lunedì 23 febbraio 2026

SI’ O NO AL REFERENDUM SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

 

SI’ O NO AL REFERENDUM

SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA 

            Nel 1963 frequentavo il terzo anno della Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Messina. Professore di Storia di Diritto Italiano era un giovane professore venuto da Roma, Manlio Bellomo, giovane e garbato, che notò la mia presenza alle sue lezioni e mi affidò una pubblicazione da leggere e presentare agli altri studenti in sua presenza. Il tema era per me nuovo e verteva su una unicità del diritto penale italiano, nel senso che era solo l’Italia ad avere una unica carriera per magistrati inquirenti e giudicanti.

             L’origine di quella stranezza derivava, secondo quella pubblicazione, dal diritto della Santa Inquisizione, che aveva sempre un solo giudice che prima era inquirente, decideva se torturare l’inquisito per ottenere delle prove, e poi giudicante: una carriera unificata che in Italia dura ancora oggi.

             In seguito a quello studio, tenni gli occhi aperti sull’operato della Santa Inquisizione che ha inquisito e condannato a morte migliaia di uomini e donne durante cinque secoli, e molte altre persone furono condannate al carcere e ad altre dure pene. Nessuno conosce il numero esatto delle vittime fatte dall’America Latina, all’Europa e in ogni parte del mondo cattolico. Ricordo che il mio caro professore del Seminario di Squillace, Don Ciccio Laugelli di Amaroni, diceva al riguardo che la Chiesa aveva fatto distruggere gli archivi delle varie diocesi sui processi inquisitoriali simile a un gatto, che prima faceva la cacca e poi cercava di nasconderla con la zampetta.

           Nel tempo ebbi poi la possibilità di leggere una ventina di condanne a morte di povere donne definite streghe e uomini definiti eretici che cominciavano tutte così: In nomine Domini nostri Jesu Christi… Si uccidevano persone nel nome di Gesù Cristo!

           Nelle aspre polemiche cui assistiamo ogni giorno tra fautori del sì o del no alla riforma proposta dal governo Meloni, nessuno tra i grandi giuristi, esperti, politici e sapientoni ha tirato fuori questo argomento che dovrebbe essere visto per quello che è: una stortura medievale che sopravvive solo in Italia.

 Pensando poi alla Santa Inquisizione e alle povere vittime causate dalla Santa Inquisizione, affermo, a titolo mio personale, che voterò sì alla riforma con un grande dispiacere: disporre solo di un solo voto, mentre avrei voluto disporne di un milione per votare sì.

           Salvatore Mongiardo

22 febbraio 2026

martedì 17 febbraio 2026

CARNEVALE ANDREOLESE

 

CARNEVALE ANDREOLESE 

Le feste appena passate di carnevale mi riportano alla mente ricordi di molti anni fa, quando a Sant’Andrea Jonio il carnevale iniziava con l’uccisione dei maiali, allevati in gran parte nel gruppo delle zimbe o zimbili, i porcili, che si vedono ancora vicino alla fontana dell’Avanti, nel luogo chiamato pajisìaddhu, piccolo paese di maiali; molti altri porcili si trovavano nelle campagne vicine a Sant’Andrea. Allora non esisteva la raccolta dell’umido per la spazzatura, perché ci pensavano i maiali a divorare tutti gli avanzi di cucina, messi in un secchio, u catu do pùarcu.  

 Da bambino assistevo assieme agli adulti alla scannatura del maiale, fatta da Francesco Carchidi, il padre di Peppino. Al maiale veniva legato il grugno perché non stridesse troppo, poi esso era steso su un muretto, mentre si udivano le grida quasi umane degli altri maiali che venivano scannati nel vicinato. Il maiale capiva cosa l’attendeva, perché il maiale è la creatura più intelligente dopo l’uomo (bah!) e il delfino. Urlava anche lui e girava disperato gli occhi, ma per lui non c’era pietà. Francesco puntava lo scannatore, un coltello lungo e affilato, sul collo del maiale e diceva: Ara saluti! Tutti rispondevano: Ara saluti, e lo scannatore penetrava nel collo.

 In poco tempo il maiale diventava frìttuli, suzzu, frisulimiti, salsicce, soppressate, capicolli, lardo e grasso: abbondanza per le famiglie che potevano permettersi il lusso di allevare un maiale. Poi c’era la grande sfilata fatta dai forzari, maschi travestiti e mascherati che giravano per il paese su un carro tirato da buoi, con suonatori di trombe, piatti e tamburi. Si fermavano in alcuni punti per declamare con frasi chiaramente allusive, ma senza fare nomi, gli avvenimenti che avevano suscitato scalpore o vergogna. Per esempio, quando il Maestro Romeo ruppe il fidanzamento con Giulia Ranieri, lo smacco fu grande e i forzari declamarono dal carro:

 U si dicia non è cosa

U su trasa Mara Rosa.

Pe l’amuri de l’anìaddhu

Si ruppiu lu pignatìaddhu.

E non fu na maravigghia

Ca su chiùsaru mamma e figghia.

 Trombe, piatti e tamburi suonavano un motivo che tutti accompagnavano cantando:

Para pazzimba, para pazzimba, para pazzimba, zimba mba!

Carro e forzari erano probabilmente una sopravvivenza del famoso Carro di Tespi dell’antica Grecia, che girava di villaggio in villaggio per fare recite e musica e terminava con l’uccisione di un capro: così nacque la tragedia, in greco tragos+odos, il canto del capro.

 Lasciamo le finezze della filologia per tornare alla vicenda di Giulia e Romeo. L’allusione dei forzari alludeva al fatto che Mara Rosa e la figlia Giulia, per coprire lo smacco dell’abbandono, presero in casa un giovanotto, Michiello, come fidanzato di Giulia, tenendolo segregato. La madre di Michiello, per liberare il figlio, mandò in giro il banditore Tirifào a gridare che c’era una madre che cercava un galletto, cioè un giovincello, che portava la riga dei capelli di lato, come in effetti faceva Michiello.

Alla fine la cosa si risolse con l’arrivo del passaporto di Michiello per l’America, mandatogli dal padre, e il giovane fu liberato dal sindaco, che si presentò in fascia tricolore a casa di Giulia.

Questo episodio che avevo già udito in famiglia, mi fu raccontato nei dettagli da Assuntina e Maria Ranieri, cugine come me di Giulia.

 Un altro episodio mi fu raccontato da mia madre: tutti e due gli episodi sono accaduti più di un secolo fa. Quello di Giulia intorno al 1920 e quello di Peppino poco dopo.

Peppino voleva sposare una ragazza alla quale si opponevano le due sorelle di lui, cummentari, frequentatrici cioè del Padri Liguorini. Peppino andò allora a esporre il caso al loro confessore, che proibì loro la comunione finché non avessero accettato quella fidanzata:

 U scùarnu on’è de iddhu,

Ca iddhu esta ùamu,

U scuarnu è de fìmmani,

Ca restaru senza cominiùani.

 Poi arrivava a sira e l’arzata, la serata del martedì grasso, quando si mangiava ancora del maiale, perché la mattina dopo, il mercoledì delle ceneri, iniziava l’astinenza quaresimale, e non si poteva mangiare più carne per quaranta giorni fino a Pasqua.

Per i poveri mangiare carne quella sera era un sogno impossibile, ma si consolavano prendendosi ironicamente in giro così:

A sira e l’arzata

Ni mangiamu na pizzata

E na mbùmbula d’acitu

Mamma mia ch’è sapuritu!

Carnevale non era finito, perché a Sant’Andrea si faceva un rito che non ho riscontrato in nessun altro posto: Carnalavari mùartu. Carnevale era raffigurato con un pupazzo a grandezza d’uomo fatto di paglia e stoffa blu. Poi veniva steso sul cataletto, la robusta barella dipinta di celeste, che si teneva nella vecchia Chiesa Matrice dietro la porta maggiore, lo stesso sul quale migliaia di bare di Andreolesi venivano portate prima in chiesa e poi al cimitero. Seguivano il carnevale morto pochi uomini travestiti a lutto che fingevano di piangere e lamentarsi, provocando molte risate. Ricordo che l’indimenticabile Severino Voci, fratello di Edoardo, faceva una bella sceneggiata di lacrime seguendo il cataletto. La processione partiva da Piazza Castello, passava davanti al Calvario di Via Trieste, risaliva poi verso i Pignari per arrivare a Fabellino, dove il pupazzo veniva rovesciato nel dirupo.  

 Quel rito probabilmente ricalcava una leggenda che ho sentito narrare varie volte in paese: Na vota l’antichi, quando un padre era vecchio, lo portavano a Fabellino e lo buttavano vivo giù nel dirupo. Così un vecchio fu caricato dal figlio sulle spalle e portato verso Fabellino. A un certo punto, il figlio si fermò per prendere fiato e il padre gli disse:

-Ti sei fermato allo stesso punto dove mi sono fermato io quando portavo mio padre a Fabellino…

Il giovane comprese che un giorno il precipizio di Fabellino sarebbe toccato a lui. Allora si caricò il padre sulle spalle e lo riportò a casa.

 Salvatore Mongiardo

16 febbraio 2026

 

 

 

venerdì 6 febbraio 2026

DANTE ALIGHIERI E LA ZIA MONACA


     Chi era Dante non devo spiegarlo, perché il nostro sommo poeta è conosciuto in tutto il mondo, anche se chiamare Dante sommo poeta mi sembra riduttivo. Come altrettanto riduttivo mi sembra chiamare Michelengelo massimo scultore o Leonardo massimo pittore: per me sono divinità oltre ogni attributo. 

La zia monaca, invece, era la mia carissima zia Maria Antonietta Codispoti, Suora Salesiana, nata nel 1916, sorella di mia madre, Carmela, nata nel 1917. Antonietta era particolarmente bella e con una chioma fluente, tanto che a dodici anni fu scelta per recitare la parte dell’Angelo Consolatore nella Pijjata, il dramma della cattura e passione di Cristo, alla quale assisteva tutto il popolo di Sant’Andrea e paesi vicini. 

Davanti al Palazzo Jannoni di Sant’Andrea si allestiva l’Orto degli Ulivi, dove Cristo supplicava il Padre di non farlo morire. Antonietta, in veste bianca, si avvicinava a Gesù che sudava sangue, dicendogli: 

Divin Verbo Umanato,

I tuoi clamori ha tutti intesi il Genitore Eterno.

Perché dunque, Signor, stai così mesto?

Ei vuole che tu con fronte lieta il calice ne bevi! 

Gli porgeva il calice della passione, che Gesù voleva evitare, e glielo faceva bere. Appena Gesù aveva bevuto, lei continuava: 

L’Eterno Padre vuole

Che il Figlio suo Divin soffra la morte

Perché all’uomo del ciel s’apran le porte.

Ecco la croce: devi in essa morire! Sai che il mezzo

Per l’uomo ricomprar l’unico è questo!

Tu che pietoso ne acconsentisti ancor, vanne animoso!

             Antonietta crebbe diventando sempre più bella, ma di carattere difficile, per cui in famiglia era soprannominata àspitu e manu lìavita per la facilità con cui dava schiaffi. Lei non poté studiare oltre le elementari, ma poter studiare rimase il sogno della sua vita. 

La sua bellezza era notata in paese e si fece avanti uno spasimante, Gerardo Vitale, un bel giovane, fine falegname, cugino di secondo grado di Antonietta e nonno materno del già sindaco Gerardo Frustaci. Vista la parentela, Gerardo si rivolse direttamente alla madre di lei, mia nonna materna Maria Caterina Ranieri, supplicandola di intercedere presso Antonietta per il fidanzamento. Il giovane era serio, il partito buono, e lei acconsentì al fidanzamento, ma Antonietta non ne voleva sapere di matrimonio, anche se Gerardo le piaceva. La madre ordinò all’altra figlia Carmela, ottima ricamatrice presso le Suore Riparatrici di Sant’Andrea, di ricamare il corredo in vista delle nozze, e per un anno intero lei ricamò col punto a giorno, il punto pieno e il punto greco.

 Intanto Antonietta e altre quattro amiche, in seguito tutte monache, si erano fatte dare la chiave della chiesa dismessa di San Rocco, dove si riunivano a pregare e a leggere libri di pietà. Loro guida spirituale era il Padre Redentorista Santonicola senior, che cercava di convincere mia nonna a lasciar partire Antonietta per il noviziato salesiano. Suo padre Bruno, mio nonno, era a lavorare da emigrato a Canton, nell’Ohio, un posto della lontana America, che in paese era pronunciato Canton Ochio.

 Terminato l’anno di ricamo, mia madre portò il corredo a casa e Antonietta le chiese:

-E questo corredo per chi è?

Mia madre rispose:

-Il tuo, per sposarti con Gerardo.

Non l’avesse mai detto! L’aspide si avventò sul corredo che mise sotto i piedi, urlando che lei non si sarebbe mai sposata! La reazione della madre fu severa. Prese una corda bagnata con aceto e fustigò duramente Antonietta che riportò lividi per parecchi giorni. Alla fine, però, le diede il permesso di andare al noviziato a Napoli. Lì fu addetta come aiuto della suora portinaia, ma di nascosto cercava di leggere e istruirsi. Quello fu notato dalla direttrice che le chiese se voleva studiare, anche se aveva diciannove anni, e le fece fare dei corsi che lei bruciò nei tempi. La portinaia si lamentava:

-Un’ altra come Antonietta dove la trovo? 

Alla fine fu mandata all’Università Cattolica di Milano dove si laureò in italiano e latino in quattro anni con centodieci e lode, e fu assegnata all’insegnamento. Intorno al 1950 fu mandata all’Istituto Maria Ausiliatrice di Soverato, a breve distanza dalla casa dei suoi, dove insegnò italiano, latino e storia fino a ottanta anni, e visse fino a 94.

 Cosa c’entra allora Dante? C’entra per il suo famosissimo verso nella storia di Paolo e Francesca:

Amor che a nullo amato amar perdona.

Esso significa che l’amore, quando è profondo e sincero, non permette a nessuna persona amata di non ricambiare a sua volta. È una forza ineluttabile e fatale che lega indissolubilmente, costringendo alla reciprocità. Un fenomeno reale come la legge di gravità: uno si può buttare dalla finestra sperando di volare, ma cade inevitabilmente al suolo. Ai piedi del Monte Athos, in Grecia, ho visto le ossa dei monaci esicasti che, dopo un lungo digiuno totale, si lanciavano dalle loro alte grotte per volare verso la luce increata di Dio. Ma la legge di gravità non perdona: si sfracellavano al suolo. 

Allora, zia Antonietta avrebbe amato Gerardo? Se dobbiamo credere a Dante, la risposta è sì, lo ha amato, anche se lei non se ne rendeva conto. La prova del suo amore inconscio me l’ha fornita una delle sue numerose ex allieve di Soverato, che mi ha descritto la sua severità in classe, dove teneva tutte col fiato sospeso, mentre da una scatolina tirava a sorte il cognome dell’allieva che avrebbe interrogato. Poi l’ex allieva mi chiese:

-Hai idea perché tua zia usava sempre il nome di Gerardo nelle spiegazioni? Per esempio diceva: Gerardo è giovane, in latino richiede il caso nominativo, perché Gerardo è il soggetto. Invece, se dico: Io vedo Gerardo, richiede il caso accusativo, perché Gerardo è l’oggetto. Se poi dico: Io do una mela a Gerardo, richiede il caso dativo, ecc.

Io capii subito chi era quel Gerardo, ma sarebbe stato troppo lungo spiegarglielo, e lo faccio ora anche se con molto ritardo. Poco male, del resto, perché l’amore è eterno anche per le monache.

 Un’altra ex allieva, Annalisa, sorella di Gerardo Frustaci, ha raccontato che quando Suor Maria Antonietta arrivò a Soverato intorno al 1950 all’età di circa trentaquattro anni, suo nonno Gerardo, già sposato, se capitava a Soverato, andava davanti all’Istituto, che allora era piccolo, senza muro di recinzione, e terminava sulla sabbia finissima di mare: uno splendore! Gerardo la chiamava solo per vederla un istante: Maria Antonietta! Non sappiamo se lei si mostrò mai, perché si era chiusa al mondo con il muro invisibile del voto, muro reale non meno di quello dietro il quale fu murata a vita la Monaca di Monza.

O, forse, gli mostrò il suo viso, incorniciato dall’abito monacale, col naso dritto e gli occhi neri imperiosi nel comando? O, forse ancora, si nascose, bevendo fino all’ultima goccia il calice del suo volontario martirio, come aveva esortato a fare Cristo nell’Orto degli Ulivi?

 Salvatore Mongiardo, 5 febbraio 2026