mercoledì 23 settembre 2026

VIAGGIO A TUNISI

 

Viaggio a Tunisi 

            In questo primo giorno d’autunno 2026 mi è tronato in mente l’ultimo mio incontro con Peppino Carchidi, che, assieme alle sorelle Rosa e Celestina e ai loro genitori Francesco e Annamaria, abitavano dirimpetto a noi ai piedi della chiesa di Sant’Andrea Apostolo. Peppino e le sorelle erano della generazione dei miei genitori e avevano visto nascere tutti noi: c’era tra noi grande affettuosità e familiarità.                            Andai a trovare Peppino quando era molto malato, steso nel lettino e aveva preso molti farmaci. Mi riconobbe subito e disse:

            – Sono contento che sei venuto, siediti che ti devo raccontare una cosa. –

            La storia si riferiva a quando egli era in servizio militare nella seconda guerra mondiale in Africa. In seguito partecipò alla battaglia di El Alamein, dove fu fatto prigioniero degli inglesi che lo mandarono in Inghilterra, gli anni più belli della sua vita, affermava, per la disponibilità delle donne. Aveva preso la patente sotto le armi e guidava la macchina riservata ai suoi superiori.

           Un giorno lo convocò il suo capitano al quale si presentò sull’attenti:

            – Carchidi, domani presentati con barba fatta e scarpe lucidate con cromatina, perché devi fare una missione segreta e… massimo silenzio! –

            La mattina seguente un uomo vestito di scuro prese posto da solo nel sedile posteriore e ordinò:

            – A Tunisi! –

            Peppino si mise alla guida, ma guardando nello specchietto vide che l’uomo scriveva su dei fogli in silenzio. A un certo punto si tolse dalla testa quello starno copricapo e Peppino vide che addirittura stava portando… Mussolini. Allora raddoppiò l’attenzione e proseguì il viaggio.

            Fu Mussolini che ruppe il silenzio e gli chiese:

            – Dimmi, bravo giovane, come ti chiami? –

            – Carchidi Giuseppe! –

            – Da quale parte d’Italia? –

            – Dalla Calabria! –

            – E da quale paese? –

            – Da Sant’Andrea Apostolo dello Jonio! –

            – Madonna, sbottò Mussolini, ma non è il paese del Federale Calabretta? –

            – Sì, proprio quello! Vostra Eccellenza si è fermata alla stazione ferroviaria durante la vostra visita in Calabria e avete fatto le foto col popolo. –

            Poi il viaggio continuò fino a Tunisi, dove Mussolini diede ordine di sparare contro gli aerei inglesi, ed entrò in macchina per il ritorno.

Al termine del viaggio, Mussolini gli disse:

            – Peppino, ti voglio bene! Io lavoro per gli italiani notte e giorno: a Palazzo Venezia la luce è sempre accesa. Qualunque cosa vuoi, vieni e la facciamo. –

 

            Ettore Calabretta, don Ettore, era un fascistone della prima ora nominato Federale, che partecipò alla spedizione contro l’Albania col grado di maggiore. Lì c’era un altro andreolese, di cognome Calabretta, caporal maggiore. Questi, saputa la presenza del Federale compaesano, lo cercò al telefono di campo, fu collegato e si presentò:

            – Sono il caporal maggiore Calabretta! –

            – Sì, sono il maggiore Calabretta, tu chi sei?

            – Sono il caporal maggiore Calabretta! –

            – Il maggiore Calabretta sono io, urlò spazientito don Ettore, in paese cosa fai? –

            – U scarparu. –

            – Allora signi Facci e Gattu! –

            – In paese così mi chiamano! aggiunse umile il calzolaio. –

 

Salvatore Mongiardo

23 settembre 2026

           

           

 

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