SANT’ANDREA SEDUTO
I fatti che racconto sono veri così come i commenti e le
interpretazioni dell’epoca, anche se oggi possono sembrare inverosimili. Avevo
dieci anni e correva l’anno di grazia 1951. Forse in seguito al fervore suscitato
dall’Anno Santo 1950, in paese si volle erigere un monumento esterno alla
chiesa del santo, che sorgeva e sorge difronte a casa dei miei nonni materni e
dei miei genitori.
Sindaco del paese, eletto nel 1948 nella lista comunista,
era l’architetto Francesco Armogida, gran brava persona, nemico giurato dell’architetto
del regime fascista Piacentini. L’architetto aveva liberato Giacomo, suo
fratellastro, dopo venti anni di detenzione nel manicomio di Girifalco,
accusato, sembra ingiustamente, dalla matrigna, la bellissima Giulia Ranieri, seconda
moglie di Saverio Armogida, che l’aveva sposata dopo la morte della prima
moglie.
L’architetto si diede da fare e disegnò con carbone,
sulla parete esterna nord della chiesa, un enorme tortiglione simile a quello
del Borromini di Sant’Ivo alla Sapienza a Roma. Ma non potè andare oltre perché
bisognava in parte demolire la chiesa esistente, cosa che il popolo non accettava.
L’architetto ripiegò allora su un originale monumento simile a una palma, fatta
con mattoni rustici, e insegnava personalmente con la cazzuola ai muratori come
tagliare e mettere assieme i mattoni. In cima alla palma, fece costruite un
trono aperto, adorno di colonne e sormontato da una lanterna, dentro il quale
volle inserire la statua di Sant’Andrea seduto. Il monumento è appoggiato alla
parete est della chiesa e guarda il Mare Jonio.
Fu issata allora la statua di Sant’Andrìa assettatu, conservata nel grande ripostiglio posto a
destra dell’entrata della chiesa. Quella statua era stata commissionata dopo il
saccheggio del paese da parte dell’esercito napoleonico nel 1806, quando la
vecchia statua in legno fu deturpata, il viso rovinato e gli occhi cavati con la
baionetta. Identico trattamento era stato riservato al gruppo marmoreo della Pietà
del Gaggini di Soverato, che non fu rovinata dal terremoto, come erroneamente
si crede, ma dalla soldataglia francese.
Il popolo andreolese conservò la statua originale,
scolpita in legno di ulivo nel 1047, che anni dopo il 1806 fu restaurata e
rimessa al suo posto. Nel frattempo era arrivata una statua del santo in
cartapesta colorata, con il santo seduto in trono e la croce a X appoggiata
alla sua destra. Ma la sua permanenza sull’altare non durò molto, perché il
popolo rivolle la vecchia statua restaurata. Il santo seduto, che io andavo a
guardare socchiudendo la porta del ripostiglio, rimase chiuso al buio. Ma anche
sul monumento la statua del santo seduto ebbe vita breve, perché, esposta all’acqua
e al vento, si sfaldò e fu sostituita da una nuova statua in marmo bianco.
Per mettere quella statua sulla palma, fu necessario
rompere il muro della chiesa in corrispondenza della sacrestia, la cui grande
parete era stata affrescata con angeli da Zimatore intorno al 1933, quando,
assieme a Grillo, affrescarono magistralmente tutta la chiesa, di recente
perfettamente restaurata. Quel monumento esterno fu da tutti apprezzato e
ritenuto miracoloso, perché da quando la statua guardava il mare, la pesca di
triglie era molto abbondante. Difatti, la statua originale del santo portava,
appesi al braccio destro che reggeva la croce, due triglie d’oro. Una
imprecisione storica, perché Andrea era pescatore nel Mar di Galilea o Lago di
Tiberiade, dove non esistono triglie, come ho verificato di persona. La triglia
è pesce raro e pregiato soprattutto in Grecia, il barbunia, ma non stiamo a fare sottigliezze.
In quel periodo successe un furto sacrilego: una mattina
Benincasa, il sagrestano che abitava con moglie e figli nell’attigua casetta del romito, scoprì che la statua
era stata derubata della grande croce d’argento, delle triglie d’oro e della
bella corona d’argento con grappoli d’uva intrecciati. Lo sconcerto nel popolo
fu enorme, la notizia si sparse e tutti accorsero a vedere il santo che
sembrava nudo. La campana della chiesa suonava ininterrottamente per richiamare
i fedeli che portavano monili d’oro e d’argento che donavano
generosamente. Rosariuzza, moglie di
Francesco Varano e madre di Don Edoardo, accorse donando u mbilloccu, una lunga catena d’oro stile Liberty, che scendeva
fino ai piedi e risaliva al petto, sul quale si appuntava con un monile d’oro.
All’poca Francesco Varano era procuratore della Congrega di Sant’Andrea, e
teneva i libri della congrega, tanto che Don Edoardo scrisse di suo pugno un
lungo resoconto dell’accaduto, da me letto, che sarebbe il caso di pubblicare.
Il furto sacrilego era una sfida lanciata ai carabinieri,
i quali individuarono come indiziato un certo Pirrò, forestiero residente in paese,
che fu portato in caserma. Si disse che Pirrò non voleva ammettere il furto, e
allora un carabiniere estrasse la pistola, gliela puntò sulla fronte e lo
minacciò: O parli o ti faccio saltare le cervella! Pirrò fu irremovibile e
allora un altro carabiniere portò un grande scarafaggio, forse un cervo volante
che gli assomiglia molto, e glielo appoggiò all’ombelico dicendo: Adesso quello
entra nella tua pancia e ti mangia le budella! Invaso dal terrore, Pirrò
avrebbe ammesso il furto.
Durante la raccolta dei monili, si era formato un gruppo
di persone e il carissimo mio amico Antonio Samà, la più bella voce tenorile
del paese, mi chiese di andare dall’arciprete Don Andrea Samà, u fumusu, per farmi dare la chiave della
vicina chiesa di San Rocco, per prendere la misura per una nuova corona.
L’arciprete, burbero ma brava persona, mi chiese: Chi ti ha mandato? Io risposi:
Totò u scarparu. L’arciprete: U pacciarìaddhu? Così era soprannominato Totò per
il suo carattere estroso e divertente. L’arciprete mi rimandò senza chiave
dicendo: San Rocco porta il cappello e San Nicola la mitria di vescovo…
A proposito della chiesa di San Rocco, i preti del paese
affermavano che essa era prima dedicata a San Leonardo eremita, molto venerato
nella Chiesa latina e in quella ortodossa, fin quando la Baronessa Enrichetta
Scoppa la dedicò a San Rocco. Recentemente mi è spuntata l’idea che quella
chiesa, con le pareti tinteggiate di calce bianca, poterebbe essere custode di
un segreto. Le antiche chiese di Sant’Andrea inizialmente erano tutte adibite al
rito ortodosso, e le pareti erano interamente affrescate con scene sacre, come
erano e sono ancora in Grecia e altrove, e come era la chiesa di Campo nella
marina del paese, dove tutti gli affreschi antichi furono picconati in un recente
restauro maldestro. La chiesa di Campo era proprietà degli Scoppa, come la
cappella del loro palazzo, ora Istituto delle Suore Riparatrici, dove la
Baronessa aveva fatto picconare le lunette dipinte con scene di San Bruno e dei
certosini. Prima le aveva fatto coprire di calce bianca che al caldo si
screpolava e riapparivano le scene dei monaci, come a ricordarle che quella era
stata la loro casa.
Le pareti di San Rocco conservano forse antichi affreschi
sotto la calce bianca? Un attento sondaggio potrebbe stabilire la verità.
Queste e simili cose accadevano nella nostra infanzia che
non fu misera né triste, ma semplicemente favolosa.
Salvatore Mongiardo
12 ottobre 2026
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