CARNEVALE ANDREOLESE
Le
feste appena passate di carnevale mi riportano alla mente ricordi di molti anni
fa, quando a Sant’Andrea Jonio il carnevale iniziava con l’uccisione dei
maiali, allevati in gran parte nel gruppo delle zimbe o zimbili, i
porcili, che si vedono ancora vicino alla fontana dell’Avanti, nel luogo chiamato
pajisìaddhu, piccolo paese di maiali;
molti altri porcili si trovavano nelle campagne vicine a Sant’Andrea. Allora non
esisteva la raccolta dell’umido per la spazzatura, perché ci pensavano i maiali
a divorare tutti gli avanzi di cucina, messi in un secchio, u catu do pùarcu.
U si dicia non è cosa
U su trasa Mara Rosa.
Pe
l’amuri de l’anìaddhu
Si
ruppiu lu pignatìaddhu.
E non fu na maravigghia
Ca su chiùsaru mamma e figghia.
Para
pazzimba, para pazzimba, para pazzimba, zimba mba!
Carro
e forzari erano probabilmente una sopravvivenza del famoso Carro di Tespi dell’antica Grecia, che girava di villaggio in
villaggio per fare recite e musica e terminava con l’uccisione di un capro:
così nacque la tragedia, in greco tragos+odos,
il canto del capro.
Alla
fine la cosa si risolse con l’arrivo del passaporto di Michiello per l’America,
mandatogli dal padre, e il giovane fu liberato dal sindaco, che si presentò in
fascia tricolore a casa di Giulia.
Questo
episodio che avevo già udito in famiglia, mi fu raccontato nei dettagli da
Assuntina e Maria Ranieri, cugine come me di Giulia.
Peppino
voleva sposare una ragazza alla quale si opponevano le due sorelle di lui, cummentari, frequentatrici cioè del
Padri Liguorini. Peppino andò allora a esporre il caso al loro confessore, che
proibì loro la comunione finché non avessero accettato quella fidanzata:
Ca
iddhu esta ùamu,
U
scuarnu è de fìmmani,
Ca restaru senza cominiùani.
Per i poveri mangiare carne quella
sera era un sogno impossibile, ma si consolavano prendendosi ironicamente in
giro così:
A sira e l’arzata
Ni mangiamu na pizzata
E na mbùmbula d’acitu
Mamma mia ch’è sapuritu!
Carnevale
non era finito, perché a Sant’Andrea si faceva un rito che non ho riscontrato in
nessun altro posto: Carnalavari mùartu.
Carnevale era raffigurato con un pupazzo a grandezza d’uomo fatto di paglia e
stoffa blu. Poi veniva steso sul cataletto, la robusta barella dipinta di
celeste, che si teneva nella vecchia Chiesa Matrice dietro la porta maggiore, lo
stesso sul quale migliaia di bare di Andreolesi venivano portate prima in
chiesa e poi al cimitero. Seguivano il carnevale morto pochi uomini travestiti
a lutto che fingevano di piangere e lamentarsi, provocando molte risate.
Ricordo che l’indimenticabile Severino Voci, fratello di Edoardo, faceva una
bella sceneggiata di lacrime seguendo il cataletto. La processione partiva da
Piazza Castello, passava davanti al Calvario di Via Trieste, risaliva poi verso
i Pignari per arrivare a Fabellino, dove il pupazzo veniva rovesciato nel dirupo.
-Ti sei fermato allo stesso punto dove mi sono fermato io quando portavo mio padre a Fabellino…
Il
giovane comprese che un giorno il precipizio di Fabellino sarebbe toccato a lui.
Allora si caricò il padre sulle spalle e lo riportò a casa.
16
febbraio 2026
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