martedì 17 febbraio 2026

CARNEVALE ANDREOLESE

 

CARNEVALE ANDREOLESE 

Le feste appena passate di carnevale mi riportano alla mente ricordi di molti anni fa, quando a Sant’Andrea Jonio il carnevale iniziava con l’uccisione dei maiali, allevati in gran parte nel gruppo delle zimbe o zimbili, i porcili, che si vedono ancora vicino alla fontana dell’Avanti, nel luogo chiamato pajisìaddhu, piccolo paese di maiali; molti altri porcili si trovavano nelle campagne vicine a Sant’Andrea. Allora non esisteva la raccolta dell’umido per la spazzatura, perché ci pensavano i maiali a divorare tutti gli avanzi di cucina, messi in un secchio, u catu do pùarcu.  

 Da bambino assistevo assieme agli adulti alla scannatura del maiale, fatta da Francesco Carchidi, il padre di Peppino. Al maiale veniva legato il grugno perché non stridesse troppo, poi esso era steso su un muretto, mentre si udivano le grida quasi umane degli altri maiali che venivano scannati nel vicinato. Il maiale capiva cosa l’attendeva, perché il maiale è la creatura più intelligente dopo l’uomo (bah!) e il delfino. Urlava anche lui e girava disperato gli occhi, ma per lui non c’era pietà. Francesco puntava lo scannatore, un coltello lungo e affilato, sul collo del maiale e diceva: Ara saluti! Tutti rispondevano: Ara saluti, e lo scannatore penetrava nel collo.

 In poco tempo il maiale diventava frìttuli, suzzu, frisulimiti, salsicce, soppressate, capicolli, lardo e grasso: abbondanza per le famiglie che potevano permettersi il lusso di allevare un maiale. Poi c’era la grande sfilata fatta dai forzari, maschi travestiti e mascherati che giravano per il paese su un carro tirato da buoi, con suonatori di trombe, piatti e tamburi. Si fermavano in alcuni punti per declamare con frasi chiaramente allusive, ma senza fare nomi, gli avvenimenti che avevano suscitato scalpore o vergogna. Per esempio, quando il Maestro Romeo ruppe il fidanzamento con Giulia Ranieri, lo smacco fu grande e i forzari declamarono dal carro:

 U si dicia non è cosa

U su trasa Mara Rosa.

Pe l’amuri de l’anìaddhu

Si ruppiu lu pignatìaddhu.

E non fu na maravigghia

Ca su chiùsaru mamma e figghia.

 Trombe, piatti e tamburi suonavano un motivo che tutti accompagnavano cantando:

Para pazzimba, para pazzimba, para pazzimba, zimba mba!

Carro e forzari erano probabilmente una sopravvivenza del famoso Carro di Tespi dell’antica Grecia, che girava di villaggio in villaggio per fare recite e musica e terminava con l’uccisione di un capro: così nacque la tragedia, in greco tragos+odos, il canto del capro.

 Lasciamo le finezze della filologia per tornare alla vicenda di Giulia e Romeo. L’allusione dei forzari alludeva al fatto che Mara Rosa e la figlia Giulia, per coprire lo smacco dell’abbandono, presero in casa un giovanotto, Michiello, come fidanzato di Giulia, tenendolo segregato. La madre di Michiello, per liberare il figlio, mandò in giro il banditore Tirifào a gridare che c’era una madre che cercava un galletto, cioè un giovincello, che portava la riga dei capelli di lato, come in effetti faceva Michiello.

Alla fine la cosa si risolse con l’arrivo del passaporto di Michiello per l’America, mandatogli dal padre, e il giovane fu liberato dal sindaco, che si presentò in fascia tricolore a casa di Giulia.

Questo episodio che avevo già udito in famiglia, mi fu raccontato nei dettagli da Assuntina e Maria Ranieri, cugine come me di Giulia.

 Un altro episodio mi fu raccontato da mia madre: tutti e due gli episodi sono accaduti più di un secolo fa. Quello di Giulia intorno al 1920 e quello di Peppino poco dopo.

Peppino voleva sposare una ragazza alla quale si opponevano le due sorelle di lui, cummentari, frequentatrici cioè del Padri Liguorini. Peppino andò allora a esporre il caso al loro confessore, che proibì loro la comunione finché non avessero accettato quella fidanzata:

 U scùarnu on’è de iddhu,

Ca iddhu esta ùamu,

U scuarnu è de fìmmani,

Ca restaru senza cominiùani.

 Poi arrivava a sira e l’arzata, la serata del martedì grasso, quando si mangiava ancora del maiale, perché la mattina dopo, il mercoledì delle ceneri, iniziava l’astinenza quaresimale, e non si poteva mangiare più carne per quaranta giorni fino a Pasqua.

Per i poveri mangiare carne quella sera era un sogno impossibile, ma si consolavano prendendosi ironicamente in giro così:

A sira e l’arzata

Ni mangiamu na pizzata

E na mbùmbula d’acitu

Mamma mia ch’è sapuritu!

Carnevale non era finito, perché a Sant’Andrea si faceva un rito che non ho riscontrato in nessun altro posto: Carnalavari mùartu. Carnevale era raffigurato con un pupazzo a grandezza d’uomo fatto di paglia e stoffa blu. Poi veniva steso sul cataletto, la robusta barella dipinta di celeste, che si teneva nella vecchia Chiesa Matrice dietro la porta maggiore, lo stesso sul quale migliaia di bare di Andreolesi venivano portate prima in chiesa e poi al cimitero. Seguivano il carnevale morto pochi uomini travestiti a lutto che fingevano di piangere e lamentarsi, provocando molte risate. Ricordo che l’indimenticabile Severino Voci, fratello di Edoardo, faceva una bella sceneggiata di lacrime seguendo il cataletto. La processione partiva da Piazza Castello, passava davanti al Calvario di Via Trieste, risaliva poi verso i Pignari per arrivare a Fabellino, dove il pupazzo veniva rovesciato nel dirupo.  

 Quel rito probabilmente ricalcava una leggenda che ho sentito narrare varie volte in paese: Na vota l’antichi, quando un padre era vecchio, lo portavano a Fabellino e lo buttavano vivo giù nel dirupo. Così un vecchio fu caricato dal figlio sulle spalle e portato verso Fabellino. A un certo punto, il figlio si fermò per prendere fiato e il padre gli disse:

-Ti sei fermato allo stesso punto dove mi sono fermato io quando portavo mio padre a Fabellino…

Il giovane comprese che un giorno il precipizio di Fabellino sarebbe toccato a lui. Allora si caricò il padre sulle spalle e lo riportò a casa.

 Salvatore Mongiardo

16 febbraio 2026

 

 

 

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