sabato 25 aprile 2026

FESTA DELLA LIBERAZIONE E NASCITA DELLA ETICOCRAZIA

 

FESTA DELLA LIBERAZIONE E NASCITA DELLA ETICOCRAZIA 

            Oggi l’Italia festeggia la liberazione dal fascismo, ma vorrei che fosse celebrata presto anche la liberazione dai partiti, i quali hanno preso il dominio sul popolo non solo in Italia, ma in tutti gli altri paesi: le etichette di destra, sinistra o centro sono ormai un camuffamento per arrivare al comando, al potere. Non è però possibile che un sistema funzioni se i partiti dicono l’uno il contrario dell’altro, il che porta alla confusione, all’inefficienza e al desiderio di un solo partito: fascismo e nazismo sono andati al potere con libere elezioni, finché poi Hitler e Mussolini non hanno imposto le loro ideologie dittatoriali con largo sostegno dei loro popoli. La stessa parola democrazia, dal greco governo del popolo, non ha più senso, perché viene applicata a regimi di destra, centro e sinistra. Prima della caduta del Muro di Berlino, ho avuto modo di visitare paesi comunisti che si fregiavano del titolo di democratici, ma vi ho visto solo miseria e terrore.

             Churchill ammetteva la contraddizione e debolezza dei regimi democratici, e si diceva pronto a cambiare regime se ce ne fosse uno migliore. Ma, ammetteva, non esisteva, e per quanto difettoso, il regime dei vari partiti, permetteva il cambio dei governi attraverso libere elezioni. Oggi viviamo il giorno del Giudizio Universale, terribile per le minacce alla pace, alla libertà e al benessere dei popoli, ma giorno anche glorioso per la nascita della ETICOCRAZIA, cioè il governo dell’etica, un solo modello di comportamento e azione per persone, famiglie, Stati, politica e religioni.

 Un modello liberatorio dalla violenza, capace di assicurare la fine delle armi e delle guerre, la libertà, il benessere e la pace tanto desiderata dai popoli. È il modello dei cinque principi, che Pitagora scoprì tra gli italici Lacini e formalizzò in cinque principi: 1. Libertà di tutti; 2. Amicizia con tutti; 3. Comunità di vita e di beni; 4. Dignità della donna; 5. Vegetarismo.

 Sono ben cosciente che sarò giudicato un sognatore utopico, ma io parlo per come profondamente mi sento: profeta della Calabria, da dove sta nascendo la nuova civiltà. Evoè.

 Salvatore Mongiardo

25 aprile 2026

 

 

martedì 21 aprile 2026

IL PANE DI GIUDA

 

IL PANE DI GIUDA

Negli anni della mia infanzia a Sant’Andrea si celebravano i riti della Settimana Santa nella veneranda Chiesa Matrice, abbattuta poi con l’inganno per lucrare sulla grande cifra di denaro pubblico speso per la demolizione e la costruzione della nuova chiesa in stile garage.

 Allora, durante l’Ultima Cena del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi si dava a ogni apostolo una lattuga, un’arancia e una cucceddata, una grande ciambella di pane cotta al forno. Questa particolarità mi sembra una sopravvivenza del sissizio italico: si donavano doni della terra da condividere con la famiglia e gli amici: un uso prezioso che andrebbe studiato più a fondo.

 Un’altra particolarità consisteva nel fatto che l’apostolo che faceva da Giuda riceveva tutto doppio: due lattughe, due arance e due cucceddate per indicare la sua avidità. Non solo, perché Giuda aveva anche un altro compito, quello di fare gringie, cioè smorfie, roteando gli occhi, facendo linguacce e gesti di scherno: una particolarità che attirava numerosi bambini davanti al presbiterio. Quell’uso sembrerebbe una particolarità andreolese, ma non è così, perché nel Medioevo e in diverse parti dell’Europa si facevano cachinni, cioè sberleffi e parole di scherno oltraggioso durante l’Ultima Cena, per indicare che il sangue di Cristo poteva cancellare qualunque peccato e bestemmia. Come e quando quell’uso sia arrivato in paese, sarebbe una bella ricerca da fare.

Ma torniamo a Giuda. Ogni anno in paese si sceglieva Giacomino, noto per la barba a pizzo, gli occhi grifagni e la sua disponibilità a recitare il ruolo scomodo delle gringie durante la celebrazione. Egli, la migliore persona del mondo, era soprannominato Lamiadonna perché, parlando della moglie la chiamava la mia donna.

 Un anno, al termine del rito che allora si svolgeva di mattino, scendevamo assieme verso casa e davanti casa sua Giacomino si fermò, prese un coltello dalla tasca e tagliò un pezzo di cucceddata, dicendomi di portarla a mia nonna Maria Caterina. Difatti, ogni apostolo faceva delle fettine della cucceddata che donava a parenti e amici come partecipazione al pane benedetto. Arrivato a casa, porsi quel pezzo alla nonna che mi chiese chi me l’avesse dato. Io dissi: Lamiadonna. La nonna fu categorica: Allora è il pane di Giuda!  Va’ e buttalo alle galline!

 Salvatore Mongiardo

21 aprile 2026

domenica 19 aprile 2026

LA PACE VIENE DALLA CALABRIA

           Salvatore Mongiardo-LA PACE VIENE DALLA CALABRIA   
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domenica 5 aprile 2026

LA PACE DI SAN FRANCESCO

 

LA PACE DI SAN FRANCESCO

        La sera del Venerdì Santo 2026, al termine della Via Crucis Papa Leone ha recitato quella benedizione di San Francesco che augura la pace, e mi è venuto in mente l’episodio di pace fatta tra il Sultano d’Egitto e l’Imperatore Federico II. Una pace reale, avvenuta, secondo me, per opera di San Francesco, santo italianissimo al pari di San Francesco di Paola, i quali, con un amore incontenibile verso tutte le creature, hanno unito noi Italiani nel profondo del nostro sentire. 

         Ed ecco i fatti che stanno alla base della mia affermazione.                     

 L'incontro tra San Francesco d'Assisi e il Sultano d’Egitto Malik al-Kāmil, nipote del Saladino, avvenne nel 1219 a Damietta durante la Quinta Crociata. Francesco si imbarcò da Ancona con alcuni compagni, tra cui frate Illuminato, per raggiungere il campo crociato che assediava Damietta. Nonostante i rischi e i pareri contrari del cardinale Pelagio, Francesco e Illuminato attraversarono disarmati le linee nemiche, ma furono catturati e picchiati dai soldati saraceni, che li scambiarono per disertori o spie.

                       Quando però Francesco gridò: "Sultan! Sultan!", fu condotto alla presenza di al-Kāmil, che lo accolse con cortesia. Francesco cercò, credo tramite interpreti, di annunciare il Vangelo e di convincere il Sultano a porre fine alla guerra. Al-Kāmil, uomo colto e aperto, accettò di discutere di fede per diversi giorni e offrì poi a Francesco preziosi regali e denaro che il santo rifiutò, accettando solo il cibo necessario per il viaggio. Il Sultano congedò Francesco con onore, fornendogli un salvacondotto che gli permise di visitare i Luoghi Santi.          

            Quell’episodio fu visto giustamente come un esempio di tolleranza religiosa e un invito alla fraternità universale, ma, secondo me, è una lettura parziale dell’episodio, perché quell’incontro ebbe un risultato clamoroso finora non messo in evidenza: la cessione della Terra Santa da parte del Sultano al-Kamil all’Imperatore Federico II. 

            Quella avvenne il 18 febbraio 1229 col Trattato di Giaffa durante la Sesta Crociata, ed è rimasto celebre per essere stato un caso unico di riconquista di Gerusalemme per via diplomatica, cioè senza spargimento di sangue. Federico II parlava l'arabo e nutriva una profonda ammirazione per la cultura islamica, il che favorì un clima di reciproco rispetto e scambi tra i due sovrani su scienza, filosofia e matematica. Federico II fece il suo ingresso trionfale nella Città Santa il 17 marzo 1229 e il giorno successivo si pose da solo la corona di Re di Gerusalemme nella Chiesa del Santo Sepolcro, un episodio che forse nel 1804 ispirò Napoleone, il quale si autoincoronò Imperatore nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, togliendo la corona dalle mani di Papa Pio VII.   

            San Francesco morì nel 1226, tre anni prima della cessione di Gerusalemme, e io penso che quella cessione sia stata anche un riconoscimento del Sultano a quel poverello che gli aveva parlato con tanto fervore. Ciò mi porta a concludere che il dialogo vero esige sincerità di intenti e ricerca di esaudire la controparte, il che spiega perché gli incontri attuali tra Israele e Palestinesi, come quelli tra Russia e Ucraina, non arrivano a nulla, perché durante gli incontri le parti cercano di capire cosa hanno in mente gli avversari per poterli battere e vincere.

            Buona Pasqua a Voi tutti.        

Salvatore Mongiardo, 5 aprile 2026

venerdì 3 aprile 2026

IL GRANO BIANCO DEI SEPOLCRI

 

Il grano bianco dei sepolcri

Dal grano alla vita eterna 

Fino a diecimila anni fa circa, l’umanità si nutriva solo di frutti spontanei e di caccia. La caccia era difficile e la raccolta di frutti aleatoria, e perciò le tribù dovevano spostarsi continuamente alla ricerca di cibo. Poi, il riso in Oriente e il grano in Occidente cambiarono la vita. Il grano si poteva mangiare già tenero sulla spiga o abbrustolito. Quando seccava, si conservava e si macinava con una pietra: farina, acqua e fuoco, e diventava pane in qualunque momento. 

Secondo gli Egizi solo un Dio poteva dare un cibo così buono e nutriente: Osiride, il Dio del sole. Osiride era morto soffocato in una bara, chiuso a tradimento dal geloso fratello Seth, ma la moglie-sorella Dea Iside la cercò, aprì la cassa e vide delle piantine di grano, bianche per la mancanza di luce, che uscivano dal suo corpo. Seth allora fece a pezzi il corpo di Osiride e lo disperse per tutto l’Egitto. Iside li ritrovò, li rimise assieme e fece risorgere Osiride a vita eterna. Anche gli Egizi potevano risorgere dalla morte e perciò, nelle feste dedicate a Osiride, piantavano chicchi di grano in statuine di fango a forma del Dio, che poi riponevano in un posto buio, il sepolcro Osiride. Poi, con le piantine spuntate e trapiantate, gli Egizi ottenevano del grano col quale si faceva il pane, corpo del Dio, che si mangiava per risorgere. 

A questo aggiungevano la bevanda ottenuta dal vino, che era il sangue del Dio Osiride: in Egitto si possono ancora vedere resti dei giardini di Osiride accanto ai templi dedicati al Dio, dove si coltivava la vite in onore del Dio, mentre alcune tombe sono dipinte con molti grappoli di uva pendente, simbolo di immortalità. Anche la vite, come il grano, era ritenuta un grande dono di Osiride. Gli Egizi avevano già elaborato l’idea che l’anima non moriva ed era destinata a riunirsi al proprio corpo, come già era successo con Osiride.   

Da quell'uso deriva la riposizione nel sepolcro del corpo di Cristo presente nell’ostia consacrata, adornato di grano bianco, ancora praticata soprattutto nel Sud Italia ogni Giovedì Santo. Gli Egizi avevano costatato che il grano sotterrato moriva e rispuntava, mentre il corpo di un morto sotterrato non risorgeva, marciva. Allora inventarono la mummificazione per preservare il corpo destinato a riunirsi all’anima. Per questo motivo le tombe dei faraoni erano fornite anche di provviste alimentari. Difatti, per gli Egizi dopo la morte c’era un’altra vita che si svolgeva in un mondo dove Osiride regnava sui morti. Gesù, vissuto in Egitto fuggendo da Erode, venne a contato con due culture diverse da quella ebraica: quella egizia e quella pitagorica, appresa dai Terapeuti, una comunità ebraica che viveva attorno ad Alessandria.

 Probabilmente vedendo, o avendo sentito parlarne in seguito, dei rituali del grano di Osiride e della mummificazione, Gesù comprese il bisogno di vincere la morte e lo risolse così: il pane è il suo corpo e il vino è il suo sangue. Chi mangia la sua carne e beve il suo sangue avrà la vita eterna. Gesù aggiunse però un elemento di novità rispetto al rito di Osiride: non aspettò la crescita del grano, ma trasformò il pane sulla tavola nel suo corpo e il vino nel suo sangue. E aggiunse un secondo elemento di novità nella cena pitagorico-essena: la resurrezione. Difatti, egli dà il pane e il vino come pegno di vita eterna, mentre nel sissizio italico-pitagorico pane e vino erano solo simbolo di amicizia e fraternità. 

E il disco solare di Osiride, che fine ha fatto? Sembra scomparso ed è, invece, sotto gli occhi di tutti: è diventato l’ostia della messa, che si leva bianca e rotonda come il sole, adorato al suo sorgere dai Pitagorici di Crotone. La storia dimostra che attorno al grano si sono sviluppati valori di convivialità, amicizia e superamento della morte. Quei valori sono tuttora rappresentati in Calabria col Sissizio, il Grano Bianco del sepolcro del Giovedì Santo - nel Crotonese chiamato lavoricchio -, l’Ostia bianca e rotonda dell'eucaristia di derivazione pitagorica, i mostaccioli di Soriano (VV), fatti con farina e miele a forma di animali, e il Bue di Pane Pitagorico, che abbiamo ripreso nei Sissizi come simbolo della fine di ogni uccisione. Questi simboli richiamano costantemente verso una vita libera dalle angosce generate dalla violenza e dalla paura della morte.

 Salvatore Mongiardo

3 aprile 2026

                     GRANO BIANCO DEI SEPOLCRI

                                   FOTO A. GROTTERIA - CROTONE


 

 

PREGHIERA A SAN FRANCESCO DI PAOLA

 

Preghiera a San Francesco di Paola

Patrono dei Vegetariani e dei Vegani

 

O glorioso San Francesco,         

Tu non sapevi leggere, ma ammiravi le meraviglie di Dio nelle pendici selvose della Sila e nei tramonti infuocati sul Tirreno.

Tu non sapevi scrivere, ma stendevi la mano a carezzare l’agnello Martinello, tuo fedele compagno. Quando degli affamati lo uccisero, lo divorarono e buttarono le sue ossa nella fornace, Tu lo chiamasti, facendolo uscire vivo dalle fiamme.

Tu prendesti da terra il serpente che si dimenava con la schiena spezzata, lo guaristi e mettesti al sicuro.

Tu sanasti il cervo ferito dalla freccia di un cacciatore, e il cervo poi ti seguì ovunque.

Tu togliesti dal legaccio le trote pescate, le rimettesti in acqua e tornarono a guizzare vive.

Tu guaristi l’occhio ferito del bue, unico sostegno di una famiglia povera.

Tu volesti che nessuno mangiasse alcuna creatura, e lo imponesti nella regola del tuo ordine che chiamasti dei Minimi. Ti umiliasti così di fronte a San Francesco di Assisi, i cui frati si chiamavano Minori. Per sua intercessione tu eri nato, superando le difficoltà del tuo concepimento, dopo che i tuoi genitori erano andati pellegrini ad Assisi, e alla nascita t’imposero il suo nome. 

Tu non calzasti mai scarpe né sandali, e andasti sempre a piedi nudi dalla Calabria fino alla Francia, come segno di rispetto e unione alla Madre Terra.

Tu fosti sempre di aspetto sereno e gioioso, e consideravi gli animali come fratelli minori, ai quali porgevi ogni aiuto.

Noi t’imploriamo, aiuta l’umanità smarrita che naviga sul sangue che sgorga dai mattatoi e dalle navi che arpionano lenti cetacei, tonni saltellanti e pesci innocenti, simbolo di Cristo Salvatore. 

Noi ti preghiamo, guidaci a formare sulla Terra una sola grande famiglia di uomini e animali. Così nessuna goccia di sangue sarà più versata, e sui mattatoi porremo la tua immagine per ricordare il tuo amore per tutti i viventi. 

Così deve essere. Così sarà! 

Salvatore Mongiardo, 2 aprile 2026

mercoledì 1 aprile 2026

FESTA DELLE PALME DI UNA VOLTA A S. ANDREA JONIO

 

Festa delle Palme di una volta a S. Andrea Jonio 

Quand’ero bambino - tanto tempo fa - la domenica delle Palme si festeggiava in paese con una processione che si snodava dalla chiesa, dove rientrava dopo un breve percorso. I fedeli partecipavano con rametti di palma e ulivo in mano, mentre il clero salmodiava in latino il vecchio canto liturgico: Gloria, laus et honor tibi sit, Rex Christe Redemptor … cui puerile decus prompsit hosanna pium…

In chiesa, poi, iniziava la celebrazione della messa. Tornati a casa, i fedeli appendevano il rametto di ulivo in capo al letto, accanto al crocifisso e alla candela, benedetta il giorno della Candelora, che si accendeva in caso di grave tempesta.  

Il rametto sostituiva quello dell’anno prima, il quale non veniva né buttato né bruciato, ma portato in campagna dove c’erano alberi di ulivo. Ricordo mio nonno materno, Bruno Codispoti Dollivio, e mia nonna materna, Marianna Carioti, che provvedevano a uno smaltimento sacro del rametto vecchio. Nonno Bruno lo portò al vicino fondo della Gattinella e lo legò al tronco di un ulivo con un filo di raffia, perché trasmettesse alla pianta la benedizione che la aiutasse a portare frutto. 

Nonna Marianna mi portò con sé al piccolo fondo della Porta e fece lo stesso gesto, legando il rametto vecchio a uno degli ulivi. Intanto risuonava la campana grande della Chiesa Matrice, e lei mi condusse in chiesa per la benedizione serale. La funzione era calma e intima, i fedeli cantavano il Tantum Ergo, poi il sacerdote prendeva la pisside con le ostie consacrate nel tabernacolo, l’avvolgeva col velo omerale e faceva un ampio segno di benedizione sui fedeli in ginocchio, mentre nel silenzio il chierichetto suonava il campanello.

Poi si cantò una canzoncina finale:

 L’orizzonte già si imbruna/ ed in ciel la luna appare.

Uscendo dalla chiesa vidi la luna che saliva placida dal mare e il mondo mi sembrò bello e sereno come il paradiso.

 Salvatore Mongiardo

31 marzo 2026