martedì 29 marzo 2011

VEGETARIANESIMO E VITA GIUSTA


Il vegetarianesimo come base dell'etica pitagorica e della vita giusta
Intervento per l’Associazione Cattolici Vegetariani
Ozzano Emilia (BO), 2 Aprile 2011

          Care amiche a cari amici,

se guardiamo ai principi che ispiravano la condotta di vita di Pitagora e dei pitagorici, vediamo che, rispetto al mondo di oggi, essi sono in tutto e per tutto l’opposto. In altre parole, il mondo attuale e i suoi valori sono esattamente descritti da un solo aggettivo: antipitagorici. Si potrebbe anche aggiungere che tutti i nostri mali erano stati previsti da Pitagora. Anzi possiamo addirittura immaginare Pitagora che guarda al nostro mondo che va male, e con un sorriso di superiorità commentare: come volevasi dimostrare!
Vediamo allora brevemente quali erano i principi seguiti da Pitagora e dai suoi. Sono sette i capisaldi dell’etica pitagorica. Il numero di sette è una mia elaborazione, che però rispecchia la predilezione di Pitagora per questo numero che ricordava il giorno di nascita di Apollo, di cui Pitagora si riteneva figlio.

Questi capisaldi sono:
1.    i beni devono essere in comune
2.    la vittoria sporca l’uomo
3.    rifuggire dal successo e dalla gloria
4.    astinenza dal sesso
5.    vita sobria di comunità in posti solitari
6.    amicizia universale
7.    vegetarianesimo

          1. La comunione dei beni, praticata anche dai primi cristiani ma presto dimenticata, era la conditio sine qua non per far parte della cerchia dei pitagorici, i quali dovevano mettere tutti i loro beni a disposizione della comunità, salvo poi riprenderli in caso di abbandono. Tanto per fare un esempio puramente teorico, se applicassimo la regola pitagorica al debito pubblico italiano, questo verrebbe automaticamente azzerato dai risparmi degli italiani che all’incirca ammontano alla cifra del debito.

          2. La vittoria che sporca il vincitore è dottrina originale del pitagorismo, che riteneva un male la separazione del vincitore dai vinti, in quanto il vincitore diventava soggetto d’invidia. La vittoria aveva dunque un suo carico perverso, era indegna di una persona per bene. I pitagorici potevano gareggiare per gioco, ma senza vincitori, tanto che era proibito loro perfino assistere ai giochi olimpici dove si coronavano i vincitori. In questo senso ristretto sarebbe da interpretare l’espressione che ai giochi è importante partecipare, non vincere.

          3. Il rifiuto del successo e della gloria si giustificava perché il pitagorico doveva impiegare le sue migliori energie in una conquista delle cose nobili e belle, come la conoscenza del firmamento, l’unione a Dio, lo studio, l’apprendimento delle dottrine arcane e delle scienze. La ricerca del successo e della gloria invece erano fuorvianti perché distoglievano da quegli obiettivi considerati il vero scopo della vita. Oggi prevalgono in tutto il pianeta le culture anglosassoni per le quali vincere, essere il primo, avere successo, è tutto e anche di più.

          4. L’astinenza dal sesso, salvo la procreazione, era molto rigida presso i pitagorici e come tale passerà nel cristianesimo. Per Pitagora il sesso era un piacere ammaliatore e omicida, come il canto delle Sirene, che induceva a distrazioni e tradimenti, alimentando fantasie morbose che divoravano la mente e l’anima dell’individuo. E’ rimasta celebre l’espressione ironica di Pitagora quando qualcuno dei suoi allievi gli chiedeva il permesso di lasciare la scuola per unirsi a una donna: Uno si accoppia quando vuole essere più debole di se stesso.
Le visite ai siti porno fatte giornalmente tramite internet vengono attualmente calcolate in centinaia di milioni in tutto il mondo: ricordano il canto ammaliatore e omicida delle Sirene, perché divora le migliori energie dell’individuo.

          5. La vita dei pitagorici doveva svolgersi lontana dalle grandi città per non essere distratti e turbati dalla vita reale. Era soprattutto bandita la mollezza dei costumi e il lusso: la vita doveva svolgersi sobriamente e con grande forza d’animo. Una prova di carattere per i pitagorici consisteva nel preparare un lauto banchetto e poi andare via senza assaggiare nulla! La vita in comune delle comunità pitagoriche era una invenzione che non aveva precedenti nel mondo occidentale. La vita comunitaria eliminava alla radice quello che oggi è il maggiore dei mali: la solitudine dell’individuo, abbandonato dalla famiglia soprattutto nella parte finale della vita. Qualcosa di inconcepibile per i pitagorici, i quali accorrevano dai loro sodali ammalati e li assistevano curandoli fino alla morte.

          6. L’amicizia universale, la filìa, è riportata nel capitolo 33 della Vita Pitagorica di Giamblico, e vale la pena citarla per esteso:

…la filìa era l’amicizia degli dèi verso gli uomini tramite la pietà e il culto. Amicizia dell’anima per il corpo e della ragione per le facoltà irrazionali grazie alla filosofia e alla sua contemplazione speculativa. Amicizia degli uomini l’uno per l’altro: fra i cittadini tramite la retta osservanza delle leggi; fra gli stranieri, tramite l’esatta scienza della natura umana; dell’uomo per la moglie, i figli, i fratelli e i parenti in virtù di un incorruttibile sentimento di comunanza. Amicizia insomma di tutti per tutti, persino verso gli animali. Amicizia del corpo mortale con se stesso, pacificazione e conciliazione delle contrastanti forze latenti in esso tramite la buona salute, il regime di vita adatto e alla temperanza.

Una sola e sempre la medesima parola, filìa, questo amore reciproco, che fa in modo che tutti i galantuomini del mondo siano amici anche prima di conoscersi. Oggi siamo lontani anni luce da quell’insegnamento con tutte le forme di razzismo, chiusura culturale a migranti, terzo e quarto mondo.
         
          7. La proibizione di nutrirsi di animali, sia carne che pesci, era giustificata da Pitagora perché l’animale aveva in comune con l’uomo lo stesso spirito di vita: l’uomo era fratello maggiore dell’animale al quale egli doveva rispetto e aiuto. Pitagora sosteneva che mai si sarebbe potuto uccidere un uomo se non si uccideva l’animale. Quindi, il cibarsi di carni era la porta dalla quale entrava la violenza nell’uomo, e la vera origine di tutte le guerre. Per questo l’offerta pitagorica agli dèi consisteva in focacce di farina e miele, spesso a forma di animale, come nel caso del bue di pane che Pitagora offrì quando scoprì il suo famoso teorema. Egli suscitò meraviglia a Delo, quando offrì focacce ad Apollo Genitore che non accettava sacrifici cruenti. I pitagorici, che in bianche vesti di lino facevano le loro offerte di pane, sfidavano i templi di Grecia e Magna Grecia bagnati dal sangue delle vittime.

Allarghiamo adesso il discorso sul vegetarianesimo di Pitagora il quale chiaramente ammonisce che l’uscita dalla violenza è possibile solo se si guarda alla vita e ai suoi problemi con audacia e benevolenza. Pitagora difatti iniziò la sua straordinaria avventura umana prendendo le difese di un cane bastonato. Il filosofo non solo rifiutava di cibarsi sia di carne che di pesce, ma stava lontano da cacciatori e macellai. L’uccisione, e poi il consumo di creature, come ribadisce il pitagorico Empedocle, aveva due effetti nefasti per l’uomo: provocava una brama incontrollata di sesso e, inoltre, faceva nascere una cultura violenta che alla fine restituiva all’uomo la violenza perpetrata contro l’animale.

Questo concetto lo ritroviamo in Giordano Bruno, il quale scriveva testualmente:

Ben fece Caino a uccidere quel massacratore di animali Abele…

Bruno voleva indicare, nel suo linguaggio colorito, che la violenza data agli animali fatalmente si ritorce contro l’uomo per una legge di reazione uguale e contraria.

Riprendiamo adesso il discorso su pecore e agnelli ricordando il rispetto dimostrato da Pitagora per questi animali. Pitagora e i suoi si rifiutavano addirittura di indossare abiti di lana perché era il vestito dell’animale che non poteva essere tosato. Lino non lana, era il loro vestire, e la loro vestizione anche da morti. E il lino era prediletto perché a ogni lavaggio diventava sempre più candido, simbolo di purezza. Questo rispetto estremo per l’agnello ci richiama la figura di Cristo Buon Pastore, che non vende e non uccide le sue pecore, ed è in forte contrasto con l’offerta mattutina e vespertina nel Tempio di Gerusalemme, dove si offriva l’olocausto di un agnello.
Oggi è universalmente accettato che Gesù era in qualche misura ammiratore o conoscitore o seguace degli Esseni, la setta religiosa di Ebrei che lasciarono i loro scritti nei Rotoli di Qumran. Lo stesso Papa Benedetto XVI, durante la celebrazione del Giovedì Santo 5 aprile 2007, ha affermato che Gesù potrebbe aver celebrato la Pasqua ebraica, la sua Ultima Cena, nel giorno in cui la fissava il calendario degli Esseni, che erano vegetariani. Il papa ha detto testualmente:

…Gesù ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran… e l’ha celebrata senza agnello…

C’è però da chiedersi a chi s’ispiravano gli Esseni nella loro pratica rigorosamente vegetariana e nella contestazione del Tempio di Gerusalemme e di ogni sacrificio cruento. Una fonte, che nessuno può mettere in dubbio, è il grande storico Giuseppe Flavio, colto ebreo di nobile famiglia, che partecipò come generale alla guerra contro i Romani e predisse a Vespasiano che sarebbe diventato imperatore. Nelle Antichità Giudaiche (XV, 371) egli scrive testualmente degli Esseni:

Si tratta di un gruppo che segue un genere di vita che ai Greci fu insegnato da Pitagora.

Il dato decisivo però non è tanto la testimonianza degli storici, quanto il fatto che gli Esseni e i pitagorici facevano le stesse cose:
·       vita di comunità
·       cena rituale
·       beni in comune
·       osservano la castità
·       dottrine segrete
·       vestiti di lino bianco
·       preghiere al sorgere del sole
·       bandiscono l’olio
·       proibiscono il giuramento
·       sono vegetariani
·       aborriscono il sacrificio
·       bagno rituale

Senza voler andare nei dettagli, ci limitiamo a questi dodici punti che balzano agli occhi. Ora, se incrociamo queste informazioni, arriviamo a quanto scriveva monsignor Canciani su Gesù come esseno e vegetariano che cacciava gli animali dal Tempio per salvarli, e che celebrava l’Ultima Cena senza agnello.
Personalmente sono convinto che è necessario guardare a Gesù attraverso la cultura pitagorica, che nel mondo antico ebbe una diffusione oggi largamente sottovalutata. Basti pensare che la dottrina dei Sufi altro non è che la diramazione pitagorica nel mondo islamico, come quella essena lo fu nel mondo ebraico.
Nel libro che sto scrivendo, dal titolo Cristo è arrivato a Crotone, i punti di contatto tra Pitagora e Gesù portano a una visione di Gesù come grande filosofo, una analisi che finora non è stata compiuta. Basti solo pensare che Gesù fu l’unico ad andare oltre Pitagora e la sua metempsicosi, la trasmigrazione delle anime. Gesù andò anche oltre la dottrina, codificata poi da Plotino, con l’eterno ripetersi del ciclo cosmico, tanto simile alle reincarnazioni del mondo orientale. Quelle concezioni, ripetitive e cariche di angoscia, vengono superate brillantemente da Gesù con la creazione del tempo lineare, dal vivente che raggiunge Gesù risorto per l’eternità senza ripiombare più nel ciclo. E’ un argomento complesso che non può essere affrontato ora, ma si sintetizza dicendo che la dottrina di Cristo, rivisitata in chiave pitagorica, acquista enormemente in coerenza e razionalità.

L’Apocalisse termina con l’adorazione dell’Agnello, che rimane vivo sul trono di Dio, nella Gerusalemme Celeste dove non c’è più spargimento di sangue. Le ultime parole dell’Apocalisse sono un’invocazione accorata quanto inaspettata: Vieni, Signore Gesù! Abbiamo diritto a chiederci: perché Gesù deve tornare una seconda volta? Io penso che Gesù stia ritornando nello splendore della sua veste di lino per ristabilire la grande coerenza con la quale ha vissuto. Non si può difatti parlare di fine dei sacrifici cruenti, e poi lasciare che si macellino milioni di vittime ogni giorno. Gesù torna per fare sulla Terra una sola famiglia per tutti i viventi, e questo avverrà attraverso la giustizia animale.

Mi rendo conto che questo può apparire una utopia. Ma voglio darvi due segni che ho captato durante le ricerche per la stesura del mio libro. Due segni conservati nella chiesa, ma dei quali abbiamo perso la memoria. Tutti e due i segni provengono dalla Magna Grecia, la terra di Pitagora. Il primo è la prescrizione delle tovaglie di lino bianco su tutti gli altari, prima ricoperti da tovaglie colorate. Questo fu disposto da papa Eusebio che regnò pochi mesi nell’anno 300 dopo Cristo. Papa Eusebio, chiamato magnogreco, proveniva da Casignana in Calabria, e per quella riforma si ispirò direttamente alla tradizione pitagorica.
Il secondo segno è l’elevazione dell’ostia nella messa. Fino alla riforma conciliare della liturgia, il sacerdote celebrava con le spalle rivolte al popolo. Era difatti una prescrizione pitagorica non voltare mai le spalle al sole, al Dio, ed è anche la ragione per cui gli altari erano posizionati sempre a oriente. L’ostia, rotonda e bianca di luce come il sole nascente, provenivano dalla tradizione pitagorica del Sud Italia, e da lì passarono a Roma. Duc in altum, duc in altum! Alzala, alzala, gridavano al sacerdote i primi cristiani che volevano vederla alzarsi come il sole. Questi due segni ci indicano che siamo alle porte di una più profonda comprensione della storia per la costruzione del regno di pace fra tutti i viventi.

2 aprile 2011
                                                                          Salvatore Mongiardo