venerdì 16 maggio 2014

NATUZZA EVOLO: incontri con Dora Samà

Sono lieto di ospitare nel mio sito l'articolo di Dora Samà, autrice di due biografie sulla Monachella di San Bruno, che narra i suoi incontri con Natuzza Evolo e famiglia.
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LA MISTICA NATUZZA EVOLO A SANT'ANDREA IONIO

Nell'anno 1975 mio fratello Giuseppe, padre gesuita al Gesù Nuovo di Napoli dal 1967, mi ha chiesto se potevo ospitare un ragazzo calabrese nei giorni in cui doveva sostenere esami presso la facoltà di medicina.
Ho accettato, anche perché il mio primogenito era iscritto nella stessa facoltà del secondo Policlinico di Napoli, a pochi metri dalla nostra abitazione, in cui vivevamo dal 1968. Conoscevamo solo il nome del ragazzo da ospitare, Francesco e nient'altro e poi abbiamo appreso direttamente da lui dei poteri sovrannaturali posseduti dalla madre, Natuzza Evolo, della quale fino a quel momento ignoravamo l'esistenza, anche perché in televisione non si parlava ancora di lei.
Nell'estate del 1977, il 13 agosto, Natuzza è venuta con Francesco e con il genero Mimmo (marito della figlia Angela) a trovarmi nel mio paese d'origine Sant'Andrea Ionio, rendendo così felici anche mia madre e mia sorella Teresina.
Natuzza si è dimostrata disponibile al rientro per salutare mio zio Francesco di 92 anni, che sosteneva d'averla già conosciuta e residente a pochi chilometri da Sant'Andrea Ionio, precisamente a Soverato, dove l'abbiamo accompagnata.
Ci siamo sorpresi tutti nel sentirlo esclamare: "Natuzza, è bello rivedervi!" e lei ha confermato di essere stata con lui a Napoli "spiritualmente" (non usava il termine "bilocazione") per volontà di Dio.
Mio zio, infatti, desiderava molto vedere il luogo dove sorgeva la mia casa, in quanto lui conosceva bene solo il centro storico di Napoli, essendo stato commerciante di tessuti.
Il 27 agosto, dopo alcuni giorni dalla nostra visita, il Signore l'ha chiamato a Sé e, verso la fine di settembre, con i miei figli sono rientrata per la ripresa scolastica.
Nel mese di novembre dello stesso anno, nonostante i balconi fossero chiusi, all'improvviso si è diffuso in casa un forte profumo di vaniglia, avvertito anche da mia figlia.
Avendo io già intuito, ho telefonato subito a Natuzza, la quale ha confermato la sua presenza spirituale con mio zio defunto, perché lui, nonostante la mia dettagliata descrizione, aveva ottenuto di nuovo dal Signore la facoltà di poter visitare l'interno della mia casa.
Non posso tralasciare un'altra esperienza vissuta con mia sorella Suor Caterina, quando una sua amica ci aveva offerto di andare in macchina a Paravati, da Natuzza.
Il giovane autista guidava in modo spericolato ad alta velocità e io dietro ero particolarmente tesa perché avvertivo un odore di bruciato, mentre mia sorella in quel momento mi tranquillizzava dicendomi che accanto a noi c'era Natuzza, per un intenso profumo di vaniglia che né io né la donna seduta accanto a me avvertivamo.
Subito dopo, l'autista e il suo amico ci hanno chiesto se stavamo mangiando confetti perché lo sentivano anche loro. 
Il Signore voleva che sperimentassimo anche il dono profetico della Sua Serva devota perché, appena incontrata, prima di salutarci ha detto: "Vi siete troppo spaventati, ma il viaggio di ritorno sarà tranquillo".
Il 26 luglio 1978 è venuta a Napoli con Francesco e il giorno dopo siamo stati a pranzo assieme a mio fratello gesuita. Egli ha ammirato la modestia di Natuzza, la sua profonda umiltà, la semplicità nel modo di esprimersi e, in seguito ai suoi vari viaggi a Paravati, ogni volta con un gruppo di penitenti diversi, ha apprezzato l'apostolato d'amore che svolgeva con spirito di sacrificio, come una vera apostola di Gesù.
In una testimonianza scritta da mio fratello il 2 luglio 2010 (pochi mesi prima della sua morte), ha definito Natuzza "una donna luminosa di fede, di preghiera, di virtù evangeliche" e ha riconosciuto di essere uscito ogni volta dai suoi incontri "trasformato nello spirito, maggiormente disponibile nel servire il Signore".
Essendo priva d'istruzione, mio fratello si stupiva per la sua conoscenza su alcuni argomenti di natura teologica e la riteneva "un'anima ripiena della luce dello Spirito Santo".
Sosteneva che "questa luce soprannaturale le ispirava risposte che si configuravano come altrettante diagnosi per l'anima".
Si è accorto che Natuzza "non riusciva a nascondere un senso di amarezza per la vita spirituale di alcuni sacerdoti, non conforme ai desideri ed alla volontà del Signore Gesù".
Notava in lei lo stesso eroico esercizio di ogni virtù, l'abbandono totale al volere divino e l'amorevole dedizione verso il prossimo, della Serva di Dio Mariantonia Samà, sua guida spirituale fino al noviziato, della quale è ora in corso la Causa di Canonizzazione.
Io sono felice d'avere sentito direttamente da Natuzza il racconto della sua vita e l'affermazione che prima, per ubbidire al Parroco don Clemente Silipo, non parlava con nessuno dei suoi fenomeni soprannaturali, mentre il successore, don Pasquale Barone, l'ha consigliata di raccontare tutto ciò che le accadeva.
Pertanto, nel pomeriggio del 27 luglio 1978 a Napoli è risalita alla sua infanzia, all'incontro con San Francesco di Paola, al giorno della sua cresima, alla sua perfetta adesione al volere del Signore Gesù di usarla come "parafulmine", per soffrire con Lui per la conversione dei peccatori, fino al viaggio al Calvario e alla Sua crocifissione.
Ho scritto testualmente gli episodi che man mano esponeva con semplicità, come quello sulla sua "morte apparente" da ragazza, durata otto ore in casa della famiglia Colloca e, mentre i presenti la ritenevano in fin di vita, lei visitava il Purgatorio e assisteva alla diversa sofferenza delle anime per scontare la loro pena.
In quanto alle anime dannate incontrate in altre circostanze, mi ha detto che erano restie a dire il proprio nome, mentre un professionista ateo, non solo l'ha pronunciato, ma ha insistito di riferirlo a tutti come esempio per convertirsi.
Con Natuzza ha sottolineato di aver avuto "tante belle occasioni dalla Madonna per salvarsi", ma che, purtroppo, non ne ha approfittato ed ha concluso: "Vorrei tornare sulla terra e fare penitenza per quanti granelli di sabbia ci sono nel mare, pur di avere la speranza del Paradiso. Per me, invece, è tutto finito, non c'è niente e sono condannato per sempre".
Natuzza si è soffermata anche sui tormenti e i dispetti del demonio che cercava di allontanarla da Dio e dalla preghiera, nonché sul sollecito intervento della Madonna per consolarla.
La descriveva "piccoletta, dell'età di 15 - 16 anni, scura, bellissima, piena di luce, non la nostra luce, ma una luce diversa". Gli angeli, secondo Natuzza, sono uguali, ma di umore diverso e si spiegava così: "Triste vuol dire che la persona è in peccato mortale. L'angelo mi dice: "Prega, perché questa creatura è sull'orlo del precipizio e ha bisogno di molte preghiere". Quando l'angelo è contento mi dice: "Questa creatura è in grazia di Dio, è vicina al Signore. Dobbiamo pregare perché la conservi sempre così."
Natuzza ha risposto con prontezza e fedeltà alla chiamata di Gesù da quando "l'ha scelta e l'ha usata" da parafulmine per aiutarLo nell'opera salvifica e per pregare, soprattutto, per i sacerdoti poco zelanti e non fedeli al loro ministero. Glieli affidava in ogni Quaresima e spesso si rivolgeva anche Lui con parole forti che racchiudono l'angoscia di un Padre premuroso, come quelle pronunciate il 12 aprile dell'anno 1987, dopo aver detto a Natuzza: "Questa è la prima caduta, offrila per i sacerdoti che mi fanno tanto soffrire".
Dopo aver ricordato loro che il sacerdozio è un Suo dono e dovrebbero apprezzarlo, aggiunge: "Neanche voi temete la morte e cercate di accumulare tesori materiali. Non sapete che dovete lasciare tutto? Non avete terrore di quello che vi aspetta? Convertitevi prima voi e poi convertite gli altri".
Nel corso di ogni Passione emerge la profonda amarezza di Gesù per la malvagità dell'uomo che, per amore del denaro, non si fa scrupolo di spacciare droghe, di uccidere, di non governare con coscienza e della sua insensibilità di fronte a chi muore di fame."
Raccomanda Natuzza di riferire a tutti che "l'uomo che non riflette, nell'altra vita si pentirà, ma ormai sarà tardi e non potrà tornare indietro! Nel mondo c'è tanta malvagità e io scelgo anime per riparare, perché vi voglio tutti salvi" (anno 1985)
La sofferenza di Natuzza, secondo il suo racconto, si accentuava nel percorso con Gesù verso il Calvario, quando alle ore undici del Venerdì Santo iniziava a mancarle il respiro, aveva forte dolore alla testa e al costato e sentiva le frustate inferte al Santo Corpo di Cristo.
Sulla spalla destra le rimaneva il segno della Croce per alcuni giorni, avvertiva un forte dolore e sanguinava anche in tutti i venerdì dell'anno, quando non riceveva le persone e viveva la crocifissione mistica per riparare le offese dei peccatori.
Ha accennato "ai disegni" che si formavano sulla sua maglia, simili a quelli dei fazzoletti.
Rimane un mistero, anche per la scienza, come una goccia di sangue riesca a stampare figure sacre, frasi religiose e preghiere, perché si tratta di un fenomeno soprannaturale. Ho piacere di riportare fedelmente il racconto sorprendente di Natuzza, anche se tralascio qualche sua ripetizione:
"Una volta celebrava un Monaco e, al momento della Comunione, vedendo del sangue sul mio volto, mi ha dato il suo fazzoletto per asciugarmi, che, però, non si è macchiato, in quanto il sangue era rimasto tutto sul mio volto.
Mentre lui mi accompagnava a casa, scendeva con la bicicletta un giovane di vent'anni che mi ha chiesto di "stampargli" il suo fazzoletto col sangue che avevo sul viso.
Io, per amore di Gesù, ho preso quel fazzoletto, che era anche sporco, mi sono asciugata ed è venuta fuori una preghiera, che lo stesso Monaco ha letto: "Purifica, o Gesù, i nostri cuori, benedici e santifica ogni nostra intenzione e ridona alle anime nostre il candore immacolato dei gigli."
Secondo Natuzza non si era stampato il fazzoletto del Monaco né di un altro passante per volontà di Dio, perché il ragazzo, prima miscredente, si è poi convertito.
Nella Passione dell'anno 1978 le ho mandato con Francesco alcuni fazzoletti e farò riferimento a quello di mio fratello e di mia figlia.
Nel primo, al di sopra di alcune figure sacre, si è impressa la frase: "Venite ad me omnes", la stessa che sovrasta l'altare del Sacro Cuore nella chiesa del Gesù Nuovo di Napoli, ove lui era solito celebrare, perché molto devoto sin da ragazzo.
Su quello di mia figlia, invece, è apparsa una frase in francese ("Je suis l'Immaculée Conception"), una corona di spine, un'ostia (completa di sigla con la piccola croce) ed un cuore, al cui interno erano riconoscibili i volti di Gesù e della Vergine, ma restava incomprensibile il terzo volto.
Ho telefonato a Natuzza, la quale mi ha risposto che "l'angelo le riferiva che quella era l'immagine di San Giovanni Battista".
Stranamente, mia figlia, circa dieci anni dopo, frequentando i mercati di antiquariato, comprava spesso quadri ove era presente l'immagine di San Giovanni Battista, mentre nell'anno 2006, recatasi quale volontaria nelle piscine di Lourdes, mi ha informata che esse erano dedicate a San Giovanni Battista.
Semplice coincidenza anche la frase con il luogo delle apparizioni? ... Dal fazzoletto ricevuto da Natuzza nella Passione del 1978, erano trascorsi ben ventotto anni! ...
Invochiamo lo Spirito Santo perché la Chiesa abbrevi il tempo della glorificazione della Serva del Signore, Natuzza Evolo, per indicarla come fulgido esempio e modello di vita cristiana ad ogni infermo, per imparare da lei ad accettare la sofferenza e ad offrirla a Gesù che ci ha redenti, per il trionfo del Regno di Dio e del Cuore Immacolato di Maria, Rifugio delle Anime.
Castelfranco Veneto, 3 aprile 2014
Dora Samà



mercoledì 14 maggio 2014

Prefazione all'ebook di Luigi Elia

Prefazione
Ho letto con molta attenzione il libro dell’amico Luigi Elia, destinato al pubblico sotto forma di libro elettronico. Inoltrandomi nella lettura, ai miei occhi appariva un popolo, una storia, una civiltà alla quale sono legato da un forte sentimento di appartenza.
Luigi esplora accuratamente, con i mezzi della moderna indagine, il cammino millenario dell’alimentazione della Calabria dai primordi fino a oggi, e fa balzare con vivacità una quantità incredibile di pietanze, ingredienti, frutti della terra e del mare che i calabresi hanno inventato per vivere e sopravvivere.
Ma la mia attenzione è stata soprattutto attirata dall’elemento comunitario, che Luigi mette bene in evidenza: il cibo che il calabrese prepara e consuma, strettamente legato alla sua terra, è sempre pensato, preparato e consumato INSIEME, in una famiglia che si apre a tutto il vicinato e al paese. Questo riconferma la mia tesi della Calabria come terra dei SISSIZI, il banchetto comunitario che re Italo pose alla base della nascita dell’Italia.
Altro elemento di pregio del libro di Luigi è la natura essenzialmente vegetariana della cucina calabrese tradizionale: la preferenza per frutta, verdura, cereali, legumi, ulive, vino, con l’uso parco di pesce e carne. Per questo la dieta mediterranea, che a Nicotera fu scoperta e analizzata, richiama i Pitagorici di Crotone, che attribuirono valori sacri e salutari a una dieta vegetariana e rispettosa della vita degli animali.
E infine Luigi mi riconferma nella mia teoria che la Calabria è terra che da e non prende: è il suo destino. La dieta mediterranea, la dieta dell’equilibrio e del benessere, è l’ultimo grande regalo che la Calabria fa al mondo.
Salvatore Mongiardo


LUIGI ELIA
ALIMENTAZIONE E CIBO NELLA CALABRIA POPOLARE
“Continuità e cambiamenti di una civiltà antica”
Antropologia© 2014 Bibliotheka Edizioni




























lunedì 5 maggio 2014

RELAZIONE SU FRANCESCO GRISI


Processi letterari e Mediterraneo nell’opera di Francesco Grisi
Relazione di Salvatore Mongiardo: “L’Italia e il Pitagorismo tra due mari”

Saluto l’egregio Sindaco di Cutro, l’avvocato Salvatore Migale, Pierfranco Bruni, Presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”, e tutta la popolazione di Cutro.

Ho incontrato Grisi a Roma una ventina di anni fa in occasione di un avvenimento al Campidoglio e poi ho letto alcuni suoi articoli, un suo scritto su San Francesco di Paola, e ho appena finito ora un suo aureo libricino prestatomi da Tonino Migale, La dolce compagna. E’ il diario lucido e senza alcuna ipocrisia di un ammalato di cancro, Grisi stesso, che sa di dovere affrontare a breve la morte a causa di un tumore maligno. Egli cerca di mettere ordine nel tumulto dei ricordi e nel disordine del presente, ma imperiosa gli si affaccia una visione a Todi e scrive:

Ho amato il mare greco della Calabria ionica. Laggiù il rosso della malattia non vincerà il verde e l’azzurro delle onde... tutto finirà nel colore di Pitagora.

Nell’ultima pagina scrive ancora:

Non mi restano le montagne ma il mare che si alza sugli scogli della Calabria di Pitagora.

Lo scrittore morente torna con un desiderio inestinguibile verso la fiumara di Cutro, ricorda il cavallo bianco e il nonno, pensa ripetutamente, quasi ossessivamente, allo Ionio e a Pitagora...

Una stranezza, mi sembrò all’inizio, poi mi resi conto che una pulsione irrefrenabile spingeva Grisi verso la Calabria, forse la stessa pulsione che ha spinto me a ritornare in Calabria. L’anima di Grisi non vede più i problemi e i disastri della Calabria: per lui rimane la terra del sogno, del grande desiderio, l’approdo definitivo e sicuro. Lui aveva bisogno di un VENTRE CALDO: tutto il resto non conta di fronte alla serenità e placidità che questa terra fa intravedere e promette come un utero materno. Un concetto molto bello che lo scrittore Domenico Raso, morto l’anno scorso, espresse per spiegare il perché del mio ritorno in Calabria.

Ma cosa significa questo richiamo verso la terra e il mare di Pitagora? Ha un senso o è puramente l’ultimo grido nostalgico di uno scrittore morente? In altre parole, da dove proviene i richiamo irresistibile di questa nostra terra? Il richiamo della terra di Pitagora verso Grisi, analizzato attentamente, altro non è che il richiamo che la nostra terra ha già operato verso lo stesso Pitagora. Pitagora cioè è venuto, anzi è tornato a questa terra che da bambino aveva visto e che non aveva mai potuto dimenticare, non per un innamoramento infantile, ma perché in questa terra, che già si chiamava Italia, si viveva in un modo completamente diverso dal resto del mondo.

L’Italia era la terra compresa tra i golfi di Squillace e di Lamezia, come scrive Aristotele, una terra al centro del Mediterraneo, i Mesoghios thàlassa, bagnata da due mari Ionio e Tirreno, terra che permetteva la coltivazione tutto l’anno per la mitezza del clima, specialmente adatta alla coltivazione del grano e della vite. Re Italo aveva fondato l’Italia con il sissizio, il banchetto comunitario dove tutti portavano il cibo che dividevano in parti uguali. Gli Itali non vivevano come gli altri popoli: erano liberi, uguali, amici tra di loro. Aristotele rimarca lo spirito di amicizia che regnava tra gli Itali. Pitagora, che visse in giro per il mondo tra Grecia, Siria, Libano, Israele, Egitto, Mesopotamia, quando dovette decidere dove andare a vivere definitivamente, tornò a quella terra che aveva visto da bambino e che lo aveva tanto impressionato. E sfidò l’Adriatico traversandolo da Corfù a Capo Iapigio, oggi Santa Maria di Leuca. Una traversata nella tempesta, se poi raccomandava ai morenti di pregare gli dei come si fa quando bisogna attraversare l’Adriatico selvaggio.

Il richiamo della Calabria che tutti sentiamo si fonda sui valori che in questa terra sono nati e che si sono diffusi sulle sponde del Mediterraneo con i sissizi: da qui fino alla Grecia, all’Egitto, alla Libia, come attestano gli autori antichi. Il fascino di questa terra deriva dalle regole del vivere che per quei tempi erano veramente innovative e permettevano il buon vivere meglio che in ogni altro posto abitato. Quei valori erano già praticati nell’Italia di allora e furono da Pitagora capiti, enfatizzati, sacralizzati così che in poco tempo l’Italia di allora fu chiamata Magna Grecia, i megale Ellada, per la vita magnifica che si conduceva. Magna Grecia non era tutto il Sud Italia né la Sicilia, ma sostanzialmente la Calabria attuale con parte di Lucania e Puglia: il fondatore della Magna Grecia fu Pitagora e la capitale fu Crotone. Magna Grecia vuol dire valori italici versati dentro la filosofia greca.
La vita pitagorica si distingueva per:

1.     Uguaglianza e libertà

Tutti gli uomini e tutte le donne erano liberi e avevano pari dignità. In quell’epoca, accogliere le donne come allieve nella Scuola Pitagorica e dare la libertà agli schiavi, fu la grande innovazione del pitagorismo.

2. Comunità di vita e di beni

I Pitagorici vivevano in comune ed era abolito tra di loro il danaro o il possesso esclusivo di cose. La comunità si stringeva attorno a chi era ammalato o moriva: questo sistema vinceva non solo la solitudine in vita e in morte, ma eliminava anche la paura o l’ansia di non farcela economicamente con i propri mezzi.

3. Giustizia

Comunemente si dice che la giustizia era il fondamento della vita pitagorica, ma è una affermazione che va spiegata. Nei testi antichi i termini sono due: il primo è dikaiosyne (sostantivo femminile singolare), cioè la rettitudine, il sentimento e la pratica della giustizia. Tale termine andrebbe più correttamente tradotto con giustezza, la virtù che porta la persona verso il retto comportamento. L’altro, invece, è dìkaia (aggettivo neutro plurale), ch’è anch’esso tradotto con giustizia, ma che indica diritti e doveri, insomma quanto oggi si tende a chiamare legalità. Con l’uso differente dei due termini, il pitagorismo mette in chiaro che senza giustezza non ci può essere legalità: per esempio, se la legge non rispetta la giustizia sociale nella distribuzione dei beni, il debole rimane oppresso proprio dalla legalità. La legge italiana che consente retribuzioni spropositate ai manager di Stato è essa stessa fonte di illegalità.

4. Vegetarismo

Pitagora fu il campione del vegetarismo non solo per la pratica sistematica del rifiuto di carne e pesci, ma soprattutto per il significato che egli dava a tale pratica: Se non osi uccidere l’animale, mai ucciderai un uomo. Oggi la proibizione di mangiar carne è in vigore in alcuni ordini religiosi come i certosini e i monaci del Monte Athos, che però consumano il pesce. L’unico ordine religioso che escludeva inizialmente carne e pesce, è quello dei paolani, fondato in Calabria da San Francesco di Paola, per tradizione discendente dal pitagorismo. I vegetariani e vegani nel mondo sono oggi stimati in oltre mezzo miliardo, e nella sola Italia sono ormai sei milioni in continua crescita. La riapertura dei sissizi che abbiamo iniziato nel 1995 con il BUE di PANE, come fece Pitagora per ringraziare gli dei senza dover uccidere l’animale, sta ad indicare appunto questo obbiettivo. La violazione di questo precetto pitagorico ha portato ai lager nazisti: il popolo ebraico, che inventò l’olocausto dell’agnello nel tempio di Gerusalemme mattina e sera, finì lui stesso olocausto.

5. Non competitività

E’ indubbiamente la dottrina più originale di tutto il pitagorismo, perché vede la competizione e la vittoria come… male! Per loro gareggiare si poteva, ma solo come puro divertimento, senza vincitori né vinti: era loro proibito anche solo assistere ai giochi olimpici. Difatti, Pitagora affermava che la vittoria sporca il vincitore perché lo separa dal vinto e lo fa diventare oggetto d’invidia. Vincere, avere successo, cercare la propria affermazione, accumulare danaro e coltivare le proprie ambizioni erano cose indegne di una persona perbene, che invece doveva sempre cercare l’armonia. Era esclusa anche la competizione tra più partiti politici che paralizzavano la polis: unico doveva essere il regime e l’opposizione ad esso era considerata secessione da combattere col ferro e col fuoco. La politica odierna, a livello mondiale, è matematicamente sbagliata perché non favorisce l’unità di intenti ma la contrapposizione e la paralisi dei governi.

6. Amicizia

Per Pitagora l’amicizia era il valore fondante della vita e comprendeva tutti i viventi, da Dio all’animale. La filìa, che significa amicizia, amore, benevolenza, tenerezza, abbracciava cittadini e stranieri, marito e moglie, fratelli, congiunti e animali e anche i nemici che bisognava cercare di farsi amici.

 Amicizia degli dei verso gli uomini, degli uomini l’uno per l’altro, fra i cittadini, stranieri, dell’uomo per la moglie, i figli, i fratelli, i parenti; amicizia, insomma, di tutti per tutti, persino verso certi animali, grazie a un sentimento di giustizia e di naturale unione e solidarietà, amicizia del corpo mortale con se stesso, pacificazione e conciliazione delle contrastanti forze latenti in esso… (Giamblico, Vita Pitagorica, 229)… L’amicizia è uguaglianza (Giamblico, 162)… Ma, ancora più degno di ammirazione, è quanto [i Pitagorici] affermavano circa la comunione dei beni diviniSovente si rivolgevano l’un l’altro l’esortazione a non distruggere l’elemento divino che è in noi stessi. Così, tutta la sollecitudine per l’amicizia che essi avevano nell’agire e nel parlare mirava in un certo senso a fondersi e a divenire tutt’uno con la divinità, a entrare in comunione con la mente e con l’anima divina (Giamblico 240) … Diventare amici dei propri nemici: (Giamblico 40).

7. Religiosità

Fortissimo era il sentimento e la pratica religiosa presso Pitagora e i suoi, che però onoravano gli dei del proprio paese di origine: Pitagora non cercava la conversione, concetto a lui ignoto, e le onoranze giornaliere agli dei erano fatte senza sacerdoti. Se vogliamo in breve capire l’intima essenza dello stile di vita pitagorico, possiamo leggerlo in Giamblico (86, 137):

Tutti i loro [pitagorici] precetti relativi al fare o non fare una determinata cosa mirano al divino. E questo è il principio ordinatore dell’intero loro modo di vivere, nonché il senso della filosofia dei Pitagorici: porsi al seguito della divinità.


Il richiamo della terra di Pitagora arrivò forte e chiaro fino al più grande di tutti i pitagorici, al più grande calabrese di tutti i tempi: Gesù Cristo.

Le radici culturali di Gesù non derivano dal mondo ebraico, ma sono gli stessi valori che abbiamo appena elencato e che a lui sono arrivati da questa nostra terra tramite gli Esseni, i pitagorici ebrei.
La stessa Divina Eucaristia istituita da Gesù nell’Ultima Cena era originariamente il sissizio pitagorico, la cena col pane e col vino, che simboleggiava la giustizia sociale attuata:

Dello stesso pane un pezzo a tutti, dello stesso vino un sorso a tutti.

Un altro grande personaggio sentì il fascino di questa terra, San Tommaso D’Aquino, che nella vicina Belcastro si accese di fuoco mistico e di amore sconfinato per il pane degli angeli, la Divina Eucaristia. Dimenticò la fredda filosofia scolastica per comporre gli inni più belli della Chiesa Latina quali Lauda Sion, Pange lingua, Ave verum, Adoro te devote. Ecco perché queste terre, e Cutro in particolare, si possono considerare come la culla dell’eucaristia.

Il libro di Grisi è tutto percorso da sentimenti di profonda religiosità che legano il destino umano al Dio. Finora abbiamo visto perché il richiamo della Calabria è tanto forte da richiamare me, voi, Grisi, Pitagora, Gesù stesso. La Calabria in effetti possiede la chiave del buon vivere: la sua gravissima decadenza deriva dal non aver osservato quelle regole d’oro. La decadenza della Calabria è la prova del nove che bisogna ritornare a quei valori fondanti della prima Italia: una precisa indicazione che vale per tutta l’umanità.

C’è un’altra dimensione nel libro di Grisi: la ricerca del buon morire. Grisi cerca in tutti i modi di rompere il muro del mistero che circonda la morte, ma alla fine conclude con una nobile rassegnazione:

Addio mia bella addio, l’armata se ne va
E se non partissi anch’io sarebbe una viltà.

Noi però abbiamo ora una visione più completa del problema della morte, e intravediamo l’orizzonte nuovo del buon morire, un argomento che si lega strettamente al grano, al pane, all’eucaristia come promessa di vita eterna, alla resurrezione promessa da Gesù. E’ un argomento affascinante che non possiamo trattare ora ma che, se vorrete, anche in onore di Grisi possiamo sviluppare nella prossima FESTA DEL PANE di Cutro l’11 agosto prossimo.

La Calabria ha bisogno di una cosa che tutti noi possiamo fare ogni giorno: amare questa terra. Se noi l’ameremo sinceramente, la Calabria stessa ci dirà quello che dobbiamo fare per il bene di tutti, come lo ha detto a Italo, a Pitagora, a Gesù, a Cassiodoro, a Gioacchino da Fiore, a San Francesco di Paola, a Campanella.

                                                                                  
                                                                                   Salvatore Mongiardo

Cutro - Convegno di domenica 4 maggio 2014


mercoledì 16 aprile 2014

Preghiera dell'agnello

Preghiera dell'agnello


O Gesù,
il mondo si appresta a festeggiare la Pasqua, mentre milioni di agnelli e capretti sono tolti alle loro madri per essere sgozzati, scuoiati, squartati, divorati.
A poco è servito il tuo esempio, quando hai scacciato dal Tempio di Gerusalemme i venditori di animali destinati al sacrificio; a poco è servito il tuo insegnamento, quando dicevi di essere il Buon Pastore che non vende né uccide le sue pecore, ma serenamente vive in loro compagnia.
O Gesù, tu non sei l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo perché il sangue innocente non cancella, anzi aumenta la violenza, il vero peccato! Il tuo sangue è prezioso perché ci ricorda, invece, che ritenesti irrinunciabile essere figlio di Dio, e per quella ragione fosti condannato a morte.
O Gesù, aiuta gli uomini a capirti e ad imitarti e fa’ che venga presto il giorno quando l’umanità andrà a visitare i mattatoi degli animali così come noi oggi visitiamo i lager di sterminio.
Così deve essere, così sarà.

                                                                     Salvatore Mongiardo

Pasqua 2014







martedì 4 marzo 2014

ANDANDO A GERACE


Il levante alza onde verdeggianti
Che si rompono a riva spumeggiando.
O Mare Ionio del golfo di Squillace,
Che non trovi mai pace,
Quali tesori oggi scoprirai?
Altri bronzi sommersi o antichi marmi?

Lascio Locri che Nòsside cantò
Ed a Gerace vertiginosa ascendo.
Una monaca sola mi riceve
Davanti a un monastero diroccato
Che un re di Spagna -la lapide è consunta-
Colmò di benefici e privilegi:
Ora un libro io dono dove ho scritto
Di Cristo che ritorna da Crotone.

Caduto è il vento e il mare si ricopre
Di luce meridiana. O glauco Ionio,
Il più grande tesoro oggi discopri:
Dalle tue sponde che Crotone bagnano
Cristo inizia il ritorno tra di noi.

Composta a Tanjore, India del Sud, il 23 gennaio 2014, in ricordo della visita da me fatta a Madre Mirella Muià, nel monastero di Monserrato a Gerace. Madre Mirella viveva a in Francia e ha lasciato Parigi e la Sorbona per tornare nella sua terra, dove è stata consacrata monaca dal vescovo Bregantini. 

Salvatore Mongiardo

lunedì 30 dicembre 2013

mercoledì 18 dicembre 2013

PREGHIERA A GESU' BAMBINO

Preghiera a Gesù Bambino
Natale 2013

Caro Gesù Bambino,
Quando sei nato a Betlemme, tra un bue e un asinello, la notte diventò chiara come il giorno e gli angeli annunziarono la salvezza ai pastori. Orribile era la vita dei pastori, considerati gli ultimi della società, costretti a vivere lontano dall'abitato allevando le pecore.
Da adulto, hai predicato alle folle che Tu sei il Buon Pastore, quello che vive con le sue pecore, e perciò non le uccide, non le vende, non le mangia. E un giorno con la frusta scacciasti dal Tempio di Gerusalemme i venditori di animali, liberando le pecore e i buoi destinati al sacrificio.
Con l’insegnamento e le opere Tu volevi vincere la violenza, che nasce dall' uccisione degli animali. Difatti, se si uccide l’animale, si ucciderà l’uomo; se non si uccide l’animale, mai si ucciderà l’uomo.
Da allora il mondo non è cambiato e l’umanità, come una zattera alla deriva, continua a navigare sul mare di sangue versato da tutte le vittime. Anche ora, mentre noi ti preghiamo, milioni di nostri fratelli animali scalpitano, muggiscono, grugniscono per il terrore davanti al carnefice.
O divino Pargoletto, noi siamo una umanità ipocrita e feroce: facciamo finta di non vedere e non sapere, e invece, mangiando le creature, partecipiamo alla strage degli innocenti.
Con tutto il cuore ti preghiamo perché Tu illumini le coscienze e finisca la strage quotidiana di animali: Tu hai invocato per tutti il pane quotidiano.
Fa’ che la grotta di Betlemme si allarghi fino ai confini del mondo e diventi la casa comune di tutti i viventi: Dio, uomini e animali. Venga presto il tuo Regno!
Così sia, così sarà.

                                                                                         Salvatore Mongiardo


domenica 8 dicembre 2013

STILE DI VITA PITAGORICO

Salvatore Mongiardo

STILE DI VITA PITAGORICO


Lectio magistralis per l’Accademia Medica Pitagorica
Crotone, Lido degli Scogli, 7 dicembre 2013



Signori Medici, Amiche e Amici,

Saluto voi tutti, in particolare il Presidente dr Enrico Ciliberto e i Consiglieri dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Crotone che mi hanno voluto come esperto della neonata Accademia Medica Pitagorica. Un saluto particolarissimo al dr Mimmo Monizzi, che tanto sta facendo per riaccendere la fiamma del pitagorismo nella terra dove esso è nato.
Quest’Accademia nasce sotto buoni auspici. Difatti, dopo la cacciata di Pitagora e dei Pitagorici da Crotone, avvenuta intorno al 500 avanti Cristo, la Scuola Pitagorica rimase chiusa per quasi cinquanta anni e alla fine fu riaperta per il deciso intervento di Pericle da Atene. A guidarne la riapertura, furono i medici pitagorici sopravvissuti, i vostri predecessori, Signori Medici di Crotone.

Io proverò a tratteggiare il modo di vivere dei Pitagorici non solo nelle sue forme esteriori, ma anche nelle motivazioni intime del loro comportamento, cercando di attualizzare ai nostri giorni il modello o stile pitagorico. In questo esercizio mi atterrò alle fonti storiche classiche, da me però liberamente reinterpretate.

Immaginiamo di trovarci su questo stesso lido venticinque secoli fa, quando Pitagora si alzava molto prima dell’alba per scrutare la volta stellata del cielo come gli avevano insegnato a fare i Magi a Babilonia. Il filosofo sentiva venire dalle costellazioni una musica celestiale che egli percepiva con gli occhi, come un grande musicista che sente la musica solamente guardando lo spartito. Intanto gli allievi raggiungevano Pitagora per attendere il sorgere del sole sul mare. Al suo apparire lo riverivano quale simbolo del dio Apollo e poi si immergevano nell’acqua. Dopo l’immersione in mare, iniziavano le danze al suono della cetra e cantando dei peana, alcuni composti da Pitagora stesso. 
Seguiva l’insegnamento che Pitagora impartiva sotto la tenda bianca, dentro la quale erano ammessi solo i matematici, gli studiosi, che potevano rivolgere domande al Maestro, mentre gli acusmatici, gli uditori, rimanevano all’esterno e potevano solo ascoltare. Andavano poi a passeggiare nei giardini solitari evitando le folle e il parlare a vuoto. Un acusma, una delle loro massime, diceva: Non abitare sotto lo stesso tetto con le rondini, evitare cioè le chiacchiere. Chi di loro passava per Crotone, girava al largo da cacciatori e macellai che ritenevano dei malfattori perché, uccidendo gli animali, innescavano il fuoco della violenza.
Se passavano davanti a un tempio, non entravano a visitarlo casualmente, ma entravano a onorare gli dei solo se avevano deciso di farlo in partenza. Evitavano incontri fortuiti per tornare alla scuola e dedicarsi agli esercizi ginnici gareggiando tra di loro solo per gioco, senza che uno potesse vincere e l’altro perdere. La loro dieta era rigorosamente vegetariana con esclusione di carne e pesce: gli animali erano fratelli minori che l’uomo doveva proteggere e difendere al punto che escludevano dal loro vestiario anche la lana perché era il vestito dell’animale al quale non si poteva togliere. Il loro vestire era il lino, che ad ogni lavaggio diventava più bianco, simbolo della purezza e della luce. A fine giornata cenavano assieme e dopo la cena celebravano il sissizio, un uso che Pitagora aveva trovato in Italia dove era stato introdotto da re Italo come base di giustizia sociale distributiva: Dello stesso pane un pezzo a tutti, dello stesso vino un sorso a tutti. Andavano poi a dormire e prima di chiudere gli occhi dovevano esaminare lungamente tutti gli atti della giornata e chiedersi: In che cosa ho sbagliato? Dopo questo minuzioso esame prendevano sonno e, se avevano dei sogni, al mattino li raccontavano come episodi di vita reale: così insegnava il Maestro che aveva appreso l’arte dell’interpretazione dei sogni presso gli Ebrei. Diceva un acusma: Scompigliare le coperte quando ci si alza dal letto, un invito a dimenticare sogni erotici e sesso. Difatti, il sesso per Pitagora era un osservato speciale in quanto ritenuto gran divoratore di energie le quali dovevano essere indirizzate ad altri scopi. Il sesso era un concorrente pericoloso, addirittura assassino: Non ascoltare il canto omicida delle sirene! Del sesso era meglio non sapere nulla fino ai venti anni e poi limitarlo dentro la vita matrimoniale. Molta importanza davano i Pitagorici alla forza di volontà che veniva messa alla prova ogni giorno su tre fronti: Domina il ventre, la lussuria e il sonno. Una prova originale di forza di volontà consisteva nel preparare un banchetto e, quando tutto era pronto, andare via senza mangiar nulla.

Solo di sfuggita ricordo che anche i numeri, dei quali Pitagora fu il grande razionalizzatore, avevano per loro un significato, un rimando, un senso appunto: così il numero otto era simbolo della giustizia perchè diviso a metà dava quattro, che diviso a metà dava due, che diviso a metà dava uno: l’otto generava cioè sempre due parti uguali intere. Al contrario, il diciassette era mal visto e chiamato ostacolo, perché si frapponeva tra il sedici e il diciotto, che potevano invece formarsi facilmente per somma o moltiplicazione. E’ questa l’origine della diffidenza verso il 17, diffusa ancora oggi nel Sud Italia.

I Pitagorici non facevano nulla a caso. A ogni azione davano un senso, cercavano cioè incessantemente di destare e dilatare la coscienza per vincere le ombre dell’esistenza. Aspiravano cioè a una visione ordinata della realtà e ritenevano vita vera solo quella intrisa di significato, rifiutando di conseguenza una visione disgregata, individualistica, egoistica, particolare e frantumata. 
Insomma, nel Pitagorismo c’era una forte tendenza ad analizzare ed eseguire ogni atto come vestire, mangiare, studiare, cercando sempre un perché, una ragione, una logica, mai seguendo un istinto o un impulso. Questa forte sovrastruttura costrittiva fu riconosciuta ma rifiutata da un grande coetaneo e quasi conterraneo, il filosofo Eraclito di Efeso, che non amò Pitagora anche se ne capì lo sforzo e la grandezza, e perciò lo definì uomo di molto ingegno e di molto inganno. L’immenso Eraclito ricercò invece la ragione di tutte le cose, il logos, vivendo solo e imprecando contro il mondo intero.

Il modello di Pitagora fu imitato molte volte nella storia e generò forme di vita comunitaria: così quelle degli Esseni e dei Terapeuti tra gli Ebrei; quella dei Sufi nel mondo islamico, ancora esistenti anche se tollerati o perseguitati: sono quelli che danzano ruotando con la veste bianca al sorgere del sole; quella del monachesimo orientale dei Padri del deserto e quello occidentale di Cassiodoro, San Benedetto, San Bernardo e San Bruno nel mondo cristiano; inoltre, un numero grandissimo di associazioni culturali e filosofiche che si ispirano a Pitagora in ogni parte del mondo.

E’ giusto quindi chiederci perché il modello pitagorico viene rivisitato, rivissuto, reinterpretato nelle varie fasi storiche fino ad arrivare a noi. La risposta non può venire solo dalla veste di lino bianco che indossavano né dalla numerologia nella quale eccellevano né dai rigidi precetti sulla sessualità. La risposta va cercata piuttosto nei principi ispiratori dello stile di vita pitagorico, il quale in sintesi proponeva l’esaudimento dei bisogni irrinunciabili di ogni uomo. Questi principi pitagorici, per i quali Pitagora fu ritenuto il fondatore della Magna Grecia, sono da me sintetizzati in numero di sette.


1. Uguaglianza e libertà

Tutti gli uomini e tutte le donne sono liberi e hanno pari dignità. In quell’epoca, accogliere le donne come allieve e dare la libertà agli schiavi, come anche liberare dai tiranni molte città italiche, fu la grande innovazione del pitagorismo.

2. Comunità di vita e di beni

I Pitagorici vivevano in comune consegnando i loro averi agli economi che provvedevano a tutti i bisogni materiali. Era abolito tra di loro il danaro o il possesso esclusivo di cose. La comunità si stringeva attorno a chi era ammalato o moriva: questo sistema vinceva non solo la solitudine in vita e in morte, ma eliminava anche la paura o l’ansia di non farcela economicamente con i propri mezzi. Vita in comune non voleva dire vivere in maniera sciatta o approssimativa: i Pitagorici vivevano sì sobriamente, ma in maniera efficiente, elegante, raffinata.

3. Giustizia

Comunemente si dice che la giustizia era il fondamento della vita pitagorica, ma è una affermazione che va spiegata. Nei testi antichi i termini sono due: il primo è dikaiosyne (sostantivo femminile singolare), cioè la rettitudine, il sentimento e la pratica della giustizia. Tale termine andrebbe più correttamente tradotto con giustezza, la virtù che porta la persona verso il retto comportamento. L’altro, invece, è dìkaia (aggettivo neutro plurale), ch’è anch’esso tradotto con giustizia, ma che indica diritti e doveri, insomma quanto oggi si tende a chiamare legalità. Con l’uso differente dei due termini, il pitagorismo mette in chiaro che senza giustezza non ci può essere legalità: per esempio, se la legge non rispetta la giustizia sociale nella distribuzione dei beni, il debole rimane oppresso proprio dalla legalità.

4. Vegetarismo

Pitagora fu il campione del vegetarismo non solo per la pratica sistematica del rifiuto di carne e pesci, ma soprattutto per il significato che egli dava a tale pratica: Se non osi uccidere l’animale, mai ucciderai un uomo. Oggi la proibizione di mangiar carne è in vigore in alcuni ordini religiosi come quelli dei certosini e dei monaci del Monte Athos, che però consumano il pesce. L’unico ordine religioso che esclude ancora oggi carne e pesce, è quello dei paolani, fondato in Calabria da San Francesco di Paola, per tradizione forse discendente dal pitagorismo. I vegetariani e vegani nel mondo sono oggi stimati in oltre mezzo miliardo, e nella sola Italia sono ormai sei milioni in continua crescita. Il pitagorico Empedocle scriveva che il mangiar animali non solo portava l’uomo alla violenza, ma provocava anche disordine nella sfera sessuale.

5. Non competitività

E’ indubbiamente la dottrina più originale di tutto il pitagorismo, perché vede la competizione e la vittoria come… male! Per loro gareggiare si poteva, ma solo come puro divertimento, senza vincitore né vinto: era loro proibito anche solo assistere ai giochi olimpici. Difatti, essi affermavano che la vittoria sporca il vincitore perché lo separa dal vinto e lo fa diventare oggetto d’invidia. Vincere, avere successo, cercare la propria affermazione, accumulare danaro e coltivare le proprie ambizioni erano cose indegne di una persona perbene, che invece doveva sempre cercare l’armonia. Era esclusa anche la competizione tra più partiti politici che paralizzavano la polis: unico doveva essere il regime e l’opposizione ad esso era considerata secessione da combattere col ferro e col fuoco.


6. Amicizia

Per Pitagora l’amicizia era il valore fondante della vita e comprendeva tutti i viventi, da Dio all’animale. La filìa, che significa amicizia, amore, benevolenza, tenerezza, abbracciava cittadini e stranieri, marito e moglie, fratelli, congiunti e animali:

Amicizia degli dei verso gli uomini, degli uomini l’uno per l’altro, fra i cittadini, stranieri, dell’uomo per la moglie, i figli, i fratelli, i parenti; amicizia, insomma, di tutti per tutti, persino verso certi animali, grazie a un sentimento di giustizia e di naturale unione e solidarietà, amicizia del corpo mortale con se stesso, pacificazione e conciliazione delle contrastanti forze latenti in esso… (Giamblico, Vita Pitagorica, 229)… L’amicizia è uguaglianza (Giamblico, 162)… Ma, ancora più degno di ammirazione, è quanto [i Pitagorici] affermavano circa la comunione dei beni diviniSovente si rivolgevano l’un l’altro l’esortazione a non distruggere l’elemento divino che è in noi stessi. Così, tutta la sollecitudine per l’amicizia che essi avevano nell’agire e nel parlare mirava in un certo senso a fondersi e a divenire tutt’uno con la divinità, a entrare in comunione con la mente e con l’anima divina (Giamblico 240)… Diventare amici dei propri nemici: (Giamblico 40).

7. Religiosità

Fortissimo era il sentimento e la pratica religiosa presso Pitagora e i suoi, che però onoravano gli dei del proprio paese di origine: Pitagora non cercava la conversione, concetto a lui ignoto, e le onoranze giornaliere agli dei erano fatte senza sacerdoti. Se vogliamo in breve capire l’intima essenza dello stile di vita pitagorico, possiamo leggerlo in Giamblico (86, 137):

Tutti i loro [pitagorici] precetti relativi al fare o non fare una determinata cosa mirano al divino. E questo è il principio ordinatore dell’intero loro modo di vivere, nonché il senso della filosofia dei Pitagorici: porsi al seguito della divinità.

Seguendo questi principi per cambiare il mondo, Pitagora rischiò la vita, fu cacciato da Crotone, respinto anche da Kaulon che lui aveva beneficato ammansendo l’orsa bianca assassina, e morì esule a Metaponto.



L’avventura continua con Platone

Dopo la condanna a morte di Socrate avvenuta nel 399 avanti Cristo, Platone venne alla rinata Scuola Pitagorica di Crotone e vi rimase sette anni, conoscendo e frequentando tra gli altri i grandi Pitagorici Archita e Filolao. Al termine dei suoi studi, Platone arrivò alla conclusione che, per quanto alte ed ispirate fossero le dottrine di Pitagora e di Socrate, era impossibile cambiare il mondo perché dominato dal potere politico. Allora, nella speranza di cambiare la politica, che lui definiva come corruzione, Platone accettò l’invito del tiranno di Siracusa Dionisio, e si recò in quella città come suo consigliere per impostare un governo ideale. Ne risultò un grave dissidio con Dionisio il Vecchio e poi col Giovane, e Platone rischiò due volte la vita al punto che Taranto prima e Atene poi dovettero mandare due navi per salvarlo facendolo fuggire in modo rocambolesco. Queste avventure sono narrate da Platone stesso nella sua famosa Settima Lettera scritta in tarda età. Platone concluse che, per cambiare il mondo, era necessario che:

O i re diventassero filosofi o i filosofi diventassero re.

Auspicava cioè un governo retto da persone libere da bramosie; il che era possibile solo se la filosofia riusciva a vincere le tre brame che dominavano l’animo del re o tiranno, brame che Platone elencava in quest’ordine: sesso, soldi, potere.



L’insegnamento del più grande pitagorico: Cristo

Anche se non venne di persona alla Scuola Pitagorica di Crotone, tuttavia ne assorbì gli insegnamenti e i principi attraverso la Comunità degli Esseni, una minoranza ebraica, della quale Cristo in qualche misura faceva parte. Gli Esseni si opponevano al sacrificio di sangue del Tempio di Gerusalemme, celebravano il sissizio ogni sera con pane e vino, erano rigorosamente vegetariani, proibivano la proprietà privata e il danaro. E’ quanto scrivo nel mio libro Cristo ritorna da Crotone, che documenta come le radici culturali dell’insegnamento di Cristo affondano nell’antica Italia e nel pitagorismo. Il libro rende giustizia al modello cristiano, che non è il frutto di un profeta ebraico visionario, ma è basato sul rigore dei numeri e della filosofia pitagorica. Il modello che possiamo chiamare cristiano-pitagorico, basato sui sette principi già visti, regge matematicamente perché abbatte la dispersione delle energie creata dalla competitività, dalla violenza, dall’accumulo di danaro e dal sesso.


Musica delle stelle e Regno dei cieli

Pitagora ammirava le stelle e coniò la parola kosmos, che significa ordine, per indicare il firmamento. Egli s’ispirò all’ordine mirabile della volta celeste e cercò di portarlo sulla terra tra i viventi. Anche Cristo parlò del Regno dei cieli o Regno di Dio, e disse chiaramente: il Regno di Dio è dentro di voi (Luca 17, 21), intendendo che la pace e l’ordine dovevano prima entrare nella coscienza individuale per poter poi diventare universali. Comunque, la sintesi dell’insegnamento di Cristo è sempre l’amicizia e l’amore reciproco:

Amerai il prossimo tuo come te stesso (Matteo 22, 39)… Amate i vostri nemici (Matteo 26, 50). Voi siete miei amici…; vi ho chiamato amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi (Giovanni 15, 14).

Pitagora si mette al seguito della divinità per evolversi nel divino, mentre Cristo prende umana carne per innalzare l’uomo verso il divino: due percorsi analoghi che hanno come ultimo scopo quello di fondere insieme l’umana coscienza con la divina.



Una notte d’estate guardando le stelle…

La sera del 18 agosto 2013 abbiamo celebrato il Sissizio col Bue di Pane Pitagorico nella pineta di Sant’Andrea Ionio. Un appuntamento che si ripete dal 1995 per festeggiare in amicizia e con cibi vegetariani l’arrivo della Civiltà Sissiziale e la fine della violenza. A quella serata partecipava anche Filippo Frontera, Professore Ordinario di Fisica Generale presso la Facoltà d’Ingegneria dell'Università di Ferrara, responsabile del gruppo italiano di Astrofisica delle Alte Energie e dell’esperimento col satellite BeppoSAX per lo studio dei lampi di Raggi Gamma nell’universo.

Si era fatta notte e le stelle brillavano nel cielo; così chiesi al Professore di dirci qualcosa sull’armonia delle stelle di cui Pitagora parlava. Il Professore spiegò che l’ordine dell’universo dipendeva unicamente da una sola legge, la forza di gravità, che attrae e ordina ogni corpo esistente.
Cominciai a pensare: se ci fosse una legge, una forza capace di portare ordine nell’umanità? E quale potrebbe essere? Poi un giorno capii che quella forza era la stessa che Pitagora, Cristo, i grandi profeti e fondatori di religioni hanno sempre predicato: la forza dell’amicizia che attira ogni vivente verso l’altro.



 Un modello per il nuovo ordine mondiale

Da questo mare di Crotone, dove tanta storia è passata, io vedo chiaramente uno tsunami di amicizia invadere il mondo. Il modello pitagorico, portato alla massima espressione da Cristo, sarà il modello del futuro, perché quello attuale è matematicamente fallito. Tutti lo sappiamo, anche se tutti abbiamo paura di ammetterlo. Io propongo perciò il modello pitagorico-cristiano per un nuovo ordine mondiale che chiamerò:

FILOCRAZIA, il governo dell’amicizia.

Il modello filocratico, basato sui princìpi da me elencati, supererà tutte le forme di politica attuali e libererà anche le religioni dalle incrostazioni culturali dovute a differenti tempi e luoghi: se la partenza fu diversa, uguale sarà il traguardo per tutta l’umanità.

Per me è stato un autentico privilegio intravedere questo orizzonte di luce serena e annunciarlo da Crotone. La vera protagonista è però la Calabria che fu Magna Grecia, ma dovette poi affrontare la decadenza sotto il dominio romano e più tardi fu schiacciata per mille anni dal feudalesimo normanno fino ai nostri giorni. La Calabria è la prova del nove della correttezza di quanto affermava Platone:
Togli a un popolo libertà e uguaglianza e prevarranno criminalità e degrado.

Il monito che la Calabria dà ai popoli è:

Se vi allontanate dai principi pitagorico-cristiani, finirete come me, se non peggio.

Ma noi non disperiamo perché, attingendo alle enormi energie di mente e di cuore che la storia ci ha affidato, proponiamo da Crotone il modello filocratico per una Calabria Redenta e una Umanità Redenta.

Mi associo perciò alla profezia del grande monaco del Monte Athos, Padre Paisios, che esortava il monaco Padre Kosmàs a venire in Calabria, dove egli poi riedificò il monastero di San Giovanni Teresti a Bivongi:

Dalla Calabria/ verrà la luce. Apo’ tin Kalabrìa/ to fos.

Salvatore Mongiardo

domenica 6 ottobre 2013

La martora e il cristarello

La martora e il cristarello
…….
Dedico queste righe a Modestina Valenti, che il 19 ottobre 2013 compie 100 anni. Auguri!
……..
La martora è il grazioso mustelide che vive nei boschi, ma cosa è il cristarello? E’ l’aquila cristeide, una piccola aquila che nidifica ancora oggi nelle balze inaccessibili attorno a Sant’Andrea, da non confondere con il falco, rapace più piccolo.
Nei tempi che furono, una martora vide un giorno un cristarello volare in alto mentre lei rimaneva sempre a terra, e quando il cristarello si posò vicino, gli disse:
-Beato te, che vai per il cielo e apri le ali al vento! Chissà quante belle feste lassù! Io sto sempre sulla terra …
Dopo alcune volte che il cristarello sentì la martora ripetere questa lamentela, decise di farle uno scherzo e le disse:
-Vieni in cielo con me, e vedrai.
Afferrò la martora con gli artigli e la portò molto in alto. Poi aprì gli artigli e la lasciò precipitare giù. La martora capì che le cose si mettevano male e mentre cadeva disse:
-Se mi salvo, del cielo non voglio saperne più nulla!
Enrico Armogida spiega l’origine antica della favola: difatti contiene una parola che si ritrova in Cicerone e Simmaco!
                                                                                              Salvatore Mongiardo

Ecco il testo andreolese del racconto ricomposto da Enrico Armogida:

I cunti ’e l’antìchi: ’A màrtura er’u cristarìaḍḍu.
E’ di ogni tempo la scontentezza della vita umana, ma – come han detto gli antichi? -  “cu dassa ’a strada vècchja per’a nova…” – Lo sancisce mirabilmente la favola su La martora e l’aquila, ricreata nel nostro saporito e icastico linguaggio dialettale da quella fornitami da Salvatore Mongiardo, ma a lui ricordata da Marcello Parise,  il quale molto tempo prima l’aveva ascoltata da Ciccio Samà Mandalìaḍḍu…
’A jornàta era bella, e ar’a muntàgna, p’o vijùalu mperticàtu chi ’e Farìna mina versu Zimbìaḍḍi, nu cristarìaḍḍu, cull’ali ampràti, lìantu lìantu, giràva nt’o cìalu luminòsu ed ogni tantu, cùamu nu lampu, nterra nchjumbàva e cull’ùnghji ’e rapìnu na lucèrta abbrancàva.
Na vota, però, u cristarìaḍḍu ’ammìanzu i piànti seculàri abbistàu na màrtura, chi cull’ùacchji sgargiàti ’u guardàva ammiràtu e, ogni bbota ch’iḍḍu, - nt’a vaḍḍàta umbràta ’e l’acqua d’a Cerasàra -, si mbicinàva, sconzulàta li ripetìa: “Mbiàtu tìa, chi pùa spaziàra nt’o cìalu bellu e scumpinàtu. Io, mbeci, su’ distinàta u vivu nte ‘sta terra pìcciula,… e sempa amarijàta”. 
U cristarìaḍḍu, allòra, pemm’u fàcia u si ricrìda, penzàu u li cumbìna nu bruttu tiru e ‘a ngulijàu cu sti palùari adùci cùamu u mela: “Sàgghja, bella, cu mmìa, c’o vidi tuttu, ’stu mundu, cull’ùacchji tùa…”.
‘A martura, ch’era scuntènta assài d’a vita chi ffacìa ed era curiùsa ’e novità, accettàu; perciò, u cristarìaḍḍu cull’ùnghji l’afferràu d’o cùaḍḍu e s’a portàu in artu, sempa cchjù in artu, e ’a sballottàu ’e na parta a n’atta; a nnu cìartu puntu, pùa,’a libaràu de’ peda sua ed iḍḍa precipitàu a rrota lìbara. ’A màrtura, tutta tremanti e spaventàta, capiscìu u rìschju chi currìa e a spisi sua mparàu ‘a lezziùani e, tramènti cadìa, tra iḍḍa ed iḍḍa dicìa: “Si mmi fìariu, de’ cùasi d’o cialu ’on nda vùagghiu cchiù sapìra”, cioè, “sei riuscirò a liberarmi da questa incresciosa situazione, mai più m’impiccerò del mondo celeste”.   

Il termine feriarsi (vb. rfs. = esser libero da impegni; liberarsi da una situazione), che si ritrova in questa favoletta, è certamente arcaico e di derivazione latina; quindi, è molto antico ma è ormai scomparso dal linguaggio paesano corrente e, perciò, il suo recupero è veramente prezioso. Teste Ciccio Samà Mandalìaḍḍu; fonti Marcello Parise e Salvatore Mongiardo (3-10-2013).
Etim.: < lat. fèrĭor, -āris, feriātus sum, feriāri = essere in festa, cioè inattivo e, quindi, libero da certi impegni opp. indenne da certe situazioni (in questo senso, v. Cic. e Symm.)


6 ottobre 2013                                                                                             


martedì 13 agosto 2013

SISSIZIO DELL'AMICIZIA 2013

SISSIZIO DELL’AMICIZIA
18 AGOSTO 2013 ORE 19 – LOCALITA’ GIAMBARELLO 13

2 km verso la pineta, passato il centro storico di Sant’Andrea Ionio -CZ-
Carissime Amiche ed Amici,
quest’anno ci riuniamo nel nome dell’AMICIZIA, la forza potente e dolce capace di cambiare la vita. L’amicizia fu il più alto valore che Pitagora trovò nella nostra terra. Nella Vita Pitagorica Giamblico lo espresse in questo modo sublime:
Per Pitagora l’amicizia era il valore fondante che comprendeva tutti i viventi, da Dio all’animale. Difatti, abbracciava cittadini, stranieri, marito e moglie, fratelli, congiunti e animali:…amicizia degli dei verso gli uomini, degli uomini l’uno per l’altro, fra i cittadini, stranieri, dell’uomo per la moglie, i figli, i fratelli, i parenti, amicizia insomma di tutti per tutti, persino verso certi animali, grazie a un sentimento di giustizia e di naturale unione e solidarietà, amicizia del corpo mortale con se stesso, pacificazione e conciliazione delle contrastanti forze latenti in esso. L’amicizia è uguaglianza… Ma ancora più degno di ammirazione è quanto i Pitagorici affermavano circa la comunione dei beni divini… Sovente si rivolgevano l’un l’altro l’esortazione a non distruggere l’elemento divino che è in noi stessi. Così, tutta la sollecitudine per l’amicizia che essi avevano nell’agire e nel parlare mirava in un certo senso a fondersi e a divenire tutt’uno con la divinità, a entrare in comunione con la mente e con l’anima divina. Diventare amici dei propri nemici: così raccomandava Pitagora.

Ugualmente Gesù predicava l’amicizia come massimo comandamento: amate i vostri nemici. Voi siete miei amici…; vi ho chiamato amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Tramite l’amicizia Gesù unisce se stesso e i discepoli al Padre in un vincolo di partecipazione alla natura divina.
L’amicizia, così fortemente predicata prima da Pitagora e poi da Gesù, deriva dall’amicizia che re Italo aveva posto a fondamento dell’Italia: l’amicizia, non la politica.

L’amicizia sarà la sola regola della Civiltà Sissiziale, nella quale le guerre, la solitudine, l’angoscia e la fatica del vivere saranno un brutto ricordo del passato, di questo mondo fatto di egoismi, furberie, ruberie, violenze, uccisioni, prepotenze e miseria.
Il Bue di Pane ci aspetta per ricordarci il traguardo verso in quale ci sprona Cristo che ritorna da Crotone:  sia solo amicizia tra tutti i viventi. Cristo, che ha mondato il lebbroso, ci aiuterà a mondare la terra dalla lebbra della politica.
Leviamo il saluto della nuova Civiltà Sissiziale: EVOE’! Venga il bene! 
Portate cibo da condividere, non carne né pesce: nel Sissizio sarà amicizia anche con i nostri fratelli minori, gli animali.

                                                                                              Salvatore Mongiardo