domenica 1 novembre 2026

LA CAPRA BIANCHINA di S. Mongiardo

LA CAPRA BIANCHINA 

            Durante la seconda guerra mondiale il latte scarseggiava, così mio padre comprò una bella capra maltese, una razza allora molto diffusa nel Meridione e ricercata per l’alta qualità del suo latte. Papà la affidò a Mariuzza, la zia di mia madre, che la conduceva al pascolo e spartiva il latte tra la sua famiglia e la nostra. Bianchina aveva un vello lungo e bianco, era priva di corna e per noi bambini – soprattutto per mia sorella Anna – rappresentava una compagna di giochi straordinaria. 

            Alla fine della guerra, il latte della mandria di quattrocento pecore del Marchese Lucifero e degli altri pastori locali tornò regolarmente in vendita; prima, infatti, doveva essere obbligatoriamente conferito all’ammasso. Il latte di Bianchina non fu più necessario e mio padre decise di venderla alla Fiera della Galilea a Soverato. I pianti disperati di Anna non gli fecero cambiare idea: comprò una corda nuova per condurre l’animale a piedi da Sant’Andrea a Soverato. Era il 1946 e io, a soli cinque anni, mi accingevo a fare il mio primo viaggio fuori dal paese.

             Proprio quel giorno passava davanti a casa nostra un carro tirato da due buoi. Sopra vi sedeva comodamente, su una sedia, Don Armodio Migali, elegantemente vestito con cappello, bastone e una catena d’oro appuntata sul gilet. Mia madre lo fermò e gli chiese se potesse portarmi a Soverato, dove avrei raggiunto mio padre. Il nobiluomo accondiscese; mi fecero salire a bordo e io passai il tempo a osservare le grandi ruote che giravano sulla strada polverosa. Il bovaro Ndriello, accortosi del mio interesse, mi disse con un sorriso:

«Vedi come girano bene? I cerchioni di ferro li ha messi tuo padre».

Dopo circa tre ore di viaggio arrivammo a Soverato. All’inizio dell’attuale via Olimpia sorgeva allora un bel Calvario con icone a colori; tutto intorno si estendeva la campagna, animata dal vivace frastuono della fiera boaria.

             Don Armodio Migali apparteneva a una famiglia aristocratica che, per tradizione, imponeva il nome di Armodio in onore dell’eroe che nell’antica Atene, insieme ad Aristogitone uccise il tiranno Ipparco. I Migali, al pari della nobile famiglia Jannoni, erano massoni e antiborbonici. In quell'atmosfera cupa, densa di intrighi e agguati, la loro casa era stata teatro di un evento tragico agli inizi dell’Ottocento. All'epoca, l’arciprete del paese era Don Giuseppe Damiani, uomo accorto e fervente sostenitore dei Borboni. In paese si sussurrava – ingiustamente – che durante la comunione generale del Giovedì Santo egli distribuisse ostie avvelenate ai fedeli antiborbonici. Per sbarazzarsi di lui, i Migali lo invitarono a cena con l'intento di avvelenarlo. L’arciprete, però, sospettando l’imboscata, scambiò abilmente il proprio piatto con quello del figlio dei Migali, non appena la cuoca Pascaluna – chiamata così per la statura imponente – servì la pietanza. La cena proseguì indisturbata, ma nella notte il giovane morì avvelenato. Fu allora che il padre, disperato, urlò alla cuoca: «Pascaluna, chi facisti!» (Pascaluna, cosa hai fatto!).

             Nel frattempo, alla fiera, un uomo di Chiaravalle si avvicinò a mio padre, attratto dalla bellezza di Bianchina. Chiese il prezzo e mio padre, con assoluta onestà, spiegò che la capra faceva molto latte, e per di più squisito, fissando la cifra a cinquecento lire. Non erano poche per l'epoca, ma il buonuomo accettò e pagò. Quando mio padre fece per sciogliere la corda nuova per tenersela, il compratore protestò:

«Devo condurla a piedi fino a Chiaravalle, come faccio senza corda?».

L’obiezione era legittima, e mio padre gliela lasciò.

             Subito dopo, papà mi comprò dei dolcetti e ci avviammo a piedi sulla strada del ritorno insieme ad altri paesani di Sant’Andrea. Alcuni di loro avevano acquistato u gnirru, il maialino appena svezzato, che le donne stringevano in braccio con la cura che si riserva a un neonato. Comprarlo così piccolo era economico e permetteva di allevarlo nel porcile fino al carnevale dell'anno successivo, quando, ormai grasso e cresciuto, sarebbe stato sacrificato per diventare salsicce e soppressate.

 

            Quel ritorno fu per me come un viaggio nel paese delle meraviglie, un percorso costellato di racconti straordinari. Mentre passavamo nei pressi di Malarra, la collina cretosa che si erge subito dopo la fiumara d’Alaca, ascoltai le donne narrare una tetra leggenda: lì si trovava un tesoro nascosto, legato al fantasma di un giovane ucciso dai briganti affinché la sua anima facesse da guardiano ai bottini sepolti. Nessuno, però, doveva osare scavare: chi ci aveva provato era fuggito terrorizzato dal rumore di catene e dall'apparizione di un enorme gatto nero, che altri non era se non la brutta bestia... il diavolo!

 Salvatore Mongiardo

1 novembre 2026