venerdì 23 dicembre 2011
PASQUALINO
Pasqualino
Pasqualino Frustaci, nipote del Sordo, porta ancora con baldanza i suoi ottantadue anni come al tempo che militava, anima e corpo, nel Partito Comunista andreolese, del quale fu uno dei fondatori nel 1944. Lo incontrai una mattina di fine estate 2011 in Piazza Castello a Sant’Andrea, e lo invitai a venire in macchina in montagna, dove andavo ad attingere acqua alla Fontana dello Scoglio. Mio padre, da fontaniere, volle lasciare quella fontana a servizio del pubblico quando, intorno al 1950, immisero la sorgente nell’acquedotto comunale.
Pasqualino si lasciò andare ai ricordi e mi raccontò che aveva cominciato a badare alle pecore col pastore Saverio Zangari all’età di sei anni, con caldo, freddo, acqua e vento. A dieci anni passò sotto Antonio Varano e il 10 giugno del 1940 si trovava con lui a pascolare le capre presso il vecchio mulino di Macca, quando all’improvviso le campane suonarono a stormo perché l’Italia era entrata in guerra: Viva la guerra, dobbiamo distruggere l’America, viva Mussolini!
Non andò proprio così. Il 16 luglio del 1943, dodici aerei americani bombardarono il ponte sul fiume Alaca e la terra tremò tanto che le capre si dispersero. Nel cercare le capre Pasqualino ebbe sete e, dopo avere scacciato le vespe, bevve l’acqua che si era depositata dentro l’impronta lasciata nel fango dallo zoccolo di una vacca.
Intanto avanzavamo con la macchina sotto gli alberi della montagna, e a un punto Pasqualino disse:
-Qui c’era la fontana della Femmina Schietta. Sai perché si chiamava così?
Non lo sapevo, e mi spiegò che l’acqua usciva dalla fessura della roccia, stretta come la natura di una vergine. In andreolese schietta vuol dire non sposata, e si dice anche per il celibe: è schietto.
Raggiungemmo la nuova diga della Lacina, che fornisce acqua potabile a ottantasei comuni della costa tirrenica. Il paesaggio con gli abeti era alpestre; l’acqua del bacino artificiale aveva ricoperto la pozza chiamata Gran Gurno dalla quale, nel terremoto del 1783, uscivano acqua calda e fango. Non per nulla le cime attorno, oggi disseminate di pale eoliche, sono segnate sulle mappe come Monte Trematerra.
Al ritorno Pasqualino mi parlò di un grande masso isolato, la Pietra di Mommo, che un tempo si ergeva solitario. Gli andreolesi dicevano che quel masso era il Pallino dei Giganti: figuriamoci quanto dovevano essere grandi le bocce! Quell’allusione ai giganti era forse il ricordo di una civiltà megalitica che si sviluppò in Calabria in epoca preistorica, e che sembrerebbe confermata dal recente ritrovamento dei megaliti di Nardo di Pace.
Chiesi a Pasqualino di parlarmi di Mommo, e mi raccontò:
-Era uno che passando andò a guardare la pietra da vicino e si accorse che c’era una scritta:
Scoppa e troverai!
Scoppare significa in andreolese togliere il coperchio, la coppa, ma probabilmente quella scritta era un’allusione alla potente famiglia Scoppa e alla baronessa Enrichetta Scoppa, zia dei marchesi Lucifero, padrona di tutto il territorio dal mare ai monti. Mommo non seppe resistere alla tentazione, e riuscì ad aprirla in un punto. Ma vi trovò un’altra scritta, però beffarda:
E mo’ chi mi scoppasti, chi cazzu trovasti?
Mommo allora si adirò e prese a picconate la pietra fin quando quella non si aprì come una melagrana. E trovò il paiolo di rame, u stagnatìaddhu, pieno di ducati d’oro.
Lasciai Pasqualino davanti casa sua e prima di congedarmi gli feci la domanda tipica degli andreolesi:
-Pasqualino, chi ti parza d’a vita? Cioè, cosa ti è sembrata la vita, che idea te ne sei fatto.
Rispose.
-La vita è una cosa difficile e bisogna saper resistere saldamente a tutte le tempeste. Comunque ci vogliono sempre due cose: onestà e sincerità di cuore. Adesso però entra in casa, perché l’acqua è buona, ma il vino è meglio!
Natale 2011 Salvatore Mongiardo
martedì 25 ottobre 2011
DA MOSCA A CROTONE
Per il Simposio Internisti Magna Grecia
Crotone 6-8 ottobre 2011
Sulla Piazza Rossa del Cremlino le sferzate di acqua e vento facevano presagire la prima neve. La grande stella rossa, posta da Stalin in cima alla torre, sfidava il cielo plumbeo. Quella stella mi fece ricordare il luogo dove era nata, Crotone, e il nome che Pitagora, suo scopritore, le aveva dato: Igea, la salute. Il filosofo forse vedeva una stabilità salutare in quella stella che si poteva costruire senza calcoli, col solo compasso. Unendo i vertici di un pentagono regolare iscritto dentro un cerchio, nasceva una stella che al centro riproduceva sempre un altro pentagono regolare. Quell’elaborazione pitagorica, nata come ideale, era diventata simbolo del terrore staliniano, e poi emblema delle Brigate Rosse. Riflettevo su quella maligna metamorfosi mentre visitavamo la Cattedrale di Cristo Salvatore, di fronte al Cremlino, che Stalin aveva fatto abbattere e che era stata ricostruita identica alla prima. Dentro la chiesa i fedeli baciavano le icone, le candele ardevano a centinaia ed echeggiavano i cori di potenti voci slave.
La stella a cinque punte mi ricordò anche il congresso medico al quale mi aveva invitato a parlare il Professor Franco Perticone della Facoltà di Medicina dell’Università Magna Grecia di Catanzaro. E difatti la sera del 7 ottobre lasciai la Santa Madre Russia per Crotone.
La mattina seguente parlai ai medici internisti e mi soffermai sul modo di vivere pitagorico, non tanto sull’astensione dal mangiare carne e pesce, che era la regola fondamentale, ma sull’importanza che per Pitagora aveva la vita in comune, essenziale per ben vivere e ben morire. La vita in comune permetteva di seguire gli insegnamenti del filosofo ed eliminava la solitudine, problematica allora come ai nostri giorni. Anche i beni dovevano essere in comune, e bisognava consegnare i beni individuali a un economo che provvedeva alla loro amministrazione. La comunità era provvista di tutto in modo sobrio ma non povero, e perseguiva con lo studio, le pratiche di culto e l’osservazione delle stelle, l’unione dei viventi a Dio in un legame di amicizia cosmica. I pitagorici si occupavano dei loro membri, curandoli e aiutandoli fino alla fine della loro vita, e ne celebravano degni funerali. Pitagora raccomandava di andare incontro alla morte con animo sereno pregando gli dei come quando si doveva attraversare l’Adriatico selvaggio. Così era chiamato, e lo fu fino al Medioevo, lo Ionio sul quale sorge Crotone. Il buon morire era il corollario del buon vivere, per il quale era essenziale coltivare un profondo rispetto per tutti i membri della comunità: perciò era esclusa qualunque forma di competizione che comportasse una vittoria, la quale sporcava l’uomo perché lo separava dagli altri e lo rendeva soggetto di invidia. Per non parlare poi del sesso che era strettamente limitato dentro il matrimonio. Insomma, un mondo che era in tutto e per tutto l’opposto del nostro mondo.
Quei precetti di vita pitagorici furono ripresi da Gesù, conosciuto da tutti ma non come pitagorico. La discendenza culturale di Gesù dal pitagorismo rappresenta la più grande scoperta della mia vita, e le minuziose ricerche che ho condotto non lasciano dubbi in merito. Il tutto sarà esposto nel libro che sto scrivendo Cristo è arrivato a Crotone, titolo che rimanda alla formazione culturale di Cristo avvenuta in buona parte attraverso la dottrina pitagorica. L’anello di congiunzione tra Pitagora e Cristo furono gli Esseni, dei quali scrive testualmente lo storico Giuseppe Flavio:
…si tratta di un gruppo che segue un genere di vita che ai greci fu insegnato da Pitagora (Antichità Giudaiche XV, 371).
Che Gesù sia stato in qualche misura esseno è ormai dottrina comune. Lo stesso Papa Benedetto XVI nel suo bel libro Gesù di Nazaret (Dal Battesimo alla Trasfigurazione, pagg. 98 e 104) scrive che i poveri di spirito (dei quali è il regno dei cieli) era il modo di chiamarsi degli Esseni. Gesù parla del regno dei cieli, o regno di Dio, come di uno stato di equilibrio interiore, una serenità che solleva sopra i flutti tempestosi della vita: il regno di Dio è dentro di voi! Ma Gesù non rimase fermo alla dottrina esseno-pitagorica, andò molto oltre allargando al mondo intero le comunità pitagoriche, chiuse ed elitarie. E soprattutto spezzò il ciclo pitagorico delle reincarnazioni, la metempsicosi, con il tempo lineare che va dalla terra al paradiso e la vita in comune anche dopo la morte: se muori e credi in me vivrai con me per tutta l’eternità. Per la prima volta la morte viene affrontata in compagnia.
La domanda che posi ai medici internisti era: se seguiamo quegli insegnamenti e pratichiamo una condotta di vita con beni in comune ed esclusione di ogni competizione, si genera o no nell’individuo un equilibrio ormonale tale che scompaiono le grandi angosce del vivere? Cioè: i precetti filosofici di Pitagora, e quelli religiosi di Cristo, hanno un valore scientifico e medico dimostrabile? Oggi si possono misurare agevolmente i livelli ormonali che si creano in certe condizioni di vita, e abbiamo attrezzature scientifiche e abilità nel condurre i test: si potrebbe accertare se i precetti pitagorico-cristiani siano indispensabili o meno a produrre il mix ideale di ormoni che porta a ben vivere e ben morire?
Nella crisi mondiale ed europea delle finanze sono accomunate Grecia e Magna Grecia, cioè il Sud Italia, come la parte più debole del sistema monetario dell’euro. La sostanziale identità di Grecia e Meridione mi porta a concludere che noi meridionali siamo estranei culturalmente al sistema feudale, inventato dagli anglosassoni e impiantato nel Sud dai Normanni. Quel sistema feudale non è finito, anzi si è rafforzato con le borse, le banche, la finanza che sono la forma più raffinata e anonima del feudalesimo. La Magna Grecia non ha né mai avrà la vocazione alla finanza e alla produzione: i nostri geni ci portano infallibilmente a una visione alta dell’umano destino verso il quale convergono storia, etica, filosofia e religione.
I medici, che sono una classe rispettata e stimata, dovrebbero prendere le redini della politica volando alto per ristabilire, con l’evidenza della ricerca scientifica, un equilibrio di vita ormai smarrito, ma che a Crotone era stato chiaramente enunciato e praticato. Oggi la medicina dovrebbe occuparsi anche delle malattie dell’anima, quelle angosce del vivere che dilagano tra miliardi di individui.
La crisi attuale mette in evidenza le gigantesche risorse culturali che la Storia , quella con la esse maiuscola, ha accumulato nella Magna Grecia. Al confronto i giacimenti petroliferi e minerari sono poca cosa, perché non sono in grado di dare quell’autentico benessere che si costruisce con l’equilibrio e la condotta di vita.
Intorno al 440 avanti Cristo, con l’attivo interessamento di Pericle da Atene, fu riaperta a Crotone la scuola pitagorica, dopo la cacciata di Pitagora e dei suoi seguaci avvenuta intorno al 500 a . C. Scrive difatti Giamblico nella Vita Pitagorica (35, 264):
Dopo molti anni… i Crotoniati furono presi da sentimenti di pietà e di pentimento e decisero di far tornare in patria i pitagorici superstiti. Fecero venire degli ambasciatori dall’Acaia, tramite i loro buoni uffici si riconciliarono con gli esuli e consacrarono a Delfi i patti giurati. I pitagorici che fecero rientro erano ben una sessantina, vecchi a parte. Tra questi ultimi, alcuni si erano dati alla medicina e curavano i malati con un opportuno regime alimentare: furono costoro a guidare il ritorno.
Quel ritorno a Crotone, guidato dai medici pitagorici, invita oggi gli Internisti della Magna Grecia a spaziare verso orizzonti luminosi. A me il cuore dice che il solco tracciato da Pitagora, e portato da Cristo fino ai confini del mondo, ci condurrà verso traguardi di civiltà finora impensabili: le Chiavi del Regno si trovano in Calabria.
Salvatore Mongiardo
giovedì 22 settembre 2011
Origini magnogreche di Sant’Andrea Ionio
Origini magnogreche di Sant’Andrea Ionio
Giornata Europea del Patrimonio - 25 settembre 2011
Chiesa della Madonna di Campo
L’incontro di oggi ci sollecita a indagare sulle origini del paese di Sant’Andrea Ionio, che finora si riteneva fosse sorto in marina intorno al Mille, assieme alla chiesa di San Nicola da Cammerota, per opera dei monaci basiliani. A mio modo di vedere, San Nicola è l’ultimo episodio di crescita di Sant’Andrea, che esisteva già dal tempo delle colonie greche. Intanto la stessa Chiesa di Campo è stata fattoria ellenistica del III secolo avanti Cristo, come gli scavi del Gruppo Archeologico Paolo Orsi hanno dimostrato. Inoltre, nelle colline di Isca, a Pètina, ci sono resti magnogreci. Le colline di Soverato hanno chiare tracce dello stesso periodo, per cui sarebbe strano pensare che il territorio di Sant’Andrea sia stato saltato dalla colonizzazione greca.
I seguenti dieci punti spingono verso l’origine magnogreca del nostro paese.
1 In Sant’Andrea la gran parte della popolazione porta il cognome Samà. Non c’è dubbio, come mi confermava il grande e compianto amico Padre Kosmàs del Monte Athos, docente di filologia, che la parola viene da samàios, abitante di Samo in Grecia, isola famosa per la produzione di stoviglie. Difatti si diceva nell’antichità portare vasi a Samo, per indicare un lavoro inutile, perché a Samo si producevano vasi in abbondanza. E Sant’Andrea, dove tutti gli argagnari, i vasai, erano Samà, fino a pochi decenni addietro fu capitale della produzione delle stoviglie, che erano vendute fino a Serra, Guardavalle e Strongoli.
2 Sant’Andrea è l’unico paese in Italia che ha il cognome Còccari: tutti i Còccari di Italia e America vengono da nostro paese. Nell’isola di Samo, a circa 8 km dalla capitale, si trova ancora oggi la cittadina marittima di Kòkkari, come si può vedere in ogni mappa dell’isola.
3 Appena fuori dell’abitato di Sant’Andrea Superiore, c’è la località di Niforìo, che in greco significa nuovo villaggio: nuovo rispetto a cosa? Niforìo ci offre forse il bandolo della matassa con la materia indispensabile per produrre le stoviglie da mettere sul fuoco per cucinare, la creta rossa, il famoso centrùapuddhu, presente in abbondanza nelle vicinanze da Furno a Tralò.
4 Un’altra grande formazione di creta rossa è quella di Briga, a poca distanza dalle calcare per la cottura del vasellame, che in paese erano una ventina agli inizi del 1900. Questi dati lasciano supporre che un abitato, nel VII-VI secolo avanti Cristo, si era sviluppato attorno alla chiesa del Protettore e, in seguito, a Niforìo per ragioni che non conosciamo. Questa ipotesi sembra confermata dalla presenza di altre due chiese vicine a quella del Protettore: quella di Santa Barbara, originariamente di fronte alla fontana e al Calvario, e quella di Santa Caterina d’Alessandria, i cui ruderi sono ancora visibili accanto alle Suore Riparatrici.
5 Nel 1933 mio padre aprì, tagliandola con la sega, la statua in legno di ulivo di Sant’Andrea per bonificarla. All’interno c’era un piccolo pezzo di pergamena con su scritto 1047: quindi a quella data la chiesa c’era già. San Bruno sarebbe arrivato in Calabria non prima del 1070. La grangia certosina di Tutti i Santi, che segnava in paese il limite della donazione dei Normanni, era accanto ma non era la chiesa di Santa Caterina: quella grangia sarebbe menzionata per la prima volta in un documento di Papa Callisto II del 1121. La festività di Tutti i Santi fu introdotta nella Chiesa cattolica dai certosini, prima non esisteva, e si prestava molto bene a mettere assieme santi e culti greci e latini.
6 Altri elementi fanno pensare alla nascita di Sant’Andrea come piccola colonia magnogreca per la presenza di cognomi come Carchidi, che indica quelli venuti dalla Calcidia: Reggio era colonia fondata da calcidesi. In sostanza si può pensare che ci fu un abitato formato in maggioranza da samesi, ma anche da altri coloni. Si potrebbe anche ipotizzare che i nostri samesi provenissero da Samo vicino a Bovalino, colonia senza dubbio fondata da quelli di Samo di Grecia. Ma a Samo di Calabria, l’ho verificato di persona, non esiste il cognome Samà, mentre esiste un solo Codispoti, molto diffuso invece in Sant’Andrea, che significa padrone di casa.
7 Ci sono tuttavia altri elementi che suggeriscono la derivazione di Sant’Andrea da Samo di Grecia, e sono elementi pitagorici: Pitagora veniva dall’isola di Samo. Il primo è la pietra del fulmine. Pitagora (Porfirio, Vita di Pitagora, cap. 17) fu purificato dalla pietra del fulmine. Gli antichi ritenevano che il fulmine avesse un puntale in pietra che rompeva dove colpiva. Da bambino io ho sentito di un taglialegna, Pietro Aloisio, che portò dalla nostra montagna il cuneo del tuono, una pietra nera a forma di cuore, che il boscaiolo riteneva fosse il puntale del fulmine. Aveva visto un fulmine spaccare un albero, aveva cercato attorno e trovato quella pietra.
8 Ulteriore elemento è la fortissima religiosità degli andreolesi, verosimilmente derivata da Pitagora che sosteneva che al Dio tutto è possibile e nulla al Dio è impossibile: segui Dio! era il suo motto. Quella religiosità, che ho vissuto direttamente nel paese e nella mia famiglia, era come un’aura mistica che tutto avvolgeva e tutto rasserenava in un orizzonte ultraterreno. E non derivava, come alcuni pensano, dai Padri Liguorini. I miei nonni, che vivevano di quella fede, erano già sposati quando i Liguorini iniziarono a operare in paese agli inizi del 1900. Quella religiosità così intensa non si riscontrava nei paesi vicini.
9 Altro indizio può essere considerata la sessuofobia andreolese, nemmeno questa riscontrabile nei paesi vicini, che ha condotto molte donne andreolesi a soffrire di gravi disturbi nervosi, come ho distesamente narrato nei miei libri. I rigidi divieti sessuali, anzi la totale proibizione del sesso salvo la procreazione nel matrimonio, sono di origine pitagorica, non tanto cristiana, come comunemente si pensa. Confluì certamente nel cristianesimo, e si sviluppò soprattutto nel cattolicesimo, ma inizialmente non venne da Cristo, bensì da Pitagora.
10 Sant’Andrea Ionio era abitato ancora prima della Magna Grecia. Le asce di pietra del Neolitico, segnalatemi da Angela Maida ed esposte nel Museo Etnografico Pigorini di Roma, sono indicate come provenienti da Sant’Andrea. A me è giunta notizia di tombe trovate in marina, all’incirca sotto la stazione ferroviaria, esplorate dal marchese Armando Lucifero, archeologo lui stesso e amico del grande archeologo francese François Lenormant, col quale fece diverse indagini sul territorio di Calabria.
Le possibili origini magnogreche di Sant’Andrea ci aiutano a capire in profondità le ragioni della decadenza del Meridione. Difatti, se la mia interpretazione è corretta, si potrebbe dedurre che la decadenza del Sud, non è solo dovuta a fattori politici, ma anche all’abbandono di quella visione alta del destino umano, dalla perdita cioè di quella religiosità.
Queste brevi considerazioni sono un invito a ripensare la nostra origine e a cercare i filoni di pensiero e cultura che noi possediamo come pochi altri posti al mondo. Le indagini archeologiche sono importanti perché portano alla luce gli elementi tangibili che ci permettono di ricostruire la nostra identità, la nostra anima. Un grande plauso e vivo ringraziamento al Gruppo Archeologico Paolo Orsi, che con tanto impegno ricerca le tracce del nostro passato, con l’augurio che possa estendere le sue indagini a tutto il territorio di Sant’Andrea.
Salvatore Mongiardo
domenica 11 settembre 2011
L’ARMISTIZIO DEL 1943
Lo sbarco degli americani in Sicilia aveva cambiato le sorti della guerra. I tedeschi si ritiravano attraversando la Calabria , e ammassavano armi lungo il torrente Callipari, a pochi chilometri da Sant’Andrea, per opporre resistenza agli americani. Il timore di rimanere coinvolti in una battaglia, spinse molti andreolesi a cercare rifugio fuori paese, e la mia famiglia si trasferì a Tralò, nella casetta di campagna di zio Giovanni Ranieri. I giovani andreolesi sotto le armi erano un numero impressionante: più di cinquecento, come risulta dagli archivi comunali, circa il dieci per cento della popolazione. A Tralò c’erano mio padre, zio Giovanni, molte zie e cugini, una ventina di persone, tra le quali mio cugino Angelo Iorfida. Io avevo allora due anni, ma ricordo tutto, come mio padre, che scherzava sulla sua memoria prodigiosa dicendo: Ricordo pure quando si è sposata mia madre!
La scelta di Tralò non era stata felice. La cima, che si vede a occhio nudo dalla Locride fino alla Presila, è un punto trigonometrico riportato su tutte le mappe militari. Gli aerei americani vi giravano attorno per calcolare la rotta e poi andavano a bombardare i ponti di strada e ferrovia. Il rombo di avvicinamento degli aerei era terrorizzante, mio padre ansimava, io chiedevo un asciugamano per coprire le gambe, perché ero convinto che le bombe me le spezzavano, le donne imploravano a gran voce tutti i santi. Come se non bastasse, c’era anche un gran serpente nero, innocuo ma spaventoso, che strisciava nelle vicinanze della casetta: la zia Nunziata aveva appeso filze di aglio per tenerlo lontano. Zio Giovanni aveva un bosco di castagni in montagna, a Farina, e fu deciso di trasferirci lì. Mio padre fece costruire in fretta dai carbonai un gran capanno di frasche ben fitte, con il tetto in terra battuta per resistere alle piogge, e pagò una cifra enorme: diecimila lire!
Era l’inizio di agosto e ci muovemmo verso Farina, dove il numero di persone aumentò con l’aggiunta di altri parenti. Mia madre, anche se incinta al nono mese, portava una sporta sulla testa, io camminavo tenuto per mano dalla zia Mariuzza. Anna mia sorella, che aveva quattro anni, portava una gallina. A Farina, accanto al capanno, c’era una capannina, dove stava il suocero di zio Giovanni, Peppe lo Zasso, anziano e sempre coricato. All’inizio io avevo paura di quel vecchio, coperto di un lenzuolo bianco, che però mi prese a benvolere e mi insegnava le filastrocche:
Na vota era Carota
Chi facìa cozzetta e vota
Sa masurava e non li jìa,
Jestimava a morta chi on venìa.
Oppure:
Ara ruga do Ferraru
Ci stannu tri infantini:
Mara Rosa, Cuncipita e Catarini.
O ancora:
E mo’ chi ti vivisti
Tuttu u vinu da caseddha
Attàccati a sta ciarameddha!
Intanto, il 22 agosto del 1943, mia madre cominciò ad avere le doglie del parto, e mio padre mandò mio cugino Angelo a chiamare in paese il medico Pietro Voci. Per convincerlo a quella trasferta, ci volle l’asino di Gerardo Ramogida, ma il medico si rifiutò di salire sul duro basto, e mandò Angelo dai Padri Liguorini per farsi prestare la sella da donna. I Padri, quando andavano in missione nei paesi sperduti, usavano quella sella perché la sottana gli impediva di cavalcare come i maschi. Le ore passavano, e quando il medico arrivò, trovò una bella bimba che vagiva, Caterina. Il numero era cresciuto, eravamo trentadue, anzi trentatré contando anche Bianchina, la capra maltese. Al medico Voci piacque quel posto e vi rimase diversi giorni, attirato dalle soppressate e dal vino buono, facendo però preoccupare mio padre per la bocca in più da sfamare. Il medico ricambiò l’ospitalità con una astuzia. Sull’atto di nascita fece scrivere: Nata in località Farina, dove i genitori si trovavano a villeggiare. Il medico spiegò che era un accorgimento utile se la bimba, da grande, avesse dovuto sposare un forestiero: non era necessario dovergli dire che era nata sotto gli alberi! Non andò così, e Caterina sposò il medico andreolese Andrea Armogida.
Una notte una voce di uomo echeggiò ripetutamente nella vallata: Mastru Vicenzinu! Qualcuno chiamava mio padre, le zie raccomandarono di stare zitti e spensero la lanterna a olio. Poteva essere un traditore che voleva scovare i fuggiaschi per segnalarli ai tedeschi!
Mio padre si fece coraggio e gridò: Chi sei?
L’uomo rispose: Sono il figlio di Mannagajjha! – soprannome di una famiglia andreolese.
Mio padre: Cosa vuoi?
L’uomo: La guerra è finita, l’abbiamo sentito alla radio!
Mio padre: Abbiamo vinto?
L’eco faceva: o-o…
L’uomo: No, armistizio incondizionato!
L’eco: o-o…
Mio padre: E vaffanculo!
L’eco: o-o…
Guerra e pace, vincere e perdere, erano cose degli uomini che l’eco non capiva. Per l’eco, quella notte dell’8 settembre del 1943, tutto finiva con un o-o.
Salvatore Mongiardo
martedì 2 agosto 2011
LA QUERCIA DI MATASSI
Matassi è chiamata la montagna di Sant’Andrea che scende verso Isca e si scorge chiaramente dalla marina. Il nome Matassi viene dal greco Metà-Assi, al di là dell’Assi, il fiume che sbocca a Monasterace.
I fatti che sto per raccontare avvenivano nell’anno del Signore 1833. Il barone Pier Nicola Scoppa, nonno della baronessa Enrichetta, aveva finito di abbellire la grangia certosina di Sant’Andrea, da lui acquistata in seguito alla confisca dei beni ecclesiastici, operata nel 1806 dal regime napoleonico nel Regno di Napoli. Era l’ultimo rilevante acquisto degli Scoppa, che già prima si erano ingranditi enormemente sul litorale ionico. Infatti, con astuzia avevano acquisito in trentatré comuni i possedimenti che il re Ferdinando di Borbone aveva confiscato alla Chiesa, per finanziare la ricostruzione della Calabria dopo il grande terremoto del 1783.
Il barone Pier Nicola trasformò la grangia in lussuoso palazzo baronale, con colonnato, divani in oro zecchino, quadri e un’argenteria così favolosa che il liguorino Padre Cesarano più volte la menziona nelle lettere ai suoi superiori.
Ma se il barone Pier Nicola pensava di averla fatta franca, si sbagliava. Lui era dottore in utroque jure, aveva acquistato i possedimenti con atti pubblici ineccepibili, ma sempre roba della Chiesa era! E impossessarsi di beni della Chiesa portava male. Il barone Pier Nicola forse sorrideva per quelle credenze superstiziose. Nella famiglia aveva due vescovi, quello di Roccella e quello di Ostuni. Ma non gli bastò a proteggerlo.
La prima disgrazia si abbatté su Pier Nicola nel 1822, quando suo fratello Francesco Antonio Scoppa gli mise incinta la figlia Diana, proprio nel palazzo di Sant’Andrea! Ne nacque una vicenda straziante che vide coinvolti baroni e baronesse, Papa e Re di Napoli, notai e tribunali. Una storia complessa e dolorosa che non può essere narrata ora.
La seconda batosta arrivò appunto nel 1833, quando banditi armati assalirono il palazzo di Pier Nicola, il quale si salvò dal sequestro di persona nascondendosi dietro una porta. E lì stette trattenendo il respiro, mentre i banditi razziavano quello che potevano. Pier Nicola fece un voto alla Madonna perché lo salvasse dalle mani dei banditi. La Madonna lo esaudì e lui fece cesellare in argento la porticina del tabernacolo nella chiesa del Protettore Sant’Andrea. Lui vi è rappresentato dietro una porta con l’abito a due code, il tàit, mentre i banditi con schioppo e baionetta lo cercano e dall’alto la Vergine stende la mano a fermare i banditi (vedi foto in fondo a pagina 3).
Chi erano quei banditi? Erano disperati coraggiosi, che rischiavano la vita pur di non sottostare alle feroci regole feudali che asservivano le popolazioni alla nobiltà. Ma quella volta avevano osato troppo, e la reazione non si fece attendere. Le truppe borboniche mossero dai vari distaccamenti e chiusero i banditi nella montagna di Matassi, dove alcuni furono catturati. Prima però di cadere nelle mani dei soldati, i banditi fecero in tempo a nascondere il bottino nel cavo di una quercia così maestosa che si scorgeva addirittura dalla chiesa di Campo.
I banditi furono condannati alla galera a vita e spediti in un carcere lontano. L’ultimo dei sopravvissuti, sapendo che mai sarebbe uscito per impadronirsi del bottino, confidò il fatto a un altro galeotto, non condannato a vita, con il quale aveva fatto amicizia, gli narrò i fatti e gli descrisse la quercia e la particolarità che si vedeva da Campo.
Quando quel galeotto fu rimesso in libertà, si recò a Sant’Andrea e cercò la chiesa di Campo. Era forestiero, nessuno l’aveva mai visto prima, e parlava con un accento sconosciuto. Diceva che doveva sciogliere un voto alla Madonna Assunta, ma destava sospetto che un forestiero conoscesse quella chiesa di campagna. Finse di pregare, o forse pregò ardentemente la Madonna di fargli trovare il bottino per campare. Ma la Madonna Assunta , alla quale gli Scoppa tenevano accesa la lampada a olio perpetua, non ascoltò la supplica del poveraccio. L’Assunta aveva culto antichissimo nella Marina di Sant’Andrea, nella chiesa rurale di Campo di proprietà degli Scoppa.
Il galeotto guardava da Campo verso la montagna, ma la quercia dove era? Era tutta una selva, e poi erano passati tanti anni… Si decise allora di chiedere informazioni a un pastore che pascolava le pecore nel greto del fiume Saluro, a pochi passi dalla Chiesa. Il pastore conosceva benissimo la quercia, ma si chiese perché mai un forestiero la cercasse. E gli rispose in modo convincente:
-Voi cercate quella quercia grande che si vede dalla marina? Non è a Matassi, ma ad Assi, verso Monasterace. Andate, tutti la conoscono e sapranno indicarvela!
Il forestiero partì, il pastore chiamò i fratelli e andarono alla quercia di Matassi. Smossero il terriccio, trovarono il tesoro e con quello costruirono in paese delle case.
Ora la quercia di Matassi non c’è più, il palazzo Scoppa è abitato da tre suore indiane che si prendono cura di pochi bambini, la Madonna Assunta è stata sloggiata dalla chiesa di Campo da un’indagine archeologica che l’ha resa inagibile e ha stabilito che inizialmente era una fattoria magnogreca del terzo secolo avanti Cristo. In seguito diventò chiesa cristiana vicina a un accampamento romano. Campo sta per accampamento militare, probabilmente una postazione lungo la via che andava da Taranto a Reggio. Quella prima chiesa fu dedicata al legionario San Martino, finché con la conquista bizantina non fu dedicata alla Dormizione della Madonna, dai cattolici poi intesa come Assunta in cielo…
Gli episodi dei banditi e della quercia, da me inseriti in una cornice storica più ampia, mi furono narrati da mio nonno materno Bruno, l’uomo più buono e onesto della terra, che mi indicava anche le case costruite in paese con il ricavato del bottino.
Vi auguro Buon Ferragosto 2011, festa della Madonna Assunta, ancora onorata davanti alla chiesa di Campo.
Salvatore Mongiardo
Porta del tabernacolo nella chiesa del Protettore Sant’Andrea Apostolo
in Sant’Andrea Ionio, Catanzaro, Italia.
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