domenica 8 dicembre 2013

STILE DI VITA PITAGORICO

Salvatore Mongiardo

STILE DI VITA PITAGORICO


Lectio magistralis per l’Accademia Medica Pitagorica
Crotone, Lido degli Scogli, 7 dicembre 2013



Signori Medici, Amiche e Amici,

Saluto voi tutti, in particolare il Presidente dr Enrico Ciliberto e i Consiglieri dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Crotone che mi hanno voluto come esperto della neonata Accademia Medica Pitagorica. Un saluto particolarissimo al dr Mimmo Monizzi, che tanto sta facendo per riaccendere la fiamma del pitagorismo nella terra dove esso è nato.
Quest’Accademia nasce sotto buoni auspici. Difatti, dopo la cacciata di Pitagora e dei Pitagorici da Crotone, avvenuta intorno al 500 avanti Cristo, la Scuola Pitagorica rimase chiusa per quasi cinquanta anni e alla fine fu riaperta per il deciso intervento di Pericle da Atene. A guidarne la riapertura, furono i medici pitagorici sopravvissuti, i vostri predecessori, Signori Medici di Crotone.

Io proverò a tratteggiare il modo di vivere dei Pitagorici non solo nelle sue forme esteriori, ma anche nelle motivazioni intime del loro comportamento, cercando di attualizzare ai nostri giorni il modello o stile pitagorico. In questo esercizio mi atterrò alle fonti storiche classiche, da me però liberamente reinterpretate.

Immaginiamo di trovarci su questo stesso lido venticinque secoli fa, quando Pitagora si alzava molto prima dell’alba per scrutare la volta stellata del cielo come gli avevano insegnato a fare i Magi a Babilonia. Il filosofo sentiva venire dalle costellazioni una musica celestiale che egli percepiva con gli occhi, come un grande musicista che sente la musica solamente guardando lo spartito. Intanto gli allievi raggiungevano Pitagora per attendere il sorgere del sole sul mare. Al suo apparire lo riverivano quale simbolo del dio Apollo e poi si immergevano nell’acqua. Dopo l’immersione in mare, iniziavano le danze al suono della cetra e cantando dei peana, alcuni composti da Pitagora stesso. 
Seguiva l’insegnamento che Pitagora impartiva sotto la tenda bianca, dentro la quale erano ammessi solo i matematici, gli studiosi, che potevano rivolgere domande al Maestro, mentre gli acusmatici, gli uditori, rimanevano all’esterno e potevano solo ascoltare. Andavano poi a passeggiare nei giardini solitari evitando le folle e il parlare a vuoto. Un acusma, una delle loro massime, diceva: Non abitare sotto lo stesso tetto con le rondini, evitare cioè le chiacchiere. Chi di loro passava per Crotone, girava al largo da cacciatori e macellai che ritenevano dei malfattori perché, uccidendo gli animali, innescavano il fuoco della violenza.
Se passavano davanti a un tempio, non entravano a visitarlo casualmente, ma entravano a onorare gli dei solo se avevano deciso di farlo in partenza. Evitavano incontri fortuiti per tornare alla scuola e dedicarsi agli esercizi ginnici gareggiando tra di loro solo per gioco, senza che uno potesse vincere e l’altro perdere. La loro dieta era rigorosamente vegetariana con esclusione di carne e pesce: gli animali erano fratelli minori che l’uomo doveva proteggere e difendere al punto che escludevano dal loro vestiario anche la lana perché era il vestito dell’animale al quale non si poteva togliere. Il loro vestire era il lino, che ad ogni lavaggio diventava più bianco, simbolo della purezza e della luce. A fine giornata cenavano assieme e dopo la cena celebravano il sissizio, un uso che Pitagora aveva trovato in Italia dove era stato introdotto da re Italo come base di giustizia sociale distributiva: Dello stesso pane un pezzo a tutti, dello stesso vino un sorso a tutti. Andavano poi a dormire e prima di chiudere gli occhi dovevano esaminare lungamente tutti gli atti della giornata e chiedersi: In che cosa ho sbagliato? Dopo questo minuzioso esame prendevano sonno e, se avevano dei sogni, al mattino li raccontavano come episodi di vita reale: così insegnava il Maestro che aveva appreso l’arte dell’interpretazione dei sogni presso gli Ebrei. Diceva un acusma: Scompigliare le coperte quando ci si alza dal letto, un invito a dimenticare sogni erotici e sesso. Difatti, il sesso per Pitagora era un osservato speciale in quanto ritenuto gran divoratore di energie le quali dovevano essere indirizzate ad altri scopi. Il sesso era un concorrente pericoloso, addirittura assassino: Non ascoltare il canto omicida delle sirene! Del sesso era meglio non sapere nulla fino ai venti anni e poi limitarlo dentro la vita matrimoniale. Molta importanza davano i Pitagorici alla forza di volontà che veniva messa alla prova ogni giorno su tre fronti: Domina il ventre, la lussuria e il sonno. Una prova originale di forza di volontà consisteva nel preparare un banchetto e, quando tutto era pronto, andare via senza mangiar nulla.

Solo di sfuggita ricordo che anche i numeri, dei quali Pitagora fu il grande razionalizzatore, avevano per loro un significato, un rimando, un senso appunto: così il numero otto era simbolo della giustizia perchè diviso a metà dava quattro, che diviso a metà dava due, che diviso a metà dava uno: l’otto generava cioè sempre due parti uguali intere. Al contrario, il diciassette era mal visto e chiamato ostacolo, perché si frapponeva tra il sedici e il diciotto, che potevano invece formarsi facilmente per somma o moltiplicazione. E’ questa l’origine della diffidenza verso il 17, diffusa ancora oggi nel Sud Italia.

I Pitagorici non facevano nulla a caso. A ogni azione davano un senso, cercavano cioè incessantemente di destare e dilatare la coscienza per vincere le ombre dell’esistenza. Aspiravano cioè a una visione ordinata della realtà e ritenevano vita vera solo quella intrisa di significato, rifiutando di conseguenza una visione disgregata, individualistica, egoistica, particolare e frantumata. 
Insomma, nel Pitagorismo c’era una forte tendenza ad analizzare ed eseguire ogni atto come vestire, mangiare, studiare, cercando sempre un perché, una ragione, una logica, mai seguendo un istinto o un impulso. Questa forte sovrastruttura costrittiva fu riconosciuta ma rifiutata da un grande coetaneo e quasi conterraneo, il filosofo Eraclito di Efeso, che non amò Pitagora anche se ne capì lo sforzo e la grandezza, e perciò lo definì uomo di molto ingegno e di molto inganno. L’immenso Eraclito ricercò invece la ragione di tutte le cose, il logos, vivendo solo e imprecando contro il mondo intero.

Il modello di Pitagora fu imitato molte volte nella storia e generò forme di vita comunitaria: così quelle degli Esseni e dei Terapeuti tra gli Ebrei; quella dei Sufi nel mondo islamico, ancora esistenti anche se tollerati o perseguitati: sono quelli che danzano ruotando con la veste bianca al sorgere del sole; quella del monachesimo orientale dei Padri del deserto e quello occidentale di Cassiodoro, San Benedetto, San Bernardo e San Bruno nel mondo cristiano; inoltre, un numero grandissimo di associazioni culturali e filosofiche che si ispirano a Pitagora in ogni parte del mondo.

E’ giusto quindi chiederci perché il modello pitagorico viene rivisitato, rivissuto, reinterpretato nelle varie fasi storiche fino ad arrivare a noi. La risposta non può venire solo dalla veste di lino bianco che indossavano né dalla numerologia nella quale eccellevano né dai rigidi precetti sulla sessualità. La risposta va cercata piuttosto nei principi ispiratori dello stile di vita pitagorico, il quale in sintesi proponeva l’esaudimento dei bisogni irrinunciabili di ogni uomo. Questi principi pitagorici, per i quali Pitagora fu ritenuto il fondatore della Magna Grecia, sono da me sintetizzati in numero di sette.


1. Uguaglianza e libertà

Tutti gli uomini e tutte le donne sono liberi e hanno pari dignità. In quell’epoca, accogliere le donne come allieve e dare la libertà agli schiavi, come anche liberare dai tiranni molte città italiche, fu la grande innovazione del pitagorismo.

2. Comunità di vita e di beni

I Pitagorici vivevano in comune consegnando i loro averi agli economi che provvedevano a tutti i bisogni materiali. Era abolito tra di loro il danaro o il possesso esclusivo di cose. La comunità si stringeva attorno a chi era ammalato o moriva: questo sistema vinceva non solo la solitudine in vita e in morte, ma eliminava anche la paura o l’ansia di non farcela economicamente con i propri mezzi. Vita in comune non voleva dire vivere in maniera sciatta o approssimativa: i Pitagorici vivevano sì sobriamente, ma in maniera efficiente, elegante, raffinata.

3. Giustizia

Comunemente si dice che la giustizia era il fondamento della vita pitagorica, ma è una affermazione che va spiegata. Nei testi antichi i termini sono due: il primo è dikaiosyne (sostantivo femminile singolare), cioè la rettitudine, il sentimento e la pratica della giustizia. Tale termine andrebbe più correttamente tradotto con giustezza, la virtù che porta la persona verso il retto comportamento. L’altro, invece, è dìkaia (aggettivo neutro plurale), ch’è anch’esso tradotto con giustizia, ma che indica diritti e doveri, insomma quanto oggi si tende a chiamare legalità. Con l’uso differente dei due termini, il pitagorismo mette in chiaro che senza giustezza non ci può essere legalità: per esempio, se la legge non rispetta la giustizia sociale nella distribuzione dei beni, il debole rimane oppresso proprio dalla legalità.

4. Vegetarismo

Pitagora fu il campione del vegetarismo non solo per la pratica sistematica del rifiuto di carne e pesci, ma soprattutto per il significato che egli dava a tale pratica: Se non osi uccidere l’animale, mai ucciderai un uomo. Oggi la proibizione di mangiar carne è in vigore in alcuni ordini religiosi come quelli dei certosini e dei monaci del Monte Athos, che però consumano il pesce. L’unico ordine religioso che esclude ancora oggi carne e pesce, è quello dei paolani, fondato in Calabria da San Francesco di Paola, per tradizione forse discendente dal pitagorismo. I vegetariani e vegani nel mondo sono oggi stimati in oltre mezzo miliardo, e nella sola Italia sono ormai sei milioni in continua crescita. Il pitagorico Empedocle scriveva che il mangiar animali non solo portava l’uomo alla violenza, ma provocava anche disordine nella sfera sessuale.

5. Non competitività

E’ indubbiamente la dottrina più originale di tutto il pitagorismo, perché vede la competizione e la vittoria come… male! Per loro gareggiare si poteva, ma solo come puro divertimento, senza vincitore né vinto: era loro proibito anche solo assistere ai giochi olimpici. Difatti, essi affermavano che la vittoria sporca il vincitore perché lo separa dal vinto e lo fa diventare oggetto d’invidia. Vincere, avere successo, cercare la propria affermazione, accumulare danaro e coltivare le proprie ambizioni erano cose indegne di una persona perbene, che invece doveva sempre cercare l’armonia. Era esclusa anche la competizione tra più partiti politici che paralizzavano la polis: unico doveva essere il regime e l’opposizione ad esso era considerata secessione da combattere col ferro e col fuoco.


6. Amicizia

Per Pitagora l’amicizia era il valore fondante della vita e comprendeva tutti i viventi, da Dio all’animale. La filìa, che significa amicizia, amore, benevolenza, tenerezza, abbracciava cittadini e stranieri, marito e moglie, fratelli, congiunti e animali:

Amicizia degli dei verso gli uomini, degli uomini l’uno per l’altro, fra i cittadini, stranieri, dell’uomo per la moglie, i figli, i fratelli, i parenti; amicizia, insomma, di tutti per tutti, persino verso certi animali, grazie a un sentimento di giustizia e di naturale unione e solidarietà, amicizia del corpo mortale con se stesso, pacificazione e conciliazione delle contrastanti forze latenti in esso… (Giamblico, Vita Pitagorica, 229)… L’amicizia è uguaglianza (Giamblico, 162)… Ma, ancora più degno di ammirazione, è quanto [i Pitagorici] affermavano circa la comunione dei beni diviniSovente si rivolgevano l’un l’altro l’esortazione a non distruggere l’elemento divino che è in noi stessi. Così, tutta la sollecitudine per l’amicizia che essi avevano nell’agire e nel parlare mirava in un certo senso a fondersi e a divenire tutt’uno con la divinità, a entrare in comunione con la mente e con l’anima divina (Giamblico 240)… Diventare amici dei propri nemici: (Giamblico 40).

7. Religiosità

Fortissimo era il sentimento e la pratica religiosa presso Pitagora e i suoi, che però onoravano gli dei del proprio paese di origine: Pitagora non cercava la conversione, concetto a lui ignoto, e le onoranze giornaliere agli dei erano fatte senza sacerdoti. Se vogliamo in breve capire l’intima essenza dello stile di vita pitagorico, possiamo leggerlo in Giamblico (86, 137):

Tutti i loro [pitagorici] precetti relativi al fare o non fare una determinata cosa mirano al divino. E questo è il principio ordinatore dell’intero loro modo di vivere, nonché il senso della filosofia dei Pitagorici: porsi al seguito della divinità.

Seguendo questi principi per cambiare il mondo, Pitagora rischiò la vita, fu cacciato da Crotone, respinto anche da Kaulon che lui aveva beneficato ammansendo l’orsa bianca assassina, e morì esule a Metaponto.



L’avventura continua con Platone

Dopo la condanna a morte di Socrate avvenuta nel 399 avanti Cristo, Platone venne alla rinata Scuola Pitagorica di Crotone e vi rimase sette anni, conoscendo e frequentando tra gli altri i grandi Pitagorici Archita e Filolao. Al termine dei suoi studi, Platone arrivò alla conclusione che, per quanto alte ed ispirate fossero le dottrine di Pitagora e di Socrate, era impossibile cambiare il mondo perché dominato dal potere politico. Allora, nella speranza di cambiare la politica, che lui definiva come corruzione, Platone accettò l’invito del tiranno di Siracusa Dionisio, e si recò in quella città come suo consigliere per impostare un governo ideale. Ne risultò un grave dissidio con Dionisio il Vecchio e poi col Giovane, e Platone rischiò due volte la vita al punto che Taranto prima e Atene poi dovettero mandare due navi per salvarlo facendolo fuggire in modo rocambolesco. Queste avventure sono narrate da Platone stesso nella sua famosa Settima Lettera scritta in tarda età. Platone concluse che, per cambiare il mondo, era necessario che:

O i re diventassero filosofi o i filosofi diventassero re.

Auspicava cioè un governo retto da persone libere da bramosie; il che era possibile solo se la filosofia riusciva a vincere le tre brame che dominavano l’animo del re o tiranno, brame che Platone elencava in quest’ordine: sesso, soldi, potere.



L’insegnamento del più grande pitagorico: Cristo

Anche se non venne di persona alla Scuola Pitagorica di Crotone, tuttavia ne assorbì gli insegnamenti e i principi attraverso la Comunità degli Esseni, una minoranza ebraica, della quale Cristo in qualche misura faceva parte. Gli Esseni si opponevano al sacrificio di sangue del Tempio di Gerusalemme, celebravano il sissizio ogni sera con pane e vino, erano rigorosamente vegetariani, proibivano la proprietà privata e il danaro. E’ quanto scrivo nel mio libro Cristo ritorna da Crotone, che documenta come le radici culturali dell’insegnamento di Cristo affondano nell’antica Italia e nel pitagorismo. Il libro rende giustizia al modello cristiano, che non è il frutto di un profeta ebraico visionario, ma è basato sul rigore dei numeri e della filosofia pitagorica. Il modello che possiamo chiamare cristiano-pitagorico, basato sui sette principi già visti, regge matematicamente perché abbatte la dispersione delle energie creata dalla competitività, dalla violenza, dall’accumulo di danaro e dal sesso.


Musica delle stelle e Regno dei cieli

Pitagora ammirava le stelle e coniò la parola kosmos, che significa ordine, per indicare il firmamento. Egli s’ispirò all’ordine mirabile della volta celeste e cercò di portarlo sulla terra tra i viventi. Anche Cristo parlò del Regno dei cieli o Regno di Dio, e disse chiaramente: il Regno di Dio è dentro di voi (Luca 17, 21), intendendo che la pace e l’ordine dovevano prima entrare nella coscienza individuale per poter poi diventare universali. Comunque, la sintesi dell’insegnamento di Cristo è sempre l’amicizia e l’amore reciproco:

Amerai il prossimo tuo come te stesso (Matteo 22, 39)… Amate i vostri nemici (Matteo 26, 50). Voi siete miei amici…; vi ho chiamato amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi (Giovanni 15, 14).

Pitagora si mette al seguito della divinità per evolversi nel divino, mentre Cristo prende umana carne per innalzare l’uomo verso il divino: due percorsi analoghi che hanno come ultimo scopo quello di fondere insieme l’umana coscienza con la divina.



Una notte d’estate guardando le stelle…

La sera del 18 agosto 2013 abbiamo celebrato il Sissizio col Bue di Pane Pitagorico nella pineta di Sant’Andrea Ionio. Un appuntamento che si ripete dal 1995 per festeggiare in amicizia e con cibi vegetariani l’arrivo della Civiltà Sissiziale e la fine della violenza. A quella serata partecipava anche Filippo Frontera, Professore Ordinario di Fisica Generale presso la Facoltà d’Ingegneria dell'Università di Ferrara, responsabile del gruppo italiano di Astrofisica delle Alte Energie e dell’esperimento col satellite BeppoSAX per lo studio dei lampi di Raggi Gamma nell’universo.

Si era fatta notte e le stelle brillavano nel cielo; così chiesi al Professore di dirci qualcosa sull’armonia delle stelle di cui Pitagora parlava. Il Professore spiegò che l’ordine dell’universo dipendeva unicamente da una sola legge, la forza di gravità, che attrae e ordina ogni corpo esistente.
Cominciai a pensare: se ci fosse una legge, una forza capace di portare ordine nell’umanità? E quale potrebbe essere? Poi un giorno capii che quella forza era la stessa che Pitagora, Cristo, i grandi profeti e fondatori di religioni hanno sempre predicato: la forza dell’amicizia che attira ogni vivente verso l’altro.



 Un modello per il nuovo ordine mondiale

Da questo mare di Crotone, dove tanta storia è passata, io vedo chiaramente uno tsunami di amicizia invadere il mondo. Il modello pitagorico, portato alla massima espressione da Cristo, sarà il modello del futuro, perché quello attuale è matematicamente fallito. Tutti lo sappiamo, anche se tutti abbiamo paura di ammetterlo. Io propongo perciò il modello pitagorico-cristiano per un nuovo ordine mondiale che chiamerò:

FILOCRAZIA, il governo dell’amicizia.

Il modello filocratico, basato sui princìpi da me elencati, supererà tutte le forme di politica attuali e libererà anche le religioni dalle incrostazioni culturali dovute a differenti tempi e luoghi: se la partenza fu diversa, uguale sarà il traguardo per tutta l’umanità.

Per me è stato un autentico privilegio intravedere questo orizzonte di luce serena e annunciarlo da Crotone. La vera protagonista è però la Calabria che fu Magna Grecia, ma dovette poi affrontare la decadenza sotto il dominio romano e più tardi fu schiacciata per mille anni dal feudalesimo normanno fino ai nostri giorni. La Calabria è la prova del nove della correttezza di quanto affermava Platone:
Togli a un popolo libertà e uguaglianza e prevarranno criminalità e degrado.

Il monito che la Calabria dà ai popoli è:

Se vi allontanate dai principi pitagorico-cristiani, finirete come me, se non peggio.

Ma noi non disperiamo perché, attingendo alle enormi energie di mente e di cuore che la storia ci ha affidato, proponiamo da Crotone il modello filocratico per una Calabria Redenta e una Umanità Redenta.

Mi associo perciò alla profezia del grande monaco del Monte Athos, Padre Paisios, che esortava il monaco Padre Kosmàs a venire in Calabria, dove egli poi riedificò il monastero di San Giovanni Teresti a Bivongi:

Dalla Calabria/ verrà la luce. Apo’ tin Kalabrìa/ to fos.

Salvatore Mongiardo

Nessun commento: