mercoledì 29 settembre 2010

NUOVA SCUOLA PITAGORICA


Gentilissime Signore e Signori, Signori Medici,

intorno al 440 avanti Cristo, con l’attivo interessamento di Pericle da Atene, fu riaperta a Crotone la scuola pitagorica, dopo la cacciata di Pitagora e dei suoi seguaci avvenuta intorno al 500 a. C. Furono circa sessanta i pitagorici tornati a Crotone, guidati dai vecchi pitagorici che si erano dati alla medicina. Scrive difatti Giamblico nella Vita Pitagorica (35, 264):

Dopo molti anni… i Crotoniati furono presi da sentimenti di pietà e di pentimento e decisero di far tornare in patria i pitagorici superstiti. Fecero venire degli ambasciatori dall’Acaia, tramite i loro buoni uffici si riconciliarono con gli esuli e consacrarono a Delfi i patti giurati. I pitagorici che fecero rientro erano ben una sessantina, vecchi a parte. Tra questi ultimi, alcuni si erano dati alla medicina e curavano i malati con un opportuno regime alimentare: furono costoro a guidare il ritorno.

Quella scuola filosofica continuò a essere la più famosa nel mondo antico, e lo stesso Platone la frequentò per apprendervi una sapienza di vita e un’altezza di speculazione per le quali l’Italia di allora fu chiamata Magna Grecia. Quella Prima Italia, giustamente così definita da Domenico Lanciano, non fu chiamata grande per la floridità dei commerci o la ricchezza delle città, ma unicamente per gli insegnamenti e i precetti della filosofia pitagorica.
Assieme alla filosofia fiorì a Crotone anche la medicina, e i più illustri rappresentanti furono Alcmeone e Democede. Nell’ambito della medicina i pitagorici apprezzavano soprattutto la dietetica, indagavano il giusto rapporto tra fatica, alimentazione e riposo e furono i primi a studiare la preparazione degli alimenti.
A me preme però esporre brevemente la visione pitagorica dell’uomo, visto nella sua completezza di anima e corpo, proteso verso il suo destino che era l’unione con Dio. Pitagora stesso affermava esplicitamente di essere figlio di Apollo: aveva raggiunto cioè un’identificazione personale col dio del sole, e i suoi contemporanei gli riconoscevano questa filiazione chiamandolo divino. Nella cultura greca, essere figlio di un dio era ritenuto possibile, tanto è vero che c’erano molti casi di figli generati dall’unione tra dèi e mortali. Una simile filiazione era impensabile nel mondo mediorientale, dove la filiazione da Dio, o il pretendere di essere uguali a Dio, era considerata bestemmia e veniva punita con la morte. Nell’Eden della Bibbia c’era l’albero della conoscenza del bene e del male, ma era proibito mangiarne il frutto perché, chi lo mangiava, diventava come Dio. E difatti la disobbedienza di Adamo ed Eva fu punita con la cacciata dal paradiso terrestre e la morte. 

Cinque secoli dopo Pitagora, nasceva in Palestina Gesù, destinato a dividere in due la storia del mondo, prima e dopo di lui. Dopo il tradimento e la cattura viene condotto davanti al sinedrio, gli viene chiesto se è figlio di Dio e la risposta è limpida: Sì, lo sono. Con quell’affermazione Gesù firma la sua condanna a morte. Ma come era arrivato Gesù all’autocoscienza di essere figlio di Dio, se la cultura ebraica escludeva e condannava quella possibilità?
Oggi è universalmente accettato che Gesù era in qualche misura ammiratore o seguace degli Esseni, la setta religiosa di Ebrei che lasciarono i loro scritti nei Rotoli trovati nelle grotte di Qumran, vicino al Mar Morto. Lo stesso Papa Benedetto XVI, durante la celebrazione del Giovedì Santo 5 aprile 2007, ha affermato che Gesù potrebbe aver celebrato la Pasqua ebraica, la sua Ultima Cena, nel giorno in cui la fissava il calendario degli Esseni, che erano vegetariani. Il papa ha detto testualmente:

…Gesù ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran… e l’ha celebrata senza agnello…

C’è però da chiedersi a chi s’ispiravano gli Esseni nella loro pratica rigorosamente vegetariana e nella contestazione del Tempio di Gerusalemme e di ogni sacrificio cruento. Una fonte, che nessuno può mettere in dubbio, è il grande storico Giuseppe Flavio, colto ebreo di nobile famiglia, che partecipò come generale alla guerra contro i Romani e predisse a Vespasiano che sarebbe diventato imperatore. Nelle Antichità Giudaiche (XV, 371) egli scrive testualmente degli Esseni:

Si tratta di un gruppo che segue un genere di vita che ai Greci fu insegnato da Pitagora.

E non c’è alcun dubbio che i pitagorici e gli Esseni vivevano sostanzialmente secondo le stesse regole: vita di comunità, lontano dalle città, beni in comune, castità, cena rituale, vesti di lino bianco, vegetarianesimo.
Stando così le cose, possiamo affermare che Gesù era un pitagorico in quanto gli Esseni erano pitagorici: gli Esseni quindi sono l’anello di congiunzione tra Pitagora e Cristo. In altre parole, il padre culturale di Gesù fu in gran parte Pitagora, con la sua dottrina basata sull’identificazione con Dio, la proibizione assoluta dei sacrifici cruenti, la castità e la comunione dei beni. In questa direzione sto lavorando a un mio libro dal titolo: Cristo è arrivato a Crotone, dove si evidenziano tutti i punti d’identità che ho riscontrato nelle tre vite di Pitagora scritte da Giamblico, Porfirio, Diogene Laerzio da un lato, e nei quattro Vangeli canonici dall’altro.

Identificarsi con Dio ha portato sia Pitagora sia Gesù a sprigionare energie sovrumane che hanno spinto i confini della conoscenza a livelli tali che ancora siamo qui a parlarne. Si potrebbe azzardare allora una domanda attinente la medicina, che formulerei così: l’identificazione con Dio cambia qualcosa a livello del cervello, della psiche, degli ormoni? Si può riscontrare una variazione dell’assetto psicofisico di chi s’identifica con Dio e chi no?

Pitagora poi affermava che l’animale era fratello minore dell’uomo, col quale aveva in comune lo spirito vitale. Il filosofo rifiutava di cibarsi sia di carne sia di pesce, stava lontano da cacciatori e macellai, e affermava che nessun uomo sarebbe stato capace di uccidere un altro uomo se si rifiutava di uccidere l’animale. Pitagora sosteneva che l’uccisione dell’animale faceva nascere una cultura che restituiva all’uomo la violenza data all’animale. E’ rimasta memorabile l’offerta del bue di pane, che egli fece per ringraziare gli dèi quando scoprì il suo famoso teorema.
Per Pitagora la necessità alimentare non era una giustificazione sufficiente, e uccidere animali aveva sempre conseguenze nefaste. Oggi c’è una presa di coscienza e una tendenza all’alimentazione vegetariana per ragioni etiche: manca però una ricerca scientifica di misurazione dell’aggressività dell’uomo.
Sono mai stati misurati i livelli enzimatici, ormonali, cortisonici degli animali vivi e degli stessi dopo che hanno subito lo shock dell’uccisione? Come cambiano, se cambiano, le funzioni del cervello di chi si nutre di carne? Ed è vero, come affermavano alcuni pitagorici, che la brama di cibarsi di un essere vivente scatena il sesso? Quali sono, se ci sono, le sostanze nella carne che generano eccesso e disordine nella pulsione sessuale?

Qualcuno ha affermato che le grandi manifestazioni di violenza come le guerre, i gulag e i lager, sono ineliminabili in quanto sarebbero un mezzo per esorcizzare la paura della morte. Ai tempi dei Fenici, a Cartagine, i genitori offrivano in sacrificio agli dèi i loro primogeniti per far tornare il sole oscurato dall’eclisse. La domanda rivolta alla scienza medica è la seguente: come l’astronomia ci ha liberato dalla paura dell’eclisse, è ipotizzabile che un giorno ci libereremo dalla paura della morte capendone i meccanismi che attualmente ci sfuggono? Che cosa ha da dire la scienza medica sul contrasto tra mondo orientale, dove la vita e la reincarnazione sono viste come punizione, e il mondo occidentale, dove si spera soprattutto nella vita eterna? Che cosa nasconde, a livello psichiatrico o cerebrale, questo contrasto culturale?

Siamo questa sera di fronte al bue di pane, simbolo della fine di ogni uccisione. Il destino ha scelto Crotone per la manifestazione delle dottrine pitagoriche nel passato e per salutare oggi l’incontro tra Pitagora, il maestro, e Gesù, l’allievo che superò il maestro. Dallo splendore della Magna Grecia questa nostra terra è caduta nel buco nero della miseria morale e della violenza. Ma dal buco nero oggi vuole riemergere per dare al mondo una nuova civiltà, la Civiltà Sissiziale, che si richiama al sissizio, il banchetto comune, che fu l’atto fondativo dell’Italia con re Italo.

Oggi sappiamo che la violenza ha moltissime manifestazioni in ogni tempo e luogo. E’ come se l’umanità navigasse su una zattera in un oceano di sangue. Perciò, consapevoli dell’importanza di quest’appuntamento con la storia, proponiamo l’apertura della NUOVA SCUOLA PITAGORICA per lo studio e la prevenzione della violenza umana.

Una scuola che raduni il meglio delle menti da ogni angolo della Terra e che coinvolga i più insigni studiosi di psicologia, psichiatria, antropologia, biochimica, neurologia, sociologia, etnologia, filosofia, diritto, storia, fisica, matematica, statistica, teologia, ecc.
Pensiamo al cancro. Esiste diffusamente, ma si fanno infinite ricerche e sforzi per vincerlo, e spesso ci si riesce. La violenza è un male antichissimo che ha proliferato in tutte le forme culturali, religiose, sociali, familiari, produttive, militari, comportamentali, sessuali. L’elenco è inesauribile. Oggi abbiamo la possibilità di studiare tutto, eppure non c’è un centro mondiale, un’università planetaria che si dedichi allo studio e al coordinamento degli studi sulla violenza umana. Senza vergogna e senza pregiudizi, in questa Nuova Scuola Pitagorica si scopriranno le alleanze con le quali la violenza esercita il suo dominio con costi umani ed economici insopportabili.
L’Europa ha vissuto in guerra per migliaia di anni, ma da sessanta anni vive in pace: come mai è successo? Non è questo un esempio evidente che le cose possono cambiare? Che mondo meraviglioso potrebbe nascere se ONU, USA, COMUNITA’ EUROPEA, CINA, RUSSIA e le CHIESE delle varie religioni partecipassero a un progetto così ambizioso! Ma soprattutto se ogni persona guardasse in maniera nuova al problema dei problemi: la violenza!

Abbiamo iniziato ricordando la riapertura dell’antica scuola a opera dei medici pitagorici. Oggi siamo in un Congresso di Cardiologia, a poca distanza dalla mitica casa e scuola di Pitagora, e questa coincidenza ci lascia sperare che vedremo la Nuova Scuola Pitagorica riaprire i battenti per fare della Terra la casa comune di tutti i viventi.

Grazie.
                                                                      

                                                                                   Salvatore Mongiardo


Crotone, 1° ottobre 2010

martedì 24 agosto 2010

SISSIZIO DI ALACA A CASA VOCI 23 AGOSTO 2010

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lunedì 28 giugno 2010

SISSIZIO DI AMANTEA E NUOVA SCUOLA PITAGORICA

Sissizio di Amantea, 21 giugno 2010

  1. Giorno della massima gloria perché annunciamo quella che i popoli hanno atteso da sempre: la fine della violenza e l’avvento della Civiltà Sissiziale.
  2. Tutte le vittime della storia: gli elvezi sterminati da G. Cesare, i giovani sacrificati agli dei aztechi, i milioni di ebrei e zingari finiti nei forni crematori nazisti, i caduti delle infinite guerre, i pacifici buoi e gli agnelli sgozzati sugli altari o nei mattatoi, tutti sono accanto a noi per ascoltare questo mirabile annuncio.
  3. Scrive Aristotele nella Politica che re Italo convertì dalla pastorizia all’agricoltura il suo popolo e fondò il sissizio, parola greca che significa convivio, banchetto, al quale tutti partecipavano senza distinzioni portando quanto avevano e dividendolo in amicizia. Quell’Italia, che si stendeva da golfo di Squillace a quello di Lamezia, fu creata non su un principio politico, come fecero poi i greci creando le polis che si sbranarono tra di loro, ma su una base che non ha bisogno di politica: l’amicizia.
  4. Grande sarebbe stato il destino di quella piccola Italia nella storia, con la diffusione della civiltà romana, il cristianesimo, il Rinascimento e un numero infinito di scopritori, poeti, scienziati, letterati, filosofi, pittori e artisti italiani.
  5. Una grande civiltà può nascere solo dove è già nata, qui, in questa terra veramente italiana, terra di amicizia, di gente profondamente buona, che desidera il bene di tutti, perché ogni essere vivente deve sentirsi nel mondo come a casa propria, ogni uomo e ogni animale con il quale noi condividiamo lo spirito vitale.
  6. Questo bue di pane ricorda quello che Pitagora offrì agli dei per salvare la vita al bue che gli era stato dato perché lo sacrificasse: lo dichiarò sacro e il bue visse libero accanto al tempio. Questo bue che ritorna sulle nostre terre dopo venticinque secoli è il segno che stiamo abbandonando la civiltà dell’uccisione per entrare nella civiltà dell’eterno e intramontabile sissizio, il convivio di tutti i viventi, uomini e animali.
  7. Per onorare tutte le vittime noi ci asteniamo oggi dal consumo di carni e indichiamo al mondo intero la nuova frontiera dello spirito: la Civiltà Sissiziale.
  8. Terra veramente felice la Calabria, che oggi capisce finalmente il suo alto destino al quale non può sfuggire: dare al mondo la nuova civiltà. Ditelo ai vostri amici, nelle vostre case, nelle scuole, ai milioni di calabresi sparsi per il mondo. Non con i soldi, ma con il nostro grande cuore daremo dignità e gioia di vita a ogni creatura. Venga l’America, la Scandinavia, l’Europa tutta, la Russia, la Cina, l’Oriente e il Medio Oriente insanguinato per ascoltare da noi questa stupenda profezia: dalla profondità della nostra anima sgorga oggi l’acqua pura che tergerà il pianto di tutte le vittime della storia.
  9. E’ finito il tempo maligno della decadenza inarrestabile della Calabria e del Meridione: tutte le dominazioni straniere ci hanno portato schemi culturali lontani dalla nostra indole e dalla nostra autentica umanità. Da questa piazza di Amantea io sento un fremito e un sussurro: vengono dalle rovine dell’antica colonia greca di Temesa, dalla rocca edificata dagli arabi, dalle chiese cristiane e ci invitano a costruire sull’amicizia, sulla benevolenza, sul rispetto, sulla fratellanza.
  10. La violenza deve finire perché i danni umani ed economici sono incalcolabili: i politici non sono più in grado di guidare l’umanità e tocca a noi allora portare avanti l’impegno per la frontiera del terzo millennio mandando al potere filosofi e scienziati, persone serie.
  11. Evoè alla civiltà sissiziale, evoè a tutti i viventi, evoè a tutte le vittime della storia del mondo! Evoè era il saluto dei greci all’avvicinarsi del dio Dioniso alle città.

 Nuova Scuola Pitagorica

  1. Pitagora aveva sei anni quando giunse a Crotone d’Italia, così si chiamava la città nei tempi antichi e così dovrebbe ancora chiamarsi, accompagnando il padre Mnesarco. In seguito visse in giro per il mondo: Grecia, Libano, Israele, Egitto, Mesopotamia accumulando tutto il sapere e scegliendo di tornare a Crotone per impiantare la sua scuola, la prima e la più gloriosa di tutte le scuole filosofiche dell’antichità.
  2. La condotta di vita virtuosa, l’apprendimento delle scienze, il rifiuto delle ricchezze, della notorietà e degli onori furono così coinvolgenti che l’Italia di allora fu chiamata Magna Grecia: questo nome non fu dato per la ricchezza delle città e dei commerci, ma per l’altezza della filosofia e la vita integerrima. Era considerata una malattia vera e propria la voglia di beni e ricchezze, l’accumulo, l’avidità, e la chiamavano pleonessia. La vera ricchezza consisteva nella frugalità e nel buon carattere.
  3. Pitagora predicò e praticò l’amicizia come bene supremo: l’amico è un altro te stesso! Il rifiuto di mangiare carni significava la fine della violenza anche contro gli animali, nostri fratelli minori che l’uomo doveva aiutare e rispettare.
  4. Per lui il cosmo era sferico e infinito, armonioso e bellissimo, ed era come una mistica grotta nella quale l’uomo poteva sperimentare l’unione con Dio, fine supremo e coronamento di ogni esistenza.
  5. Noi vogliamo aprire la Nuova Scuola Pitagorica non per studiare le questioni matematiche o geometriche o astronomiche o musicali. Ci oggi sono al mondo istituti di ricerca che sono in grado di fare ogni approfondimento possibile. Noi vogliamo riaprire la scuola come Accademia Mondiale Antiviolenza per lo studio e la prevenzione della violenza umana: non esiste al mondo una facoltà o dipartimento che si occupi del peggiore dei mali che imperversa da sempre nel mondo, la violenza!
  6. Era dottrina pitagorica che il mangiare creature portasse due grandi squilibri: una sregolata brama sessuale, insaziabile e malsana, e la voglia di uccidere altri uomini con le guerre. Diceva Pitagora che mai si ucciderà un uomo se si rispetta l’animale come fratello minore. Che cosa possono oggi rispondere gli scienziati a quelle affermazioni? Quali ormoni o altre sostanze si mangiano con la carne di un animale ucciso che possono scatenare morbosità e impulsi violenti? Sono esami oggi fattibili, ma che a nessuno forse interessano: la Nuova Scuola Pitagorica è indispensabile per indirizzare verso queste ricerche innovative.
  7. C’è un punto che la Nuova Scuola Pitagorica dovrebbe chiarire in modo definitivo: il rapporto tra Pitagora e il più illustre dei pitagorici, Gesù. E’ ormai pacifico che Gesù faceva parte degli Esseni, come ha sostenuto lo stesso Benedetto XVI che ha affermato che Gesù non mangiò l’agnello nell’Ultima Cena. Ma chi erano gli Esseni? Lasciamo la risposta a Giuseppe Flavio, il generale e storico ebreo, vissuto nel 1° secolo d.C., che scrisse testualmente (Antichità Giudaiche XV, 371): Si tratta di un gruppo che segue un genere di vita che ai greci fu insegnato da Pitagora.
  8. Se Gesù era un esseno e gli esseni erano pitagorici, Gesù era un pitagorico. E’ quanto vado dimostrando nel libro che mi appresto a scrivere dal titolo: Cristo è arrivato a Crotone. Ho già registrato trenta punti di identità esaminando le antiche vite di Pitagora e i quattro Vangeli canonici.
  9. Si svela così il più grande mistero di tutti i tempi: la Calabria scopre la reale discendenza culturale di Gesù e lo toglie dalla croce. Il pitagorismo aveva orrore del sangue e dei sacrifici: spetta a noi calabresi l’onore di togliere l’innocente Figlio di Dio dal patibolo, curare le sue ferite e invitarlo a sedere con noi nel sissizio come amico. Nessuno vorrà la salvezza con il suo sangue. Il bue di pane salva dall’uccisione l’Agnello di Dio.
  10. Pitagora fu un uomo molto umile che iniziò la sua straordinaria avventura salvando un cane dalle percosse e risparmiando poi tutte le creature viventi, buoi e pesci. La sua grande anima è ora presente in mezzo a noi assieme al Figlio di Dio, Gesù, che oggi viene tolto dalla croce. Siate pitagorici, amici calabresi! Abbiate il coraggio e la determinazione di vivere meglio, di cercare da adesso l’unione a Dio con vita pura, alto sentire e forte desiderio di vivere in armonia con tutto il creato.                                                                    
Salvatore Mongiardo 

mercoledì 14 aprile 2010

LETTERA A DON EDOARDO

Lettera a don Edoardo Varano (fondatore della Villa della Fraternità in Sant’Andrea Ionio)

Milano, 1 novembre 1994

Caro don Edoardo,

il pomeriggio del 28 agosto 1994 ero passato dalla Villa della Fraternità per salutarVi; mi dissero che eravate a leggere sotto i pini e mi avviai verso gli alberi che mitigavano l'afrore canicolare con la loro essenza. Discosto da Voi sedevano le Suore delle Poverelle, intente a letture edificanti. Voi invece avevate in mano il mio Ritorno in Calabria e segnavate alcuni passi a matita: orgoglio e commozione si azzuffarono brevemente dentro il mio petto.

"Non hai scritto nel tuo libro che mio zio don Luigi era un santo sacerdote!" mi apostrofaste con rimprovero.

Ah, il vecchio e tremebondo don Luigi, che passava le giornate chiuso in casa e sul comò della stanza da letto teneva un teschio di morto! Don Luigi, che faceva la pipì tenendo il membro con un pezzo di carta per non commettere peccato di impurità! Don Luigi, sempre terrorizzato dalla vita ed angosciato dall'idea di aver bestemmiato Dio con il pensiero! Ricordo una mattina dell'estate del 1959 che don Luigi entrò nella sacrestia della chiesa matrice. Appese il cappello e supplicò l'arciprete Samà:

"Arciprete, confessami perché ho peccato!"

"Finirà che tu ti salvi l'anima, ma a me la fai dannare!" borbottò l'arciprete.

E senza nemmeno farlo inginocchiare, lo assolse dai suoi peccati immaginari. Don Luigi si rasserenò e si vestì per la messa cantata nella quale lui faceva da suddiacono. Io ero l'inserviente e avevo già suonato la campanella che annunciava l'inizio della messa, quando don Luigi afferrò l'arciprete dalla manica: "Aspetta, devo confessami!". "Ma se ti ho confessato appena cinque minuti fa! Che peccati puoi aver commesso in mezzo a tutti noi!?" ribatté arrabbiato l'arciprete.

"Mentalmente ho lanciato una terribile bestemmia!" disse don Luigi.

"Tu non hai un cazzo da pettinare! (in andreolese si usa questa espressione per indicare che uno non ha niente da fare). "Io ti rompo il calice in testa" sbottò iroso l'arciprete Samà spingendo don Luigi verso l'altare.

Povero don Luigi! L'unica volta che si azzardò a tenere un panegirico, salì sul pulpito senza riuscire a pronunciare una sola parola e fu scosso da tremiti violenti finché non lo tirarono giù. Certo, era un uomo buono che lasciò tutto ai poveri, ma non era santo per la scrupolosa osservanza dei precetti pazzeschi della Chiesa. Sarebbe stato più santo se avesse pensato di meno al peccato e alla morte badando invece a vivere.

Ma torniamo al pomeriggio del 28 agosto. Io ero disposto ad ascoltarVi senza preconcetti, pronto a rivedere tutte le mie idee se Voi, dall’alto della Vostra esperienza ventennale di docente di centinaia di sacerdoti, mi convincevate che avevo sbagliato, che non avevo il diritto di mettere in discussione duemila anni di cristianesimo con innumerevoli testimonianze di fede, di opere e pensiero. Mi sedetti su una soglia di granito che riverberava calore. Il mare aveva colori sbiaditi, come se l'azzurro fresco del mattino si fosse sciupato durante il giorno. La mia domanda fu precisa:

"Come può la pena capitale della croce, il sangue versato da Gesù essere strumento di redenzione? Il sangue non lava, ma sporca; il sangue serve per portare l'ossigeno dai polmoni ai tessuti. Un Dio che accetta, anzi pretende il sangue del figlio per la salvezza degli altri è pura follia, è il veleno della cristianità. E' la legittimazione, anzi la sacralizzazione della violenza."

Voi faceste uno sforzo di sintesi e a chiare parole mi spiegaste:

"L'uomo con il peccato ha offeso Dio, che è bene infinito, e qualcuno doveva riparare l'offesa pagandone il prezzo. Perciò Gesù, figlio di Dio, con il suo sacrificio di valore infinito ha cancellato tutti i peccati del mondo".

Tremai quel pomeriggio al pensiero che un'idea così banale, rozza e primitiva come il pagamento era stata innalzata addirittura a dogma della fede cristiana. Mi perdonino i miei amici ebrei, ma questa idea fissa del prezzo, del pagamento, del danaro è tipica della loro cultura. Il pagare un debito è per gli ebrei di fondamentale importanza; non è certo una preoccupazione che toglierebbe il sonno a un napoletano, tanto per fare un esempio. Ma poi pagare per che cosa? Per quella mela del paradiso terrestre! Se proprio dobbiamo pagarla, possiamo farlo con una camionata di ottime mele della Val di Non! Il peccato della mela non esiste, come non esiste quello di Prometeo che rubò il fuoco agli dei. C'è un solo vero peccato e si chiama violenza; tutto il resto è errore. Errore deriva da errare, vagare, andare alla ricerca: l'errore è connaturato all'uomo, è il suo metodo di crescita: errare è umano. Non è un modo di dire che Gesù si è sbagliato, che ha commesso un errore a finire sulla croce: ha cercato a modo suo e con folle generosità di bloccare i meccanismi della violenza. Noi dobbiamo imparare la lezione della croce ed evitarla, mentre la Chiesa nei secoli ha additato la croce come mèta ambiziosa da raggiungere.

Croce, sacrificio, redenzione: questi sono i tre punti basilari del cristianesimo: così affermava la sera del 19 ottobre 1994 in televisione il cardinal Ruini presentando il libro di Papa Wojtyla Varcare la soglia della speranza. Il papa, i cardinali e tutti gli altri non si rendono conto che la proliferazione delle croci nel mondo cristiano -streghe, eretici, indios, ebrei- deriva dal principio malsano che la morte di un innocente è necessaria per la salvezza. Nessuna speranza può venire da questa dottrina, ma solo angoscia e morte.

E a questo proposito devo raccontarVi una storia che vi riguarda personalmente. Deve essere successo intorno al 1950 quando avevo nove anni. Ero andato da mia nonna Marianna, che abitava accanto a casa Vostra. Mi vide Vostro padre Francesco e mi condusse nel basso pieno di botti di vino, vasi di ulive e ceste di melagrane. Prese una di queste ultime con i chicchi in mostra come rubini e me la diede. Vostra madre Rosariuzza, con un pentolino pieno di zolfo bollente, stava sigillando le doghe della botte grande, la più grande di tutto il paese, che aveva una porticina da dove entrava una persona quando era il momento di pulirla. Lei mi chiese:

"Cosa vuoi fare da grande, il forgiaro come tuo padre che è sporco dalla mattina alla sera? Meglio se ti fai prete come mio figlio Edoardo che è un santo sacerdote. Pensa che durante la guerra mondiale ha fatto penitenza dormendo sempre vestito per ottenere la pace."

Questo mi raccontava Vostra madre circa mezzo secolo fa e ora io collego il Vostro dormire vestito a papa Pio XII che durante la guerra dormiva sul pavimento per penitenza, ma non intervenne in favore degli ebrei. Inutilmente si affannano i Gesuiti a spulciare gli atti della Sede Apostolica per dimostrare che Pio XII fece il possibile per salvarli. Il papa non protestò contro il loro sterminio per il semplicissimo motivo che lui era intimamente sacerdote. E il sacerdote altro non è che il mediatore di violenza, quello che mette d'accordo carnefice e vittima fino a indurli al sacrificio: sacerdozio, sacrificio e vittima sono il trinomio che ha portato il mondo alla desolazione. Voi nel silenzio della Vostra cameretta, il papa nel grande silenzio dell'appartamento in Vaticano, credevate di offrire penitenze meritorie e invece eravate complici di uno sterminio di massa. Come avrebbe protestato Pio XII, e come protestano i suoi successori a gran voce, se qualcuno mette in discussione la morale sessuale della Chiesa! Come parlano chiaro se qualcuno si azzarda a ipotizzare l'uso di contraccettivi e profilattici: encicliche, commissioni di studio, prediche, interventi!

La religione cristiana per millenni ha evocato sangue e sacrificio in ogni messa e ha sommerso l'umanità sotto un diluvio di sangue. L'evocazione crea un’attesa che viene riempita dall'avvenimento evocato. Si è evocato il volo umano dai tempi di Icaro, e oggi l'uomo vola con facilità da un continente all'altro. Ugualmente, se non evochiamo la fine di ogni violenza e di ogni inutile sacrificio, a cominciare da quello di Cristo, non entreremo nella civiltà ‘sissiziale’, conviviale, la nuova civiltà nella quale Gesù viene tolto dalla croce perché nessuno vuole più il suo sangue. Anzi lui stesso, vittima per eccellenza, viene invitato al convivio a bere con noi il vino. E con le assi della croce faremo la tavola del convivio.

Per rispondere a una mia obiezione diceste anche, quel pomeriggio, che a volte gli uomini sbagliano, mentre i princìpi di fede sono sempre santi e giusti. A volte mi illudo che sia ancora possibile salvare la tradizione cristiana nella quale il nostro popolo, la mia famiglia, io stesso siamo stati allevati. A mente fredda devo riconoscere però che aveva ragione don Ciccio Laugelli quando diceva: "Il pitale della tradizione cristiana è talmente incrostato di sporcizia che non c'è niente capace di lavarlo. Bisogna buttarlo via."

Termino con un pensiero che mi viene nel chiudere questa lettera e che curiosamente mi mette di buon umore. Strano destino è il mio: da allievo problematico dei preti sto diventando il loro migliore maestro e restituisco loro in luce quello che mi diedero in tenebra, in amicizia la slealtà, in coraggio la paura, in allegria il pianto.

Salvatore Mongiardo

LETTERA A DON GIOVANNI

Lettera a don Giovanni (parroco di San Bovio presso Milano)

Milano, 20 febbraio 1994

Caro don Giovanni,

ho lasciato passare tre mesi dal nostro incontro del 20 novembre 1993 prima di scriverle la presente. Per alcune coincidenze, che solo adesso mi appaiono chiare, quel giorno rappresenta una tappa importante della mia vita. Il comune amico Ernesto Le aveva dato il manoscritto del mio Ritorno in Calabria. Lei l'aveva letto durante l'estate e aveva espresso il desiderio di incontrarmi, cosa che ho fatto molto volentieri perché nulla è per me più piacevole che discutere del mio libro. Mentre Lei mi preparava il caffè, guardavo le sedie in velluto rosso, i quadri dei santi alle pareti, il lindo decoro di tutta la canonica. Sentivo anche le scampanellate, alla porta, di persone che La cercavano per mille motivi. E riflettevo alla mia solitudine nella quale vivo male, ma alla quale sono costretto a rientrare non appena cerco di uscirne. Da qualche tempo l'incontro con altri mi arreca qualcosa di brutto, di sgradevole, di cattivo. Da solo sto male, ma con gli altri sto peggio.

Durante il nostro colloquio Lei mi faceva notare che eravamo praticamente coetanei, Lei del Nord e io del Sud, entrambi educati nei seminari, ma con storie personali che poi divergevano. E mi sottolineò che provava dispiacere perché dal mio libro traspariva dolore in ogni mio approccio verso la Chiesa. Lei voleva aiutarmi a superare questa lacerazione, forte della Sua esperienza di sacerdote felice nella vita e nella fede. Inoltre mi faceva osservare che dal mio libro il seminario appariva unicamente come un luogo di oppressione. Non faccio fatica a darLe ragione su questo punto. Il seminario era anche un luogo dove ho riso e dove ho organizzato storiche burle, dove ho anche stretto amicizie tra le più solide e affettuose, e il mio pensiero va al fraterno amico don Peppino Scopacasa, arciprete di Mongiana in Calabria, l'uomo più allegro della terra. E' vero, il seminario era pure, con tutti i suoi limiti, scuola di apprendimento delle lettere e delle scienze, nonché sede di mistiche atmosfere tanto consone all'arcana bellezza della Calabria. Di tutto questo sono ben cosciente, eppure non riesco a pensare al seminario se non come a un periodo triste e sconsolato della mia vita, una punizione per non so quale peccato. Forse, poiché davanti a Dio non esiste passato e futuro, Lui mi ha punito agli albori della vita per un crimine che dovrò ancora commettere. Ma dovrà essere un peccato veramente mostruoso, una specie di YBRIS, l’oltraggio dei Greci contro la divinità se, a distanza di oltre trent' anni, il tempo trascorso in seminario è impresso nella mia mente come una dolorosissima marchiatura a fuoco.

Quello che accadde dopo il nostro colloquio, e che Lei ovviamente ignora, mi sembra talmente importante che merita di essere scritto con la massima cura. A malincuore lasciai la canonica, sapendo che la Sua giornata era piena di mille impegni, mentre la mia pencolava nel vuoto. Un pallido sole novembrino rischiarava la facciata della chiesetta attaccata alla canonica; la porta era aperta ed entrai a cercarvi un attimo di serenità. Vidi a sinistra l'affresco di scuola leonardesca del battesimo di Gesù e, a destra, l'urna con le ossa del martire San Bovio. Mi sedetti e appoggiai la testa sullo schienale del banco di fronte, con un gesto a me ben noto in gioventù. Chiusi gli occhi e mi rividi nella cattedrale di Squillace, durante i vespri in onore di Sant'Agazio, martire di Cappadocia, patrono della città e di tutta la diocesi. La gran chiesa sfavillava di luci, il vescovo Fares sembrava veramente il faro alto e fiammeggiante raffigurato nel suo stemma episcopale, tanto brillavano pastorale e mitria, anello e croce pettorale. Il vecchio sacrestano girava la manovella del mantice dell'organo e il decrepito canonico Fulciniti riusciva a stento a premere i tasti con le dita mentre cantavamo in coro:

O ter quaterque et amplius

beata semper arcula

quae tanti sacra militis

ossa recordis gremio.

(O tre, quattro e più volte

sempre beata urna

che di un sì gran soldato

le ossa racchiudi in seno).

Era il maggio odoroso e i nostri volti giovanili ardevano di fede e preghiera. Allora io ero certo, certissimo che, come fra poco sarebbe scoppiata l'estate in Calabria, così la chiesa era prefigurazione della gioia infinita alla quale Dio ci chiamava nel cielo. Fu durante quei vespri solenni che don Ciccio Laugelli, il quale sedeva in rossa mozzetta arcipretale negli stalli dietro di me, disse rivolto a don Paolo Sorrenti, perennemente pallido e teso:

"Lo vedi Sant'Agazio con la palma del martirio e le ossa in bella mostra nell'urna? Si è fatto uccidere perché ha rifiutato di bruciare un po' d'incenso agli dei dell'Olimpo. Adesso il vescovo Fares lo incensa quante volte vuole e tutti in coro gli cantiamo una bella ninna nanna in latino!"

Allora avevo quattordici anni, l'espressione di don Ciccio Laugelli mi sembrò blasfema. Dopo tanti anni, guardando le ossa di San Bovio nella Sua chiesetta, mi resi conto che don Ciccio aveva il dono della comprensione profonda delle cose. Perché tanto sangue e ossa di morti attorno a Gesù che si proclama vita lui stesso? Perché in ogni altare, sul quale si ricorda, o si rinnova secondo i cattolici, il sacrificio della croce, c'è la pietra sacrale, quel tassello al centro del marmo che racchiude le ossa dei martiri?

Lasciai la chiesetta e a piedi me ne tornai a casa. Era l'una e mi misi a tavola mentre il telegiornale trasmetteva che papa Giovanni Paolo II riconfermava il divieto alla contraccezione durante un'udienza nella quale Luc Montagne, lo scienziato dell'Istituto Pasteur di Parigi, lo aveva inutilmente supplicato di liberalizzare l'uso del profilattico. Pochi anni prima lo stesso papa in terra d'Africa aveva severamente proibito il profilattico, mentre attorno le persone morivano di AIDS come le mosche. Poi il telegiornale passò a un'altra notizia. Il gran capo della mafia Totò Riina, imputato di numerosi omicidi, si rifiutava di parlare con il pentito Tommaso Buscetta perché quest'ultimo per Riina era un uomo senza morale: era andato con più donne! In un istante compresi che il papa e Riina affermavano la stessa cosa. Per loro contava soprattutto il comportamento sessuale: i morti, le vittime erano solo una triste necessità per raggiungere un fine. Per Riina il fine era l'arricchimento; per il papa l'osservanza di una legge che lui proclama divina e della quale si professa massimo custode. Ora più che mai sono convinto di quanto ho scritto nel Ritorno in Calabria: la Chiesa ha perso nel Rinascimento la battaglia contro la scienza e perderà adesso la battaglia contro il sesso perché sta ricoprendo la terra di morte e contraddizione, cioè di ipocrisia. Con quale faccia tosta il papa permette il sesso, a chi non vuole figli, solo quando la donna è infeconda? Se lo scopo è identico, che cioè non ci sia frutto, che differenza fa se uno getta la semente nel ruscello o se la sparge sul terreno arido dove non può germogliare? Chi può affermare che un comportamento è contrario alla legge di Dio e l'altro conforme? In verità la passione carnale è come un vento di primavera che strappa via i fiori dall'albero. Ma per quanti ne strappi, ne rimangono ancora molti per dare frutti. I fiori sono numerosi proprio perché il vento possa strapparne senza danno: Dio ha dato la vita e l'ha data in abbondanza.

Ma tutto questo è poca cosa di fronte all'orrore dell'aborto, contro cui la Chiesa tuona da tutti i pulpiti e del quale è invece la causa primaria. Tucidide scriveva che chi può evitare un male e non lo fa, quello è il vero responsabile. E cosa fa la Chiesa se non rimanere insensibile di fronte al saccheggio giornaliero degli uteri, alla carneficina incessante dei non nati? In ogni malattia o disastro la buona regola è prevenire: in base a quale logica, a quale precetto evangelico, la Chiesa proibisce la prevenzione dell'aborto, cioè la contraccezione? Ho scritto e lo ripeto, e vorrei che tutti i vocabolari di tutte le lingue della terra, vive e morte, torcessero le loro alfabetiche budella e sputassero fuori le parole più forti, più tremende, più orribili, per esprimere il mio sdegno e la mia condanna. Nei libri di storia il massacro dei non nati peserà sulla Chiesa come la più grande infamia di tutti i tempi.

Un'ultima cosa voglio dirLe, caro don Giovanni. Alla Chiesa non saranno dati altri secoli per scusarsi di questa carneficina, come ha recentemente fatto con la farsa della riabilitazione di Galileo. La storia, justus judex ultionis, “giusto giudice di vendetta”, presto romperà il maledetto trinomio di sacerdote, sacrificio e vittima.

Dalla finestra del mio studio vedo il bel campanile della Sua chiesa e sento l'orologio che suona le ore. Fino a poco fa ero triste e invidiavo la Sua vita. Ora non più. So che non entrerò più nella Sua chiesa e in nessun’altra, anche se mi dispiace e mi rendo conto che la mia lacerazione è insanabile. Starò lontano dalla Chiesa di Roma per un motivo molto semplice: il mio onore. Solo persone senza onore possono sopportare la mattanza dell'aborto e rimanere in quella Chiesa rendendosi complici di questo scandalo: l'omertà di mafia al confronto è poca cosa!

Caro don Giovanni, io ho finito la mia amara riflessione e La lascio con l'augurio che la storia possa consumare il cuore di pietra dei sacerdoti, così come il mare scava anche il basalto più duro.

Salvatore Mongiardo

lunedì 5 aprile 2010

IL FRUTTO DEL CEDRO CALABRESE NEL CULTO E NELLA CULTURA EBRAICA


Da qualche tempo mi ero posto il problema di come l’Italia era vista e conosciuta nel mondo ebraico prima di Cristo. Questo mio interesse era stimolato dall’aver letto in Giuseppe Flavio che gli Esseni seguivano la dottrina insegnata ai greci da Pitagora che ebbe scuola a Crotone. La recente affermazione di Benedetto XVI che Gesù seguiva la dottrina essenica, fatto ormai condiviso da tutti gli studiosi, mi ha spinto a esplorare meglio la conoscenza che gli ebrei avevano dell’Italia nell’antichità. Ho ripreso così la storia del cedro calabrese, alla quale avevo accennato già nel mio Viaggio a Gerusalemme del 2002.

Il cedro della Calabria è tenuto in grande considerazione dagli ebrei della corrente Lubavitch, città della Bielorussia oggi Ucraina, dove nel Millesettecento nacque il grande Movimento Chassidico dell’ebraismo, adesso seguito dagli ebrei che portano barba, cappello nero e camicia bianca, e hanno il centro più importante a Brooklyn, N.Y.

Le notizie sul cedro calabrese si trovano nel secondo volume del TANYA, opera filosofica del gran rabbino Schneur Zalman di Liadi (1745-1812), e nel commento alla Bibbia di Rashi, o Rabbi Shlomo Yitzhaqi (1040-1105), uno dei più famosi commentatori medievali che visse in Francia intorno al Millecento.

Come sappiamo dalla Genesi, Isacco sposò Rebecca ed ebbe due gemelli, Esaù e Giacobbe. Esaù era il primogenito, ma la benedizione fu data a Giacobbe. Isacco allora per riparare il torto, fece a Esaù una grande promessa:

Nel grasso della terra sarà il tuo luogo di residenza.

Il grasso della terra, o terra fertile perché produce olio di oliva, era l’Italia della Grecia, come veniva chiamata dagli ebrei l’Italia Meridionale o Magna Grecia.

La tradizione riportata dal rabbino chassidico Y.Y. Schneerson, vuole che quando Mosè era nel deserto con il popolo fuggito dall’Egitto, ricevette da Dio l’ordine di celebrare la festa delle Capanne o Sukot. Per quella festa era indispensabile il frutto del cedro che Mosè ovviamente non poteva trovare nel deserto, e allora mandò dei messaggeri su una nuvola a prenderlo in Calabria.

Anche se non si hanno prove certe, è ragionevole supporre che già ai tempi degli antichi romani il cedro fosse preso in Calabria. Sicuramente negli ultimi 250 anni gli ebrei Lubavitch l’hanno cercato a Santa Maria del Cedro e a Marcellina, in provincia di Cosenza. Questo è avvenuto anche durante la prima e la seconda guerra mondiale, nonostante tutti gli sconvolgimenti.

Nella festa delle Capanne si usano per la benedizione:

1. il frutto del cedro che ha gusto e profumo

2. la palma da dattero che ha gusto ma non profumo

3. il mirto che non ha gusto ma ha profumo

4. il salice che non ha né gusto né profumo.

Il gusto simboleggia lo studio della Torà, i primi cinque libri della Bibbia conosciuti anche come Pentateuco; il profumo è l’osservanza dei Mitzvot o Comandamenti. Le quattro piante assieme simboleggiano l’unità del popolo ebraico di cui ogni membro è parte vitale.

Il cedro è un frutto definito haddar, splendido, parola che significa anche risiedere. Secondo gli ebrei l’albero del cedro non era facile da crescere perché le radici vanno in orizzontale e, con il caldo, l’albero poteva morire. Allora bisognava mettere della terra facendo una montagnetta attorno al fusto. Il limone invece ha radici che vanno in profondità per cui era facile la tentazione di innestare il cedro su un limone, ma allora la purezza originaria del cedro non era totale e il frutto non era più kosher, puro, come si è mantenuto sempre quello calabrese.

Il cedro che si sceglie per la festa non deve essere molto grande, perché i frutti grandi non sono quasi mai perfetti: hanno qualche macchia o puntino nero. Dopo la festa oggi il frutto non è mangiato, e qualcuno ne fa marmellata.

Nel Midrash, il commento rabbinico alla Bibbia che mette in luce gli insegnamenti giuridici e morali utilizzando diversi generi letterari come racconti, parabole e leggende, l’albero della conoscenza dell’Eden non era il melo, ma proprio il cedro. Quest’unicità del cedro viene confermata dal fatto che è l’unico albero che ha lo stesso gusto sia nel legno della pianta che nel frutto.

C’è anche da notare che in ebraico Italia significa terra della rugiada, quindi non solo terra grassa ma anche irrorata d’acqua: un sogno per gente che vagava nel deserto.

Ringrazio per queste informazioni, qui riportate in forma necessariamente semplificata, il rabbino Michail Elmalèh di Milano.

Salvatore Mongiardo

mercoledì 17 febbraio 2010

NOBILI ORIGINI DELLA 'NDRANGHETA


La sera di San Valentino 2010, ho seguito la trasmissione su TV7 dedicata alla ’ndrangheta condotta da Monica Maggioni, ospite il giudice Gratteri. Sullo schermo scorrevano le immagini di San Luca, della Pietra Kappa, di Bovalino e Locri, sullo sfondo dell’Aspromonte e davanti al mare Jonio, il mio mare. Ho voluto scrivere questa riflessione per testimoniare che c’è un altro modo di interpretare la ’ndrangheta, un fenomeno che parte da lontano a cominciare dallo stesso suo nome. Sharo Gambino scrisse su questo argomento una bellissima pagina per la quale mi complimentai con lui. Sharo ricostruì l’origine della parola che venne coniata ai tempi di Pitagora quando, per merito dei suoi insegnamenti, l’attuale Calabria fu chiamata Magna Grecia. La parola greca era andragatìa, composta da anèr, uomo, e agatòs, buono, cioè una persona onesta senza macchia.

Scriveva Sharo che intorno al 1873, Marco Minghetti, allora Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, confinò trecento siciliani appartenenti alla mafia nell’area di Roghudi, dove si parlava ancora il grecanico, lingua ora ampiamente studiata, che risaliva ai tempi delle colonie greche. Gli abitanti del posto non sapevano come chiamare quei confinati che si comportavano rispettosamente, da persone d’onore, e usarono l’antica parola contratta in ’ndràngheta.

Alla domanda pressante di Monica Maggioni: cosa aveva fatto di Gratteri un magistrato e di un suo compagno di banco un ’ndranghetista, il giudice ha risposto che tutto era dipeso dall’ambiente familiare. La sua affermazione è indubbiamente vera, ma non spiega il fenomeno: il giudice non ha scelto la sua famiglia, se l’è trovata, come è successo al suo compagno di banco.

Ora io mi propongo di dare una spiegazione più approfondita della nascita della ’ndrangheta. E comincio con il sissizio di San Luca, tenuto da me davanti alla casermetta della Forestale, poco lontano dalla Pietra Kappa, nell’agosto del 2002. L’idea di tenerlo a San Luca mi era venuta a Seminara, dove nel 2001 presentai il libro di Santo Gioffrè Artemisia Sanchez, su invito del professor Antonio Piromalli. In quell’occasione coinvolsi per il sissizio Fortunato Nocera, direttore della fondazione Corrado Alvaro di San Luca, al quale piacque l’idea di riprendere il convivio comunitario, il sissizio appunto, che fu l’atto fondativo dell’Italia con re Italo.

In quel periodo io avevo terminato di scrivere il Viaggio a Gerusalemme, per il quale avevo approfondito la materia che ora esporrò. Avevo, tra l’altro, scoperto che i mostaccioli di Soriano erano la continuazione delle forme sostitutive che i pitagorici offrivano agli dèi. Dolci fatti con farina e miele a forma di animali: i pitagorici, Pitagora lo imponeva, rispettavano gli animali come fratelli minori e mai li uccidevano. Per quel sissizio avevamo portato i mostaccioli in un cesto che poggiammo su una lastra di marmo quadrata -forma pitagorica per eccellenza- messa come tavolo davanti alla casermetta della Forestale. Come è stato ripreso dalla troupe del TR3 guidata da Pietro Melia, nel marmo erano incisi il teorema di Pitagora, la stella a cinque punte e altre forme geometriche tipiche dei pitagorici. Rimasi a bocca aperta per la coincidenza: portavo i dolci pitagorici su un marmo con i simboli pitagorici.

Ci misi del tempo per venire a capo di quel mistero, ma alla fine credo di esserci riuscito. Quel marmo era stato altare nella vicina chiesa bizantina di San Giorgio, crollata intorno al 1935, della quale si possono ancora vedere i muri perimetrali. La chiesa fu simile alla Cattolica di Stilo con cinque cupole a cilindro. I decori della chiesa furono trafugati, ma nessuno ebbe il coraggio di appropriarsi dell’altare per la paura che incute una cosa molto sacra, e finì davanti alla casermetta. Dei segni pitagorici incisi sul marmo trovai un riscontro nella Vita Pitagorica di Giamblico (I, 251) quando scrive della dispersione dei discepoli di Pitagora dopo la loro cacciata da Crotone e la morte del maestro:

Si radunarono a Reggio, e lì vissero organizzati in comunità.

La dottrina pitagorica fu ribaltata totalmente dall’avvento del cristianesimo. Per Pitagora uccidere un innocente, anche animale, era il peggiore dei mali perché faceva entrare la violenza nell’uomo. Col cristianesimo invece si predicava la morte dell’innocente, Gesù o l’agnello, come sacra e necessaria per la salvezza del colpevole. Quell’affermazione avrebbe fatto arricciare la barba a Pitagora per lo sdegno: il colpevole che si salva con la morte dell’innocente era esattamente l’opposto del suo principio di giustizia e armonia.

Elemento fondante dei pitagorici, al quale attribuivano la più grande importanza, era il giuramento che si faceva sulla tetraktis, la sacra tètrade - ritorna il quattro-, giuramento che mai poteva essere tradito. Una volta affiliati alla setta pitagorica, lo svelare i segreti della dottrina comportava la morte. Lo stesso Platone, che frequentò la rinata scuola pitagorica per sette anni, usò personaggi immaginari per alcuni suoi Dialoghi per paura di essere ucciso dagli altri pitagorici: aveva difatti scritto una dottrina che doveva rimanere segreta. L’affiliazione pitagorica era a vita, garantiva protezione, aiuto reciproco ed economico, e richiedeva segretezza totale, esattamente come oggi fa la ’ndrangheta. I pitagorici poi erano religiosissimi, veneravano gli dèi e avevano luoghi sacri e altari. E i ’ndranghetisti non giurano sui santini? E in ogni covo di ’ndrangheta non ci sono altari, bibbie e vangeli? Il culto di Hera Lacinia a Crotone non è l’equivalente del culto della Madonna di Polsi, dove si sigillano col giuramento i patti della ’ndrangheta?

Questo mi porta ad affermare che la decadenza del Meridione d’Italia, la Magna Grecia, è stato soprattutto un fatto di cultura, di religione, non tanto un fatto politico: il Meridione sta scontando ancora oggi l’abbandono della cultura pitagorica. Un proverbio latino dice: corruptio optimi est pessima. Il Meridione cadde da un’altezza che altri popoli, affacciatisi più tardi alla storia, non possedevano. La caduta da molto alto provoca sempre sconquasso maggiore.

A me sembra di poter affermare che la ’ndrangheta non si può liquidare con la comoda etichettatura di criminalità organizzata, né si vincerà con leggi e sentenze. E’ una forma temibile di reazione a miseria tremenda, come si può vedere visitando i paesi dell’Aspromonte, nata in una popolazione che, anche se illetterata, aveva ben chiari in mente i capisaldi pitagorici di giustizia, amicizia, rispetto della famiglia, onore. Ci sono poi altri fattori storici che si aggiunsero ad accrescere la decadenza e la miseria della Calabria. Per esempio l’arrivo dei Normanni, appoggiati dalla Chiesa, che instaurarono il feudalesimo al Sud quando al Nord finiva con la nascita dei liberi comuni. Nella storia nulla accade a caso e, se qualcosa ci appare incomprensibile, è perché non ne capiamo le profonde radici. Tanto per esemplificare, riprendo l’eccidio di Duisburg, che ha fatto salire la ’ndrangheta alla ribalta internazionale. A me sembra di potere affermare che, violenza per violenza, quella ’ndranghetista è di qualità migliore di quella tedesca. La ’ndrangheta cerca le cose che tutti vogliamo: benessere, belle case, studi per i figli. Per ottenerli minaccia, impone i suoi gravami, uccide. Non è un bel vivere per niente, ma una possibilità di scampo c’è: basta pagare. Se invece si era bimbi ebrei di pochi mesi o di pochi anni, la madre doveva portarli al forno crematorio: non ci fu nessuno scampo per un milione e mezzo di infanti.

Mi sto impegnando attualmente di creare una Accademia Mondiale Antiviolenza per lo studio e la prevenzione della violenza umana, e sono arrivato alla conclusione che, proprio per la sua spaventosa caduta, la Calabria può adesso liberare tutte le poderose energie che millenni di storia sfavorevole hanno compresso. Non è da oggi che vado predicando che la nuova Civiltà Sissiziale verrà dalla Calabria, appena si capiranno le vere e inconfessabili origini della violenza. In quella civiltà si placherà anche l’angoscia che ha generato tanta voglia di morte in Hitler e nazisti, e i ’ndranghetisti vedranno lo squallore della loro esistenza. Stalinisti, nazisti e ’ndranghetisti sono la nostra faccia oscura, ma sono sempre uomini che vanno aiutati ad uscire dall’inferno.

Il giudice Gratteri forse non sa da dove deriva la sua abitudine, da lui stesso raccontata, di lavorare nell’orto e dormire poco dedicandosi allo studio dei processi. Fare vita ritirata e non indulgere al sonno erano chiari precetti pitagorici. E se vuole vedere la fine della ’ndrangheta, allora ho per lui una buona notizia. Nel 1994, quando stavo per terminare di scrivere il mio Ritorno in Calabria, mi recai in visita alla stupenda Cattedrale di Gerace, fatta con colonne prese dai templi greci. Incontrai in quell’occasione il canonico Gratteri, suo zio che, novantenne, stava sempre in chiesa. U zzìu Ntoni, come veniva chiamato affettuosamente, mi parlò di Calabria, di presente e mi esortò: Vedete di aiutare, se potete! Il suo accorato appello ha trovato ascolto in Papa Benedetto XVI il quale, durante la funzione del Giovedì Santo del 2007, affermò che Gesù non mangiò l’agnello, in quanto era un esseno. Lo storico Giuseppe Flavio riguardo agli Esseni scrive nelle Antichità Giudaiche ( XV, 371):

Si tratta di un gruppo che segue un genere di vita che ai greci fu insegnato da Pitagora.

Io sono convinto, non da oggi, che sta per spuntare il giorno dell’intramontabile sissizio, il convivio tra amici senza nessun spargimento di sangue. Lo celebreremo nella cattedrale di Gerace: quel giorno i calabresi toglieranno Gesù dalla croce, u zzìu Ntoni curerà le sue piaghe e Cristo, Stalin, Hitler, il giudice Gratteri, i suoi compagni di banco ’ndranghetisti e io entreremo nell’onorata famiglia dell’andragatìa.

16 02 2010

mercoledì 10 febbraio 2010

DISCORSO SISSIZIO DI BADOLATO 2009

Carissime Amiche e Amici, benvenuti!

il bosco del Faggio Grande di Badolato ci vede ancora riuniti per celebrare questo sissizio, tredicesimo dal primo tenuto in Sant’Andrea nel 1995. Molti amici lontani hanno assicurato la loro partecipazione col cuore. La lontananza non recide, anzi rafforza il legame che ci lega a Franco Arena in Argentina, a Padre Igino Mazzucchi in Amazzonia insieme al mio figlio adottivo Marinaldo, alla mia diletta figlia Gabriella in Florida, a Charles Cronin a Parigi, e molti ancora in America, Francia, Germania, Svizzera, Torino, Genova, Milano, Roma, Sardegna e nella stessa Calabria. Un saluto particolare porgo a nome del nostro Mimmo Lanciano e del monaco greco ortodosso Kosmàs, che visse nel monastero di Bivongi, e che recentemente ho visitato sul Monte Athos in Grecia. Kosmàs ha promesso: Sarò presente al sissizio in spirito.

Tra i presenti saluto voi tutti ad uno ad uno, ma soprattutto Vincenzo Squillacioti e tutto il magnifico gruppo della Radice che in questi anni ha sostenuto i sissizi con generosità e dedizione. Saluto anche Fortunato Nocera della Fondazione Corrado Alvaro di San Luca, don Raffaele Malena e Mimmo Paravati, senza volere fare torto a quelli che non nomino. Mando un saluto all’editore Franco Arcidiaco della Città del Sole di Reggio che ha editato il mio libricino PERCHE’ LA VIOLENZA. Ho l’onore di poter dare a voi, quali rappresentanti di tutta l’umanità, questo piccolo regalo che annuncia il regalo grande che l’umanità attende da sempre: la fine della violenza.

Di recente gli astronomi hanno osservato un’esplosione di proporzioni inimmaginabili in prossimità di un buco nero: da quella vampa ricomincia il ciclo di rinascita di una parte dell’universo visibile. A me sembra che quel nuovo ciclo cosmico è simile a questo che oggi stiamo vivendo qui, in questo bosco, alla presenza del Bue di Pane pitagorico, simbolo della fine di ogni violenza. Da 25 secoli la nostra Calabria ha conosciuto una decadenza inarrestabile. Dallo splendore filosofico e dall’altezza di vita e costumi di Pitagora siamo precipitati dentro il buco nero del presente. Terribile e meraviglioso destino della Calabria, aver dovuto subire una degradante caduta per poter annunciare al mondo quello che mente umana mai, prima d’oggi, ebbe l’ardire di pensare o progettare: la fine della violenza.

I grandi desideri dell’umanità si sono sempre realizzati. Così l’uomo ha imparato a volare, a vincere le malattie, a comunicare gratis in tutto il mondo con internet. E oggi, proprio dalla nostra terra, si annuncia la fine della violenza con l’impegno a studiarne e a capirne le vere origini. Per questo noi porteremo avanti il progetto per la creazione di un’Accademia Mondiale Antiviolenza, promuovendola in tutte le sedi, e vi prego di considerare questo progetto una creatura non solo mia, ma di voi tutti perché nata dal grande cuore e dall’alta mente della gente di Calabria. Il Bue di Pane che Pitagora offrì agli dèi nelle città di Crotone d’Italia, così era chiamata Crotone negli antichi testi, è pegno che questo sogno si realizzerà e renderà l’umana vita veramente degna di essere vissuta.

Don Mario Migliarese ha voluto comporre la musica dei componimenti che troverete nel libricino. L’augurio è che questa breve rappresentazione pitagorica si diffonda in tutti i continenti con il suo messaggio di uscita dalla violenza. Rendo omaggio con rispetto a tutte le vittime della storia del mondo, uomini e animali, brindo alla nostra bellissima amicizia, invoco un mondo libero dalla cappa di angoscia e di morte.

EVOE’, gioia e salute a tutti da parte mia e dal magnifico Bue di Pane, offerto, tramite Marziale Mirarch, dal panificio Cinquattaquattro di Isca Marina!

Salvatore Mongiardo


UN GIORNO LA VIOLENZA FINIRA

Salvatore Mongiardo

mongiardosalvatore@gmail.com

+39 348 78 20 212