MONDO INFAME
Nonno Bruno aveva finito di mangiare e si sedette al balconcino per la siesta, ma stava sveglio e cantava con bella voce baritonale canzoni religiose, gustando il piacere di essere tornato a casa dopo trentotto anni di America. La sua canzone preferita era quella composta da Sant’Alfonso, che diceva:
Amai finora il mondo
Sperai da lui la pace,
Ma lo trovai fallace
Malvagio e traditore.
In tutta la sua vita di cose storte ne aveva viste tante, e con quella canzone confessava di aver dovuto subirne molte. Quel giorno passava sotto casa Caramante, fisico asciutto, barba grigia a punta e naso dritto che sembrava un antico busto greco. Egli era noto in paese per la sua proverbiale risposta a chiunque gli chiedeva come andava: Mundu mpamu! Mondo infame, e non aggiungeva altro.
Sentendo
il nonno che in canto confermava l’infamità del mondo, Caramante annuì con la
testa per esprimere il suo accordo, e tirò avanti fino al Muretto di Sofia,
adiacente alla casa di zia Annunziata, cognata del nonno perché sorella di sua
moglie, la bella nonna Maria Caterina. La zia chiese a Caramante come andava, e
la risposta fu quella di sempre: Mundu
mpamu! La zia però lo contraddisse: On
è davìaru! Caramante si bloccò e chiese: Allora com’è? La zia: On esta
sulu mpamu, è proprio mundu ’e mmerda! Caramente sussultò davanti a
quell’affermazione che andava oltre l’infamità, e proseguì.
Ma zia Annunziata non si calmò, anzi fece esplodere la sua collera contro chi l’aveva trattata tanto male da portarla a dare quel giudizio pesante. La causa era il maestro Samà, fratello dell’Arciprete, che non aveva incluso lei e sua sorella Antinisca nella lista comunale dei poveri, perché non abbastanza povere per ricevere aiuti pubblici. Disse: Non sono povera io? E al colmo dello sdegno: Possa perdere il maestro Samà tutti i soldi che ha e possa trovarli io!
Poi si rivolse a chi poteva veramente renderle giustizia, Sant’Andrea, invocandolo a porta aperta nella sua statua che svettava sul monumento a forma di palma, da dove proteggeva il paese sullo Jonio che porta il suo nome: O Sant’Andrea, e tu cosa fai lassù e non scendi a difendermi? Prendi la croce che hai e rompila sulle spalle di quell’infame!
Un
giudizio irrimediabilmente pessimistico sul mondo lo espresse Peppino di
Giacomo, il nonno dei miei carissimi cognati Andrea e Alfonso Armogida. Anche
il padre loro si chiamava Peppino, perché a volte in paese il padre dava a un
figlio maschio lo stesso suo nome per riguardo alla moglie: Così, se muoio io, ti rimane un figlio che
si chiama come me.
Nel dopoguerra Peppino di Giacomo senior stava morendo, contorniato dalla famiglia in lacrime, lumini e candele accese, lo zio prete Don Luigi che lo confortava ed esortava ad andare in cielo, la nipote Annina che recitava litanie. Peppino considerò quella scena e con l’ultimo respiro disse: Mundu ’e cazzuni!
Salvatore Mongiardo
22
marzo 2026
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