domenica 18 novembre 2012

Storia della statua di S. Andrea Apostolo


Storia della statua di S. Andrea Apostolo
che si venera nell’omonimo paese sullo Ionio in Calabria

La statua è in legno di ulivo e risalirebbe all’anno 1047. Ne abbiamo certezza perché, intorno al 1933, i pittori Zimatore e Grillo, che affrescarono la chiesa del Patrono, decisero di aprire la statua per alleggerirla e risanarla dei tarli roditori. I portatori, difatti, si lamentavano del peso eccessivo durante le lunghe processioni, ma nessun falegname in paese era disposto a tagliarla. Allora i pittori si rivolsero a mio padre, Mastru Vicenzìnu, che trapanò il petto del Santo e vide che la punta di ferro affondava. Poi la segò dalla spalla sinistra alla coscia destra, e nel cavo c’era ’na cartuddha, un pezzetto di pergamena con su scritto 1047. Mio padre era categorico sulla data: ’A vitta io!... L’ho vista io! Questa notizia è leggermente in contrasto con quanto riporta don Tito Voci nel suo bel libro Indagine storica su S. Andrea Jonio (pag.51), che fa risalire l’iscrizione all’anno 1009, e il rinvenimento dell’iscrizione stessa a metà del Milleottocento, quando la statua fu restaurata dopo l’oltraggio dei soldati francesi. Don Tito riporta questa notizia che aveva appreso dall’arciprete don Bruno Voci, grande dotto e compagno di studi di Pio XII a Roma.
Gli anni attorno al Mille erano quelli della conquista della Calabria da parte dei Normanni, ma prima del loro arrivo da noi si osservava il rito greco, che esclude tutte le statue e permette solo le immagini, le icone. La statua, quindi, segna un ritorno al culto latino e testimonia anche che il paese di Sant’Andrea in collina era preesistente, visto che si poneva una statua importante in quella chiesa. La statua riecheggia le antiche sculture greche, con il piede sinistro poggiato sulla punta e indietreggiato rispetto al destro. Elemento particolare è il libro che il Santo tiene con la mano sinistra e che rappresenta il Vangelo di Sant’Andrea, il famoso Quinto Vangelo che nessuno ha finora trovato e che riporterebbe una dottrina in parte diversa da quella dei quattro vangeli canonici. Nella stessa pagina don Tito scrive: Tra i simboli di Sant’Andrea, insieme alla croce e ai pesci, vediamo un libro, che può riferirsi ai Vangeli di Sant’Andrea, messi tra gli apocrifi del Decreto Gelasiano (Papa Gelasio I, 492-496). Certamente lo scultore teneva conto dell’antica tradizione orientale circa un vangelo attribuito a S. Andrea, e testimonia così anche l’antichità della statua.
Questa vicenda è stata narrata da Mario Pomilio nel bellissimo romanzo “Il quinto evangelio, Rusconi, 1975, pag.73”:
… Avevo dimenticato di parlarti d’una credenza e d’una usanza. Si dice qui che ogni cento anni un monaco arriva fra noi dall’Oriente recando con sé un libro e dei pesci. Ed è uso d’un paese non distante da qui, sito proprio a mezza strada tra Stilo e Vivario, d’addobbare ogni anno in primavera una navicella con fiori e ricchi drappi, per simularne lo sbarco. Dietro l’uomo che fa le
parti del monaco si forma quindi una processione la quale per un sentiero sale fino a un’antica chiesa molto cara ai pescatori e dedicata a Sant’Andrea, quello stesso che fu tra gli apostoli di Gesù e che, a quanto narrano, fu inviato in Calabria a convertire le nostre genti. Alla fine i pesci e il libro vengono deposti sull’altare. I primi sono per ricordare che fu proprio quell’apostolo a indicare a Gesù, quando le genti ebbero fame, il ragazzo che teneva in mano i pesci e i pani del miracolo. Per quanto riguarda il libro, un vecchio codice dei Vangeli, ricordo d’aver udito che fu appunto Sant’Andrea colui che indusse San Giovanni a scrivere il suo Vangelo.
Il paese cui fa riferimento Mario Pomilio, a metà strada tra Stilo e Vivario, cioè Squillace, non può essere che il nostro, ma non sappiamo da dove Pomilio prese quell’indicazione così precisa.
Nel libro di Mons. Francesco Samà, dal titolo Vita di S. Andrea Apostolo, si narra che la statua fu portata al mare e bagnata dal popolo per implorare la pioggia dopo tre anni di siccità: O ni vagni o ti vagnàmu… O ci bagni o ti bagniamo. Quest’antica credenza forse riecheggia i riti propiziatori della pioggia che si facevano ai tempi della Magna Grecia, portando a mare le statue delle divinità, come avveniva per i Bronzi di Riace (Prof. Giuseppe Roma, Università della Calabria). Monsignor Samà riporta anche l’offesa fatta alla statua durante il saccheggio del paese nel 1806 da parte delle truppe napoleoniche. Un soldato cavò gli occhi con la baionetta perché non era riuscito a tirare la statua giù dalla nicchia per distruggerla: Accippàu, cioè diventò pesante e immobile come un ceppo d’albero.
La croce a X, o croce decussata, è il simbolo del Santo e si trova anche su alcune bandiere, come quella di Scozia. Generalmente si ritiene che il Santo fu legato a una croce di quella forma. La critica più recente spiega che forse fu legato a un albero con piedi e mani allargate, e diventò lui stesso come una X, come l’uomo di Leonardo per intenderci. Fu quindi visto dai presenti come una X, che nella lingua greca corrisponde al chi aspirato maiuscolo e rappresenta, secondo Platone, l’immortalità.
Al braccio destro del Santo è appesa una coppia di triglie, in ricordo di quando Andrea di Betsaida era pescatore fin quando Gesù lo chiamò per primo: perciò in greco è designato come protocleto. Betsaida sorge sul Lago di Genezaret o Tiberiade, in ebraico Kinneret per la sua forma di arpa, detto anche Mar di Galilea, dove le triglie, pesce di acqua salata, non esistono, come ho verificato di persona. La triglia, invece, è comune nei mari della Grecia (barbunia). Le reliquie che si conservano in paese sono due: una è del liquido (manna) che trasuda dal sacello dove si conservano le ossa dell’Apostolo in Amalfi. L’altra è un frammento dell’occipite (còcculu), secondo una tradizione orale a me riferita da don Luigi Samà. D’altra parte, Mario Codispoti ricorda come nel popolo si credeva che gli Andreolesi fossero particolarmente intelligenti per virtù di questa reliquia. La complessa vicenda delle reliquie del Santo è riportata nel libro di Mons. Samà e si può riassumere così: in Amalfi c’è il corpo e l’occipite, come ho verificato di persona. Il cranio, portato a Roma, fu restituito da Papa Paolo VI alla Chiesa di Patrasso. Dal cranio manca anche la parte frontale, venerata nel Monastero di Sant’Andrea sul Monte Athos in Grecia, da me fotografata nell’agosto del 2012 (vedi foto).
Nelle vecchie immaginette e nel filmino a colori girato dal compianto Bruno Greco, insegnante e notaio a Brooklyn, si può vedere l’aureola in argento trafugata nel furto sacrilego intorno al 1950 assieme alla croce e ai due pesci. Quell’aureola era fatta con grappoli d’uva traforati e intrecciati su tutta la superficie, mentre l’aureola che l’ha sostituita porta dei grappoli solo verso l’esterno. Per quanto a mia conoscenza, il dio greco Diòniso aveva il capo coperto di grappoli d’uva (Bacco per i Romani). Quell’aureola forse riecheggiava le nostre lontane origini come popolo degli Enotri che poi diventarono Itali. Quegli Enotri abitavano le nostre contrade, come confermerebbero i palmenti scavati nella roccia, di recente scoperti nelle campagne di Santa Caterina Ionio (vedi relazione di Manuela Alessia Pisano).
Salvatore Mongiardo


mercoledì 3 ottobre 2012

LA MEDICINA EUDEMONICA


INCONTRI PITAGORICI DI CARDIOLOGIA 2012, 4-5-6 Ottobre - CROTONE
La Medicina Eudemonica: disciplina della Nuova Scuola Pitagorica
Egregi Signori Medici,
correva l’anno 399 avanti Cristo e Socrate era stato condannato a bere la cicuta dai Trenta Tiranni che governavano Atene. Quell’episodio traumatizzò Platone e lo convinse a lasciare Atene per venire a Crotone, dove si era sviluppata una dottrina, la pitagorica, che aveva cercato di cambiare il mondo. Platone rimase a Crotone sette anni e frequentò la Scuola Pitagorica riaperta dopo la cacciata di Pitagora e dei suoi. La riapertura, avvenuta per intervento di Pericle, fu guidata dai vecchi Pitagorici sopravvissuti che si erano dati alla medicina.
A Platone non bastò la conoscenza della dottrina appresa da Filolao, Archita, Eurito, e decise di scendere in campo per cercare di cambiare il mondo. Accettò così l’invito di Dionigi il Giovane, tiranno di Siracusa, e si recò alla sua corte cercando di guidarlo verso un governo che promuovesse il bene comune. Ma da Dionigi trovò solo intrighi, soprusi, omicidi. Platone dovette fuggire due volte per salvarsi, e descrisse quella sua esperienza nella Settima Lettera, dove concluse che la politica altro non è che corruzione e, se si voleva cambiare il mondo, bisognava che o i re diventassero filosofi o che i filosofi diventassero re.
Da allora sono passati ventiquattro secoli e i politici non sono diventati filosofi così come i filosofi non sono saliti al comando della cosa pubblica. Nel suo dialogo La Repubblica, Platone individua l’ostacolo al cambiamento nella psiche del tiranno, che anela al potere per soddisfare tre brame: prima il sesso, poi i soldi, infine il potere. Sembrerebbe, dunque, che la città del buon governo sia destinata a rimanere nel mondo dei sogni, dell’utopia.
Oggi noi ci troviamo riuniti dove l’Italia è nata, in Calabria, una terra che possiede il più ricco giacimento culturale della storia umana. Difatti, Re Italo fondò l’Italia trasformando il popolo degli Enotri da allevatori di animali in agricoltori, avviò cioè un intero popolo verso il vegetarianismo: è questa la vera origine della dieta mediterranea, certificata da Aristotele che riporta quel cambiamento nella Politica (libro VII, capitolo X). Italo inoltre istituì il sissizio, il pasto comune al quale tutti partecipavano e al quale tutti portavano il cibo che divideva in amicizia. Il modo di vivere libero ed egualitario degli Itali influenzò gli schiavi pastori della Lucania, i Bruzi, che fuggirono dai loro padroni e si rifugiarono in Aspromonte. La vicenda dei Bruzi influenzò a sua volta i coloni greci di Locri, i quali introdussero la proibizione della schiavitù nel VI secolo avanti Cristo: era la prima volta al mondo che questo accadeva.
Vegetarianismo, libertà, convivio: su questi tre principi si basava quell’Italia che fece una grande impressione su un bimbo portato a Crotone dal padre durante un suo viaggio d’affari. Quel bimbo, di nome Pitagora, avrebbe girato il mondo e imparato tutto lo scibile umano, ma sarebbe tornato a Crotone, dove fondò la Magna Grecia, inserendo quei tre valori italici dentro la sua sintesi di filosofia, matematica e religione. Egli formò così un corpo di dottrina che sbalordì il mondo, si diffuse per tutto il Mediterraneo e arrivò agli Esseni, i Pitagorici ebrei, che la trasmisero a Gesù.

Questa premessa era necessaria per mostrare come questa terra di Calabria, oggi così problematica, è stata il crocevia di grandi idealità che hanno conquistato il mondo. E mi domando se questa terra è stata grande solo nel passato o può esserlo ancora oggi. A questa domanda ho risposto col mio libro Cristo ritorna da Crotone, breve e libero in rete, che vi invito a leggere. Io non ho dubbi che dalla Calabria verrà la nuova Civiltà Sissiziale. E lo affermo senza lasciarmi scoraggiare dal fenomeno della criminalità organizzata, anzi noto che questa terra sprigiona sempre grandi energie, anche nel crimine. Aspromonte, terra degli schiavi pastori fuggitivi, che poi i conquistatori Normanni ridussero di nuovo a schiavi pastori! Se togli la libertà e l’uguaglianza, prevarranno degrado e crimine, scriveva Platone nella Repubblica!
Passiamo ora alla Medicina Eudemonica e chiariamo che la parola viene dal greco eudaimonìa che significa felicità, il traguardo al quale hanno aspirato gli uomini di tutti i tempi. Scopo della Medicina Eudemonica è quello di intervenire sulle cause che impediscono la felicità  dell’uomo e che possiamo riassumere con una sola parola: angoscia o dolore della vita, come nella lontana India la chiamò un contemporaneo di Pitagora, Budda. La Medicina Eudemonica va oltre la salute del corpo e mira a portare armonia nella psiche, dentro l’individuo: questa medicina sarà la base della Nuova Scuola Pitagorica che vogliamo aprire a Crotone. Pitagora, nel tentativo di stabilire l’armonia, estese la liberazione dall’angoscia agli animali che soffrivano al momento dell’uccisione. La stessa cosa fece Gesù quando cacciò gli animali dal Tempio di Gerusalemme, dove aspettavano di essere venduti e sacrificati. Gesù, il grande medico, conduceva una lotta senza quartiere contro ogni angoscia del vivere: dava il pane agli affamati, la vista ai ciechi, la vita ai morti.
Ho letto di recente che negli USA metà della popolazione ricorre all’aiuto di psicofarmaci per vincere l’ansia. Cosa è che non va? La risposta viene da Pitagora, che condannava i tre fondamenti della vita americana: il consumo di carne, la competizione, la ricerca del successo e dei soldi. Pitagora insegnava che il cibarsi di carne scatenava pulsioni di violenza e disordine sessuale. E riteneva che la vittoria era indegna di una persona perbene: la vittoria sporca l’uomo, sosteneva, perché la vittoria separa il vincitore dai vinti e lo rende soggetto di invidia. Una società altamente competitiva come quella americana, dove tutti sono spinti al successo e a guadagnare molti soldi, non può che generare angoscia. Nelle antiche comunità pitagoriche e cristiane, l’ansia del vivere era azzerata dalla comunione di vita e di beni: il profitto e il danaro stesso erano proibiti. Oggi siamo tutti angosciati da debiti pubblici insostenibili e nessuno ha proposto finora una soluzione accettabile del problema.
Dobbiamo però ammettere che le scuole di Crotone, Atene e Alessandria sono passate e il mondo è stato sempre guidato da politici ambiziosi e corrotti, se non completamente pazzi. E verrebbe la voglia di risolvere il dilemma di Platone sostituendo i medici ai filosofi: perché non mandiamo i medici al potere? Sono una classe colta, rispettata, sempre a contatto con i pazienti e le loro famiglie. Chi meglio di loro potrebbe governare il mondo? Quest’interrogativo me l’ero già posto al momento della visita militare, quando il capitano medico mi dichiarò abile alle armi. Allora avvertii una stonatura: quel medico, che per vocazione doveva curare la salute, era invece un alleato del potere e mi mandava sotto le armi: altri medici avevano fatto la stessa cosa con mezzo milione di giovani italiani morti nella seconda guerra mondiale.
Poi, durante i miei studi in Germania, rimasi scosso quando lessi la lettera con la quale Hitler incaricava il Capo dei Medici del Reich, il dottor Gerhard Wagner, di provvedere col piano Aktion T4 all’eliminazione dei cittadini tedeschi malformati, mutilati, disadattati, down, omosessuali. Non ci fu nemmeno una legge, ma un semplice incarico scritto su una lettera, che i medici tedeschi assolsero praticando una iniezione letale a circa duecentomila persone. Allora compresi che a quei medici mancava quello che mancava a tutti i tedeschi: una presa di coscienza, l’unica forza capace di portare a un cambiamento duraturo. Perché non pensare allora a una Assemblea Eudemonica Permanente che dalla Nuova Scuola Pitagorica dia direttive che portino l’Italia e il mondo fuori dalle secche della politica attuale? Immagino le vostre obiezioni e il richiamo alla realtà. Ma l’uomo è fatto di grandi desideri, e i desideri nascono per essere esauditi, così come è stato per il volo umano e la vittoria su molte malattie. Noi ci troviamo in una terra che ha visto formidabili sperimentatori come Italo, Pitagora, Alcmeone, Platone, Cassiodoro, Gioacchino da Fiore, Campanella. Una cosa accomuna questi personaggi: lo sforzo per trovare forme di vita in armonia con la società e con se stessi. Quell’armonia, che diventò il simbolo del pitagorismo, non si raggiunge per favore divino né per uno strano destino, ma si ottiene con uno stile di vita che elimina le cause dell’angoscia. Si comprende così il messaggio di Cristo: Il regno di Dio è dentro di voi. Egli afferma, da filosofo pitagorico, che il raggiungimento della felicità è a portata di mano se si vive in comunità di vita e di beni, se si rimettono i debiti, se non si spreca la vita alla ricerca del successo e dei soldi. Più ci si avvicina a questi principi, più diminuisce l’angoscia che invece più aumenta quando da essi ci si allontana.
La Nuova Scuola Pitagorica dovrà cercare di vincere anche la più grande delle angosce, quella della morte, che Pitagora vedeva come una trasmigrazione misteriosa dell’anima in un nuovo corpo: la metempsicosi. La Nuova Scuola indagherà a fondo la morte, seguendo l’insegnamento di Gesù. La sua tomba vuota significa che la morte non farà più paura quando la conoscenza spiegherà la morte. L’eclisse di sole ci insegna come ciò sia possibile. Ai tempi di Cartagine, i genitori offrivano al dio Baal il primogenito, bruciandolo vivo, per paura che il sole non sorgesse più. Oggi l’eclisse non mette più paura perché è spiegato: una cosa è il fenomeno e altra cosa è la paura del fenomeno. Sembra un traguardo impossibile, ma la scoperta del Big Bang, della materia oscura e dei buchi neri ci suggeriscono che ci sono molte dimensioni dell’essere ancora inesplorate. Io vi esorto, Signori Medici, di ispirarvi a quelle grandi figure e di essere audaci nel desiderio. Il ciclo di decadenza della Calabria e dell’Italia si sta per chiudere e da Crotone nasce una nuova epoca della storia. 
                                                                                                           Salvatore Mongiardo

sabato 15 settembre 2012

Alla Grecia in greco

Caro Salvatore,
ti invio la mia traduzione della tua poesia alla Grecia che si snocciola in tal modo:

  • Στην Ελλάδα. Από τιν αγγλοσαξονικό σύστημα καταπιεσμένη.

Ω Ελλάδα/πάντοτε σ' αγάπησα/ και τώρα συλλογιέμαι/ το ηλιόλουστο γαλάζιο της θάλασσάς Σου,/που σε τούτες τις ημέρες/οι βορινές καταχνιές/σκοτεινιάζουν τις ονειρεμένες Σου αμμοδιές/όπου γεννήθηκαν η Αφροδίτη και ι Απόλλωνας/ο Θεός του ασημένιου τ'οξου.

Ω Ελλάδα/τους άγριους αετονύχηδες των άπληστων τραπεζιτών/μη τους φοβάσαι/δεν θα μπορέσουν να Σου κλέψουν/το φως της σκέψης Σου,/Εσύ που είσαι μάνα καρπερή.

Ω Ελλάδα/θεϊκή μητέρα των ηρώων/τα στήθη μας στους βαρβάρους θα εναντιώσουμε/και θα αγωνιστούμε με τον τοξότη Απόλλωνα/που εκτοξεύοντας τα φωτεινά του βέλη/την βορεινή αχλύ θα διαλύσει.

Σαλβατόρε Μοντζιάρδο. 10 Ιουλίου 2012.

Traduzione a cura di Bianco Guglielmo.

martedì 11 settembre 2012

ALLA TOMBA DI PADRE KOSMAS




L’eremo appare nel folto del bosco
Chiuso, vetri rotti, tetto sbilenco.
Fredda è la cenere davanti al forno
Che spalanca la bocca nera e vuota.
Sotto la quercia che vivo gli dava ombra
Mamma gatta ora allatta tre gattini.

L’erbaccia invade l’orto abbandonato
E pietosa ricopre la sua fossa
Segnata dalle pietre e da una croce.
Padre Teofilo leva piano un canto
Sottovoce, sommesso come nenia:
Eonìa i mnìmi tou Patròs Kosmà…
Eterna memoria di Padre Kosmàs…

Dall’Egeo soffia il vento e scuote gli alberi
Che muovono le foglie come labbra
Imploranti per lui eterna requie.
Ma sottoterra le sue ossa fremono
Né troveranno pace se non quando
Torneranno in Calabria a riposare.


Ricordo della visita fatta il 27 agosto 2012 da me insieme a Padre Giovanni e Padre Teofilo del Monte Athos e gli amici di Calabria: Giuseppe Altimari, Vincenzo Busa, Francesco Cosentino, Francesco Curci, Raffaele De Marco.

                                                                     Salvatore Mongiardo

lunedì 6 agosto 2012

SISSIZIO DI SANT'ANDREA 2012


SISSIZIO DI SANT’ANDREA -18 AGOSTO 2012 ORE 18.00

Località GIAMBARELLO 13 - All’inizio della Pineta

Care Amiche ed Amici,

ci ritroviamo dove abbiamo tenuto il primo sissizio nel 1995, e ritorniamo col Bue di Pane Pitagorico, simbolo della fine della violenza. Nessuno è profeta nella sua patria! mi ha detto recentemente un amico, e io ho inteso quelle parole di Cristo in un senso nuovo. Difatti, se per patria intendiamo la terra dei padri, la Palestina e il mondo ebraico erano la patria di Cristo. Invece, se per patria intendiamo la terra dei sogni, delle profonde aspirazioni del cuore, la terra di elezione, allora la patria di Cristo era certamente la Calabria! E’ questo il frutto delle ricerche che sono contenute nel mio breve libro, gratuito in rete, Cristo ritorna da Crotone. Nel libro spiego che i grandi valori predicati da Gesù, quali la libertà degli schiavi e l’eucaristia come giustizia sociale, provengono dall’Italia, fondata da re Italo nelle nostre terre con il sissizio, cioè il convivio dove tutti portavano il cibo che dividevano in amicizia. Quei valori confluirono dagli Itali nei Pitagorici che li trasmisero agli Esseni. Questi li passarono a Gesù che li promulgò al mondo intero. Anche l’ostia bianca e rotonda della messa è venuta dal culto pitagorico dell’adorazione del sole nascente a Crotone. E la tovaglia di lino bianco sugli altari è stata ordinata, intorno all’anno 300, da Papa Eusebio che proveniva da San Giorgio Morgeto, in provincia di Reggio Calabria. Questi arcani che si svelano nella nostra terra saranno presto conosciuti in ogni parte del mondo e segneranno la seconda venuta di Cristo.

Mai come oggi l’umanità ha avuto tante possibilità di aiutare tutti, e mai come oggi le nazioni si sono chiuse nell’egoismo della finanza che strangola e impoverisce tutti. Negli incontri attuali di politici e autorità finanziarie, si parla di migliaia di miliardi, ma nemmeno un solo miliardo viene dato per il vaccino dei bimbi o per il cibo agli affamati del Terzo Mondo, mentre ci sono miliardi a volontà per gli armamenti: il modello anglosassone è fallito e tutti siamo diventati schiavi di quello che Gesù chiamò MAMMONA di iniquità, cioè il profitto. E’ giusto che l’uomo guadagni per vivere, ma il profitto e la speculazione fatta con i soldi sono antipitagorici, anticristiani, satanici.

Il monaco greco ortodosso Kosmàs, morto di dolore perché obbligato a lasciare la Calabria, quando visitò Sant’Andrea nel 2010, si augurò una ribellione di Grecia e Magna Grecia contro l’asservimento al sistema finanziario anglosassone. Kosmàs diceva che l’Anticristo imperversava nel mondo perché nessuno dava più importanza alle parole di Gesù nel Padrenostro: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori!
Noi diamo il benvenuto a Gesù che ritorna per liberarci dai lacci mortali della finanza di iniquità. Egli torna finalmente alla sua vera patria, la Calabria, derelitta e disprezzata, perché lui non abbandona i suoi amici, e torna per sedere con noi al sissizio, l’intramontabile convivio di giustizia sociale. Salutiamo il suo ritorno con il saluto che echeggiava in Magna Grecia all’arrivo del dio: EVOE’!
                                                                                             
                                                                                              Salvatore Mongiardo

Ognuno porti da mangiare cibi che divideremo con esclusione di carne e pesce. Nel sito ci sono acqua pura e vino.
Salvatore Mongiardo             348 7820212              mongiardosalvatore@gmail.com
Franco Monsalina                  328 6816333              f.monsalina@tiscali.it
Info Point: Caffè del Corso di Sant’Andrea Ionio

mercoledì 25 luglio 2012

Detti famosi di Cola


Detti famosi di Cola d’a Fattura


Al secolo si chiamava Nicola Betrò, ma in paese era conosciuto come Cola d’a Fattura, nato all’incirca nel 1860 e morto nel 1941. Era il bisnonno di Alfredo Varano e nonno, quindi, di sua madre Annina. Li ringrazio entrambi per avermi fornito le informazioni che mi hanno permesso di ricostruire i suoi detti che vengono ricordati ancora oggi.

Cola era alto e magro, aveva occhi azzurrissimi e capelli sul biondo pettinati a mascagna. Ebbe sei figli, alcuni emigrati in America i quali, durante la crisi degli anni Trenta, gli mandavano 110 lire al mese. Appena riceveva la somma, Cola correva a comprare pane che regalava ai poveri. Un suo figlio, che si chiamava Nicola come lui, sposò Emilia Mattei, l’ultima discendente della nobile famiglia del letterato barone Saverio Mattei. Emilia emigrò col marito a Brooklyn, dove visse e morì.

Cola faceva il duro lavoro della maggior parte degli andreolesi, cioè zappava la terra. Ma affondare la zappa sotto il sole nella terra dura non era per lui. Così un giorno decise di smettere, lasciò la campagna della Pirarella e se ne tornò a casa. Entrò nel basso, appese la zappa al chiodo e prese commiato dall’arnese con queste parole: Dalle pietre ti guardo io, dalla ruggine guardati tu! De’ pìatri ti guardu io, d’a rùggia guardati tu!

Dovette poi dare spiegazioni di quella decisione e raccontò che, mentre stava zappando, un bombaco si mise a girare attorno e gli ronzava: Cola, vattene, questo non è lavoro per te! Cola, vattìnda, chissu ’on è mistìari u tua!

Si diede allora al commercio dell’olio e accompagnava i grossisti che lo compravano nei paesi dove lui conosceva i migliori produttori. Avvenne così che una volta si ritrovò a Satriano e si fece notte. Cola si mise in cammino per Sant’Andrea e, passando vicino a una campagna, vide delle luci che si spostavano. Erano contadini che zappavano, facevano i terribili maggesi di luglio per preparare la terra alle prime piogge, e lavoravano di notte con le lanterne per evitare il solleone. Allergico com’era alla zappa, Cola esclamò: Signore, ti ringrazio perché non sono nato a Satriano! Signuri, ti ringràzziu ca ’on nescìvi a Satriànu!

Una volta andò a Catanzaro in treno e volle fare bella figura con i viaggiatori che leggevano il giornale. Se ne procurò uno e cominciò a sfogliarlo, ma lo teneva alla rovescia perché era analfabeta. Un viaggiatore glielo fece notare e lui rispose prontamente: Chi sa leggere alla rovescia, sa leggere anche dritto! Cui sapa u lèja ara storta, sapa puru ar’a derìtta!

Un giorno stava tornando verso casa e, mentre scendeva per Piazza Castello, chiese ad un carabiniere che saliva: Scusate, ma io vado o vengo? Scusati, ma io vàju o vìagnu? Il carabiniere si sentì provocato e lo portò in caserma.

A Cola piaceva scherzare e un giorno chiese a una signora alta e prosperosa: Se ti do dieci lire, vieni a coricarti con me? Si ti dugnu dìaci liri, vìani ’u ti curchi cu mia? La donna rispose: Svergognato, a me dici queste porcherie? Sbirgognatu, a mia dici ’si porcherìi?
Subito Cola cambiò la proposta: Allora dai tu cinque lire a me e vengo io a coricarmi con te! Allora tu duni cincu liri a mia e vìagnu io u mi curcu cu tia!

Luglio 2012                                                                   
                                                                                                          Salvatore Mongiardo 

sabato 7 luglio 2012

ALLA GRECIA


ALLA GRECIA 
oppressa dal sistema finanziario anglosassone
____



Sempre ti ho amato, o Grecia, e ora penso
all’azzurro assolato del tuo mare
in questi giorni che nordiche brume
offuscano i tuoi lidi di sogno
dove nacquero Venere ed Apollo,
dio dall'arco d'argento.
Feroci artigli di avidi banchieri
non riusciranno, o Grecia, non temere,
a rubarti la luce del pensiero
di cui sei la feconda genitrice.
Grecia, divina madre di eroi,
ai barbari opporremo il nostro petto
e lotteremo con l’arciere Apollo
che lanciando i suoi strali luminosi
dissiperà la nordica caligine.



10 luglio 2012                                                        Salvatore Mongiardo

martedì 13 marzo 2012

LA MESSA DI DON ANGELINO

La messa di don Angelino

Era il luglio del 1956 e di primo mattino andavo verso la Chiesa Matrice di Sant’Andrea Ionio per servire le messe. Sarei rimasto più volentieri a dormire per riprendere fiato dopo le fatiche dell’anno scolastico, trascorso nel Seminario Regionale di Catanzaro, ma gli obblighi religiosi continuavano anche durante le vacanze. Il caldo era infernale già a quell’ora e dai muri delle case veniva il calore che non si era disperso durante la notte.
Passai davanti alla grande casa dei Donnàngeli, che si stendeva per tutta la biforcazione di due strade che si congiungevano poi davanti a Piazza Castello, dove sorgeva la Chiesa Matrice. I Donnàngeli erano una delle poche famiglie buone di Sant’Andrea. Non erano baroni, titolo che avevano solo i Mattei e gli Scoppa. Erano una nobiltà minore, come i Iannoni e i Damiani. Avevano campagne, persone letterate in famiglia, e un buon numero di fondi agricoli. Tutte le famiglie buone potevano fregiarsi del don alla maniera spagnola e la parola Donnàngeli era una denominazione di quella famiglia che aveva avuto don Angelo Maria Calabretta, arciprete di Sant’Andrea fino al 1870 circa, prima del latinista arciprete Antonio Mongiardo. Anche l’ultimo erede maschio portava il nome di Angelo, don Angelino Calabretta, che all’epoca aveva circa quaranta anni. Calabretta è un cognome di Sant’Andrea, sul quale è opportuno fare una riflessione. I Bretti, o Bruzi, erano gli schiavi fuggitivi di cui parla lo storico Tito Livio, che costituirono il nucleo interno e indomabile della Calabria. Il cognome Calabretta forse è in grado di svelare la vera origine del nome Calabria, che a me sembra venire dal greco Kalabrettia, cioè la Bella Brettia. I Bretti del territorio di Sant’Andrea, i Calabretta, convissero e si fusero con i Samà, i vasai venuti dall’isola greca di Samo nel settimo secolo avanti Cristo.

Il Vèiolo stava aprendo il basso terraneo dei Donnàngeli e conduceva fuori l’asino. Il Vèiolo si occupava delle loro campagne, era guercio dell’occhio sinistro che aveva perso per una scheggia di legno, e indossava una giacca di velluto giallo a coste. Il suo vero nome era Andrea Arena, ma tutti lo chiamavano in quel modo perché lui diceva di se stesso che era vèiolo: non pronunciava correttamente la parola vedovo, termine poco conosciuto nel linguaggio andreolese che usava la forma latina di cattivo o cattiva per chi era in vedovanza. Cattività non cattiveria, condizione giuridica di captivus, cioè di non libero, secondo le antiche regole del diritto romano. Il Vèiolo non sapeva di queste sottigliezze, anche perché la sua vedovanza era inventata. La moglie, una forestiera, lo aveva abbandonato senza figli e lui aveva giudicato quell’abbandono come una morte. Il Vèiolo aveva partecipato in trincea alla prima guerra mondiale, ma non voleva parlarne. E non voleva nemmeno parlare della moglie: era vedovo.

Il caseggiato dei Donnàngeli era inquietante. Sopra il basso terraneo dell’asino c’era una costruzione al rustico rimasta incompiuta da decenni. Dove l’incompiuta finiva, c’era un deposito di statue e arredi sacri che veniva aperto il Venerdì Santo per prendere la naca, il catafalco del Cristo morto da portare in processione. Quel locale era stato in passato una chiesetta dedicata alle Anime del Purgatorio, ma non aveva una congrega che la sostenesse economicamente, e fu soppressa. Come ricordo di quella vicenda era rimasto un modo di dire che indicava una persona dal viso strano, improbabile: Sembra il procuratore delle Anime del Purgatorio. Quel procuratore difatti non era mai esistito perché non esisteva la congrega.
Costeggiando la casa per tutta la sua estensione fino all’altra strada, c’erano mezzanini sempre chiusi, balconcini, un grande balcone centrale e il portone con un bel portale in granito. Separato dalla strada, c’era il trappeto dei Donnàngeli, uno tra i più importanti frantoi delle ulive del paese.
Don Angelino Calabretta, baffetti, fine viso greco, era rimasto orfano di padre in tenera età e aveva perso la madre durante la sua prigionia nella seconda guerra mondiale. Così fu allevato dalle due zie nubili, donna Severina, la maggiore, e donna Caterinella. Le due sorelle vestivano all’antica con lunghe sottane, corsetto, capelli raccolti a chignon, u tuppu, e andavano a supervisionare le campagne sempre con l’ombrello per proteggersi dalla pioggia o dal sole. Il comando effettivo della casa era nelle mani energiche di donna Caterinella, tanto che in un’occasione il costruttore Argentino Samà ebbe a esclamare: Ma quale Caterinella, è una Caterinona! Don Angelino aveva sposato una Rispoli di Davoli e aveva deciso che era più conveniente prendere impiego a Catanzaro presso l’Inps, visto che le campagne venivano abbandonate con l’emigrazione di massa dal Meridione.

Quella mattina di metà luglio 1956 era stato per me particolarmente pesante. In chiesa c’erano state due messe cantate di suffragio per i morti con tre preti in paramenti neri, che accompagnati dall’organo salmodiavano l’Ufficio dei Defunti e poi celebravano la messa. All’epoca vigeva ancora il digiuno eucaristico ed io avevo potuto bere solo un po’ d’acqua dopo la comunione. Non vedevo l’ora di andare a casa a fare colazione e mi stavo preparando a uscire dalla sacrestia, quando la campana mezzana annunciò una messa cantata di gloria, con rintocchi ben diversi di quelli lenti delle tre campane che annunciavano le messe da morto. Il sacrestano Benincasa mi disse che c’era una messa straordinaria all’altare della Madonna del Carmine. I tre sacerdoti indossarono paramenti bianchi e si diressero alla cappella del Carmine, mentre l’organista cieco cantava il Kyrie eleison e io portavo l’incensiere. Non c’erano fedeli perché l’ora era tarda e don Angelino era il solo ad assistere alla messa. L’arciprete Samà, il celebrante, disse che era in ringraziamento per la sua assunzione all’Inps.
La famiglia di don Angelino si trasferì a Catanzaro ma non dimenticò il Vèiolo che, vecchio e malato, fu ricoverato in ospedale dove Peppe, il figlio di don Angelino, andava a imboccarlo ogni giorno. Alla fine della vita il Vèiolo si rivolgeva a Peppe chiamandolo figlio, fijju. E il giovane era felice di sentirsi chiamare figlio dal servitore. In quell’ospedale di Catanzaro il feudalesimo si chiudeva per sempre in amore.
11 marzo 2012
Salvatore Mongiardo

domenica 4 marzo 2012

IPOTESI SULL'ORIGINE DEL COGNOME MONGIARDO

Scrivo questa breve nota su sollecitazione del gruppo di Facebook Mongiardo nel mondo del quale ovviamente faccio parte. Per risalire all’origine del nostro cognome, dobbiamo andare indietro di mille anni. Difatti attorno al 1030 nasceva a Colonia, in Germania, San Bruno, il fondatore dei certosini. Il quale era tanto dotto e amabile che fu nominato scolarca, come dire Magnifico Rettore della prestigiosa scuola di Reims, in Francia. Egli ebbe numerosi allievi da tutta Europa e tra questi Eudes di Chatillon che diventò Papa Urbano II. Da Papa ordinò a San Bruno di lasciare la solitudine della prima certosa vicina a Grenoble, dove si era ritirato, e a raggiungerlo a Roma per aiutarlo a riformare la Chiesa. A San Bruno non piacevano gli intrighi di curia né di corte e finì per ritirarsi nell’eremo di Serra, poco distante da Mileto, allora capitale dei Normanni e sede del Gran Conte Ruggero, padre del futuro re Ruggero II di Sicilia che allora si finiva di conquistare. Urbano II lanciò nel 1095 a Clermont, in Francia, la prima crociata al grido: Dio lo vuole! Dal dire al fare c’era di mezzo il mare, e Urbano II venne nel 1097 in Calabria, a Mileto, per ottenere l’appoggio del Gran Conte Ruggero che controllava i porti pugliesi e siciliani necessari a imbarcare crociati e armi. I crociati erano in maggioranza normanni francesi, discendenti dei biondi vichinghi. Normanno vuol dire Nord man, uomo del Nord. La strada per arrivare dalla Normandia alla Puglia era lunga e i crociati muovevano i loro accampamenti piantando a sera i pioli delle tende al grido di: Mont (de) Joy, pronunciato MONGIUA’, monte di gioia. Era come un rito per ricordare che la loro destinazione era Gerusalemme, chiamata nella Bibbia Monte di Gioia, Mons jubili nella traduzione latina di San Gerolamo. Per la cronaca va ricordato che papa Urbano II morì due settimane prima che la notizia della conquista di Gerusalemme gli arrivasse a Roma. San Bruno morì nel 1101 e la presa di Gerusalemme è ricordata nella vecchia fontana davanti alla Certosa di Serra, recentemente visitata da Papa Benedetto, con l’anno della conquista 1099 inciso nel granito, oggi poco leggibile. 
21 febbraio 2012                                                                               Salvatore Mongiardo

venerdì 23 dicembre 2011

PASQUALINO


Pasqualino

Pasqualino Frustaci, nipote del Sordo, porta ancora con baldanza i suoi ottantadue anni come al tempo che militava, anima e corpo, nel Partito Comunista andreolese, del quale fu uno dei fondatori nel 1944. Lo incontrai una mattina di fine estate 2011 in Piazza Castello a Sant’Andrea, e lo invitai a venire in macchina in montagna, dove andavo ad attingere acqua alla Fontana dello Scoglio. Mio padre, da fontaniere, volle lasciare quella fontana a servizio del pubblico quando, intorno al 1950, immisero la sorgente nell’acquedotto comunale.
Pasqualino si lasciò andare ai ricordi e mi raccontò che aveva cominciato a badare alle pecore col pastore Saverio Zangari all’età di sei anni, con caldo, freddo, acqua e vento. A dieci anni passò sotto Antonio Varano e il 10 giugno del 1940 si trovava con lui a pascolare le capre presso il vecchio mulino di Macca, quando all’improvviso le campane suonarono a stormo perché l’Italia era entrata in guerra: Viva la guerra, dobbiamo distruggere l’America, viva Mussolini!
Non andò proprio così. Il 16 luglio del 1943, dodici aerei americani bombardarono il ponte sul fiume Alaca e la terra tremò tanto che le capre si dispersero. Nel cercare le capre Pasqualino ebbe sete e, dopo avere scacciato le vespe, bevve l’acqua che si era depositata dentro l’impronta lasciata nel fango dallo zoccolo di una vacca.
Intanto avanzavamo con la macchina sotto gli alberi della montagna, e a un punto Pasqualino disse:
            -Qui c’era la fontana della Femmina Schietta. Sai perché si chiamava così?
Non lo sapevo, e mi spiegò che l’acqua usciva dalla fessura della roccia, stretta come la natura di una vergine. In andreolese schietta vuol dire non sposata, e si dice anche per il celibe: è schietto.
Raggiungemmo la nuova diga della Lacina, che fornisce acqua potabile a ottantasei comuni della costa tirrenica. Il paesaggio con gli abeti era alpestre; l’acqua del bacino artificiale aveva ricoperto la pozza chiamata Gran Gurno dalla quale, nel terremoto del 1783, uscivano acqua calda e fango. Non per nulla le cime attorno, oggi disseminate di pale eoliche, sono segnate sulle mappe come Monte Trematerra.
Al ritorno Pasqualino mi parlò di un grande masso isolato, la Pietra di Mommo, che un tempo si ergeva solitario. Gli andreolesi dicevano che quel masso era il Pallino dei Giganti: figuriamoci quanto dovevano essere grandi le bocce! Quell’allusione ai giganti era forse il ricordo di una civiltà megalitica che si sviluppò in Calabria in epoca preistorica, e che sembrerebbe confermata dal recente ritrovamento dei megaliti di Nardo di Pace.
Chiesi a Pasqualino di parlarmi di Mommo, e mi raccontò:
            -Era uno che passando andò a guardare la pietra da vicino e si accorse che c’era una scritta:
Scoppa e troverai!
Scoppare significa in andreolese togliere il coperchio, la coppa, ma probabilmente quella scritta era un’allusione alla potente famiglia Scoppa e alla baronessa Enrichetta Scoppa, zia dei marchesi Lucifero, padrona di tutto il territorio dal mare ai monti. Mommo non seppe resistere alla tentazione, e riuscì ad aprirla in un punto. Ma vi trovò un’altra scritta, però beffarda:
E mo’ chi mi scoppasti, chi cazzu trovasti?
Mommo allora si adirò e prese a picconate la pietra fin quando quella non si aprì come una melagrana. E trovò il paiolo di rame, u stagnatìaddhu,  pieno di ducati d’oro.
Lasciai Pasqualino davanti casa sua e prima di congedarmi gli feci la domanda tipica degli andreolesi:
            -Pasqualino, chi ti parza d’a vita? Cioè, cosa ti è sembrata la vita, che idea te ne sei fatto.
Rispose.
            -La vita è una cosa difficile e bisogna saper resistere saldamente a tutte le tempeste. Comunque ci vogliono sempre due cose: onestà e sincerità di cuore. Adesso però entra in casa, perché l’acqua è buona, ma il vino è meglio!

Natale 2011                                                                                                  Salvatore Mongiardo

martedì 25 ottobre 2011

DA MOSCA A CROTONE


Per il Simposio Internisti Magna Grecia
Crotone 6-8 ottobre 2011

Sulla Piazza Rossa del Cremlino le sferzate di acqua e vento facevano presagire la prima neve. La grande stella rossa, posta da Stalin in cima alla torre, sfidava il cielo plumbeo. Quella stella mi fece ricordare il luogo dove era nata, Crotone, e il nome che Pitagora, suo scopritore, le aveva dato: Igea, la salute. Il filosofo forse vedeva una stabilità salutare in quella stella che si poteva costruire senza calcoli, col solo compasso. Unendo i vertici di un pentagono regolare iscritto dentro un cerchio, nasceva una stella che al centro riproduceva sempre un altro pentagono regolare. Quell’elaborazione pitagorica, nata come ideale, era diventata simbolo del terrore staliniano, e poi emblema delle Brigate Rosse. Riflettevo su quella maligna metamorfosi mentre visitavamo la Cattedrale di Cristo Salvatore, di fronte al Cremlino, che Stalin aveva fatto abbattere e che era stata ricostruita identica alla prima. Dentro la chiesa i fedeli baciavano le icone, le candele ardevano a centinaia ed echeggiavano i cori di potenti voci slave.

La stella a cinque punte mi ricordò anche il congresso medico al quale mi aveva invitato a parlare il Professor Franco Perticone della Facoltà di Medicina dell’Università Magna Grecia di Catanzaro. E difatti la sera del 7 ottobre lasciai la Santa Madre Russia per Crotone.
La mattina seguente parlai ai medici internisti e mi soffermai sul modo di vivere pitagorico, non tanto sull’astensione dal mangiare carne e pesce, che era la regola fondamentale, ma sull’importanza che per Pitagora aveva la vita in comune, essenziale per ben vivere e ben morire.  La vita in comune permetteva di seguire gli insegnamenti del filosofo ed eliminava la solitudine, problematica allora come ai nostri giorni. Anche i beni dovevano essere in comune, e bisognava consegnare i beni individuali a un economo che provvedeva alla loro amministrazione. La comunità era provvista di tutto in modo sobrio ma non povero, e perseguiva con lo studio, le pratiche di culto e l’osservazione delle stelle, l’unione dei viventi a Dio in un legame di amicizia cosmica. I pitagorici si occupavano dei loro membri, curandoli e aiutandoli fino alla fine della loro vita, e ne celebravano degni funerali. Pitagora raccomandava di andare incontro alla morte con animo sereno pregando gli dei come quando si doveva attraversare l’Adriatico selvaggio. Così era chiamato, e lo fu fino al Medioevo, lo Ionio sul quale sorge Crotone. Il buon morire era il corollario del buon vivere, per il quale era essenziale coltivare un profondo rispetto per tutti i membri della comunità: perciò era esclusa qualunque forma di competizione che comportasse una vittoria, la quale sporcava l’uomo perché lo separava dagli altri e lo rendeva soggetto di invidia. Per non parlare poi del sesso che era strettamente limitato dentro il matrimonio. Insomma, un mondo che era in tutto e per tutto l’opposto del nostro mondo.

Quei precetti di vita pitagorici furono ripresi da Gesù, conosciuto da tutti ma non come pitagorico. La discendenza culturale di Gesù dal pitagorismo rappresenta la più grande scoperta della mia vita, e le minuziose ricerche che ho condotto non lasciano dubbi in merito. Il tutto sarà esposto nel libro che sto scrivendo Cristo è arrivato a Crotone, titolo che rimanda alla formazione culturale di Cristo avvenuta in buona parte attraverso la dottrina pitagorica. L’anello di congiunzione tra Pitagora e Cristo furono gli Esseni, dei quali scrive testualmente lo storico Giuseppe Flavio:
…si tratta di un gruppo che segue un genere di vita che ai greci fu insegnato da Pitagora (Antichità Giudaiche XV, 371).

Che Gesù sia stato in qualche misura esseno è ormai dottrina comune. Lo stesso Papa Benedetto XVI nel suo bel libro Gesù di Nazaret (Dal Battesimo alla Trasfigurazione, pagg. 98 e 104) scrive che i poveri di spirito (dei quali è il regno dei cieli) era il modo di chiamarsi degli Esseni. Gesù parla del regno dei cieli, o regno di Dio, come di uno stato di equilibrio interiore, una serenità che solleva sopra i flutti tempestosi della vita: il regno di Dio è dentro di voi! Ma Gesù non rimase fermo alla dottrina esseno-pitagorica, andò molto oltre allargando al mondo intero le comunità pitagoriche, chiuse ed elitarie. E soprattutto spezzò il ciclo pitagorico delle reincarnazioni, la metempsicosi, con il tempo lineare che va dalla terra al paradiso e la vita in comune anche dopo la morte: se muori e credi in me vivrai con me per tutta l’eternità. Per la prima volta la morte viene affrontata in compagnia.

La domanda che posi ai medici internisti era: se seguiamo quegli insegnamenti e pratichiamo una condotta di vita con beni in comune ed esclusione di ogni competizione, si genera o no nell’individuo un equilibrio ormonale tale che scompaiono le grandi angosce del vivere? Cioè: i precetti filosofici di Pitagora, e quelli religiosi di Cristo, hanno un valore scientifico e medico dimostrabile? Oggi si possono misurare agevolmente i livelli ormonali che si creano in certe condizioni di vita, e abbiamo attrezzature scientifiche e abilità nel condurre i test: si potrebbe accertare se i precetti pitagorico-cristiani siano indispensabili o meno a produrre il mix ideale di ormoni che porta a ben vivere e ben morire?

Nella crisi mondiale ed europea delle finanze sono accomunate Grecia e Magna Grecia, cioè il Sud Italia, come la parte più debole del sistema monetario dell’euro. La sostanziale identità di Grecia e Meridione mi porta a concludere che noi meridionali siamo estranei culturalmente al sistema feudale, inventato dagli anglosassoni e impiantato nel Sud dai Normanni. Quel sistema feudale non è finito, anzi si è rafforzato con le borse, le banche, la finanza che sono la forma più raffinata e anonima del feudalesimo. La Magna Grecia non ha né mai avrà la vocazione alla finanza e alla produzione: i nostri geni ci portano infallibilmente a una visione alta dell’umano destino verso il quale convergono storia, etica, filosofia e religione.
I medici, che sono una classe rispettata e stimata, dovrebbero prendere le redini della politica volando alto per ristabilire, con l’evidenza della ricerca scientifica, un equilibrio di vita ormai smarrito, ma che a Crotone era stato chiaramente enunciato e praticato. Oggi la medicina dovrebbe occuparsi anche delle malattie dell’anima, quelle angosce del vivere che dilagano tra miliardi di individui.
La crisi attuale mette in evidenza le gigantesche risorse culturali che la Storia, quella con la esse maiuscola, ha accumulato nella Magna Grecia. Al confronto i giacimenti petroliferi e minerari sono poca cosa, perché non sono in grado di dare quell’autentico benessere che si costruisce con l’equilibrio e la condotta di vita. 
Intorno al 440 avanti Cristo, con l’attivo interessamento di Pericle da Atene, fu riaperta a Crotone la scuola pitagorica, dopo la cacciata di Pitagora e dei suoi seguaci avvenuta intorno al 500 a. C. Scrive difatti Giamblico nella Vita Pitagorica (35, 264):
Dopo molti anni… i Crotoniati furono presi da sentimenti di pietà e di pentimento e decisero di far tornare in patria i pitagorici superstiti. Fecero venire degli ambasciatori dall’Acaia, tramite i loro buoni uffici si riconciliarono con gli esuli e consacrarono a Delfi i patti giurati. I pitagorici che fecero rientro erano ben una sessantina, vecchi a parte. Tra questi ultimi, alcuni si erano dati alla medicina e curavano i malati con un opportuno regime alimentare: furono costoro a guidare il ritorno.

Quel ritorno a Crotone, guidato dai medici pitagorici, invita oggi gli Internisti della Magna Grecia a spaziare verso orizzonti luminosi. A me il cuore dice che il solco tracciato da Pitagora, e portato da Cristo fino ai confini del mondo, ci condurrà verso traguardi di civiltà finora impensabili: le Chiavi del Regno si trovano in Calabria.

                                                                                             
                                                                                                          Salvatore Mongiardo

giovedì 22 settembre 2011

Origini magnogreche di Sant’Andrea Ionio


Origini magnogreche di Sant’Andrea Ionio
Giornata Europea del Patrimonio - 25 settembre 2011
Chiesa della Madonna di Campo

L’incontro di oggi ci sollecita a indagare sulle origini del paese di Sant’Andrea Ionio, che finora si riteneva fosse sorto in marina intorno al Mille, assieme alla chiesa di San Nicola da Cammerota, per opera dei monaci basiliani. A mio modo di vedere, San Nicola è l’ultimo episodio di crescita di Sant’Andrea, che esisteva già dal tempo delle colonie greche. Intanto la stessa Chiesa di Campo è stata fattoria ellenistica del III secolo avanti Cristo, come gli scavi del Gruppo Archeologico Paolo Orsi hanno dimostrato. Inoltre, nelle colline di Isca, a Pètina, ci sono resti magnogreci. Le colline di Soverato hanno chiare tracce dello stesso periodo, per cui sarebbe strano pensare che il territorio di Sant’Andrea sia stato saltato dalla colonizzazione greca.
I seguenti dieci punti spingono verso l’origine magnogreca del nostro paese.

1   In Sant’Andrea la gran parte della popolazione porta il cognome Samà. Non c’è dubbio, come mi confermava il grande e compianto amico Padre Kosmàs del Monte Athos, docente di filologia, che la parola viene da samàios, abitante di Samo in Grecia, isola famosa per la produzione di stoviglie. Difatti si diceva nell’antichità portare vasi a Samo, per indicare un lavoro inutile, perché a Samo si producevano vasi in abbondanza. E Sant’Andrea, dove tutti gli argagnari, i vasai, erano Samà, fino a pochi decenni addietro fu capitale della produzione delle stoviglie, che erano vendute fino a Serra, Guardavalle e Strongoli.

2   Sant’Andrea è l’unico paese in Italia che ha il cognome Còccari: tutti i Còccari di Italia e America vengono da nostro paese. Nell’isola di Samo, a circa 8 km dalla capitale, si trova ancora oggi la cittadina marittima di Kòkkari, come si può vedere in ogni mappa dell’isola.

3  Appena fuori dell’abitato di Sant’Andrea Superiore, c’è la località di Niforìo, che in greco significa nuovo villaggio: nuovo rispetto a cosa? Niforìo ci offre forse il bandolo della matassa con la materia indispensabile per produrre le stoviglie da mettere sul fuoco per cucinare, la creta rossa, il famoso centrùapuddhu, presente in abbondanza nelle vicinanze da Furno a Tralò.

4   Un’altra grande formazione di creta rossa è quella di Briga, a poca distanza dalle calcare per la cottura del vasellame, che in paese erano una ventina agli inizi del 1900. Questi dati lasciano supporre che un abitato, nel VII-VI secolo avanti Cristo, si era sviluppato attorno alla chiesa del Protettore e, in seguito, a Niforìo per ragioni che non conosciamo. Questa ipotesi sembra confermata dalla presenza di altre due chiese vicine a quella del Protettore: quella di Santa Barbara, originariamente di fronte alla fontana e al Calvario, e quella di Santa Caterina d’Alessandria, i cui ruderi sono ancora visibili accanto alle Suore Riparatrici. 

5   Nel 1933 mio padre aprì, tagliandola con la sega, la statua in legno di ulivo di Sant’Andrea per bonificarla. All’interno c’era un piccolo pezzo di pergamena con su scritto 1047: quindi a quella data la chiesa c’era già. San Bruno sarebbe arrivato in Calabria non prima del 1070. La grangia certosina di Tutti i Santi, che segnava in paese il limite della donazione dei Normanni, era accanto ma non era la chiesa di Santa Caterina: quella grangia sarebbe menzionata per la prima volta in un documento di Papa Callisto II del 1121. La festività di Tutti i Santi fu introdotta nella Chiesa cattolica dai certosini, prima non esisteva, e si prestava molto bene a mettere assieme santi e culti greci e latini.

6   Altri elementi fanno pensare alla nascita di Sant’Andrea come piccola colonia magnogreca per la presenza di cognomi come Carchidi, che indica quelli venuti dalla Calcidia: Reggio era colonia fondata da calcidesi. In sostanza si può pensare che ci fu un abitato formato in maggioranza da samesi, ma anche da altri coloni. Si potrebbe anche ipotizzare che i nostri samesi provenissero da Samo vicino a Bovalino, colonia senza dubbio fondata da quelli di Samo di Grecia. Ma a Samo di Calabria, l’ho verificato di persona, non esiste il cognome Samà, mentre esiste un solo Codispoti, molto diffuso invece in Sant’Andrea, che significa padrone di casa.

7  Ci sono tuttavia altri elementi che suggeriscono la derivazione di Sant’Andrea da Samo di Grecia, e sono elementi pitagorici: Pitagora veniva dall’isola di Samo. Il primo è la pietra del fulmine. Pitagora (Porfirio, Vita di Pitagora, cap. 17) fu purificato dalla pietra del fulmine. Gli antichi ritenevano che il fulmine avesse un puntale in pietra che rompeva dove colpiva. Da bambino io ho sentito di un taglialegna, Pietro Aloisio, che portò dalla nostra montagna il cuneo del tuono, una pietra nera a forma di cuore, che il boscaiolo riteneva fosse il puntale del fulmine. Aveva visto un fulmine spaccare un albero, aveva cercato attorno e trovato quella pietra.

8  Ulteriore elemento è la fortissima religiosità degli andreolesi, verosimilmente derivata da Pitagora che sosteneva che al Dio tutto è possibile e nulla al Dio è impossibile: segui Dio! era il suo motto. Quella religiosità, che ho vissuto direttamente nel paese e nella mia famiglia, era come un’aura mistica che tutto avvolgeva e tutto rasserenava in un orizzonte ultraterreno. E non derivava, come alcuni pensano, dai Padri Liguorini. I miei nonni, che vivevano di quella fede, erano già sposati quando i Liguorini iniziarono a operare in paese agli inizi del 1900. Quella religiosità così intensa non si riscontrava nei paesi vicini.

9   Altro indizio può essere considerata la sessuofobia andreolese, nemmeno questa riscontrabile nei paesi vicini, che ha condotto molte donne andreolesi a soffrire di gravi disturbi nervosi, come ho distesamente narrato nei miei libri. I rigidi divieti sessuali, anzi la totale proibizione del sesso salvo la procreazione nel matrimonio, sono di origine pitagorica, non tanto cristiana, come comunemente si pensa. Confluì certamente nel cristianesimo, e si sviluppò soprattutto nel cattolicesimo, ma inizialmente non venne da Cristo, bensì da Pitagora.

10  Sant’Andrea Ionio era abitato ancora prima della Magna Grecia. Le asce di pietra del Neolitico, segnalatemi da Angela Maida ed esposte nel Museo Etnografico Pigorini di Roma, sono indicate come provenienti da Sant’Andrea. A me è giunta notizia di tombe trovate in marina, all’incirca sotto la stazione ferroviaria, esplorate dal marchese Armando Lucifero, archeologo lui stesso e amico del grande archeologo francese François Lenormant, col quale fece diverse indagini sul territorio di Calabria.

Le possibili origini magnogreche di Sant’Andrea ci aiutano a capire in profondità le ragioni della decadenza del Meridione. Difatti, se la mia interpretazione è corretta, si potrebbe dedurre che la decadenza del Sud, non è solo dovuta a fattori politici, ma anche all’abbandono di quella visione alta del destino umano, dalla perdita cioè di quella religiosità.

Queste brevi considerazioni sono un invito a ripensare la nostra origine e a cercare i filoni di pensiero e cultura che noi possediamo come pochi altri posti al mondo. Le indagini archeologiche sono importanti perché portano alla luce gli elementi tangibili che ci permettono di ricostruire la nostra identità, la nostra anima. Un grande plauso e vivo ringraziamento al Gruppo Archeologico Paolo Orsi, che con tanto impegno ricerca le tracce del nostro passato, con l’augurio che possa estendere le sue indagini a tutto il territorio di Sant’Andrea.

                                                                                    Salvatore Mongiardo 

domenica 11 settembre 2011

L’ARMISTIZIO DEL 1943




Lo sbarco degli americani in Sicilia aveva cambiato le sorti della guerra. I tedeschi si ritiravano attraversando la Calabria, e ammassavano armi lungo il torrente Callipari, a pochi chilometri da Sant’Andrea, per opporre resistenza agli americani. Il timore di rimanere coinvolti in una battaglia, spinse molti andreolesi a cercare rifugio fuori paese, e la mia famiglia si trasferì a Tralò, nella casetta di campagna di zio Giovanni Ranieri. I giovani andreolesi sotto le armi erano un numero impressionante: più di cinquecento, come risulta dagli archivi comunali, circa il dieci per cento della popolazione. A Tralò c’erano mio padre, zio Giovanni, molte zie e cugini, una ventina di persone, tra le quali mio cugino Angelo Iorfida. Io avevo allora due anni, ma ricordo tutto, come mio padre, che scherzava sulla sua memoria prodigiosa dicendo: Ricordo pure quando si è sposata mia madre!

La scelta di Tralò non era stata felice. La cima, che si vede a occhio nudo dalla Locride fino alla Presila, è un punto trigonometrico riportato su tutte le mappe militari. Gli aerei americani vi giravano attorno per calcolare la rotta e poi andavano a bombardare i ponti di strada e ferrovia. Il rombo di avvicinamento degli aerei era terrorizzante, mio padre ansimava, io chiedevo un asciugamano per coprire le gambe, perché ero convinto che le bombe me le spezzavano, le donne imploravano a gran voce tutti i santi. Come se non bastasse, c’era anche un gran serpente nero, innocuo ma spaventoso, che strisciava nelle vicinanze della casetta: la zia Nunziata aveva appeso filze di aglio per tenerlo lontano. Zio Giovanni aveva un bosco di castagni in montagna, a Farina, e fu deciso di trasferirci lì. Mio padre fece costruire in fretta dai carbonai un gran capanno di frasche ben fitte, con il tetto in terra battuta per resistere alle piogge, e pagò una cifra enorme: diecimila lire!

Era l’inizio di agosto e ci muovemmo verso Farina, dove il numero di persone  aumentò con l’aggiunta di altri parenti. Mia madre, anche se incinta al nono mese, portava una sporta sulla testa, io camminavo tenuto per mano dalla zia Mariuzza. Anna mia sorella, che aveva quattro anni, portava una gallina. A Farina, accanto al capanno, c’era una capannina, dove stava il suocero di zio Giovanni, Peppe lo Zasso, anziano e sempre coricato. All’inizio io avevo paura di quel vecchio, coperto di un lenzuolo bianco, che però mi prese a benvolere e mi insegnava le filastrocche:

Na vota era Carota
Chi facìa cozzetta e vota
Sa masurava e non li jìa,
Jestimava a morta chi on venìa.

Oppure:
Ara ruga do Ferraru
Ci stannu tri infantini:
Mara Rosa, Cuncipita e Catarini.

O ancora:
E mo’ chi ti vivisti
Tuttu u vinu da caseddha
Attàccati a sta ciarameddha!

Intanto, il 22 agosto del 1943, mia madre cominciò ad avere le doglie del parto, e mio padre mandò mio cugino Angelo a chiamare in paese il medico Pietro Voci. Per convincerlo a quella trasferta, ci volle l’asino di Gerardo Ramogida, ma il medico si rifiutò di salire sul duro basto, e mandò Angelo dai Padri Liguorini per farsi prestare la sella da donna. I Padri, quando andavano in missione nei paesi sperduti, usavano quella sella perché la sottana gli impediva di cavalcare come i maschi. Le ore passavano, e quando il medico arrivò, trovò una bella bimba che vagiva, Caterina. Il numero era cresciuto, eravamo trentadue, anzi trentatré contando anche Bianchina, la capra maltese. Al medico Voci piacque quel posto e vi rimase diversi giorni, attirato dalle soppressate e dal vino buono, facendo però preoccupare mio padre per la bocca in più da sfamare. Il medico ricambiò l’ospitalità con una astuzia. Sull’atto di nascita fece scrivere: Nata in località Farina, dove i genitori si trovavano a villeggiare. Il medico spiegò che era un accorgimento utile se la bimba, da grande, avesse dovuto sposare un forestiero: non era necessario dovergli dire che era nata sotto gli alberi! Non andò così, e Caterina sposò il medico andreolese Andrea Armogida.
Una notte una voce di uomo echeggiò ripetutamente nella vallata: Mastru Vicenzinu! Qualcuno chiamava mio padre, le zie raccomandarono di stare zitti e spensero la lanterna a olio. Poteva essere un traditore che voleva scovare i fuggiaschi per segnalarli ai tedeschi!
Mio padre si fece coraggio e gridò: Chi sei?
L’uomo rispose: Sono il figlio di Mannagajjha! – soprannome di una famiglia andreolese.
Mio padre: Cosa vuoi?
L’uomo: La guerra è finita, l’abbiamo sentito alla radio!
Mio padre: Abbiamo vinto?
L’eco faceva: o-o…
L’uomo: No, armistizio incondizionato!
L’eco: o-o…
Mio padre: E vaffanculo!
L’eco: o-o…
Guerra e pace, vincere e perdere, erano cose degli uomini che l’eco non capiva. Per l’eco, quella notte dell’8 settembre del 1943, tutto finiva con un o-o.
                                                                    
                                                                                        
                                                                                         Salvatore Mongiardo