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lunedì 30 dicembre 2013
mercoledì 18 dicembre 2013
PREGHIERA A GESU' BAMBINO
Preghiera
a Gesù Bambino
Natale
2013
Caro
Gesù Bambino,
Quando sei nato a
Betlemme, tra un bue e un asinello, la notte diventò chiara come il giorno e gli
angeli annunziarono la salvezza ai pastori. Orribile era la vita dei pastori,
considerati gli ultimi della società, costretti a vivere lontano dall'abitato allevando
le pecore.
Da adulto, hai predicato alle
folle che Tu sei il Buon Pastore, quello
che vive con le sue pecore, e perciò non le uccide, non le vende, non le
mangia. E un giorno con la frusta scacciasti dal Tempio di Gerusalemme i
venditori di animali, liberando le pecore e i buoi destinati al sacrificio.
Con l’insegnamento e le opere
Tu volevi vincere la violenza, che nasce dall' uccisione degli animali. Difatti,
se si uccide l’animale, si ucciderà l’uomo; se
non si uccide l’animale, mai si ucciderà l’uomo.
Da allora il mondo non è cambiato
e l’umanità, come una zattera alla deriva, continua a navigare sul mare di
sangue versato da tutte le vittime. Anche ora, mentre noi ti preghiamo, milioni
di nostri fratelli animali scalpitano, muggiscono, grugniscono per il terrore
davanti al carnefice.
O divino Pargoletto, noi siamo
una umanità ipocrita e feroce: facciamo finta di non vedere e non sapere, e
invece, mangiando le creature, partecipiamo alla strage degli innocenti.
Con tutto il cuore ti
preghiamo perché Tu illumini le coscienze e finisca la strage quotidiana di animali: Tu hai invocato per tutti il pane quotidiano.
Fa’ che la grotta di Betlemme
si allarghi fino ai confini del mondo e diventi la casa comune di tutti i
viventi: Dio, uomini e animali. Venga presto
il tuo Regno!
Così sia, così sarà.
Salvatore
Mongiardo
domenica 8 dicembre 2013
STILE DI VITA PITAGORICO
Salvatore Mongiardo
STILE DI VITA PITAGORICO
Lectio magistralis per l’Accademia Medica Pitagorica
Crotone, Lido degli Scogli, 7 dicembre 2013
Signori Medici, Amiche e Amici,
Saluto
voi tutti, in particolare il Presidente dr Enrico Ciliberto e i Consiglieri
dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Crotone
che mi hanno voluto come esperto della neonata Accademia Medica Pitagorica. Un
saluto particolarissimo al dr Mimmo Monizzi, che tanto sta facendo per
riaccendere la fiamma del pitagorismo nella terra dove esso è nato.
Quest’Accademia
nasce sotto buoni auspici. Difatti, dopo la cacciata di Pitagora e dei
Pitagorici da Crotone, avvenuta intorno al 500 avanti Cristo, la Scuola
Pitagorica rimase chiusa per quasi cinquanta anni e alla fine fu riaperta per
il deciso intervento di Pericle da Atene. A guidarne la riapertura, furono i
medici pitagorici sopravvissuti, i vostri predecessori, Signori Medici di
Crotone.
Io
proverò a tratteggiare il modo di vivere dei Pitagorici non solo nelle sue
forme esteriori, ma anche nelle motivazioni intime del loro comportamento,
cercando di attualizzare ai nostri giorni il modello o stile pitagorico.
In questo esercizio mi atterrò alle fonti storiche classiche, da me però
liberamente reinterpretate.
Immaginiamo
di trovarci su questo stesso lido venticinque secoli fa, quando Pitagora si
alzava molto prima dell’alba per scrutare la volta stellata del cielo come gli
avevano insegnato a fare i Magi a Babilonia. Il filosofo sentiva venire dalle
costellazioni una musica celestiale che egli percepiva con gli occhi, come un
grande musicista che sente la musica solamente guardando lo spartito. Intanto
gli allievi raggiungevano Pitagora per attendere il sorgere del sole sul mare.
Al suo apparire lo riverivano quale simbolo del dio Apollo e poi si immergevano
nell’acqua. Dopo l’immersione in mare, iniziavano le danze al suono della cetra
e cantando dei peana, alcuni composti da Pitagora stesso.
Seguiva
l’insegnamento che Pitagora impartiva sotto la tenda bianca, dentro la quale
erano ammessi solo i matematici, gli studiosi, che potevano rivolgere
domande al Maestro, mentre gli acusmatici, gli uditori, rimanevano
all’esterno e potevano solo ascoltare. Andavano poi a passeggiare nei giardini
solitari evitando le folle e il parlare a vuoto. Un acusma, una delle
loro massime, diceva: Non abitare sotto lo stesso tetto con le rondini,
evitare cioè le chiacchiere. Chi di loro passava per Crotone, girava al largo
da cacciatori e macellai che ritenevano dei malfattori perché, uccidendo gli
animali, innescavano il fuoco della violenza.
Se
passavano davanti a un tempio, non entravano a visitarlo casualmente, ma
entravano a onorare gli dei solo se avevano deciso di farlo in partenza.
Evitavano incontri fortuiti per tornare alla scuola e dedicarsi agli esercizi
ginnici gareggiando tra di loro solo per gioco, senza che uno potesse vincere e
l’altro perdere. La loro dieta era rigorosamente vegetariana con esclusione di
carne e pesce: gli animali erano fratelli minori che l’uomo doveva proteggere e
difendere al punto che escludevano dal loro vestiario anche la lana perché era
il vestito dell’animale al quale non si poteva togliere. Il loro vestire era il
lino, che ad ogni lavaggio diventava più bianco, simbolo della purezza e della
luce. A fine giornata cenavano assieme e dopo la cena celebravano il sissizio,
un uso che Pitagora aveva trovato in Italia dove era stato introdotto da re
Italo come base di giustizia sociale distributiva: Dello stesso pane un
pezzo a tutti, dello stesso vino un sorso a tutti. Andavano poi a dormire e
prima di chiudere gli occhi dovevano esaminare lungamente tutti gli atti della
giornata e chiedersi: In che cosa ho sbagliato? Dopo questo minuzioso
esame prendevano sonno e, se avevano dei sogni, al mattino li raccontavano come
episodi di vita reale: così insegnava il Maestro che aveva appreso l’arte
dell’interpretazione dei sogni presso gli Ebrei. Diceva un acusma: Scompigliare le coperte quando ci si alza
dal letto, un invito a dimenticare sogni erotici e sesso. Difatti, il sesso
per Pitagora era un osservato speciale in quanto ritenuto gran
divoratore di energie le quali dovevano essere indirizzate ad altri scopi. Il
sesso era un concorrente pericoloso, addirittura assassino: Non
ascoltare il canto omicida delle sirene! Del sesso era meglio non sapere
nulla fino ai venti anni e poi limitarlo dentro la vita matrimoniale. Molta
importanza davano i Pitagorici alla forza di volontà che veniva messa alla
prova ogni giorno su tre fronti: Domina il ventre, la lussuria e il sonno.
Una prova originale di forza di volontà consisteva nel preparare un banchetto
e, quando tutto era pronto, andare via senza mangiar nulla.
Solo
di sfuggita ricordo che anche i numeri, dei quali Pitagora fu il grande
razionalizzatore, avevano per loro un significato, un rimando, un senso
appunto: così il numero otto era simbolo della giustizia perchè diviso a
metà dava quattro, che diviso a metà dava due, che diviso a metà dava uno:
l’otto generava cioè sempre due parti uguali intere. Al contrario, il
diciassette era mal visto e chiamato ostacolo, perché si frapponeva tra
il sedici e il diciotto, che potevano invece formarsi facilmente per somma o
moltiplicazione. E’ questa l’origine della diffidenza verso il 17, diffusa
ancora oggi nel Sud Italia.
I
Pitagorici non facevano nulla a caso. A ogni azione davano un senso, cercavano
cioè incessantemente di destare e dilatare la coscienza per vincere le ombre
dell’esistenza. Aspiravano cioè a una visione ordinata della realtà e ritenevano
vita vera solo quella intrisa di significato, rifiutando di conseguenza una
visione disgregata, individualistica, egoistica, particolare e frantumata.
Insomma,
nel Pitagorismo c’era una forte tendenza ad analizzare ed eseguire ogni atto
come vestire, mangiare, studiare, cercando sempre un perché, una ragione, una
logica, mai seguendo un istinto o un impulso. Questa forte sovrastruttura
costrittiva fu riconosciuta ma rifiutata da un grande coetaneo e quasi
conterraneo, il filosofo Eraclito di Efeso, che non amò Pitagora anche se ne
capì lo sforzo e la grandezza, e perciò lo definì uomo di molto ingegno e di
molto inganno. L’immenso Eraclito ricercò invece la ragione di tutte le
cose, il logos, vivendo solo e imprecando contro il mondo intero.
Il
modello di Pitagora fu imitato molte volte nella storia e generò forme di vita
comunitaria: così quelle degli Esseni e dei Terapeuti tra gli Ebrei; quella dei
Sufi nel mondo islamico, ancora esistenti anche se tollerati o perseguitati:
sono quelli che danzano ruotando con la veste bianca al sorgere del sole;
quella del monachesimo orientale dei Padri del deserto e quello occidentale di
Cassiodoro, San Benedetto, San Bernardo e San Bruno nel mondo cristiano;
inoltre, un numero grandissimo di associazioni culturali e filosofiche che si
ispirano a Pitagora in ogni parte del mondo.
E’
giusto quindi chiederci perché il modello pitagorico viene rivisitato,
rivissuto, reinterpretato nelle varie fasi storiche fino ad arrivare a noi. La
risposta non può venire solo dalla veste di lino bianco che indossavano né
dalla numerologia nella quale eccellevano né dai rigidi precetti sulla
sessualità. La risposta va cercata piuttosto nei principi ispiratori dello
stile di vita pitagorico, il quale in sintesi proponeva l’esaudimento dei
bisogni irrinunciabili di ogni uomo. Questi principi pitagorici, per
i quali Pitagora fu ritenuto il fondatore della Magna Grecia, sono da me
sintetizzati in numero di sette.
1. Uguaglianza e libertà
Tutti
gli uomini e tutte le donne sono liberi e hanno pari dignità. In quell’epoca,
accogliere le donne come allieve e dare la libertà agli schiavi, come anche
liberare dai tiranni molte città italiche, fu la grande innovazione del
pitagorismo.
2. Comunità di vita e di beni
I
Pitagorici vivevano in comune consegnando i loro averi agli economi che
provvedevano a tutti i bisogni materiali. Era abolito tra di loro il danaro o
il possesso esclusivo di cose. La comunità si stringeva attorno a chi era
ammalato o moriva: questo sistema vinceva non solo la solitudine in vita e in
morte, ma eliminava anche la paura o l’ansia di non farcela economicamente con
i propri mezzi. Vita in comune non voleva dire vivere in maniera sciatta o
approssimativa: i Pitagorici vivevano sì sobriamente, ma in maniera efficiente,
elegante, raffinata.
3. Giustizia
Comunemente
si dice che la giustizia era il fondamento della vita pitagorica, ma è
una affermazione che va spiegata. Nei testi antichi i termini sono due: il
primo è dikaiosyne (sostantivo femminile singolare), cioè la
rettitudine, il sentimento e la pratica della giustizia. Tale termine andrebbe
più correttamente tradotto con giustezza, la virtù che porta la persona
verso il retto comportamento. L’altro, invece, è dìkaia (aggettivo
neutro plurale), ch’è anch’esso tradotto con giustizia, ma che indica diritti e
doveri, insomma quanto oggi si tende a chiamare legalità. Con l’uso
differente dei due termini, il pitagorismo mette in chiaro che senza
giustezza non ci può essere legalità: per esempio, se la legge non
rispetta la giustizia sociale nella distribuzione dei beni, il debole rimane
oppresso proprio dalla legalità.
4. Vegetarismo
Pitagora
fu il campione del vegetarismo non solo per la pratica sistematica del rifiuto
di carne e pesci, ma soprattutto per il significato che egli dava a tale
pratica: Se non osi uccidere l’animale, mai ucciderai un uomo. Oggi la
proibizione di mangiar carne è in vigore in alcuni ordini religiosi come quelli
dei certosini e dei monaci del Monte Athos, che però consumano il pesce. L’unico
ordine religioso che esclude ancora oggi carne e pesce, è quello dei paolani,
fondato in Calabria da San Francesco di Paola, per tradizione forse discendente
dal pitagorismo. I vegetariani e vegani nel mondo sono oggi stimati in oltre
mezzo miliardo, e nella sola Italia sono ormai sei milioni in continua
crescita. Il pitagorico Empedocle scriveva che il mangiar animali non solo
portava l’uomo alla violenza, ma provocava anche disordine nella sfera
sessuale.
5. Non competitività
E’
indubbiamente la dottrina più originale di tutto il pitagorismo, perché vede la
competizione e la vittoria come… male! Per loro gareggiare si poteva, ma solo
come puro divertimento, senza vincitore né vinto: era loro proibito anche solo
assistere ai giochi olimpici. Difatti, essi affermavano che la vittoria sporca
il vincitore perché lo separa dal vinto e lo fa diventare oggetto
d’invidia. Vincere, avere successo, cercare la propria affermazione, accumulare
danaro e coltivare le proprie ambizioni erano cose indegne di una persona
perbene, che invece doveva sempre cercare l’armonia. Era esclusa anche la
competizione tra più partiti politici che paralizzavano la polis: unico doveva
essere il regime e l’opposizione ad esso era considerata secessione da combattere col ferro e col fuoco.
6. Amicizia
Per
Pitagora l’amicizia era il valore fondante della vita e comprendeva tutti i
viventi, da Dio all’animale. La filìa, che significa amicizia, amore,
benevolenza, tenerezza, abbracciava cittadini e stranieri, marito e moglie,
fratelli, congiunti e animali:
Amicizia
degli dei verso gli uomini, degli uomini l’uno per l’altro, fra i cittadini,
stranieri, dell’uomo per la moglie, i figli, i fratelli, i parenti; amicizia,
insomma, di tutti per tutti, persino verso certi animali, grazie a un
sentimento di giustizia e di naturale unione e solidarietà, amicizia del corpo
mortale con se stesso, pacificazione e conciliazione delle contrastanti forze
latenti in esso… (Giamblico, Vita
Pitagorica, 229)… L’amicizia è uguaglianza (Giamblico, 162)… Ma,
ancora più degno di ammirazione, è quanto [i Pitagorici] affermavano circa la
comunione dei beni divini… Sovente si rivolgevano l’un l’altro
l’esortazione a non distruggere l’elemento divino che è in noi stessi. Così,
tutta la sollecitudine per l’amicizia che essi avevano nell’agire e nel parlare
mirava in un certo senso a fondersi e a divenire tutt’uno con la divinità, a
entrare in comunione con la mente e con l’anima divina (Giamblico 240)… Diventare
amici dei propri nemici: (Giamblico 40).
7. Religiosità
Fortissimo
era il sentimento e la pratica religiosa presso Pitagora e i suoi, che però
onoravano gli dei del proprio paese di origine: Pitagora non cercava la conversione,
concetto a lui ignoto, e le onoranze giornaliere agli dei erano fatte senza
sacerdoti. Se vogliamo in breve capire l’intima essenza dello stile di
vita pitagorico, possiamo leggerlo in Giamblico (86, 137):
Tutti
i loro [pitagorici] precetti relativi al fare o non fare una determinata cosa
mirano al divino. E questo è il principio ordinatore dell’intero loro modo di
vivere, nonché il senso della filosofia dei Pitagorici: porsi al seguito della
divinità.
Seguendo
questi principi per cambiare il mondo, Pitagora rischiò la vita, fu cacciato da
Crotone, respinto anche da Kaulon che lui aveva beneficato ammansendo l’orsa
bianca assassina, e morì esule a Metaponto.
L’avventura
continua con Platone
Dopo
la condanna a morte di Socrate avvenuta nel 399 avanti Cristo, Platone venne
alla rinata Scuola Pitagorica di Crotone e vi rimase sette anni, conoscendo e
frequentando tra gli altri i grandi Pitagorici Archita e Filolao. Al termine
dei suoi studi, Platone arrivò alla conclusione che, per quanto alte ed
ispirate fossero le dottrine di Pitagora e di Socrate, era impossibile cambiare
il mondo perché dominato dal potere politico. Allora, nella speranza di
cambiare la politica, che lui definiva come corruzione, Platone
accettò l’invito del tiranno di Siracusa Dionisio, e si recò in quella città
come suo consigliere per impostare un governo ideale. Ne risultò un grave
dissidio con Dionisio il Vecchio e poi col Giovane, e Platone rischiò due volte
la vita al punto che Taranto prima e Atene poi dovettero mandare due navi per
salvarlo facendolo fuggire in modo rocambolesco. Queste avventure sono narrate
da Platone stesso nella sua famosa Settima Lettera scritta in tarda età.
Platone concluse che, per cambiare il mondo, era necessario che:
O i re diventassero filosofi o i filosofi diventassero
re.
Auspicava
cioè un governo retto da persone libere da bramosie; il che era possibile solo
se la filosofia riusciva a vincere le tre brame che dominavano l’animo del re o
tiranno, brame che Platone elencava in quest’ordine: sesso, soldi, potere.
L’insegnamento
del più grande pitagorico: Cristo
Anche
se non venne di persona alla Scuola Pitagorica di Crotone, tuttavia ne assorbì
gli insegnamenti e i principi attraverso la Comunità degli Esseni, una
minoranza ebraica, della quale Cristo in qualche misura faceva parte. Gli
Esseni si opponevano al sacrificio di sangue del Tempio di Gerusalemme,
celebravano il sissizio ogni sera con pane e vino, erano rigorosamente
vegetariani, proibivano la proprietà privata e il danaro. E’ quanto scrivo nel
mio libro Cristo ritorna da Crotone, che documenta come le radici
culturali dell’insegnamento di Cristo affondano nell’antica Italia e nel
pitagorismo. Il libro rende giustizia al modello cristiano, che non è il frutto
di un profeta ebraico visionario, ma è basato sul rigore dei numeri e della
filosofia pitagorica. Il modello che possiamo chiamare cristiano-pitagorico,
basato sui sette principi già visti, regge matematicamente perché abbatte la
dispersione delle energie creata dalla competitività, dalla violenza, dall’accumulo
di danaro e dal sesso.
Musica
delle stelle e Regno dei cieli
Pitagora
ammirava le stelle e coniò la parola kosmos, che significa ordine, per
indicare il firmamento. Egli s’ispirò all’ordine mirabile della volta celeste e
cercò di portarlo sulla terra tra i viventi. Anche Cristo parlò del Regno dei
cieli o Regno di Dio, e disse chiaramente: il Regno di Dio è dentro di
voi (Luca 17, 21), intendendo che la pace e l’ordine dovevano prima
entrare nella coscienza individuale per poter poi diventare universali.
Comunque, la sintesi dell’insegnamento di Cristo è sempre l’amicizia e l’amore
reciproco:
Amerai
il prossimo tuo come te stesso (Matteo
22, 39)… Amate i vostri nemici (Matteo 26, 50). Voi siete miei amici…;
vi ho chiamato amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l’ho
fatto conoscere a voi (Giovanni 15, 14).
Pitagora
si mette al seguito della divinità per evolversi nel divino, mentre Cristo
prende umana carne per innalzare l’uomo verso il divino: due percorsi analoghi che
hanno come ultimo scopo quello di fondere insieme l’umana coscienza con la
divina.
Una
notte d’estate guardando le stelle…
La
sera del 18 agosto 2013 abbiamo celebrato il Sissizio col Bue di Pane
Pitagorico nella pineta di Sant’Andrea Ionio. Un appuntamento che si ripete
dal 1995 per festeggiare in amicizia e con cibi vegetariani l’arrivo della Civiltà
Sissiziale e la fine della violenza. A quella serata partecipava anche
Filippo Frontera, Professore Ordinario di Fisica Generale presso la Facoltà d’Ingegneria
dell'Università di Ferrara, responsabile del gruppo italiano di Astrofisica
delle Alte Energie e dell’esperimento col satellite BeppoSAX per lo studio dei
lampi di Raggi Gamma nell’universo.
Si
era fatta notte e le stelle brillavano nel cielo; così chiesi al Professore di
dirci qualcosa sull’armonia delle stelle di cui Pitagora parlava. Il Professore
spiegò che l’ordine dell’universo dipendeva unicamente da una sola legge, la forza
di gravità, che attrae e ordina ogni corpo esistente.
Cominciai
a pensare: se ci fosse una legge, una forza capace di portare ordine nell’umanità?
E quale potrebbe essere? Poi un giorno capii che quella forza era la stessa che
Pitagora, Cristo, i grandi profeti e fondatori di religioni hanno sempre
predicato: la forza dell’amicizia che attira ogni vivente verso l’altro.
Un modello per il nuovo ordine mondiale
Da
questo mare di Crotone, dove tanta storia è passata, io vedo chiaramente uno tsunami di amicizia invadere il mondo.
Il modello pitagorico, portato alla massima espressione da Cristo, sarà il
modello del futuro, perché quello attuale è matematicamente fallito. Tutti lo
sappiamo, anche se tutti abbiamo paura di ammetterlo. Io propongo perciò il
modello pitagorico-cristiano per un nuovo ordine mondiale che chiamerò:
FILOCRAZIA,
il
governo
dell’amicizia.
Il modello
filocratico, basato sui princìpi da me elencati, supererà tutte le forme di
politica attuali e libererà anche le religioni dalle incrostazioni culturali
dovute a differenti tempi e luoghi: se la partenza fu diversa, uguale sarà il
traguardo per tutta l’umanità.
Per
me è stato un autentico privilegio intravedere questo orizzonte di luce serena
e annunciarlo da Crotone. La vera protagonista è però la Calabria che fu Magna
Grecia, ma dovette poi affrontare la decadenza sotto il dominio romano e più
tardi fu schiacciata per mille anni dal feudalesimo normanno fino ai nostri
giorni. La Calabria è la prova del nove della correttezza di quanto affermava
Platone:
Togli a un popolo libertà e uguaglianza
e prevarranno criminalità e degrado.
Il
monito che la Calabria dà ai popoli è:
Se
vi allontanate dai principi pitagorico-cristiani, finirete come me, se non peggio.
Ma noi
non disperiamo perché, attingendo alle enormi energie di mente e di cuore che
la storia ci ha affidato, proponiamo da Crotone il modello filocratico per
una Calabria Redenta e una Umanità Redenta.
Mi
associo perciò alla profezia del grande monaco del Monte Athos, Padre Paisios,
che esortava il monaco Padre Kosmàs a venire in Calabria, dove egli poi
riedificò il monastero di San Giovanni Teresti a Bivongi:
Dalla
Calabria/ verrà la luce. Apo’ tin
Kalabrìa/ to fos.
Salvatore Mongiardo
domenica 6 ottobre 2013
La martora e il cristarello
La
martora e il cristarello
…….
Dedico queste righe a
Modestina Valenti, che il 19 ottobre 2013 compie 100 anni. Auguri!
……..
La martora è il grazioso
mustelide che vive nei boschi, ma cosa è il cristarello? E’ l’aquila cristeide, una piccola aquila che
nidifica ancora oggi nelle balze inaccessibili attorno a Sant’Andrea, da non
confondere con il falco, rapace più piccolo.
Nei tempi che furono, una
martora vide un giorno un cristarello volare in alto mentre lei rimaneva sempre
a terra, e quando il cristarello si posò vicino, gli disse:
-Beato te, che vai per
il cielo e apri le ali al vento! Chissà quante belle feste lassù! Io sto sempre
sulla terra …
Dopo alcune volte che
il cristarello sentì la martora ripetere questa lamentela, decise di farle uno
scherzo e le disse:
-Vieni in cielo con me,
e vedrai.
Afferrò la martora con
gli artigli e la portò molto in alto. Poi aprì gli artigli e la lasciò
precipitare giù. La martora capì che le cose si mettevano male e mentre cadeva disse:
-Se mi salvo, del cielo
non voglio saperne più nulla!
Enrico Armogida spiega
l’origine antica della favola: difatti contiene una parola che si ritrova in
Cicerone e Simmaco!
Salvatore
Mongiardo
Ecco il testo andreolese
del racconto ricomposto da Enrico Armogida:
I
cunti ’e l’antìchi: ’A màrtura er’u cristarìaḍḍu.
E’
di ogni tempo la scontentezza della vita umana, ma – come han detto gli
antichi? - “cu dassa ’a strada vècchja per’a nova…” – Lo sancisce mirabilmente
la favola su La martora e l’aquila,
ricreata nel nostro saporito e icastico linguaggio dialettale da quella
fornitami da Salvatore Mongiardo, ma
a lui ricordata da Marcello Parise, il quale molto tempo prima l’aveva ascoltata
da Ciccio Samà Mandalìaḍḍu…
’A jornàta era bella, e ar’a muntàgna,
p’o vijùalu mperticàtu chi ’e Farìna mina versu Zimbìaḍḍi, nu cristarìaḍḍu,
cull’ali ampràti, lìantu lìantu, giràva nt’o cìalu luminòsu ed ogni tantu,
cùamu nu lampu, nterra nchjumbàva e cull’ùnghji ’e rapìnu na lucèrta
abbrancàva.
Na vota, però, u cristarìaḍḍu ’ammìanzu
i piànti seculàri abbistàu na màrtura, chi cull’ùacchji sgargiàti ’u guardàva
ammiràtu e, ogni bbota ch’iḍḍu, - nt’a vaḍḍàta umbràta ’e l’acqua d’a Cerasàra
-, si mbicinàva, sconzulàta li ripetìa: “Mbiàtu
tìa, chi pùa spaziàra nt’o cìalu bellu e scumpinàtu. Io, mbeci, su’ distinàta u
vivu nte ‘sta terra pìcciula,… e sempa amarijàta”.
U cristarìaḍḍu, allòra, pemm’u fàcia u
si ricrìda, penzàu u li cumbìna nu bruttu tiru e ‘a ngulijàu cu sti palùari
adùci cùamu u mela: “Sàgghja, bella, cu
mmìa, c’o vidi tuttu, ’stu mundu,
cull’ùacchji tùa…”.
‘A martura, ch’era scuntènta assài d’a
vita chi ffacìa ed era curiùsa ’e novità, accettàu; perciò, u cristarìaḍḍu
cull’ùnghji l’afferràu d’o cùaḍḍu e s’a portàu in artu, sempa cchjù in artu, e
’a sballottàu ’e na parta a n’atta; a nnu cìartu puntu, pùa,’a libaràu de’ peda
sua ed iḍḍa precipitàu a rrota lìbara. ’A màrtura, tutta tremanti e spaventàta,
capiscìu u rìschju chi currìa e a spisi sua mparàu ‘a lezziùani e, tramènti
cadìa, tra iḍḍa ed iḍḍa dicìa: “Si mmi
fìariu, de’ cùasi d’o cialu ’on nda vùagghiu cchiù sapìra”, cioè, “sei riuscirò a liberarmi da
questa incresciosa situazione, mai più m’impiccerò del mondo celeste”.
Il termine feriarsi
(vb. rfs. = esser libero da impegni;
liberarsi da una situazione), che si ritrova in questa favoletta, è certamente
arcaico e di derivazione latina; quindi, è molto antico ma è ormai scomparso
dal linguaggio paesano corrente e, perciò, il suo recupero è veramente prezioso.
Teste Ciccio Samà Mandalìaḍḍu; fonti Marcello Parise e Salvatore Mongiardo (3-10-2013).
Etim.: < lat. fèrĭor, -āris, feriātus sum, feriāri = essere in festa, cioè inattivo e, quindi, libero da certi impegni opp. indenne
da certe situazioni (in questo senso, v. Cic. e Symm.)
6 ottobre 2013
martedì 13 agosto 2013
SISSIZIO DELL'AMICIZIA 2013
SISSIZIO
DELL’AMICIZIA
18
AGOSTO 2013 ORE 19 – LOCALITA’ GIAMBARELLO 13
2
km verso la pineta, passato il centro storico di Sant’Andrea Ionio -CZ-
Carissime Amiche ed Amici,
quest’anno ci riuniamo
nel nome dell’AMICIZIA, la forza potente e dolce capace di cambiare la vita.
L’amicizia fu il più alto valore che Pitagora trovò nella nostra terra. Nella Vita Pitagorica Giamblico lo espresse in
questo modo sublime:
Per Pitagora l’amicizia era il valore fondante che
comprendeva tutti i viventi, da Dio all’animale. Difatti, abbracciava
cittadini, stranieri, marito e moglie, fratelli, congiunti e animali:…amicizia degli dei verso gli uomini, degli
uomini l’uno per l’altro, fra i cittadini, stranieri, dell’uomo per la moglie,
i figli, i fratelli, i parenti, amicizia insomma di tutti per tutti, persino
verso certi animali, grazie a un sentimento di giustizia e di naturale unione e
solidarietà, amicizia del corpo mortale con se stesso, pacificazione e
conciliazione delle contrastanti forze latenti in esso. L’amicizia è uguaglianza… Ma ancora più degno di ammirazione è quanto i
Pitagorici affermavano circa la comunione dei beni divini… Sovente si
rivolgevano l’un l’altro l’esortazione a non distruggere l’elemento divino che
è in noi stessi. Così, tutta la sollecitudine per l’amicizia che essi avevano
nell’agire e nel parlare mirava in un certo senso a fondersi e a divenire
tutt’uno con la divinità, a entrare in comunione con la mente e con l’anima
divina. Diventare amici dei
propri nemici: così raccomandava Pitagora.
Ugualmente Gesù
predicava l’amicizia come massimo comandamento: amate i vostri nemici.
Voi siete miei amici…; vi ho chiamato amici, perché tutto quello
che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Tramite l’amicizia
Gesù unisce se stesso e i discepoli al Padre in un vincolo di partecipazione
alla natura divina.
L’amicizia, così
fortemente predicata prima da Pitagora e poi da Gesù, deriva dall’amicizia che
re Italo aveva posto a fondamento dell’Italia: l’amicizia, non la politica.
L’amicizia sarà
la sola regola della Civiltà Sissiziale, nella quale le guerre, la solitudine,
l’angoscia e la fatica del vivere saranno un brutto ricordo del passato, di questo
mondo fatto di egoismi, furberie, ruberie, violenze, uccisioni, prepotenze e
miseria.
Il Bue di Pane
ci aspetta per ricordarci il traguardo verso in quale ci sprona Cristo che
ritorna da Crotone: sia solo amicizia
tra tutti i viventi. Cristo, che ha mondato il lebbroso, ci aiuterà a mondare
la terra dalla lebbra della politica.
Leviamo il
saluto della nuova Civiltà Sissiziale: EVOE’! Venga il bene!
Portate cibo da condividere,
non carne né pesce: nel Sissizio sarà amicizia anche con i nostri fratelli
minori, gli animali.
Salvatore
Mongiardo
venerdì 9 agosto 2013
lunedì 5 agosto 2013
Relazione del Prof. Enrico Armogida
Relazione
del Prof. Enrico Armogida
per la
presentazione del libro di Salvatore
Mongiardo
Cristo ritorna da Crotone
Cortile
delle Suore Riparatrici, ex Palazzo Scoppa, Sant’Andrea Ionio (CZ)
2
agosto 2013
Gentili
Signore e Signori,
Il mio
intervento esula volutamente dalla fattispecie di una vera recensione critica
sul recente lavoro di Salvatore Mongiardo per assumere, invece, il sapore vivo
di testimonianza di una lunga e costante amicizia, che risale ai lontani anni
’60, (cioè al comune periodo universitario), e che ci lega, pertanto, sin dagli
anni della nostra giovinezza, sì da aver costituito per entrambi una frequente
occasione di fitte consultazioni, di pacate discussioni e di privilegiata
lettura delle reciproche primizie
creative.
Perciò,
mi limiterò ad evidenziare solo alcune note
ricorrenti - almeno quelle più rilevanti e significative, - che
frequentemente affiorano nella sua fucina letteraria e che si possono ritrovare
di volta in volta, isolatamente o meno, all’interno di tutta la ricca
produzione di Salvatore [dalle Dieci
Poesie (del 1989) agli impegnativi romanzi e saggi, cioè Ritorno in Calabria (del 1994),
Viaggio a Gerusalemme (del 2002), Sesso e Paradiso (del 2006), Perché la violenza (del 2008)
e quest’anno (2013) Cristo ritorna da Crotone]: produzione
tutta pregna di preziosi tasselli autobiografici e di esistenziali motivi di
riflessione.
All’interno dell’animo dell’autore, il
primo elemento da evidenziare mi sembra un’innata forma d’inquietudine interiore, - simile a quella che apre le grandiose
pagine iniziali delle Confessioni di
Sant’Agostino: un’ inquietudine che
pone l’uomo in una specie di equilibrio instabile e lo rimanda a qualcosa di
più grande e di più alto, spingendolo prima o poi ad intraprendere con onestà
intellettuale un lungo e sofferto cammino verso la ricerca dei supremi valori
della verità, della giustizia e dell’amore.
Come necessario e complementare
elemento di equilibrio stabilizzante, sul piano esistenziale, a tale forma
d’inquietudine, si accompagna, anzitutto, un attaccamento alla terra natìa profondamente radicato, proprio di
chi sin dalla fanciullezza ha subito prima
l’esperienza traumatizzante dello straniamento, sublimato nei seminari di
Squillace e Catanzaro, e più tardi quella
dell’emigrazione, necessitata dalla ricerca di un lavoro soddisfacente, e
perciò ha dovuto consapevolmente - e spesso amaramente - vivere il suo
sradicamento dai luoghi e dalle persone amate ed il suo essere un “io diviso e lacerato”.
E, sul piano narrativo, trova spazio e
ragione l’abbandono frequente a stupendi
squarci lirici, che si ritrovano nei tanti aneddoti paesani inseriti, ma -
ancor più - nelle inaspettate quanto
ariose e benefiche pennellate paesaggistiche, di chiara ascendenza ionico-eolica, che conferiscono alla sua
prosa un particolare nitore pittorico, proprio
di chi orazianamente sente la poesia
non solo come pittura (Ad Pisones, 361:
ut pictura poësis), ma come qualcosa
di più, come un quadro partecipato,
vivente e sofferente; un
quadro di una limpida “lucidità”,
in cui la passione della “partecipazione”
è commista e contenuta dall’alterità ed imperturbabilità della “riflessione”, e mostra l’unione
inestricabile e feconda di quegli elementi che - insieme alla divina “sobrietà” e “musicalità” della lingua - sono all’origine del “miracolo poetico”.
Ma il
messaggio più evidente, ch’è anche l’assillo più profondo dell’autore, è quello
di costruire il suo sogno perenne di
una umanità nuova, libera dal seme
terrificante della violenza; è il desiderio di librare lo sguardo
verso l’alto, per liberare l’uomo dalla melma fangosa che ovatta il mondo edonistico-materialistico in cui viviamo e in cui i valori supremi sono
ormai “divertimento” e “roba” (soldi, ville, macchine, sesso,
droghe,…): valori che nel I sec.
dopo Cr. il poeta Giovenale (X, 81) riassumeva e fustigava nel famoso binomio panem et circenses, cioè mangiare e divertirsi, quasi fossero,
questi, capaci di liberare l’uomo dall’inquietudine tragica delle vicende
esperenziali.
Perciò,
l’autore sente l’urgente bisogno di “cambiare
il mondo” (p. 11), ma, - come un
albatro cui non bastano le immensità dell’oceano per realizzarsi appieno, - capisce che “ci vorrebbe un colpo d’ala” possente, “come non si è
mai visto finora”(p. 9), che gli consenta di “volare alto e non rimanere schiacciato dalla vita reale” (p. 15).
E così
l’arduo scavo, nel quale tutta
l’opera si risolve alla ricerca delle molteplici cause della violenza - scavo
corredato di tanti ricordi personali, di venerande figure storiche del Paese e
di ampie ricerche storico-letterarie ben approfondite e documentate -, mostra
anzitutto come le varie culture (da
quella pitagorica a quella essena e a quella cristiana) s’intersechino
continuamente in un meraviglioso effetto di osmosi.
Ma nel contempo - (come in un piccolo stagno d’acqua circolare, ove le onde, concentricamente
restringendosi e slargandosi, si rifrangono con ritmo alterno dal centro al cerchio e dal cerchio al
centro) - ci sospinge anche verso l’originaria
unità del genere umano, cioè ci richiama al punto di partenza della storia, che si ritrova in interiore homine, cioè
nell’animo di ogni persona, ove ciascuno avverte ineludibile il bisogno di dare un senso positivo alla vita.
La
profonda crisi morale dei nostri giorni in buona parte proviene dallo
scadimento, ormai incontrovertibile, della politica, alla quale - pure - tutti
noi, dopo la fine della seconda guerra mondiale, ci eravamo rivolti pieni di
entusiasmo, di fiducia e di speranze.
Ma proviene, soprattutto, dal contrasto stridente fra leggi scritte (o positive), che sempre più spesso sono espressione
delle esigenze e degli interessi della classe sociale che le scrive e le
impone, e leggi non scritte,
trascendenti nella loro origine eppure immanenti e vive in ogni coscienza, le
quali potrebbero assicurare la fine della
violenza - e, perciò, donarci la
sospirata pace -, se solo
attuassero in contemporanea il bisogno universale di giustizia e di amore, in una personale
opera di silenziosa donazione e di
fraterna condivisione di quanto ci
vive attorno.
Occorre
convincersi - scriveva qualche decennio fa un grande pensatore dei nostri tempi[1]
- che le situazioni conflittuali che oppongono un uomo agli altri sono solo
conseguenza di situazioni conflittuali presenti nella sua anima. Perciò, ciascun uomo deve sforzarsi di superare il
proprio conflitto interiore per potersi rivolgere ai suoi simili da uomo
trasformato, riappacificato, allacciando con loro relazioni nuove, che
valorizzino le persone più che le
cose. Alla trasformazione del mondo – della quale Salvatore in tutta l’opera da
varie angolazioni s’interessa – concorre e contribuisce, dunque, solo la
trasformazione di sé stessi. E’ da se stessi che bisogna cominciare. Il punto
da cui partire per “sollevare il mondo”
- come diceva Archimede - costituisce l’impresa più audace e più ardua ed è la
trasformazione di ciascuno di noi: in essa anche il sissizio conviviale e amicale - che l’autore da tempo va
predicando e diffondendo -, può avere il suo valore salvifico, se non lo si riduce soltanto ad un
incontro formalistico e ritualistico.
Pura utopia? Direi di no, sia perché
l’utopia, intesa come progetto cosciente per il miglioramento del mondo, è
stata sempre il sale e il motore della storia sia perché - lo sappiamo tutti -
il sogno, finché rimane sogno di uno solo resta una cosa sterile e inerte, ma
quando diventa il sogno di molti – e perché no? – il sogno di tutti, si
trasforma in realtà, e meravigliosa realtà.
A
Salvatore gli auguri più sentiti per una meritata diffusione e successo
dell’opera; a voi tutti, qui accorsi numerosi perché spinti da una legittima e
sana curiosità, una lettura attenta e meditata del volume, che ad ogni pagina
offre tanti spunti per pensare e, soprattutto, per cambiare testa, come dicevano spesso i nostri padri, o - che è lo
stesso - metanoèin, come dice in
greco il Cristo del Vangelo.
Enrico Armogida
mercoledì 24 luglio 2013
Risorge la vecchia Chiesa Matrice di Sant’Andrea Apostolo dello Ionio, CZ.
Risorge
la vecchia Chiesa Matrice di Sant’Andrea Apostolo dello Ionio, CZ.
Carissimi
Andreolesi, Amiche ed Amici,
si sta per avverare il
sogno di migliaia di noi sparsi nei cinque continenti: il recupero della veneranda
Chiesa Matrice abbattuta nel 1966. Quello che fino a ieri sembrava impossibile,
oggi finalmente si realizza! Il grande rimpianto per la distruzione della
Chiesa Matrice ora si placa in parte con il recupero delle pietre, dei graniti
della volta, delle colonne, delle scalinate e di tutti gli elementi
architettonici che da quasi cinquanta anni giacciono a Fabellino. Un destino
benevolo ha voluto che i detriti rovesciati nella voragine di Fabellino rimanessero
compatti e uniti in una posizione favorevole al loro recupero. Le rovine sono rimaste in attesa che
andassimo a cercarle al limite della strada che da Sant’Andrea va verso la
montagna, a circa 1 km dal centro.
Questo recupero avviene
per iniziativa del CENTRO SOCIALE
PER ANZIANI "BRUNO GENCO" – del nostro Paese. E’ per incarico del
Centro che rivolgo a voi tutti un appello perché partecipiate
a questo avvenimento storico.
Il giorno 6 agosto 2013, alle ore 18, avverrà
il recupero delle prime pietre a Fabellino: un appuntamento con la storia da
non perdere.
Il giorno 14 agosto 2013, alle ore 21.00, nel
Cortile delle Suore Riparatrici, si terrà un incontro nel quale farò da moderatore
e interverranno:
Maria
Antonietta Lijoi, Presidente Circolo Sociale per Anziani Bruno Genco, il
Sindaco Gerardo Frustaci, l’Assessore Franco Monsalina, Mario Codispoti
Presidente ARA, Andrea Corapi Presidente AMA, Alfredo Varano e don Francesco
Palaia.
Nulla
potrà più restituire le atmosfere, le penombre, lo splendore degli altari policromi,
dei dipinti delle cappelle, la maestosità del campanile, la voce antica delle
tre campane, il pellicano dipinto sull’abside che si squarciava il petto per
nutrire col sangue i suoi tre piccoli, le balaustre in ferro battuto…
Il
recupero, che sarà illustrato nei dettagli tecnici dall’architetto Alfredo
Varano, assume valore di abbraccio simbolico
che da Sant’Andrea si protende al Tempio di Gerusalemme, alle chiese, alle
moschee e a tutti i luoghi sacri del mondo distrutti nelle guerre di religione
e di conquista.
Chiedo a tutti quelli
che hanno foto, cartoline, immaginette che riguardano la vecchia Chiesa
Matrice, di mandarmeli per farne col tempo un libro. Per fortuna la grafica
computerizzata oggi ci permette di fare una ricostruzione virtuale della
Chiesa, e invito chi è esperto in
materia a farsi vivo. Chiedo anche a ognuno che ha un ricordo, una storia, un aneddoto
da raccontare sulla Chiesa, di mandarmela per catalogarla.
Personalmente ho
vissuto quella Chiesa in tutti i sacri penetrali, nelle immagini dei Santi, nel
canto della liturgia, nella voci dei vecchi sacerdoti. La sua distruzione ha
lasciato in me un vuoto incolmabile, ma mi ha anche portato a fare una predizione,
come ho scritto nel mio Ritorno in
Calabria, che allego e invito a rileggere per l’occasione.
Dal capitolo 33, La vigna di Tralò, -il colloquio tra me
e Cristo-:
…Io
mi misi a pregarlo:
–
Signore, salva la Calabria, salva la mia terra! –
Gesù
alzò lo sguardo e disse:
-
Nel terzo millennio dalla mia nascita a Betlemme, lo Spirito di Dio soffierà
sul mondo, gli abitanti di tutte le nazioni si riconosceranno fratelli e
affideranno la loro vita a madri, sorelle, spose, figlie, amiche: la donna
salverà l’umanità dalla violenza. Allora
le donne della Calabria verranno a Fabellino e cercheranno le pietre della
vecchia chiesa non per erigere l’altare del sacrificio, ma la mensa dell’amore
fraterno. La vecchia chiesa era bella, ma non era la mia chiesa.
Il
vento del Sud si levò insolito per quell’ora. Mi girai per un attimo a guardare
le larghe folate che rovesciavano le chiome d’argento degli ulivi e agitavano
le cime dei cipressi nel cimitero. Quando tornai con lo sguardo non vidi più
Gesù, che fino a un istante prima era seduto accanto a me. Le lacrime mi
sgorgarono a dirotto e caddero sulla terra di Calabria, amata e amara. Allora
capii chi ero e cosa dovevo fare: vivere per aiutare gli altri, vivere per
aiutare la mia gente…
Cominciai
a scendere dalla vigna verso il paese. Il sole era calato dietro la montagna e
nel cielo un gregge di nuvole rosa avanzava verso il mare. Gli ultimi bagliori
si diffondevano sul Golfo di Squillace e, anche se era il tramonto, quella luce
mi appariva con i colori teneri del mattino. Pensai che non era lontana l’alba
del tempo nuovo che Gesù mi aveva annunciato.
Salvatore
Mongiardo
24
luglio 2013
domenica 7 luglio 2013
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