facevano aste sul quaderno, e si imparava a scrivere nella
seconda. D’estate si recitava il rosario davanti alla porta di casa e poi si
rimaneva a chiacchierare per lasciare passare il caldo. Una di quelle sere, una
donna chiese a mia sorella Caterina, che aveva frequentato la prima con la
maestra Giacomina Stillo, se sapeva leggere. Caterina rispose di sì e le donne
incredule le chiesero di leggere la preghiera scritta dietro un’immaginetta.
Era una lunga preghiera molto conosciuta, composta da Papa Leone XIII:
A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione
ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio…
Le donne non credettero alle
proprie orecchie, e dissero che Caterina la conosceva a memoria, avendola
sentita recitare molte volte. Caterina protestò, e allora qualcuno andò a
prendere un pezzo di giornale che parlava di De Gasperi, e lo porse a Caterina
che lo lesse nello stupore generale.
A
un simile esame mi aveva sottoposto mia madre quando ancora non andavo a
scuola, ma conoscevo già l’alfabeto. Lei stava rifacendo il letto e sistemava il
cuscino, da lei ricamato a punto pieno, sul quale c’era un ramo di pesco
fiorito con bei caratteri tra foglie e fiori. Mia madre mi chiese di leggere la
scritta e alla fine lessi: Lijoi
Franceschina. Lei scoppiò a ridere, cosa che mi fece arrabbiare, e poi mi
corresse: Sogni felici.
Anni
dopo, ero già all’università, tornò dall’America mio cugino Andrea Codispoti,
il padre dell’Avv. Bruno e del Dr. Franchino, e venne anche suo padre, mio zio
Bruno, persona audace e avventurosa. Andrea era tornato dall’America per
sposare Maria Vitale e il padre di lei, Mastro Francesco, partecipò alla costruzione
di un bel pagliaio sulla spiaggia del Vallone di Bruno. C‘era un foglio di
rivista che aveva contenuto i chiodi necessari per la costruzione, poi rimasto vuoto.
Dopo mangiato, zio Bruno lo raccolse e cominciò a leggerlo con la sua voce
difettosa nella pronuncia. Era la pagina di una rivista con le lettere al
direttore, il quale rispondeva a una lettrice scrivendo, secondo zio Bruno: Cari lettori e lèttrici… e dava dei
consigli a una donna malata di ulcera, che zio Bruno cambiò in urcilù.
Poi
lo zio ci raccontò di quando lavorava come muratore a Tenda e Briga, al confine
con la Francia, e non lontano da lì era arrivata la regina Elena per
villeggiare. Era luglio e lo zio si procurò delle spighe di grano che intrecciò
e volle portare in omaggio alla regina. Ma i carabinieri lo bloccarono, pensando
che fosse un esaltato, e lo perquisirono. Egli alzò la voce, insistendo che
aveva composto una poesia per la regina, la quale, informata, lo fece entrare. Davanti
alla bella Elena, egli alzò il mazzo di spighe, declamando:
Mi presento, o Regina,
Col saluto romano
E vi vengo a portare
Queste spighe di grano
Queste spighe di grano
Fatto da me in Tracquese
Povero operaio calabrese…
La regina accolse le spighe e
ringraziò lo zio al quale diede… diecimila lire, una cifra enorme per quei
tempi.
Un altro miracolo compì zio Bruno sotto i nostri occhi.
Era pomeriggio e un grande uccello con colori mai visti, a pois tra bianco e
marrone, volava basso sulle nostre teste verso sud. Zio Bruno si allontanò,
anche se camminava a fatica, e dopo circa due ore tornò con l’uccello vivo in
mano. Ci spiegò che aveva capito che l’uccello era stanco, e difatti si posò su
un ulivo a Isca, e gli fu facile catturarlo. Egli conosceva quella specie dall’Algeria,
dove aveva vissuto durante la guerra. Si era imbarcato di nascosto a Marsiglia
su una nave carica di grossi tubi, spediti per la fognatura di Algeri. Egli aveva
lasciato l’Italia assieme a un andreolese soprannominato Ribomba, inviso al
regime fascista, e insieme scapparono in Francia.
In
Algeria imparò un po’ di arabo e francese e, scambiato per arabo, divenne guida
dell’esercito inglese. Quando i miei nel 1938 si sposarono, zio Bruno mandò una
cartolina di auguri in francese, che mio padre decifrò a fatica e ricordava
così:
Le bon Die qui vous anvuà
Le bon garzù u le bon
garzà.
Salvatore Mongiardo
23 gennaio 2026
S. MONGIARDO
MOVIMENTO UNIVERSALE PER LA PACE
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NATALE D’AMORE 2025
Care Amiche e cari Amici,
auguro
di cuore un Natale e un Anno 2026 di pace e serenità a voi e alle vostre
famiglie. A Natale vediamo dappertutto la stella regolare a cinque punte su
presepi, alberi di Natale e sugli addobbi e ornamenti di tutto il mondo. Questa
stella era partita dalla Calabria, la Magna Grecia del mondo antico, dove essa era
segno di riconoscimento dei Pitagorici ai tempi di Pitagora a Crotone. Il
vangelo di Matteo narra di una stella che guidò i Magi dall’oriente fino a
Betlemme, ma non specifica la sua forma, che poi è diventata quella della
stella pitagorica.
Natale 2025
PENSIERI
SERENI
Tutto ci è stato dato,
Nulla ci sarà tolto.
Quando il tempo, padre della vita,
Solleverà il velo di carne
Noi guarderemo ai terreni eventi
Con cuore gioioso e occhi contenti.
Versi dettati a me dall’arciprete
don Salvatore Bressi nel 1966, tratti dal mio libro Ritorno in Calabria, 1994.
Dicembre 2025