ESAME DI LETTURA
Ai tempi della mia infanzia, tanti anni fa che mi sembrano
mille, la gran parte degli abitanti di Sant’Andrea era composta da analfabeti, ma
i miei genitori avevano frequentato le scuole elementari. Tra la generazione
prima della loro, quelli nati intorno al 1880, erano pochissimi quelli che
sapevano leggere e scrivere. Alcune donne, come le zie di mia madre, sapevano
leggere, ma non scrivere, cosa loro proibita perché avrebbero potuto scrivere
biglietti a qualche spasimante. Leggere sì, perché dovevano leggere le vite dei
santi, le massime eterne e le preghiere.
Non
era raro il caso di qualche uomo attempato che, seduto davanti casa, inforcava
un paio di occhiali e si metteva a leggere a voce alta per dare prova che
sapeva leggere.
Nell’antichità
era normale leggere a voce alta, come faceva anche Sant’Agostino, che rimase colpito
nel vedere Sant’Ambrogio leggere solo con gli occhi. Imitatore di Sant’Ambrogio
era anche il nostro vicino Francesco Carchidi, il padre di Peppino, che leggeva
zitto e avidamente il giornaletto di Tex Willer, che poi mi passava.
Intorno al 1950, salvo alcune eccezioni, nella prima classe
elementare si facevano aste sul quaderno, e si imparava a scrivere nella
seconda. D’estate si recitava il rosario davanti alla porta di casa e poi si
rimaneva a chiacchierare per lasciare passare il caldo. Una di quelle sere, una
donna chiese a mia sorella Caterina, che aveva frequentato la prima con la
maestra Giacomina Stillo, se sapeva leggere. Caterina rispose di sì e le donne
incredule le chiesero di leggere la preghiera scritta dietro un’immaginetta.
Era una lunga preghiera molto conosciuta, composta da Papa Leone XIII:
A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione
ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio…
Le donne non credettero alle
proprie orecchie, e dissero che Caterina la conosceva a memoria, avendola
sentita recitare molte volte. Caterina protestò, e allora qualcuno andò a
prendere un pezzo di giornale che parlava di De Gasperi, e lo porse a Caterina
che lo lesse nello stupore generale.
A
un simile esame mi aveva sottoposto mia madre quando ancora non andavo a
scuola, ma conoscevo già l’alfabeto. Lei stava rifacendo il letto e sistemava il
cuscino, da lei ricamato a punto pieno, sul quale c’era un ramo di pesco
fiorito con bei caratteri tra foglie e fiori. Mia madre mi chiese di leggere la
scritta e alla fine lessi: Lijoi
Franceschina. Lei scoppiò a ridere, cosa che mi fece arrabbiare, e poi mi
corresse: Sogni felici.
Anni
dopo, ero già all’università, tornò dall’America mio cugino Andrea Codispoti,
il padre dell’Avv. Bruno e del Dr. Franchino, e venne anche suo padre, mio zio
Bruno, persona audace e avventurosa. Andrea era tornato dall’America per
sposare Maria Vitale e il padre di lei, Mastro Francesco, partecipò alla costruzione
di un bel pagliaio sulla spiaggia del Vallone di Bruno. C‘era un foglio di
rivista che aveva contenuto i chiodi necessari per la costruzione, poi rimasto vuoto.
Dopo mangiato, zio Bruno lo raccolse e cominciò a leggerlo con la sua voce
difettosa nella pronuncia. Era la pagina di una rivista con le lettere al
direttore, il quale rispondeva a una lettrice scrivendo, secondo zio Bruno: Cari lettori e lèttrici… e dava dei
consigli a una donna malata di ulcera, che zio Bruno cambiò in urcilù.
Poi
lo zio ci raccontò di quando lavorava come muratore a Tenda e Briga, al confine
con la Francia, e non lontano da lì era arrivata la regina Elena per
villeggiare. Era luglio e lo zio si procurò delle spighe di grano che intrecciò
e volle portare in omaggio alla regina. Ma i carabinieri lo bloccarono, pensando
che fosse un esaltato, e lo perquisirono. Egli alzò la voce, insistendo che
aveva composto una poesia per la regina, la quale, informata, lo fece entrare. Davanti
alla bella Elena, egli alzò il mazzo di spighe, declamando:
Mi presento, o Regina,
Col saluto romano
E vi vengo a portare
Queste spighe di grano
Queste spighe di grano
Fatto da me in Tracquese
Povero operaio calabrese…
La regina accolse le spighe e
ringraziò lo zio al quale diede… diecimila lire, una cifra enorme per quei
tempi.
Un altro miracolo compì zio Bruno sotto i nostri occhi.
Era pomeriggio e un grande uccello con colori mai visti, a pois tra bianco e
marrone, volava basso sulle nostre teste verso sud. Zio Bruno si allontanò,
anche se camminava a fatica, e dopo circa due ore tornò con l’uccello vivo in
mano. Ci spiegò che aveva capito che l’uccello era stanco, e difatti si posò su
un ulivo a Isca, e gli fu facile catturarlo. Egli conosceva quella specie dall’Algeria,
dove aveva vissuto durante la guerra. Si era imbarcato di nascosto a Marsiglia
su una nave carica di grossi tubi, spediti per la fognatura di Algeri. Egli aveva
lasciato l’Italia assieme a un andreolese soprannominato Ribomba, inviso al
regime fascista, e insieme scapparono in Francia.
In
Algeria imparò un po’ di arabo e francese e, scambiato per arabo, divenne guida
dell’esercito inglese. Quando i miei nel 1938 si sposarono, zio Bruno mandò una
cartolina di auguri in francese, che mio padre decifrò a fatica e ricordava
così:
Le bon Die qui vous anvuà
Le bon garzù u le bon
garzà.
Salvatore Mongiardo
23 gennaio 2026
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