Don Paoluccio e l’arrivo degli americani in paese
Don Paoluccio era figlio del medico Pietro Voci che,
giovanissimo, fu spedito al fronte della prima guerra mondiale, dove dovette
arranciarsi con migliaia di soldati feriti e moribondi, tagliando, amputando,
cucendo. Quell’esperienza tremenda lo fece diventare irritabile con i suoi
pazienti di Sant’Andrea che si lamentavano di piccoli problemi di salute. Il
figlio Paoluccio, mente sveglia, capelli rossicci, occhi chiari dietro gli
occhiali, ebbe il Don nobiliare come suo padre e come sua madre, donna Rosina
Dominijanni, sorella del Cav. Don Paolo, storico direttore dell’Ufficio Postale.
Chiamato alla leva a Napoli, dove eccelleva nella facoltà
di giurisprudenza, Don Paoluccio ebbe la famosa puntura al petto per
l’inoculazione del tetravaccino, che era dolorosa e poteva causare febbre
altissima. Forse impressionato dai racconti di orrore dei feriti al fronte
uditi dal padre, Don Paoluccio urlò per tre notti e tre giorni, per cui fu
inviato in psichiatria e poi mandato a casa. Viveva nella casa paterna quasi
recluso, perché, se andava in giro, ne combinava di tutti i colori. Molte delle
sue avventure, da me raccolte e controllate, si trovano nel mio libro Sesso e Paradiso, reperibile gratuitamente
in rete.
Il compianto amico Bruno Lijoi raccontava l’incontro di
Don Paoluccio con l’esercito americano nel 1943, quando alcuni militari
salirono in jeep fino in paese. Don Paoluccio fece loro segno di fermarsi
davanti a casa dei suoi, quella che sorge sulla Curva dell’Avanti, e si
presentò loro in francese, non conoscendo l’inglese. Riporto il testo scritto
all’italiana che egli pronunziò:
Je sui Pol Vuasì, fis du Capitan
medic Pierre Vuasì, chi abìt a la Curv de l’Avant pre de la meson de Quint
Steijj…
Sarebbe a dire:
Io sono Paolo Voci, figlio
del capitano medico Pietro Voci, che abita alla Curva dell’Avanti, vicino alla
casa di Quinto Stillo.
Quest’ultimo era il suo
coetaneo che abitava vicino.
I soldati non capirono nulla,
ma gli diedero scatolette e cioccolatini.
Un’altra delle sue avventure finì con un suo rinvio in
giudizio presso la pretura di Davoli. Don Paoluccio andava di notte al cimitero
e rubava i fiori dalle tombe dei morti di recente per portarli alla bella Pupa
Iannoni, nobile e ricca, di cui era follemente innamorato, per la quale cantava
canzoni che facevano accorrere e ridere la gente. Pensò allora di andare a prendere
dei fiori al cimitero per portarli sotto il balcone di Pupa. Il popolo, stufo
di quei furti, obbligò il custode a fare sorveglianza notturna, finché una
notte lo sorprese e lo denunciò ai carabinieri, i quali lo denunziarono alla
pretura per oltraggio ai morti.
Presso la pretura di Davoli egli incontrò per caso l’avvocato
Pietro Matacera, che era stato suo compagno di corso a Napoli, il quale gli
chiese cosa facesse lì. Don Paoluccio gli mostrò il documento di rinvio a
giudizio, quello si rese conto della situazione e ne parlò al Pretore, che fu
disponibile a proscioglierlo dopo un’udienza formale, durante la quale
l’avvocato raccontò commosso le disavventure del suo assistito.
Terminata l’udienza in bellezza, Don Paoluccio si rivolse
all’amico avvocato dicendogli:
- Pietro, non so come ringraziarti, non ho soldi per
pagarti…
L’avvocato si commosse e lo
volle rincuorare dicendogli:
-Paolo, non di solo pane vive l’uomo!
Don Paoluccio mise la mano in
tasca, tirò fuori dei biscotti e li porse all’avvocato:
- Allora mangia i biscotti!
Quest’episodio mi è stato confermato
di persona dall’avvocato Matacera, che molto tempo dopo incontrai per caso a
Soverato.
Salvatore Mongiardo
26 ottobre 2026
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