DANTE ALIGHIERI E LA ZIA MONACA
Chi era Dante non devo spiegarlo, perché il nostro sommo poeta è conosciuto in tutto il mondo, anche se chiamare Dante sommo poeta mi sembra riduttivo. Come altrettanto riduttivo mi sembra chiamare Michelengelo massimo scultore o Leonardo massimo pittore: per me sono divinità oltre ogni attributo.
La zia monaca, invece, era la mia carissima zia Maria Antonietta Codispoti, Suora Salesiana, nata nel 1916, sorella di mia madre, Carmela, nata nel 1917. Antonietta era particolarmente bella e con una chioma fluente, tanto che a dodici anni fu scelta per recitare la parte dell’Angelo Consolatore nella Pijjata, il dramma della cattura e passione di Cristo, alla quale assisteva tutto il popolo di Sant’Andrea e paesi vicini.
Davanti al Palazzo Jannoni di Sant’Andrea si allestiva l’Orto degli Ulivi, dove Cristo supplicava il Padre di non farlo morire. Antonietta, in veste bianca, si avvicinava a Gesù che sudava sangue, dicendogli:
Divin
Verbo Umanato,
I
tuoi clamori ha tutti intesi il Genitore Eterno.
Perché
dunque, Signor, stai così mesto?
Ei vuole che tu con fronte lieta il calice ne bevi!
Gli porgeva il calice della passione, che Gesù voleva evitare, e glielo faceva bere. Appena Gesù aveva bevuto, lei continuava:
L’Eterno
Padre vuole
Che
il Figlio suo Divin soffra la morte
Perché
all’uomo del ciel s’apran le porte.
Ecco
la croce: devi in essa morire! Sai che il mezzo
Per
l’uomo ricomprar l’unico è questo!
Tu
che pietoso ne acconsentisti ancor, vanne animoso!
Antonietta crebbe diventando sempre più bella, ma di carattere difficile, per cui in famiglia era soprannominata àspitu e manu lìavita per la facilità con cui dava schiaffi. Lei non poté studiare oltre le elementari, ma poter studiare rimase il sogno della sua vita.
La
sua bellezza era notata in paese e si fece avanti uno spasimante, Gerardo
Vitale, un bel giovane, fine falegname, cugino di secondo grado di Antonietta e
nonno materno del già sindaco Gerardo Frustaci. Vista la parentela, Gerardo si
rivolse direttamente alla madre di lei, mia nonna materna Maria Caterina
Ranieri, supplicandola di intercedere presso Antonietta per il fidanzamento. Il
giovane era serio, il partito buono, e lei acconsentì al fidanzamento, ma
Antonietta non ne voleva sapere di matrimonio, anche se Gerardo le piaceva. La
madre ordinò all’altra figlia Carmela, ottima ricamatrice presso le Suore
Riparatrici di Sant’Andrea, di ricamare il corredo in vista delle nozze, e per
un anno intero lei ricamò col punto a giorno, il punto pieno e il punto greco.
Intanto Antonietta e altre quattro amiche, in seguito tutte monache, si erano fatte dare la chiave della chiesa dismessa di San Rocco, dove si riunivano a pregare e a leggere libri di pietà. Loro guida spirituale era il Padre Redentorista Santonicola senior, che cercava di convincere mia nonna a lasciar partire Antonietta per il noviziato salesiano. Suo padre Bruno, mio nonno, era a lavorare da emigrato a Canton, nell’Ohio, un posto della lontana America, che in paese era pronunciato Canton Ochio.
Terminato l’anno di ricamo, mia madre portò il corredo a casa e Antonietta le chiese:
-E
questo corredo per chi è?
Mia madre rispose:
-Il
tuo, per sposarti con Gerardo.
Non l’avesse mai detto!
L’aspide si avventò sul corredo che mise sotto i piedi, urlando che lei non si
sarebbe mai sposata! La reazione della madre fu severa. Prese una corda bagnata
con aceto e fustigò duramente Antonietta che riportò lividi per parecchi
giorni. Alla fine, però, le diede il permesso di andare al noviziato a Napoli.
Lì fu addetta come aiuto della suora portinaia, ma di nascosto cercava di
leggere e istruirsi. Quello fu notato dalla direttrice che le chiese se voleva
studiare, anche se aveva diciannove anni, e le fece fare dei corsi che lei bruciò
nei tempi. La portinaia si lamentava:
-Un’ altra come Antonietta dove la trovo?
Alla
fine fu mandata all’Università Cattolica di Milano dove si laureò in italiano e
latino in quattro anni con centodieci e lode, e fu assegnata all’insegnamento.
Intorno al 1950 fu mandata all’Istituto Maria Ausiliatrice di Soverato, a breve
distanza dalla casa dei suoi, dove insegnò italiano, latino e storia fino a
ottanta anni, e visse fino a 94.
Cosa c’entra allora Dante? C’entra per il suo famosissimo verso nella storia di Paolo e Francesca:
Amor che a nullo amato amar perdona.
Esso significa che l’amore, quando è profondo e sincero, non permette a nessuna persona amata di non ricambiare a sua volta. È una forza ineluttabile e fatale che lega indissolubilmente, costringendo alla reciprocità. Un fenomeno reale come la legge di gravità: uno si può buttare dalla finestra sperando di volare, ma cade inevitabilmente al suolo. Ai piedi del Monte Athos, in Grecia, ho visto le ossa dei monaci esicasti che, dopo un lungo digiuno totale, si lanciavano dalle loro alte grotte per volare verso la luce increata di Dio. Ma la legge di gravità non perdona: si sfracellavano al suolo.
Allora,
zia Antonietta avrebbe amato Gerardo? Se dobbiamo credere a Dante, la risposta è
sì, lo ha amato, anche se lei non se ne rendeva conto. La prova del suo amore inconscio
me l’ha fornita una delle sue numerose ex allieve di Soverato, che mi ha
descritto la sua severità in classe, dove teneva tutte col fiato sospeso,
mentre da una scatolina tirava a sorte il cognome dell’allieva che avrebbe
interrogato. Poi l’ex allieva mi chiese:
-Hai
idea perché tua zia usava sempre il nome di Gerardo nelle spiegazioni? Per
esempio diceva: Gerardo è giovane, in latino richiede il caso nominativo,
perché Gerardo è il soggetto. Invece, se dico: Io vedo Gerardo, richiede il
caso accusativo, perché Gerardo è l’oggetto. Se poi dico: Io do una mela a
Gerardo, richiede il caso dativo, ecc.
Io
capii subito chi era quel Gerardo, ma sarebbe stato troppo lungo spiegarglielo,
e lo faccio ora anche se con molto ritardo. Poco male, del resto, perché
l’amore è eterno anche per le monache.
Un’altra ex allieva, Annalisa, sorella di Gerardo Frustaci, ha raccontato che quando Suor Maria Antonietta arrivò a Soverato intorno al 1950 all’età di circa trentaquattro anni, suo nonno Gerardo, già sposato, se capitava a Soverato, andava davanti all’Istituto, che allora era piccolo, senza muro di recinzione, e terminava sulla sabbia finissima di mare: uno splendore! Gerardo la chiamava solo per vederla un istante: Maria Antonietta! Non sappiamo se lei si mostrò mai, perché lei si era chiusa al mondo con il muro invisibile del voto, muro reale non meno di quello dietro il quale fu murata a vita la Monaca di Monza.
O,
forse, gli mostrò il suo viso, incorniciato dall’abito monacale, col naso
dritto e gli occhi neri imperiosi nel comando? O, forse ancora, si nascose,
bevendo fino all’ultima goccia il calice del suo volontario martirio, come
aveva esortato a fare Cristo nell’Orto degli Ulivi?
Salvatore Mongiardo, 5 febbraio 2026
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