venerdì 23 gennaio 2026

S. MONGIARDO-ESAME DI LETTURA-RACCONTO

 

ESAME DI LETTURA

 

            Ai tempi della mia infanzia, tanti anni fa che mi sembrano mille, la gran parte degli abitanti di Sant’Andrea era composta da analfabeti, ma i miei genitori avevano frequentato le scuole elementari. Tra la generazione prima della loro, quelli nati intorno al 1880, erano pochissimi quelli che sapevano leggere e scrivere. Alcune donne, come le zie di mia madre, sapevano leggere, ma non scrivere, cosa loro proibita perché avrebbero potuto scrivere biglietti a qualche spasimante. Leggere sì, perché dovevano leggere le vite dei santi, le massime eterne e le preghiere.

           

Non era raro il caso di qualche uomo attempato che, seduto davanti casa, inforcava un paio di occhiali e si metteva a leggere a voce alta per dare prova che sapeva leggere.

Nell’antichità era normale leggere a voce alta, come faceva anche Sant’Agostino, che rimase colpito nel vedere Sant’Ambrogio leggere solo con gli occhi. Imitatore di Sant’Ambrogio era anche il nostro vicino Francesco Carchidi, il padre di Peppino, che leggeva zitto e avidamente il giornaletto di Tex Willer, che poi mi passava.

 

            Intorno al 1950, salvo alcune eccezioni, nella prima classe elementare si facevano aste sul quaderno, e si imparava a scrivere nella seconda. D’estate si recitava il rosario davanti alla porta di casa e poi si rimaneva a chiacchierare per lasciare passare il caldo. Una di quelle sere, una donna chiese a mia sorella Caterina, che aveva frequentato la prima con la maestra Giacomina Stillo, se sapeva leggere. Caterina rispose di sì e le donne incredule le chiesero di leggere la preghiera scritta dietro un’immaginetta. Era una lunga preghiera molto conosciuta, composta da Papa Leone XIII:

A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio…

Le donne non credettero alle proprie orecchie, e dissero che Caterina la conosceva a memoria, avendola sentita recitare molte volte. Caterina protestò, e allora qualcuno andò a prendere un pezzo di giornale che parlava di De Gasperi, e lo porse a Caterina che lo lesse nello stupore generale.

 

A un simile esame mi aveva sottoposto mia madre quando ancora non andavo a scuola, ma conoscevo già l’alfabeto. Lei stava rifacendo il letto e sistemava il cuscino, da lei ricamato a punto pieno, sul quale c’era un ramo di pesco fiorito con bei caratteri tra foglie e fiori. Mia madre mi chiese di leggere la scritta e alla fine lessi: Lijoi Franceschina. Lei scoppiò a ridere, cosa che mi fece arrabbiare, e poi mi corresse: Sogni felici.

 

Anni dopo, ero già all’università, tornò dall’America mio cugino Andrea Codispoti, il padre dell’Avv. Bruno e del Dr. Franchino, e venne anche suo padre, mio zio Bruno, persona audace e avventurosa. Andrea era tornato dall’America per sposare Maria Vitale e il padre di lei, Mastro Francesco, partecipò alla costruzione di un bel pagliaio sulla spiaggia del Vallone di Bruno. C‘era un foglio di rivista che aveva contenuto i chiodi necessari per la costruzione, poi rimasto vuoto. Dopo mangiato, zio Bruno lo raccolse e cominciò a leggerlo con la sua voce difettosa nella pronuncia. Era la pagina di una rivista con le lettere al direttore, il quale rispondeva a una lettrice scrivendo, secondo zio Bruno: Cari lettori e lèttrici… e dava dei consigli a una donna malata di ulcera, che zio Bruno cambiò in urcilù.

 

Poi lo zio ci raccontò di quando lavorava come muratore a Tenda e Briga, al confine con la Francia, e non lontano da lì era arrivata la regina Elena per villeggiare. Era luglio e lo zio si procurò delle spighe di grano che intrecciò e volle portare in omaggio alla regina. Ma i carabinieri lo bloccarono, pensando che fosse un esaltato, e lo perquisirono. Egli alzò la voce, insistendo che aveva composto una poesia per la regina, la quale, informata, lo fece entrare. Davanti alla bella Elena, egli alzò il mazzo di spighe, declamando:

 

Mi presento, o Regina,

Col saluto romano

E vi vengo a portare

Queste spighe di grano

 

Queste spighe di grano

Fatto da me in Tracquese

Povero operaio calabrese…

 

La regina accolse le spighe e ringraziò lo zio al quale diede… diecimila lire, una cifra enorme per quei tempi.

 

            Un altro miracolo compì zio Bruno sotto i nostri occhi. Era pomeriggio e un grande uccello con colori mai visti, a pois tra bianco e marrone, volava basso sulle nostre teste verso sud. Zio Bruno si allontanò, anche se camminava a fatica, e dopo circa due ore tornò con l’uccello vivo in mano. Ci spiegò che aveva capito che l’uccello era stanco, e difatti si posò su un ulivo a Isca, e gli fu facile catturarlo. Egli conosceva quella specie dall’Algeria, dove aveva vissuto durante la guerra. Si era imbarcato di nascosto a Marsiglia su una nave carica di grossi tubi, spediti per la fognatura di Algeri. Egli aveva lasciato l’Italia assieme a un andreolese soprannominato Ribomba, inviso al regime fascista, e insieme scapparono in Francia.

 

In Algeria imparò un po’ di arabo e francese e, scambiato per arabo, divenne guida dell’esercito inglese. Quando i miei nel 1938 si sposarono, zio Bruno mandò una cartolina di auguri in francese, che mio padre decifrò a fatica e ricordava così:

 

            Le bon Die qui vous anvuà

            Le bon garzù u le bon garzà.

 

Salvatore Mongiardo

23 gennaio 2026  

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