lunedì 5 agosto 2013

Relazione del Prof. Enrico Armogida

Relazione del Prof. Enrico Armogida
per la presentazione del libro di Salvatore Mongiardo
Cristo ritorna da Crotone
Cortile delle Suore Riparatrici, ex Palazzo Scoppa, Sant’Andrea Ionio (CZ)
2 agosto 2013

Gentili Signore e Signori,
Il mio intervento esula volutamente dalla fattispecie di una vera recensione critica sul recente lavoro di Salvatore Mongiardo per assumere, invece, il sapore vivo di testimonianza di una lunga e costante amicizia, che risale ai lontani anni ’60, (cioè al comune periodo universitario), e che ci lega, pertanto, sin dagli anni della nostra giovinezza, sì da aver costituito per entrambi una frequente occasione di fitte consultazioni, di pacate discussioni e di privilegiata lettura delle reciproche primizie creative.
Perciò, mi limiterò ad evidenziare solo alcune note ricorrenti - almeno quelle più rilevanti e significative, - che frequentemente affiorano nella sua fucina letteraria e che si possono ritrovare di volta in volta, isolatamente o meno, all’interno di tutta la ricca produzione di Salvatore [dalle Dieci Poesie (del 1989) agli impegnativi romanzi e saggi, cioè Ritorno in Calabria (del 1994), Viaggio a Gerusalemme (del 2002), Sesso e Paradiso (del 2006), Perché la violenza (del 2008) e quest’anno (2013) Cristo ritorna da Crotone]: produzione tutta pregna di preziosi tasselli autobiografici e di esistenziali motivi di riflessione.
All’interno dell’animo dell’autore, il primo elemento da evidenziare mi sembra un’innata forma d’inquietudine interiore, - simile a quella che apre le grandiose pagine iniziali delle Confessioni di Sant’Agostino: un’ inquietudine che pone l’uomo in una specie di equilibrio instabile e lo rimanda a qualcosa di più grande e di più alto, spingendolo prima o poi ad intraprendere con onestà intellettuale un lungo e sofferto cammino verso la ricerca dei supremi valori della verità, della giustizia e dell’amore.
Come necessario e complementare elemento di equilibrio stabilizzante, sul piano esistenziale, a tale forma d’inquietudine, si accompagna, anzitutto, un attaccamento alla terra natìa profondamente radicato, proprio di chi sin dalla fanciullezza ha subito prima l’esperienza traumatizzante dello straniamento, sublimato nei seminari di Squillace e Catanzaro, e più tardi quella dell’emigrazione, necessitata dalla ricerca di un lavoro soddisfacente, e perciò ha dovuto consapevolmente - e spesso amaramente - vivere il suo sradicamento dai luoghi e dalle persone amate ed il suo essere un “io diviso e lacerato”.
E, sul piano narrativo, trova spazio e ragione l’abbandono frequente a stupendi squarci lirici, che si ritrovano nei tanti aneddoti paesani inseriti, ma - ancor più -  nelle inaspettate quanto ariose e benefiche pennellate paesaggistiche, di chiara ascendenza ionico-eolica, che conferiscono alla sua prosa un particolare nitore pittorico, proprio di chi orazianamente sente la poesia non solo come pittura (Ad Pisones, 361: ut pictura poësis), ma come qualcosa di più, come un quadro partecipato, vivente e sofferente; un quadro di una limpida “lucidità”, in cui la passione della “partecipazione” è commista e contenuta dall’alterità ed imperturbabilità della “riflessione”, e mostra l’unione inestricabile e feconda di quegli elementi che - insieme alla divina “sobrietà” e “musicalità” della lingua - sono all’origine del “miracolo poetico”.
Ma il messaggio più evidente, ch’è anche l’assillo più profondo dell’autore, è quello di costruire il suo sogno perenne di una umanità nuova, libera dal seme terrificante della violenza; è il desiderio di librare lo sguardo verso l’alto, per liberare l’uomo dalla melma fangosa che ovatta il mondo  edonistico-materialistico  in cui viviamo e in cui i valori supremi sono ormai “divertimento” e “roba” (soldi, ville, macchine, sesso, droghe,…): valori che nel I sec. dopo Cr. il poeta Giovenale (X, 81) riassumeva e fustigava nel famoso binomio panem et circenses, cioè mangiare e divertirsi, quasi fossero, questi, capaci di liberare l’uomo dall’inquietudine tragica delle vicende esperenziali.
Perciò, l’autore sente l’urgente bisogno di “cambiare il mondo” (p. 11), ma, - come un albatro cui non bastano le immensità dell’oceano per realizzarsi appieno, - capisce che “ci vorrebbe un colpo d’ala” possente, “come non si è mai visto finora”(p. 9), che gli consenta di “volare alto e non rimanere schiacciato dalla vita reale” (p. 15).
E così l’arduo scavo, nel quale tutta l’opera si risolve alla ricerca delle molteplici cause della violenza - scavo corredato di tanti ricordi personali, di venerande figure storiche del Paese e di ampie ricerche storico-letterarie ben approfondite e documentate -, mostra anzitutto come le varie culture (da quella pitagorica a quella essena e a quella cristiana) s’intersechino continuamente in un meraviglioso effetto di osmosi. Ma nel contempo - (come in un piccolo stagno d’acqua circolare, ove le onde, concentricamente restringendosi e slargandosi, si rifrangono con ritmo alterno dal centro al cerchio e dal cerchio al centro) - ci sospinge anche verso l’originaria unità del genere umano, cioè ci richiama al punto di partenza della storia, che si ritrova in interiore homine, cioè nell’animo di ogni persona, ove ciascuno avverte ineludibile il bisogno di dare un senso positivo alla vita.
La profonda crisi morale dei nostri giorni in buona parte proviene dallo scadimento, ormai incontrovertibile, della politica, alla quale - pure - tutti noi, dopo la fine della seconda guerra mondiale, ci eravamo rivolti pieni di entusiasmo, di fiducia e di speranze. Ma proviene, soprattutto, dal contrasto stridente fra leggi scritte (o positive), che sempre più spesso sono espressione delle esigenze e degli interessi della classe sociale che le scrive e le impone, e leggi non scritte, trascendenti nella loro origine eppure immanenti e vive in ogni coscienza, le quali potrebbero assicurare la fine della violenza - e, perciò, donarci la sospirata pace -, se solo attuassero in contemporanea il bisogno universale di giustizia e di amore, in una personale opera di silenziosa donazione e di fraterna condivisione di quanto ci vive attorno.
Occorre convincersi - scriveva qualche decennio fa un grande pensatore dei nostri tempi[1] - che le situazioni conflittuali che oppongono un uomo agli altri sono solo conseguenza di situazioni conflittuali presenti nella sua anima. Perciò, ciascun uomo deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, riappacificato, allacciando con loro relazioni nuove, che valorizzino le persone più che le cose. Alla trasformazione del mondo – della quale Salvatore in tutta l’opera da varie angolazioni s’interessa – concorre e contribuisce, dunque, solo la trasformazione di sé stessi. E’ da se stessi che bisogna cominciare. Il punto da cui partire per “sollevare il mondo” - come diceva Archimede - costituisce l’impresa più audace e più ardua ed è la trasformazione di ciascuno di noi: in essa anche il sissizio conviviale e amicale - che l’autore da tempo va predicando e diffondendo -, può avere il suo valore salvifico, se non lo si riduce soltanto ad un incontro formalistico e ritualistico.
Pura utopia? Direi di no, sia perché l’utopia, intesa come progetto cosciente per il miglioramento del mondo, è stata sempre il sale e il motore della storia sia perché - lo sappiamo tutti - il sogno, finché rimane sogno di uno solo resta una cosa sterile e inerte, ma quando diventa il sogno di molti – e perché no? – il sogno di tutti, si trasforma in realtà, e meravigliosa realtà.
A Salvatore gli auguri più sentiti per una meritata diffusione e successo dell’opera; a voi tutti, qui accorsi numerosi perché spinti da una legittima e sana curiosità, una lettura attenta e meditata del volume, che ad ogni pagina offre tanti spunti per pensare e, soprattutto, per cambiare testa, come dicevano spesso i nostri padri, o - che è lo stesso - metanoèin, come dice in greco il Cristo del Vangelo.

Enrico Armogida




[1] Martin Buber: Il cammino dell’uomo – Ediz. Qiqajon – Magnano (VC) 1990

mercoledì 24 luglio 2013

Risorge la vecchia Chiesa Matrice di Sant’Andrea Apostolo dello Ionio, CZ.

Risorge la vecchia Chiesa Matrice di Sant’Andrea Apostolo dello Ionio, CZ.


Carissimi Andreolesi, Amiche ed Amici,
si sta per avverare il sogno di migliaia di noi sparsi nei cinque continenti: il recupero della veneranda Chiesa Matrice abbattuta nel 1966. Quello che fino a ieri sembrava impossibile, oggi finalmente si realizza! Il grande rimpianto per la distruzione della Chiesa Matrice ora si placa in parte con il recupero delle pietre, dei graniti della volta, delle colonne, delle scalinate e di tutti gli elementi architettonici che da quasi cinquanta anni giacciono a Fabellino. Un destino benevolo ha voluto che i detriti rovesciati nella voragine di Fabellino rimanessero compatti e uniti in una posizione favorevole al loro recupero.  Le rovine sono rimaste in attesa che andassimo a cercarle al limite della strada che da Sant’Andrea va verso la montagna, a circa 1 km dal centro.
Questo recupero avviene per iniziativa del CENTRO SOCIALE PER ANZIANI "BRUNO GENCO" – del nostro Paese. E’ per incarico del Centro che rivolgo a voi tutti un appello perché  partecipiate a questo avvenimento storico.
Il giorno 6 agosto 2013, alle ore 18, avverrà il recupero delle prime pietre a Fabellino: un appuntamento con la storia da non perdere.
Il giorno 14 agosto 2013, alle ore 21.00, nel Cortile delle Suore Riparatrici, si terrà un incontro nel quale farò da moderatore e interverranno:
Maria Antonietta Lijoi, Presidente Circolo Sociale per Anziani Bruno Genco, il Sindaco Gerardo Frustaci, l’Assessore Franco Monsalina, Mario Codispoti Presidente ARA, Andrea Corapi Presidente AMA, Alfredo Varano e don Francesco Palaia.
Nulla potrà più restituire le atmosfere, le penombre, lo splendore degli altari policromi, dei dipinti delle cappelle, la maestosità del campanile, la voce antica delle tre campane, il pellicano dipinto sull’abside che si squarciava il petto per nutrire col sangue i suoi tre piccoli, le balaustre in ferro battuto…
Il recupero, che sarà illustrato nei dettagli tecnici dall’architetto Alfredo Varano, assume  valore di abbraccio simbolico che da Sant’Andrea si protende al Tempio di Gerusalemme, alle chiese, alle moschee e a tutti i luoghi sacri del mondo distrutti nelle guerre di religione e di conquista.
Chiedo a tutti quelli che hanno foto, cartoline, immaginette che riguardano la vecchia Chiesa Matrice, di mandarmeli per farne col tempo un libro. Per fortuna la grafica computerizzata oggi ci permette di fare una ricostruzione virtuale della Chiesa, e  invito chi è esperto in materia a farsi vivo. Chiedo anche a ognuno che ha un ricordo, una storia, un aneddoto da raccontare sulla Chiesa, di mandarmela per catalogarla.
Personalmente ho vissuto quella Chiesa in tutti i sacri penetrali, nelle immagini dei Santi, nel canto della liturgia, nella voci dei vecchi sacerdoti. La sua distruzione ha lasciato in me un vuoto incolmabile, ma mi ha anche portato a fare una predizione, come ho scritto nel mio Ritorno in Calabria, che allego e invito a rileggere per l’occasione.
Dal capitolo 33, La vigna di Tralò, -il colloquio tra me e Cristo-:
…Io mi misi a pregarlo:
– Signore, salva la Calabria, salva la mia terra! –
Gesù alzò lo sguardo e disse:
- Nel terzo millennio dalla mia nascita a Betlemme, lo Spirito di Dio soffierà sul mondo, gli abitanti di tutte le nazioni si riconosceranno fratelli e affideranno la loro vita a madri, sorelle, spose, figlie, amiche: la donna salverà l’umanità dalla violenza. Allora le donne della Calabria verranno a Fabellino e cercheranno le pietre della vecchia chiesa non per erigere l’altare del sacrificio, ma la mensa dell’amore fraterno. La vecchia chiesa era bella, ma non era la mia chiesa.
Il vento del Sud si levò insolito per quell’ora. Mi girai per un attimo a guardare le larghe folate che rovesciavano le chiome d’argento degli ulivi e agitavano le cime dei cipressi nel cimitero. Quando tornai con lo sguardo non vidi più Gesù, che fino a un istante prima era seduto accanto a me. Le lacrime mi sgorgarono a dirotto e caddero sulla terra di Calabria, amata e amara. Allora capii chi ero e cosa dovevo fare: vivere per aiutare gli altri, vivere per aiutare la mia gente…
Cominciai a scendere dalla vigna verso il paese. Il sole era calato dietro la montagna e nel cielo un gregge di nuvole rosa avanzava verso il mare. Gli ultimi bagliori si diffondevano sul Golfo di Squillace e, anche se era il tramonto, quella luce mi appariva con i colori teneri del mattino. Pensai che non era lontana l’alba del tempo nuovo che Gesù mi aveva annunciato.
Salvatore Mongiardo

24 luglio 2013

venerdì 10 maggio 2013

PRESENTAZIONE LIBRO ROMA CRISTO RITORNA DA CROTONE

Cari Amici,
potete vedere la presentazione del 3 maggio a Roma e nel secondo link una mia intervista.
Cordialità.

https://www.youtube.com/watch?v=4dvDHeqzq3g  

https://www.youtube.com/user/85Vis 

martedì 23 aprile 2013

PRESENTAZIONE LIBRO Cristo ritorna da Crotone


Salvatore Mongiardo
Cristo ritorna da Crotone
PRESENTAZIONE ROMA VIA GIULIA 142 VENERDI' 3 MAGGIO  2013 ORE 17 
Le radici culturali del messaggio di Gesù derivano dall'antica
Calabria, dove re Italo fondò l’Italia con il Sissizio, il convivio comune
ed egualitario. Attorno al Sissizio si svilupparono i valori di amicizia,
libertà, giustizia sociale, rifiuto del sacrificio di sangue, dieta
vegetariana, comunità di vita e di beni, adottati poi da Pitagora e
riassunti nel “Sissizio pitagorico”, la cena rituale col pane e il vino.
La dottrina della Scuola Pitagorica di Crotone si diffuse nel
Mediterraneo e arrivò anche agli Esseni, che celebravano la stessa
cena sissiziale, diventata poi l’Ultima Cena di Gesù. La Calabria fu
quindi la culla dell’eucaristia: da lì viene anche l’ostia bianca e
rotonda della messa e la tovaglia di lino bianco sugli altari. Questo
libro spiega le culture attraverso le quali si è formata la dottrina di
Gesù e dà nuova luce al destino dell’umanità: finché i Vangeli saranno
letti, anche questo libro sarà letto.
Il libro, con la scoperta di queste radici culturali, rivela un
Cristo Nuovo e annuncia la sua Seconda Venuta.


Salvatore Mongiardo è nato a Sant’Andrea Jonio (CZ) nel
1941, si è laureato in Italia e specializzato in Germania e
Francia. Ha lavorato nel marketing internazionale per la
Procter&Gamble a Roma, per l’Aga Khan in Costa Smeralda
e poi nell’immobiliare a Milano. Successivamente si è dedicato
soprattutto alla scrittura: i suoi libri autobiografici indagano
l’umano destino e le cause profonde della violenza. Egli
sostiene che in Calabria si trovano i più grandi giacimenti di
energie mentali e morali, il vero tesoro dell’umanità, e
che dalla Calabria verrà la nuova civiltà del mondo, la
CIVILTA’ SISSIZIALE. I fatti, le situazioni, i nomi
e i personaggi dei suoi libri sono veri.
Opere pubblicate: Dieci poesie, Ritorno in Calabria, Viaggio a Gerusalemme,
Sesso e Paradiso, Perché la violenza.

www.gangemieditore.it
WORLDWIDE DISTRIBUTION
& DIGITAL VERSION EBOOK /APP:

lunedì 25 marzo 2013

CRISTO RITORNA DA CROTONE


Care Amiche ed Amici,
Ho il piacere di annunciarVi che è già disponibile il mio libro che potete ordinare presso Gangemi Editore.

Per l’occasione l’Editore praticherà uno sconto da 15,00 a 12,00 euro senza spese di spedizione in caso di pagamento anticipato su conto corrente bancario, bollettino postale o carta di credito. Il libro è disponibile anche in formato eBook al seguente indirizzo http://www.gangemieditore.com/scheda_articolo.php?id_prodotto=4267.
 Per pagamento su conto corrente bancario:

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intestato a Gangemi Editore S.p.A., piazza San Pantaleo 4, 00186 Roma.

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ESORTAZIONE A PAPA FRANCESCO


Esortazione a Papa Francesco
Santità,
per una fortunata coincidenza il mio libro Cristo ritorna da Crotone  è andato in stampa a Roma lo stesso giorno della Vostra elezione a papa. Anche io ero in Piazza San Pietro aspettando che si aprisse il balcone, e mi è piaciuto quando avete recitato insieme a tutti noi il Padre Nostro che dice:
Rimetti a noi i nostri debiti.
I debiti pubblici hanno raggiunto livelli inaccettabili e bisogna abbatterli per il bene di tutti, soprattutto dei più poveri. Le grandi culture come l’ebraica, la pitagorica e l’islamica hanno sempre condannato il pagamento di interessi sui debiti: il meccanismo perverso degli interessi sta spingendo i popoli verso una nuova miseria. Ed è troppa l’angoscia tra le popolazioni che assistono agli ondeggiamenti dei mercati finanziari ormai fuori controllo.
Nel mio libro, al capitolo 37, propongo la soluzione del problema dei debiti in questo modo:
CONGELARE I DEBITI PUBBLICI
NON PAGARE PIU’ INTERESSI
RESTITUIRE IL DEBITO IN UNA VENTINA DI ANNI.
Io non ho l’autorità per portare avanti questa campagna che invece acquisterebbe straordinaria potenza sulla Vostra bocca dal momento che avete voluto chiamarVi Francesco, come il Poverello di Assisi. Io vengo da una terra di emigrazione, la Calabria, e in Argentina ho visitato una numerosa comunità di Calabresi, alcuni noti anche a Voi. Dalla Calabria viene anche una lezione di comunione di vita e di beni col Pitagorismo, e una capacità di grandi visioni con Gioacchino da Fiore.
Spero che Vi facciate interprete di questa proposta presso la comunità internazionale e mi auguro che veniate a visitare la Calabria, la terra che fu madre dell’Italia e culla dell’Eucaristia.
Fraternamente,
Salvatore Mongiardo
Roma, 19 marzo 2013


domenica 18 novembre 2012

Storia della statua di S. Andrea Apostolo


Storia della statua di S. Andrea Apostolo
che si venera nell’omonimo paese sullo Ionio in Calabria

La statua è in legno di ulivo e risalirebbe all’anno 1047. Ne abbiamo certezza perché, intorno al 1933, i pittori Zimatore e Grillo, che affrescarono la chiesa del Patrono, decisero di aprire la statua per alleggerirla e risanarla dei tarli roditori. I portatori, difatti, si lamentavano del peso eccessivo durante le lunghe processioni, ma nessun falegname in paese era disposto a tagliarla. Allora i pittori si rivolsero a mio padre, Mastru Vicenzìnu, che trapanò il petto del Santo e vide che la punta di ferro affondava. Poi la segò dalla spalla sinistra alla coscia destra, e nel cavo c’era ’na cartuddha, un pezzetto di pergamena con su scritto 1047. Mio padre era categorico sulla data: ’A vitta io!... L’ho vista io! Questa notizia è leggermente in contrasto con quanto riporta don Tito Voci nel suo bel libro Indagine storica su S. Andrea Jonio (pag.51), che fa risalire l’iscrizione all’anno 1009, e il rinvenimento dell’iscrizione stessa a metà del Milleottocento, quando la statua fu restaurata dopo l’oltraggio dei soldati francesi. Don Tito riporta questa notizia che aveva appreso dall’arciprete don Bruno Voci, grande dotto e compagno di studi di Pio XII a Roma.
Gli anni attorno al Mille erano quelli della conquista della Calabria da parte dei Normanni, ma prima del loro arrivo da noi si osservava il rito greco, che esclude tutte le statue e permette solo le immagini, le icone. La statua, quindi, segna un ritorno al culto latino e testimonia anche che il paese di Sant’Andrea in collina era preesistente, visto che si poneva una statua importante in quella chiesa. La statua riecheggia le antiche sculture greche, con il piede sinistro poggiato sulla punta e indietreggiato rispetto al destro. Elemento particolare è il libro che il Santo tiene con la mano sinistra e che rappresenta il Vangelo di Sant’Andrea, il famoso Quinto Vangelo che nessuno ha finora trovato e che riporterebbe una dottrina in parte diversa da quella dei quattro vangeli canonici. Nella stessa pagina don Tito scrive: Tra i simboli di Sant’Andrea, insieme alla croce e ai pesci, vediamo un libro, che può riferirsi ai Vangeli di Sant’Andrea, messi tra gli apocrifi del Decreto Gelasiano (Papa Gelasio I, 492-496). Certamente lo scultore teneva conto dell’antica tradizione orientale circa un vangelo attribuito a S. Andrea, e testimonia così anche l’antichità della statua.
Questa vicenda è stata narrata da Mario Pomilio nel bellissimo romanzo “Il quinto evangelio, Rusconi, 1975, pag.73”:
… Avevo dimenticato di parlarti d’una credenza e d’una usanza. Si dice qui che ogni cento anni un monaco arriva fra noi dall’Oriente recando con sé un libro e dei pesci. Ed è uso d’un paese non distante da qui, sito proprio a mezza strada tra Stilo e Vivario, d’addobbare ogni anno in primavera una navicella con fiori e ricchi drappi, per simularne lo sbarco. Dietro l’uomo che fa le
parti del monaco si forma quindi una processione la quale per un sentiero sale fino a un’antica chiesa molto cara ai pescatori e dedicata a Sant’Andrea, quello stesso che fu tra gli apostoli di Gesù e che, a quanto narrano, fu inviato in Calabria a convertire le nostre genti. Alla fine i pesci e il libro vengono deposti sull’altare. I primi sono per ricordare che fu proprio quell’apostolo a indicare a Gesù, quando le genti ebbero fame, il ragazzo che teneva in mano i pesci e i pani del miracolo. Per quanto riguarda il libro, un vecchio codice dei Vangeli, ricordo d’aver udito che fu appunto Sant’Andrea colui che indusse San Giovanni a scrivere il suo Vangelo.
Il paese cui fa riferimento Mario Pomilio, a metà strada tra Stilo e Vivario, cioè Squillace, non può essere che il nostro, ma non sappiamo da dove Pomilio prese quell’indicazione così precisa.
Nel libro di Mons. Francesco Samà, dal titolo Vita di S. Andrea Apostolo, si narra che la statua fu portata al mare e bagnata dal popolo per implorare la pioggia dopo tre anni di siccità: O ni vagni o ti vagnàmu… O ci bagni o ti bagniamo. Quest’antica credenza forse riecheggia i riti propiziatori della pioggia che si facevano ai tempi della Magna Grecia, portando a mare le statue delle divinità, come avveniva per i Bronzi di Riace (Prof. Giuseppe Roma, Università della Calabria). Monsignor Samà riporta anche l’offesa fatta alla statua durante il saccheggio del paese nel 1806 da parte delle truppe napoleoniche. Un soldato cavò gli occhi con la baionetta perché non era riuscito a tirare la statua giù dalla nicchia per distruggerla: Accippàu, cioè diventò pesante e immobile come un ceppo d’albero.
La croce a X, o croce decussata, è il simbolo del Santo e si trova anche su alcune bandiere, come quella di Scozia. Generalmente si ritiene che il Santo fu legato a una croce di quella forma. La critica più recente spiega che forse fu legato a un albero con piedi e mani allargate, e diventò lui stesso come una X, come l’uomo di Leonardo per intenderci. Fu quindi visto dai presenti come una X, che nella lingua greca corrisponde al chi aspirato maiuscolo e rappresenta, secondo Platone, l’immortalità.
Al braccio destro del Santo è appesa una coppia di triglie, in ricordo di quando Andrea di Betsaida era pescatore fin quando Gesù lo chiamò per primo: perciò in greco è designato come protocleto. Betsaida sorge sul Lago di Genezaret o Tiberiade, in ebraico Kinneret per la sua forma di arpa, detto anche Mar di Galilea, dove le triglie, pesce di acqua salata, non esistono, come ho verificato di persona. La triglia, invece, è comune nei mari della Grecia (barbunia). Le reliquie che si conservano in paese sono due: una è del liquido (manna) che trasuda dal sacello dove si conservano le ossa dell’Apostolo in Amalfi. L’altra è un frammento dell’occipite (còcculu), secondo una tradizione orale a me riferita da don Luigi Samà. D’altra parte, Mario Codispoti ricorda come nel popolo si credeva che gli Andreolesi fossero particolarmente intelligenti per virtù di questa reliquia. La complessa vicenda delle reliquie del Santo è riportata nel libro di Mons. Samà e si può riassumere così: in Amalfi c’è il corpo e l’occipite, come ho verificato di persona. Il cranio, portato a Roma, fu restituito da Papa Paolo VI alla Chiesa di Patrasso. Dal cranio manca anche la parte frontale, venerata nel Monastero di Sant’Andrea sul Monte Athos in Grecia, da me fotografata nell’agosto del 2012 (vedi foto).
Nelle vecchie immaginette e nel filmino a colori girato dal compianto Bruno Greco, insegnante e notaio a Brooklyn, si può vedere l’aureola in argento trafugata nel furto sacrilego intorno al 1950 assieme alla croce e ai due pesci. Quell’aureola era fatta con grappoli d’uva traforati e intrecciati su tutta la superficie, mentre l’aureola che l’ha sostituita porta dei grappoli solo verso l’esterno. Per quanto a mia conoscenza, il dio greco Diòniso aveva il capo coperto di grappoli d’uva (Bacco per i Romani). Quell’aureola forse riecheggiava le nostre lontane origini come popolo degli Enotri che poi diventarono Itali. Quegli Enotri abitavano le nostre contrade, come confermerebbero i palmenti scavati nella roccia, di recente scoperti nelle campagne di Santa Caterina Ionio (vedi relazione di Manuela Alessia Pisano).
Salvatore Mongiardo


mercoledì 3 ottobre 2012

LA MEDICINA EUDEMONICA


INCONTRI PITAGORICI DI CARDIOLOGIA 2012, 4-5-6 Ottobre - CROTONE
La Medicina Eudemonica: disciplina della Nuova Scuola Pitagorica
Egregi Signori Medici,
correva l’anno 399 avanti Cristo e Socrate era stato condannato a bere la cicuta dai Trenta Tiranni che governavano Atene. Quell’episodio traumatizzò Platone e lo convinse a lasciare Atene per venire a Crotone, dove si era sviluppata una dottrina, la pitagorica, che aveva cercato di cambiare il mondo. Platone rimase a Crotone sette anni e frequentò la Scuola Pitagorica riaperta dopo la cacciata di Pitagora e dei suoi. La riapertura, avvenuta per intervento di Pericle, fu guidata dai vecchi Pitagorici sopravvissuti che si erano dati alla medicina.
A Platone non bastò la conoscenza della dottrina appresa da Filolao, Archita, Eurito, e decise di scendere in campo per cercare di cambiare il mondo. Accettò così l’invito di Dionigi il Giovane, tiranno di Siracusa, e si recò alla sua corte cercando di guidarlo verso un governo che promuovesse il bene comune. Ma da Dionigi trovò solo intrighi, soprusi, omicidi. Platone dovette fuggire due volte per salvarsi, e descrisse quella sua esperienza nella Settima Lettera, dove concluse che la politica altro non è che corruzione e, se si voleva cambiare il mondo, bisognava che o i re diventassero filosofi o che i filosofi diventassero re.
Da allora sono passati ventiquattro secoli e i politici non sono diventati filosofi così come i filosofi non sono saliti al comando della cosa pubblica. Nel suo dialogo La Repubblica, Platone individua l’ostacolo al cambiamento nella psiche del tiranno, che anela al potere per soddisfare tre brame: prima il sesso, poi i soldi, infine il potere. Sembrerebbe, dunque, che la città del buon governo sia destinata a rimanere nel mondo dei sogni, dell’utopia.
Oggi noi ci troviamo riuniti dove l’Italia è nata, in Calabria, una terra che possiede il più ricco giacimento culturale della storia umana. Difatti, Re Italo fondò l’Italia trasformando il popolo degli Enotri da allevatori di animali in agricoltori, avviò cioè un intero popolo verso il vegetarianismo: è questa la vera origine della dieta mediterranea, certificata da Aristotele che riporta quel cambiamento nella Politica (libro VII, capitolo X). Italo inoltre istituì il sissizio, il pasto comune al quale tutti partecipavano e al quale tutti portavano il cibo che divideva in amicizia. Il modo di vivere libero ed egualitario degli Itali influenzò gli schiavi pastori della Lucania, i Bruzi, che fuggirono dai loro padroni e si rifugiarono in Aspromonte. La vicenda dei Bruzi influenzò a sua volta i coloni greci di Locri, i quali introdussero la proibizione della schiavitù nel VI secolo avanti Cristo: era la prima volta al mondo che questo accadeva.
Vegetarianismo, libertà, convivio: su questi tre principi si basava quell’Italia che fece una grande impressione su un bimbo portato a Crotone dal padre durante un suo viaggio d’affari. Quel bimbo, di nome Pitagora, avrebbe girato il mondo e imparato tutto lo scibile umano, ma sarebbe tornato a Crotone, dove fondò la Magna Grecia, inserendo quei tre valori italici dentro la sua sintesi di filosofia, matematica e religione. Egli formò così un corpo di dottrina che sbalordì il mondo, si diffuse per tutto il Mediterraneo e arrivò agli Esseni, i Pitagorici ebrei, che la trasmisero a Gesù.

Questa premessa era necessaria per mostrare come questa terra di Calabria, oggi così problematica, è stata il crocevia di grandi idealità che hanno conquistato il mondo. E mi domando se questa terra è stata grande solo nel passato o può esserlo ancora oggi. A questa domanda ho risposto col mio libro Cristo ritorna da Crotone, breve e libero in rete, che vi invito a leggere. Io non ho dubbi che dalla Calabria verrà la nuova Civiltà Sissiziale. E lo affermo senza lasciarmi scoraggiare dal fenomeno della criminalità organizzata, anzi noto che questa terra sprigiona sempre grandi energie, anche nel crimine. Aspromonte, terra degli schiavi pastori fuggitivi, che poi i conquistatori Normanni ridussero di nuovo a schiavi pastori! Se togli la libertà e l’uguaglianza, prevarranno degrado e crimine, scriveva Platone nella Repubblica!
Passiamo ora alla Medicina Eudemonica e chiariamo che la parola viene dal greco eudaimonìa che significa felicità, il traguardo al quale hanno aspirato gli uomini di tutti i tempi. Scopo della Medicina Eudemonica è quello di intervenire sulle cause che impediscono la felicità  dell’uomo e che possiamo riassumere con una sola parola: angoscia o dolore della vita, come nella lontana India la chiamò un contemporaneo di Pitagora, Budda. La Medicina Eudemonica va oltre la salute del corpo e mira a portare armonia nella psiche, dentro l’individuo: questa medicina sarà la base della Nuova Scuola Pitagorica che vogliamo aprire a Crotone. Pitagora, nel tentativo di stabilire l’armonia, estese la liberazione dall’angoscia agli animali che soffrivano al momento dell’uccisione. La stessa cosa fece Gesù quando cacciò gli animali dal Tempio di Gerusalemme, dove aspettavano di essere venduti e sacrificati. Gesù, il grande medico, conduceva una lotta senza quartiere contro ogni angoscia del vivere: dava il pane agli affamati, la vista ai ciechi, la vita ai morti.
Ho letto di recente che negli USA metà della popolazione ricorre all’aiuto di psicofarmaci per vincere l’ansia. Cosa è che non va? La risposta viene da Pitagora, che condannava i tre fondamenti della vita americana: il consumo di carne, la competizione, la ricerca del successo e dei soldi. Pitagora insegnava che il cibarsi di carne scatenava pulsioni di violenza e disordine sessuale. E riteneva che la vittoria era indegna di una persona perbene: la vittoria sporca l’uomo, sosteneva, perché la vittoria separa il vincitore dai vinti e lo rende soggetto di invidia. Una società altamente competitiva come quella americana, dove tutti sono spinti al successo e a guadagnare molti soldi, non può che generare angoscia. Nelle antiche comunità pitagoriche e cristiane, l’ansia del vivere era azzerata dalla comunione di vita e di beni: il profitto e il danaro stesso erano proibiti. Oggi siamo tutti angosciati da debiti pubblici insostenibili e nessuno ha proposto finora una soluzione accettabile del problema.
Dobbiamo però ammettere che le scuole di Crotone, Atene e Alessandria sono passate e il mondo è stato sempre guidato da politici ambiziosi e corrotti, se non completamente pazzi. E verrebbe la voglia di risolvere il dilemma di Platone sostituendo i medici ai filosofi: perché non mandiamo i medici al potere? Sono una classe colta, rispettata, sempre a contatto con i pazienti e le loro famiglie. Chi meglio di loro potrebbe governare il mondo? Quest’interrogativo me l’ero già posto al momento della visita militare, quando il capitano medico mi dichiarò abile alle armi. Allora avvertii una stonatura: quel medico, che per vocazione doveva curare la salute, era invece un alleato del potere e mi mandava sotto le armi: altri medici avevano fatto la stessa cosa con mezzo milione di giovani italiani morti nella seconda guerra mondiale.
Poi, durante i miei studi in Germania, rimasi scosso quando lessi la lettera con la quale Hitler incaricava il Capo dei Medici del Reich, il dottor Gerhard Wagner, di provvedere col piano Aktion T4 all’eliminazione dei cittadini tedeschi malformati, mutilati, disadattati, down, omosessuali. Non ci fu nemmeno una legge, ma un semplice incarico scritto su una lettera, che i medici tedeschi assolsero praticando una iniezione letale a circa duecentomila persone. Allora compresi che a quei medici mancava quello che mancava a tutti i tedeschi: una presa di coscienza, l’unica forza capace di portare a un cambiamento duraturo. Perché non pensare allora a una Assemblea Eudemonica Permanente che dalla Nuova Scuola Pitagorica dia direttive che portino l’Italia e il mondo fuori dalle secche della politica attuale? Immagino le vostre obiezioni e il richiamo alla realtà. Ma l’uomo è fatto di grandi desideri, e i desideri nascono per essere esauditi, così come è stato per il volo umano e la vittoria su molte malattie. Noi ci troviamo in una terra che ha visto formidabili sperimentatori come Italo, Pitagora, Alcmeone, Platone, Cassiodoro, Gioacchino da Fiore, Campanella. Una cosa accomuna questi personaggi: lo sforzo per trovare forme di vita in armonia con la società e con se stessi. Quell’armonia, che diventò il simbolo del pitagorismo, non si raggiunge per favore divino né per uno strano destino, ma si ottiene con uno stile di vita che elimina le cause dell’angoscia. Si comprende così il messaggio di Cristo: Il regno di Dio è dentro di voi. Egli afferma, da filosofo pitagorico, che il raggiungimento della felicità è a portata di mano se si vive in comunità di vita e di beni, se si rimettono i debiti, se non si spreca la vita alla ricerca del successo e dei soldi. Più ci si avvicina a questi principi, più diminuisce l’angoscia che invece più aumenta quando da essi ci si allontana.
La Nuova Scuola Pitagorica dovrà cercare di vincere anche la più grande delle angosce, quella della morte, che Pitagora vedeva come una trasmigrazione misteriosa dell’anima in un nuovo corpo: la metempsicosi. La Nuova Scuola indagherà a fondo la morte, seguendo l’insegnamento di Gesù. La sua tomba vuota significa che la morte non farà più paura quando la conoscenza spiegherà la morte. L’eclisse di sole ci insegna come ciò sia possibile. Ai tempi di Cartagine, i genitori offrivano al dio Baal il primogenito, bruciandolo vivo, per paura che il sole non sorgesse più. Oggi l’eclisse non mette più paura perché è spiegato: una cosa è il fenomeno e altra cosa è la paura del fenomeno. Sembra un traguardo impossibile, ma la scoperta del Big Bang, della materia oscura e dei buchi neri ci suggeriscono che ci sono molte dimensioni dell’essere ancora inesplorate. Io vi esorto, Signori Medici, di ispirarvi a quelle grandi figure e di essere audaci nel desiderio. Il ciclo di decadenza della Calabria e dell’Italia si sta per chiudere e da Crotone nasce una nuova epoca della storia. 
                                                                                                           Salvatore Mongiardo