lunedì 21 dicembre 2009

VIAGGIO A GERUSALEMME

SALVATORE MONGIARDO




VIAGGIO A GERUSALEMME
La fine della violenza

lettera alla figlia





Milano, 8 febbraio 2000


Cara Gabriella,

Ti voglio raccontare per bene il mio viaggio a Gerusalemme per spiegarti come mai una settimana in Palestina stia cambiando profondamente la mia vita. Perciò mettiti comoda nella casetta dell’Ohio, dove ti ho lasciata per rientrare in Italia dopo il Capodanno del 2000, e leggimi con attenzione. In America ti ho già parlato del mio viaggio in Terrasanta, ma non ho accennato a quanto sto per dirti adesso: non è una cosa di tutti i giorni, e scrivere mi aiuterà a chiarire meglio quanto è successo.
Ma andiamo con ordine.

1
A fine luglio 1999 il caldo nel centro di Milano era canicolare. Passai la notte di sabato a rotolarmi sulle lenzuola senza trovare requie. E poi c'erano le sirene delle ambulanze che arrivavano in continuazione al pronto soccorso dell'ospedale Fatenebefratelli di fronte casa. Il mattino dopo cercai rifugio nel verde di San Felice, dove l'aria era più fresca e non carica di zaffate maleodoranti. Andai a trovare gli amici e alla fine della giornata Ernesto mi trascinò a messa. In chiesa c'era l'annuncio di un pellegrinaggio in Terrasanta organizzato dalla diocesi di Milano. Il lunedì seguente prenotai il viaggio e l'8 novembre m’imbarcai da Malpensa per Tel Aviv. Prima di partire avevo comprato dalle Edizioni Paoline dietro il Duomo una traduzione moderna della Bibbia: non volevo perdermi l'occasione e la suggestione di leggere qualche brano del Libro dei libri proprio nei posti dove i fatti narrati erano accaduti. Guidava il nostro gruppo di 43 persone don Osvaldo, un anziano prete minuto, che in Terrasanta era già stato 97 volte. Un uomo in gamba: si vedeva da come ci teneva insieme; e spiegava con competenza i luoghi e gli avvenimenti biblici.
A capo del migliaio di pellegrini c’era il cardinale di Milano Carlo Maria Martini, al quale tu hai portato il cesto con i prodotti calabresi nella Basilica di Sant'Ambrogio. Ricordi? Era il 6 dicembre del 1997 e indossavi il costume calabrese intessuto d'oro che Giusy ti aveva prestato. Io reggevo il cesto da un lato e insieme andammo fino all'altare, splendente di ori e di luci, dove il cardinale ci accolse e ci diede una medaglia ricordo.
Allo sbarco a Tel Aviv fummo sottoposti a minuziosi controlli e nel pomeriggio arrivammo in pullman a Tiberiade. Dal balcone dell'albergo guardavo il Lago di Tiberiade, chiamato anche Lago di Genezaret o Mar di Galilea, che al tramonto perdeva azzurro e acquistava luminosità opalescente. Mi misi seduto, respirai profondamente aria mediorientale, secca e inodore, e aprii la Bibbia all'inizio. Dio crea cieli, terra, acque, cetacei, uccelli, rettili e fiere. Nella sesta giornata della creazione, al versetto 29 del primo capitolo della Genesi, Dio si rivolge agli uomini e dice:

"Ecco, io vi do ogni sorta di graminacee produttrici di semenza, che sono sulla superficie di tutta la terra, ed anche ogni sorta di alberi in cui vi sono frutti portatori di seme: essi costituiranno il vostro nutrimento. Ma a tutte le fiere della terra, a tutti i volatili del cielo e a tutti gli esseri striscianti sulla terra e nei quali vi è l'alito di vita, io do come nutrimento l'erba verde".

Non avevo mai prima fatto attenzione a questo brano e lo rilessi attentamente. Il comandamento era preciso: uomini e animali dovevano nutrirsi esclusivamente di vegetali. Nel paradiso terrestre sgorgava un grande fiume, si divideva in quattro e andava a bagnare regioni lontane. La vegetazione era lussureggiante, tutto cresceva spontaneo e i nostri antenati dovevano solo raccogliere quanto la terra offriva. In seguito, nel corso dei millenni, l’Eden e tutto il Medio Oriente si erano inariditi. Dal balcone dell’albergo guardavo la Galilea secca, riarsa, con poca vegetazione polverosa e stentata. Anche se eravamo a novembre, la vampa del sole infieriva dal cielo blu.
La sera a cena ci furono serviti pesci del lago con la boccuccia ancora spalancata nello spasmo della morte. Mentre il gruppo cenava in allegria, riflettevo che l’uomo doveva nutrirsi per sopravvivere ed usava il suo ingegno, la sua astuzia e il suo potere per uccidere e mangiare. Il mio viaggio cominciava con una stonatura che non mi piacque. Mi rimproverai la mia eterna smania di voler sapere sempre tutto invece di starmene tranquillo come gli altri. Ma poi dovetti assolvermi perché, almeno quella volta, non avevo fatto nulla di sbagliato. Volevo visitare la Terrasanta e avevo cominciato la lettura della Bibbia: cosa c’era di più sensato? Intanto però riflettevo che quel comandamento non solo non veniva osservato, ma era stato rimosso dalla nostra coscienza. Eppure era il primo dei comandamenti, lo chiamerei il protocomandamento. Che stranezza, tutti conosciamo i dieci comandamenti di Mosè, che vengono molto dopo, e tutti abbiamo dimenticato l’ordine di non nutrirci di creature viventi. Se quel passo venisse eliminato dalla Bibbia, forse nessuno se n’accorgerebbe.

2
Il giorno seguente visitammo il Tabor, il monte della Trasfigurazione. La luce era abbagliante, insostenibile. Poi il colle delle Beatitudini, Cafarnao, Tabgha con le sette sorgenti, il santuario del primato di Pietro e quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci. All’indomani il pullman ci portò a Nazaret, dove potei ammirare lo straordinario santuario dell’Annunciazione, costruito sopra la casa della Madonna. Don Osvaldo ci spiegava com’era la vita allora e ci raccontò che, al momento dell’annunciazione, la Madonna era una ragazzina di circa quattordici anni. Quando i parenti si accorsero che era incinta, la mandarono dalla cugina Elisabetta per nascondere lo scandalo. Mentre l’anziano prete parlava, mi venne in mente una canzone che cantavo la sera con i miei compagni nella cappella del seminario di Squillace:

Qual tortora ai cieli cantando
per aspri sentieri montani
volasti ai parenti lontani
dall’ali sospinta d’amor.

La cantavamo a marzo, mese dedicato all’Annunciazione, quando la primavera incalzava colorando la campagna di Squillace con nuovi fiori e un’aria più tenera intiepidiva le gelide camerate. Ma un’altra immagine mi si sovrappose, quella di una ragazza di diciannove anni, zia Peppina, sorella di mio padre, mandata via da Sant’Andrea presso i parenti di Placànica, quando la madre le strinse un seno per vedere se era incinta e il latte venne fuori. Mi sembrò che la ragazzina orientale e la ragazza calabrese, che vanno a piedi per viottoli verso un paese lontano, fossero la stessa persona. La vedevo vestita di scuro, una ruga sulla giovane fronte e il passo spedito per arrivare prima del buio a una casa più accogliente di quella paterna. L’accostamento tra la Madonna e zia Peppina, che non ho mai conosciuto ed è morta da tempo, mi sembrò irriverente e cercai di scacciarlo dalla mente. Ma fu tutto inutile. In me si fece strada la convinzione che il mistero della vita, il mistero della sessualità e il mistero di Dio erano così profondamente uniti fra di loro che non potevano essere separati: era quello il legame adombrato nell’annuncio a Maria. Io volevo guardare dentro quel mistero, ma non potevo perché un lenzuolo, un mistico lenzuolo, mi si parava davanti agli occhi e mi impediva di vedere oltre. Intuivo però che dietro quel lenzuolo si nascondevano una luce e un calore tanto forti, che avevano potuto generare l’universo intero. Era la seconda volta che quel lenzuolo mi si stendeva davanti. Già era successo molto tempo prima, un giorno che ero veramente disperato e schiantato dalla tragedia come una quercia dal fulmine. Allora pensai che erano le lacrime che m’impedivano di vedere, ma all’improvviso a Nazaret capii che era lo stesso mistico lenzuolo che nascondeva ai miei occhi qualcosa di enorme.

La sveglia di mattino era sempre alle sei e, quando la sera rientravamo in albergo, ero stanco morto con tutto il correre da un luogo all’altro. La lettura della Bibbia non andava avanti, solo la sera a letto ne leggevo un pezzetto prima di spegnere la luce. Al capitolo 4 della Genesi lessi la storia di Caino ed Abele e l’inquietudine che avevo provato al primo capitolo si aggravò in smarrimento:

“Abele divenne pastore di greggi e Caino coltivatore del suolo. Or, dopo un certo tempo, Caino offrì dei frutti del suolo in sacrificio al Signore; e anche Abele offrì dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. Il Signore riguardò Abele e la sua offerta, ma non riguardò Caino e l’offerta di lui. Perciò Caino ne fu molto irritato e il suo viso fu abbattuto[…]Poi Caino ebbe da dire con suo fratello Abele. E com’essi furono nei campi, Caino insorse contro suo fratello Abele e lo uccise”.

Dunque, il primo violatore del protocomandamento non era Caino, che coltivava i campi e offriva a Dio i frutti della terra, ma Abele che era pastore e uccideva per mangiare. Addirittura Dio gradiva l’offerta d’Abele e rifiutava quella di Caino, proprio Lui che aveva ordinato di non toccare gli animali e di nutrirsi esclusivamente di vegetali. Dio era cambiato e, da creatore benevolo, era diventato complice del massacratore di animali Abele. Poi, al tempo di Noè, si era incattivito al punto che nel capitolo 9 della Genesi aveva detto:

“Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore di voi e il terrore di voi sia in tutte le fiere della terra, in tutti i volatili del cielo. Per quanto concerne ciò che striscia sul suolo e tutti i pesci del mare, essi sono dati in vostro potere. Ogni rettile che ha vita sarà vostro cibo; tutto questo vi do, come già la verzura dell’erba.”

Dopo il diluvio Noè, la sua famiglia e gli animali uscirono dall’arca. Noè prese ogni sorta di animali puri e offrì olocausti sull’altare e il Signore ne odorò la soave fragranza…I poveri animali si erano illusi di avercela fatta, protetti e nutriti dentro l’arca: fuori li aspettavano coltello, altare e fuoco. L’imbroglio era troppo grosso e certamente non ero in grado di venirne a capo. Ebbi però la certezza che la lettura della Bibbia era un metodo infallibile per rovinarmi la visita della Terrasanta. Perciò la chiusi e la misi in fondo alla valigia.

Lasciammo la Galilea attraversando su un battello il Lago di Tiberiade. Sull’altra sponda ci attendeva il pullman che percorse la valle verdeggiante del Giordano impoverito dai continui prelievi per dissetare uomini e campagne. Le montagne che si ergevano al termine della valle verso la Giordania erano di colore tra il rosa antico e il calcinato. Non avevano nulla dell’azzurro color di lontananza tipico del paesaggio italiano, ma non erano meno belle. Nel pomeriggio arrivammo a Betlemme dove visitammo la Basilica della Natività, tenuta dai greci ortodossi, che in Terrasanta amministrano molti dei luoghi di culto più importanti della cristianità. Come tutte le chiese tenute da loro, era carica di dipinti e lampade, arcaica, bellissima. Durante la fila estenuante per arrivare a baciare il posto dove fu adagiato il Bambin Gesù, si poteva respirare un’aria di pace, di casa più che di chiesa. La basilica era stata costruita sopra la casa-grotta dove Maria si trovò a partorire. Su questo punto don Osvaldo fu molto chiaro e ci spiegò com’era fatta una casa dell’epoca. Erano grotte scavate nella roccia con l’ingresso protetto da un minuscolo pergolato di frasche. A destra dell’ingresso c’era la zona dove dormiva tutta la famiglia in pochissimi metri quadri, poi si scendevano dei gradini e si entrava nella grotta vera e propria: lì si conservavano le derrate, si tenevano gli animali e c’era anche un forno a legna per il pane. La Madonna dovette accomodarsi più in basso tra gli animali, probabilmente perché lo spazio del mini-dormitorio era troppo piccolo per le esigenze del parto. La notte santa s’illuminò della luce della vita e gli angeli svegliarono i pastori che andarono a rendere omaggio al neonato figlio di Dio.
Ma sai, Gabriella, cosa portavano in dono i pastori? La sola cosa che avevano, gli agnelli. Non voglio rovinare la letizia che il Natale suggerisce, ma non posso fare a meno di pensare che gli agnelli portati in dono al Bambin Gesù facevano la stessa fine di tutti gli agnelli: sgozzati e divorati. A quel sangue che, si può dire, bagnò la mangiatoia di Gesù per la necessità del nutrirsi, si aggiunse il sangue che Erode fece scorrere per paura di perdere il potere. Era nato un nuovo re? I Magi imprudentemente gliene avevano parlato e lui non perse tempo ad ordinare la strage degli innocenti, convinto di colpire così anche il figlio di Maria. Il sangue dei nati di pecora e quello dei nati di donna uscì caldo dalla gola delle vittime e andò ad abbeverare la mai sazia terra di Palestina.

Don Osvaldo volle celebrare il giorno seguente una messa nel deserto di Giuda, che circonda tutta la regione attorno a Gerusalemme e Betlemme, distanti tra loro una diecina di chilometri. Ci fermammo su un’altura che domina il paesaggio arido e giallognolo. Don Osvaldo scelse una pietra come altare e in un silenzio maestoso celebrò la messa per il nostro gruppo. Lui si era fatto prete per poter dire messa, la cosa più bella del mondo, andava ripetendo quando ci raccontava la sua storia.
Finita la funzione, alcuni bambini di un vicino accampamento beduino vennero a chiederci le caramelle e, quando le ebbero, tornarono verso le loro tende. Non lontano un gregge di pecore brucava, ma cosa brucava in quella pietraia? Volli verificare e mi chinai ad osservare il terreno. Tra il pietrame c’era qualche filo d’erba che stentatamente riusciva a crescere. Le pecore si nutrivano di quello e il pastore si nutriva d’agnelli. Davanti alla tenda la pelle di un agnello scuoiato era appesa ad asciugare e dei legnetti la tenevano stesa. Pensai subito ad Abele che fu il primo ad uccidere agnelli e riflettei che tutta la poesia sulla vita placida e serena dei pastori era una gran fandonia. Doveva essere invece una vita disperante e disperata che costringeva a scannare un animale mite, un compagno fedele e arrendevole. Mi vennero in mente i racconti che avevo sentito in Sardegna durante i miei dieci anni di lavoro a Porto Cervo. Quando lasciavano la scuola e venivano mandati soli con le pecore nei pascoli, molti pastorelli sardi non reggevano e s’impiccavano. Ogni anno era una strage. E se qualche pastorello crescendo diventava un sequestratore di persona, poteva arrivare a tagliare un lembo di orecchio al povero sequestrato con lo stesso coltello che aveva scannato e scuoiato agnelli a volontà. Il rimorso provato dal pastore che taglia un lembo d’orecchio deve essere uguale a quello che prova il mio barbiere quando mi taglia i capelli.

3
Da bambino facevo la raccolta delle immaginette e la mia preferita era quella del Buon Pastore. Gesù teneva sul collo un agnello candido e portava un lungo bastone ricurvo in alto. Adesso la storia di pecore e agnelli non voleva andarmi giù; d’altra parte non capivo come Gesù potesse definire buono un pastore che vede l’agnello crescere teneramente accanto alla madre e un giorno lo afferra, lo scanna, lo scuoia, lo mangia: questo e non altro è la vita del pastore. La pecora è l’animale che rende di più, come mi hanno spiegato in Sardegna: l’agnello, il latte, la lana e alla fine la pelle e la carne. Ricordo i grandi pentoloni dove si bolliva la pecora con le patate non sbucciate, un piatto rustico apprezzato anche dai turisti.
La sera ripresi dal fondo della valigia la Bibbia e cercai una soluzione al rebus. Il passo che parlava del Buon Pastore era nel vangelo di Giovanni (10, 11), dove Gesù dice:

“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la sua vita per le pecore[…]Io sono il buon pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me [...] Io do la mia vita per le pecore”.

Avevo sempre immaginato il Buon Pastore come una specie di eremita, che passa i giorni nella natura in compagnia delle sue pecore e, proprio come dice Gesù, non le vende e non le uccide. Ma Gesù afferma anche di voler dare la vita per le proprie pecore: perché dare la vita se nessuno ha il diritto di uccidere nemmeno un animale? Se uno dà la vita, si offre come vittima: non diventa allora complice del carnefice? E ancora: Gesù viene da tutti invocato come “Agnello di Dio” mentre lui si definisce “Buon Pastore”. Com’è possibile che il pastore sia anche agnello? Più mi arrovellavo a capire e più la storia s’ingarbugliava, tanto da farmi venire il mal di testa. Ormai era chiaro, la mia visita in Terrasanta era destinata non a rasserenarmi, come avevo sperato quando prenotai il viaggio, ma a crearmi una nuova e più profonda inquietudine.
Decisi tuttavia di far finta di nulla e di compiere il mio pellegrinaggio partecipando a tutti gli appuntamenti e impegni del gruppo. E davo anche una mano a don Osvaldo, che a volte arrancava stanco. Non mi dispiaceva rifare un po’ la guida, come avevo fatto tanti anni prima attraverso l’Europa con i gruppi di turisti americani. Don Osvaldo insisteva a fare la guida, nonostante l’età avanzata, per guadagnare dei soldi e mantenere una missione in un angolo sperduto dell’Amazzonia. Egli aveva preso quest’impegno dopo un viaggio nella Foresta Amazzonica dove era stato testimone di quest’episodio. In una capanna una madre aveva detto al figlio di otto anni di mettere a tacere il fratellino neonato che piangeva. E il bimbo ubbidì con la massima naturalezza, come aveva visto fare altre volte. Riempì di terra la bocca del neonato che aveva steso sul pavimento e con il piede gli tappò la bocca fino a soffocarlo. Don Osvaldo tentò inutilmente di rianimarlo appena sbirciò dentro la capanna. Il viso del neonato rimase cianotico, con gli occhi sbarrati come a cercare un mondo meno crudele.

A Betlemme il Cardinale si fece promotore di un incontro tra vescovi, patriarchi e altri rappresentanti delle chiese cristiane non cattoliche. L’incontro durò ore interminabili e si tenne nel cortile del convento francescano spazzato da un vento gelido. Una diecina di prelati sedevano sul palco, vestiti nei modi più pittoreschi, ben avvolti nei loro manti che li proteggevano dal freddo pungente, con copricapi neri, viola, azzurri. Loro predicavano, predicavano e ci chiedevano insistentemente di pregare perché si facesse l’unità dei cristiani e cessasse lo scandalo della divisione. Le ossa mi facevano male in quella ghiacciaia e capivo Gesù Bambino nato al freddo e al gelo poco lontano da lì. Ero indispettito dalla richiesta pressante dei prelati di pregare perché loro si mettessero d’accordo. Mi sembrò un’ipocrisia bella e buona. Perché non lo facevano l’accordo? Pensai che io avevo qualcosa capace di convincerli. Quella cosa si trova nella casetta del mare ad Alaca, appoggiata dietro la porta. Chissà quante volte avrà trasalito nel sentire i cavalloni dello Jonio frangersi sulla spiaggia! Un tempo era ramo attaccato al suo albero ed era abituato al fruscio del vento del bosco, al cinguettio degli uccelli o al solletico di qualche animaletto che lo percorreva. Un giorno Colino me l’aveva voluto regalare: ma era ormai un bastone, fatto con il legno più pesante e più duro della Calabria, quello di un albero stranamente chiamato “trifoglio” e usato per fare il “marruggio”, il manico della zappa che i contadini affondavano nella terra colpo dopo colpo. Quel bastone avrebbe potuto compiere il miracolo dell’unità dei cristiani.

4
Adesso dovrei parlarti di Gerusalemme. Non capisco, però, perché mi viene in mente la visita all’isola di Maui nelle Hawai, dove siamo stati nel 1992, quando abbiamo fatto il giro del mondo con Franco e Ailuan. Salimmo allora fino alla cima del vulcano Haleakala e lì stetti sbalordito a guardare, dall’alto di tremila metri, l’azzurro sconfinato dell’Oceano Pacifico, le montagnole color ferro e bronzo disseminate nell’antico letto della lava, e il verde tropicale dell’isola. Lì, come mai prima, percepii l’Eterno nel suo incessante e struggente manifestarsi; e pensai al tempo quando il vulcano era alto diecimila metri, come spiegavano le illustrazioni; poi l’erosione lentamente l’aveva abbassato e un giorno si sarebbe ridotto ad un atollo piatto sull’acqua. La montagna si abbassava per amore di mare e il fuoco si spegneva per amore d’acqua: questo pensiero mi dava una pace così piena, che quasi faceva male al cuore.
Ecco, quando Gerusalemme apparve con la cupola d’oro della moschea di Omar e la distesa delle tombe sul fianco della collina, rimasi senza fiato perché nulla al mondo è come Gerusalemme. Mi sembrava che la bellezza indicibile vista ad Haleakala si manifestasse ora in Sion. Non perdevo un dettaglio delle torri, delle moschee, delle chiese. Camminavo con gli occhi sgranati per catturare quante più immagini possibile: l’Orto degli Ulivi con gli alberi millenari, i templi costruiti dai crociati e sopravvissuti alla distruzione degli arabi, i minareti che a volte quasi si toccavano con i campanili, le rovine del Tempio, la Via Dolorosa percorsa da Gesù carico della croce, il Cenacolo, il Santo Sepolcro, il Golgota, i segni dei colpi di mitraglia sparati dagli israeliani quando conquistarono la città nel 1967, i soldati armatissimi e attentissimi…Sion è come sposa ornata per le nozze, ma il suo vestito nuziale è rosso, inzuppato di sangue. Sovrana è la sua bellezza, ma in lei non c’è traccia della gran pace che aleggiava su Haleakala: tutto in Sion trasuda violenza. Ci sarà mai pace dentro le sue mura? Mai e poi mai, pensavo. La più bella città della terra era la casa della rovina e della morte. Sentii l’angoscia assalirmi: il petto mi si stringeva e la fronte si copriva di sudore. A quel punto feci una pausa nelle mie riflessioni per rivolgere un complimento a me stesso: me lo meritavo. La mia capacità nel riuscire a stare male dappertutto aveva colpito finanche nella città santa. Ero veramente bravo.

5
La moschea di Omar, che ufficialmente si chiama Moschea della Roccia, sorge sulla spianata del Tempio e ha vetrate di indaco, viola, azzurro, verde e giallo, con mescolanze insolitamente leggiadre. Il pavimento è ricoperto di preziosi tappeti, sui quali si cammina senza scarpe che bisogna lasciare fuori. Al centro, proprio sotto la cupola dorata che si vede nelle cartoline di Gerusalemme, c’è la roccia del Monte Mòriah. Su quella roccia Abramo stava per sacrificare il figlio Isacco, nome che significa sorriso. In quell’occasione però Isacco aveva poco da ridere, se dobbiamo credere a quello che è scritto nella Genesi (cap.22). Dio, che aveva proibito all’uomo e agli animali di mangiarsi l’un l’altro, ordina ad Abramo di prendere Isacco, di andare sul monte Mòriah e di offrirglielo in olocausto. Abramo non ha il minimo dubbio sul da fare: con il figlio, l’asino e due servi cammina per tre giorni verso il monte. Lascia i servi e l’asino, carica la legna sulle spalle d’Isacco, prende coltello e fuoco e si avvia verso la cima del monte. Isacco chiede al padre dove prenderà l’agnello per l’olocausto e Abramo risponde che Dio provvederà. Abramo costruisce l’altare, lega Isacco, lo stende sulla legna e alza il coltello per “scannare il suo figliuolo”. Ma l’angelo di Dio ferma Abramo, che vede un ariete impigliato con le corna in un cespuglio, lo scanna al posto del figlio e lo fa bruciare sull’altare.
Conosco perfettamente la sensazione di un bimbo che sta per essere ucciso dal genitore. E’ d’incredulità e di terrore così forte, che tutte le carni vengono percorse come da una potentissima scossa elettrica mentre attende il colpo mortale. E’ esattamente quanto io provai all’età di sei anni, quando mia madre alzò la mannaia sulla mia testa per tagliarmela, in presenza di mio padre che non intervenne in mia difesa. Mia madre disse che, se mi toccavo ancora una volta … (1).
Don Osvaldo accese involontariamente in me una luce, quando disse che per i musulmani non era Isacco la vittima che stava per essere immolata, ma Ismaele, figlio di Abramo e di Agar, la schiava egiziana che Abramo scacciò con il figlioletto nel deserto. Arabi ed ebrei si contendevano il discutibile privilegio d’essere discendenti della vittima designata. L’essere vittima, nella loro cultura pastorale, era cosa buona, desiderabile, segno di predilezione divina: è questo il nucleo più duro della barbarie umana e il culmine dell’abominio.
Mi mancava però un passaggio logico, una spiegazione del motivo che aveva spinto l’uomo ad offrire sacrifici a Dio. Capivo la difficoltà della vita nelle terre aride del Medio Oriente e la necessità di nutrirsi d’agnelli. Ma il sacrificio fatto a Dio, specialmente l’olocausto, che consisteva nel bruciare completamente la vittima senza mangiarne nessuna parte, da dove veniva? Non erano solo gli ebrei ad offrire sacrifici. Lo facevano tutti i popoli antichi da un continente all’altro, anche se gli ebrei si dedicavano al sacrificio con un accanimento e una passione particolare ben documentati nella Bibbia. Mentre mi allacciavo le scarpe fuori della moschea, pensavo che l’uomo primitivo aveva sublimato il senso di colpa per l’uccisione dell’agnello e di ogni altro animale ragionando così: non uccido per nutrirmi, ma per fare cosa gradita a Dio, che in cambio mi colma di favori e mi salva. L’uccisione, da atto bestiale, era diventata sacra e addirittura necessaria alla salvezza: nessuno l’avrebbe più sradicata dalla storia.

La gran roccia dentro la moschea ebbe non solo il triste privilegio di vedere il tentato sacrificio di Isacco-Ismaele. In seguito fu bucata come un pozzo e aperta da un lato per servire da scannatoio e lasciar defluire l’ondata di sangue versato per la consacrazione del tempio di Salomone, come sta scritto nel libro dei Re (8, 62):

“…Salomone immolò ventiduemila buoi e centoventimila pecore. In tal modo il re e tutti i figli di Israele dedicarono il tempio del Signore. In quel giorno il re consacrò il centro del cortile che sta di fronte al tempio del Signore; lì infatti offrì l’olocausto, l’oblazione e le parti grasse dei sacrifici di comunione […] a lui s’unì davanti al Signore, nostro Dio, per sette giorni, tutto Israele, un’assemblea grandiosa […] il Signore gli apparve una seconda volta […] e gli disse: ”Ho esaudito la preghiera e la supplica che hai fatto davanti a me e ho consacrato questo tempio che hai costruito perché vi ponessi il mio Nome per sempre; e qui saranno sempre i miei occhi e il mio cuore.”

Le carni delle vittime, salvo gli olocausti interamente bruciati, venivano mangiate dal re e dal popolo. Ben sazio di carne, Salomone si dedicò poi ad altre cure e amò, oltre la figlia del Faraone, molte donne straniere: moabite, ammonite, idumee, sidonie, hittite…Egli ebbe settecento principesse per mogli e trecento concubine: carne e sesso a volontà.

Intanto camminavo per la spianata del tempio come trasognato e sentivo il muggito dei ventiduemila buoi, il belato delle centoventimila pecore e poi di tutti i milioni di vittime che per quasi mille anni furono sgozzate nel più gran mattatoio dell’antichità. Il cielo smagliante di Gerusalemme mi sembrò fatto di lapislazzuli crudeli e la bocca di quel pozzo mi apparve come il più maligno buco nero dell’universo.

6
Torniamo indietro alla ragazzina di nome Maria che cammina spedita e timorosa verso la casa della cugina Elisabetta, donna già sterile e d’età avanzata. Anche lei era rimasta incinta per miracolo e portava in grembo un figlio. La canzone che cantavamo a Squillace diceva alla seconda strofa:

Al tuo verginale saluto
la madre già sterile esulta
la prole profetica occulta
palesa la gioia del cor.

Elisabetta sente il figlio muoversi nel suo grembo e accoglie a braccia aperte Maria. Due maternità segnate dal prodigio, due figli annunciati dall’angelo di Dio. I cieli e la terra si muovono e commuovono per far nascere questi due bambini; c’è l’intervento diretto di Dio: quale mortale potrebbe essere più fortunato? Eppure il destino di questi due nascituri è segnato: saranno uccisi in giovane età. Maria partorisce Gesù ed Elisabetta Giovanni, che da adulto si ritira nel deserto, si veste di pelle di cammello e battezza le folle sulle rive del Giordano. Gesù va a trovarlo all’età di trent’anni circa per farsi battezzare da lui, e Giovanni esclama (Giov 1,29):

“Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo!”

Chissà quante volte avrai visto, esposto nei musei o riprodotto sui libri, San Giovannino che gioca con Gesù Bambino. San Giovannino è accanto a una pecorella, tiene con la mano una croce attorno alla quale c’è un cartiglio dove è scritto in latino: “Ecce Agnus Dei qui tollit peccata mundi”. Questa figura indica senza ombra di dubbio che la condanna a morte di Gesù è già scritta molto prima di quella pronunciata da Pilato. Rifletti: se un padre come Abramo sta per uccidere il figlio, l’angelo può fermarlo e vittima diventa l’agnello. Ma se il Figlio di Dio diventa Agnello di Dio, allora veramente per lui non c’è scampo. Il padre non interviene, la famiglia sa già quale sarà la sua fine, lo indirizza verso il supplizio e il sangue innocente verrà sparso per lavare i peccati del mondo.
Ma cosa è il peccato?
E’ un problema di definizione, che è sempre la cosa più pericolosa che esista. Ricordi cosa diceva il mio maestro don Ciccio Laugelli a proposito della definizione? Egli affermava:

“La definizione ha in sé lo scatto crudele di un ferreo congegno. E’ una trappola che imprigiona chi le si avvicina. Dai una definizione e uccidi un uomo! Lo definisci cristiano e lo uccidono i pagani. Lo definisci assassino o eretico e lo mandi alla forca o al rogo. Lo definisci nemico, controrivoluzionario, ebreo e la sua sorte è segnata. Dietro ad ogni assassinio c’è sempre una definizione…(2).

Sono sicuro di non sbagliare definendo il peccato come violenza nelle sue numerosissime forme. La violenza non è il frutto del peccato, è il peccato stesso. Sono arrivato a questa conclusione leggendo molto sulle religioni mondiali negli ultimi anni e mi sono accorto che in ogni religione il peccato s’identifica con la violenza. Adesso io ti domando: come può il sacrificio, che comporta la violenza massima dell’uccisione, cancellare un’altra violenza? Come può la violenza cancellare il peccato, se proprio la violenza è il peccato? Questo equivoco definitorio ha permesso che Giovanni il Battista destinasse Gesù a morte, senza rendersene conto.
C’è stata però una persona che ha capito l’inganno. Era uno dei più grandi pittori del mondo, Caravaggio. E a Caravaggio, città che al pittore ha dato il nome, siamo andati più volte a visitare l’imponente santuario della Madonna del Sacro Fonte. Vorrei attirare la tua attenzione su due suoi quadri.

Il primo è il Sacrificio d’Isacco degli Uffizi di Firenze. Abramo con la mano sinistra tiene a forza la testa del figlio giù sulla catasta di legna. Isacco urla in una smorfia d’orrore e disperazione. La mano dell’angelo trattiene la destra d’Abramo, pronto a scannare il figlio con il coltello. L’ariete è accanto ad Isacco e guarda a muso duro e con occhi rassegnati e tristi aspettando: sa che toccherà a lui.

Il secondo dipinto del Caravaggio si trova a Roma nei Musei Capitolini e rappresenta il Battista in maniera veramente insolita. San Giovanni è completamente nudo, seduto sulla ruvida pelle di cammello, e splende nel fulgore delle giovani membra. Il viso si illumina in un sorriso pieno e felice e fa un gesto incredibile: con la mano destra abbraccia l’ariete che ha corna poderose, ma è più mansueto di un agnello e sta quasi per leccare il viso del Battista. Gli occhi del giovane e quelli dell’ariete esprimono solo amicizia e contentezza: quella di stare al mondo, di essere vivi. Caravaggio, lui stesso violento e assassino, almeno nella pittura aveva ristabilito il protocomandamento di Dio. Molto prima del Caravaggio c’era stato un altro che aveva capito ed ebbe orrore del sacrificio, della violenza, del peccato. Difatti disse: “Mundus hic est in maligno positus”. Correttamente tradotto vuol dire: questo mondo è fondato sulla violenza. E volle far saltare, scardinare una volta per tutte i meccanismi della violenza. Con coraggio spaventoso si lanciò contro quegli ingranaggi con il bel risultato che ne rimase stritolato. Avrai capito che sto parlando di Gesù.

7
Nel Tempio di Gerusalemme il levarsi e il coricarsi del sole era salutato, con cadenza implacabile, dal sacrificio mattutino e dal vespertino. Il coltello del sacerdote sgozzava un giovane agnello senza alcuna macchia che veniva scuoiato per conservarne la pelle e poi bruciato interamente come olocausto sull’altare, in odore soave a Dio.
Sotto quel regime sacrificale la vita non era per niente bella. Gesù più d’ogni altro soffriva a causa del groviglio inestricabile di violenza, sangue, religione, ingiustizia, oppressione e dominazione straniera. Eppure era la sola vita possibile e nessuno riusciva a modificarla. Egli cercò in tutti i modi di sovvertire quell’ordine, diede la vista ai ciechi, il cibo agli affamati, la vita ai morti. Ma toccava con mano che era impossibile cambiare quella società fondata sul sangue di vittime che non avevano fatto nulla di male. A meno che…quel Dio spietato che esigeva le vittime non fosse diventato un padre buono, pronto a venire incontro alle necessità dei figli! A meno che…non si fosse smesso con il losco e criminale atto del sacrificio cruento! A meno che…l’umanità non si fosse nutrita d’amore per la vita con la stessa brama con la quale mangiava il cibo! E’ quanto Gesù predicò nella sinagoga di Cafarnao, che visitammo in un pomeriggio assolato e rallegrato dalle buganvillee. Le rovine della sinagoga erano imponenti, ma posteriori all’epoca di Gesù, che aveva tenuto il suo discorso nella sinagoga più antica e modesta. Nel vangelo di Giovanni (6, 53-63), è riportato il suo accorato tentativo di farsi capire:

“Io sono il pane disceso dal cielo […] Io sono il pane della vita”.

Poi si rese conto che era impossibile cambiare la loro testa. Lui stesso aveva moltiplicato i pesci pescati nel lago e nella parabola del figliuol prodigo, per esprimere la gioia del padre per il ritorno del figlio, parlò dell’uccisione del vitello grasso per il banchetto. Allora decise che bisognava lanciare una sfida suprema alla violenza: “costi quel che costi”! E parlò apposta in termini che scandalizzarono i presenti:

“In verità, in verità vi dico: Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi […] La mia carne infatti è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda”.

Mangiare la sua carne, addirittura bere il suo sangue, la cosa più abominevole per un ebreo! Nessuno aveva mai mangiato carne umana né bevuto sangue, nemmeno di animale: la proibizione era rigorosissima e senza eccezioni. Era evidente che Gesù parlava in senso simbolico, ma gli ascoltatori si scandalizzarono lo stesso. Allora, per far capire il suo messaggio d’amore per il prossimo, cercò di spiegarne il significato:

“Lo spirito è quello che vivifica, la carne non giova a nulla. Le parole che vi ho detto sono spirito e sono vita”.

8
I sacerdoti, i veri detentori del potere, fiutarono il pericolo: il figlio del falegname di Nazaret minava alla radice le istituzioni e la religione dei padri. Andava dicendo che non nel tempio bisogna adorare Dio, ma in spirito e verità. Si rivolgeva non solo ai figli d’Israele, ma a tutte le genti. Non rispettava il sabato: il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato! Frequentava prostitute e pubblici peccatori; proclamava -cosa inaudita- che Dio era suo padre. Bisognava farla finita una volta per tutte! Più di una volta era scappato o si era nascosto alla loro cattura, ma per la Pasqua si sarebbe avvicinato a Gerusalemme, tanto non gli mancavano coraggio e incoscienza. E sarebbero venuti anche il re Erode e il procuratore romano Ponzio Pilato. Stavolta l’avrebbero acciuffato e una condanna a morte non gliela toglieva nessuno. Difatti si recò a Gerusalemme con i suoi discepoli e si attenne all’uso ebraico di celebrare la Pasqua: un agnello fu sgozzato e con il suo sangue si bagnarono gli stipiti e l’architrave della porta.
Il Cenacolo dove Gesù celebrò l’Ultima Cena, sorge nel centro della città ed è eretto su quella che viene comunemente chiamata, anche se non lo è, tomba del re David, un monumento arcaico e poderoso che si può visitare al piano inferiore. Per don Osvaldo la visita al Cenacolo rivestiva il significato più alto di tutto il pellegrinaggio perché era il luogo dove erano avvenuti i tre episodi più importanti del cristianesimo: Gesù aveva istituito l’eucaristia, era apparso dopo la resurrezione a Maria e ai discepoli, e lo Spirito era disceso a Pentecoste sotto forma di lingue di fuoco.

Nel Cenacolo, frequentatissimo dai pellegrini, ci raccogliemmo in un angolo per ascoltare le spiegazioni di don Osvaldo, che ad un certo punto, usando parole dure, se la prese con Berengario di Tours, un francese del Mille, che negò la presenza reale del corpo e del sangue di Gesù nel pane e nel vino. Don Osvaldo si riferiva alla dottrina cattolica della transustanziazione, secondo la quale ogni volta che un sacerdote pronuncia le parole della consacrazione, il pane e il vino mantengono il loro aspetto esteriore, ma cambiano sostanza e diventano appunto corpo e sangue di Gesù. Don Osvaldo era veramente indignato e se la prendeva anche con Gesù stesso, che aveva permesso a Berengario di pronunciare quell’eresia.

Mentre don Osvaldo parlava la mia mente si mise a vagare verso quanto era successo tra quelle mura. Mi estraniai dal gruppo e, alla luce vacillante di poche fiaccole, vidi Gesù con il volto teso e forte di uno che ha preso una decisione spaventosa. Ha rotto tutti gli indugi e ha deciso di consegnarsi ai suoi nemici, anche se sa che l’uccideranno. Era inevitabile, dal momento che aveva portato al punto più alto la sfida al potere, che della violenza è il fulcro. L’addio alla sua vita terrena avviene nel peggiore dei modi, con il tradimento di uno dei discepoli, Giuda, che siede tra i commensali. Viene portato l’agnello arrostito senza rompere nessun osso, secondo il costume ebraico, e i due agnelli si trovano di fronte: l’agnello ucciso e l’Agnello di Dio, Gesù, che sarà ucciso. Egli non dà ai suoi discepoli la carne dell’agnello come sua carne. Rigetta il sacrificio cruento d’Abele e ristabilisce l’offerta pacifica di Caino: pane e vino, frutti della terra, che dà come pegno del suo amore, il vero nutrimento per la fine dell’impero del male. La carne della vittima diventa pane, il sangue si tramuta in vino: tutta la violenza del mondo da Abele in poi viene superata e si ritorna alla purezza del sesto giorno della creazione! Solo il Figlio di Dio poteva operare un prodigio così grande, il Figlio che chiede in nutrimento non carne ma:

“ il nostro pane quotidiano”.

Poi canta l’inno di ringraziamento, si alza, esce nella notte e s’incammina verso l’Orto degli Ulivi. La luce silenziosa della luna piena disegna ombre contro le rocce e gli ulivi argentati del Getsemani. Tutti dormono mentre Gesù supplica Dio di allontanare da lui l’amaro calice della passione. Ma è inutile: già si avvicinano gli sgherri con fiaccole e armi, già si stampa sulla guancia il bacio del traditore e Gesù, che tanto ha in odio il sacrificio, si consegna ai carnefici, aggiungendo legna al fuoco della violenza. Certo, lo fa per amore, ma commette l’errore di farsi vittima. Un errore nel senso nobile del termine. Errore viene da “errare”, andare alla ricerca di qualcosa. L’errore-errare di Gesù ha forzato il limite della condizione umana, inoltrandosi nel territorio sconosciuto della violenza per cercare di sconfiggerla.
Ma in Israele domina la cultura pastorale-sacrificale e la morte di Gesù viene vista come sacrificio offerto a Dio, proprio quello che Gesù voleva abolire. Nasce così il Grande Imbroglio e milioni di persone nei secoli a venire saranno uccisi proprio nel nome di Cristo.
Quella cultura è prevalsa incontrastata fino ad oggi. Don Osvaldo disse in un’occasione che Dio non distruggeva il mondo per le sue iniquità perché sulla terra, in ogni istante, c’è un sacerdote che offre al Padre il sangue del Figlio e placa la sua ira. Il buon prete non si rendeva conto, era evidente, dell’orribile bestemmia che pronunciava, disonorando Dio come un padre snaturato, un mostro assetato del sangue del Figlio. Padre, perdona don Osvaldo, perché non sa quello che dice!

9
Una volta a New York mi è capitato di assistere ad una sfilata a Broadway. C’era tanta gente, ma poca a confronto di quella che girava per le strade di Gerusalemme e nulla rispetto alla folla che si accalcava al Santo Sepolcro. Entrammo nella piazza laterale attraverso un dedalo di corridoi e cappelle tenuto da preti copti che, per un antico privilegio, amministrano quella piccola parte dei luoghi santi. Il Santo Sepolcro è una della poche chiese costruite dai crociati e scampate alla distruzione dei musulmani. E’ il luogo per il quale dall’Europa si mossero monaci, cavalieri, soldati, mercanti, pellegrini, re ed eserciti. Cercai di avvicinarmi alla cappella dentro la quale è custodita quella che fu per tre giorni la tomba di Gesù. Dopo attese e spintoni a non finire, mi trovai in prima fila quasi sul punto di entrare e poter così baciare il marmo sul quale fu adagiato il corpo esanime della grande vittima. La prima volta fui allontanato in maniera spiccia perché era il momento della funzione religiosa dei greci ortodossi. Terminata la funzione con i lunghi canti, ricominciai a guadagnare terreno, centimetro dopo centimetro, proprio come un crociato alla conquista del Santo Sepolcro.
All’ultimo istante però fui di nuovo allontanato perché era l’ora della funzione dei francescani. Finita la seconda funzione, ripresi a fare il crociato, ma anche la terza volta mi andò male perché fu data la precedenza ad un gruppo d’americani che, a suon di dollari, avevano convinto preti e inservienti. A quel punto disperai di poter mai vedere e toccare il sepolcro e cominciai a inveire ad alta voce contro tutti i preti che non la smettevano mai di vendere Cristo. I presenti si unirono alla protesta e cominciarono a strepitare, al punto che dovettero intervenire i soldati israeliani per sedare il putiferio. Finalmente mi fu dato di entrare nella cappella dove c’è il marmo sul quale fu adagiato Gesù morto, consumato nei secoli dai baci e dalle mani di milioni di pellegrini. Sul nudo marmo feci scorrere una corona del rosario con i grani di legno d’ulivo. Volevo portarla a mia madre, sempre contornata da immagini sacre, medaglie e crocefissi che baciava con gran devozione. Un rosario, che aveva toccato il marmo del sepolcro di Gesù, era il più bel regalo per lei.

La basilica del Santo Sepolcro è una costruzione molto complessa e poderosa e nella parte superiore c’è la cappella del Golgota, il luogo dove Gesù fu crocifisso e fu piantata la sua croce. Anche lì mi toccò aspettare pazientemente perché era l’ora della funzione dei francescani, che sfilarono con le candele accese, cantando lo Stabat Mater di Jacopone da Todi. Forse perché ero stanco e irritato dalle lunghe attese, mi colpì molto sfavorevolmente non il canto, che era in buon gregoriano; non la funzione stessa, che era suggestiva e con l’odore dell’incenso mi riportava ai tempi del seminario; e tanto meno il latino dell’inno che conoscevo a memoria. E’ che trovavo insopportabile il birignao di Jacopone che si rivolge alla Madonna e la prega di farlo degno di seguire, sentire e partecipare alla passione e morte di Gesù. Come per magia mi risuonò nella mente lo Stabat Mater di Pergolesi e mi apparve chiaro il contrasto tra quella musica e il contenuto dell’inno medievale di Jacopone. Nella musica di Pergolesi c’è un dolore lacerante, straziante per la madre, che deve assistere impotente all’uccisione del figlio. Nelle parole di Jacopone c’è invece voglia di partecipare al pianto, allo strazio di Maria che deve vedersi uccidere il Figlio per la nostra salvezza. Mi sembrò un atteggiamento sfacciato verso la Madre di Gesù, una furbizia imperdonabile. A sette secoli di distanza rivolsi un complimento a papa Bonifacio VIII, che aveva scomunicato e imprigionato il quèrulo fraticello di Todi, anche se per altri motivi.

Nel suo inno Jacopone svolgeva velatamente un tema che alcuni teologi, tra i quali un vescovo di Firenze del Quattrocento, Sant’Antonino, esprimono con chiara ferocia. Il santo vescovo si chiede cosa sarebbe successo se i crocifissori di Cristo si fossero fermati, e non avessero completato la crocifissione. La risposta di Sant’Antonino viene da un cuore nero, più nero della pece: Maria, vedendo che i carnefici non andavano avanti e quindi non ci sarebbe stata redenzione del genere umano, avrebbe preso martello e chiodi e lei, da sola, senza piangere anzi con gioia, avrebbe crocifisso Gesù, il frutto benedetto del ventre suo! Alla fine tutti volevano il sangue di Cristo. Piangevano per le sue ferite, i chiodi, le spine, la croce, i dolori, ma in realtà non gliene importava nulla se Gesù moriva purché loro si salvassero.
Mentre m’inginocchiavo sulla cima del Golgota, potei infilare la mano nel buco dove fu piantata la croce e sentii che la mano e il braccio e tutto il mio essere venivano risucchiati dalla forza mostruosa di un buco nero e rimasi senza coscienza per alcuni attimi. I pellegrini che mi premevano attorno mi strapparono da quel luogo dove ero inginocchiato, e mi riportarono ad una realtà inaccettabile.
Stavo ancora nella cappella della Crocifissione, quando mi tornò alla mente la riflessione che l’immenso Eraclito aveva formulato, cinque secoli prima di Gesù, a proposito dei sacrifici di sangue:

Invano purificano col sangue l’impurità di sangue
Come chi, nel fango caduto, volesse col fango lavarsi.

Finalmente cominciavo a capire com’erano andate veramente le cose. A Gerusalemme era successo qualcosa di immondo, di molto sporco, di inconfessabile: i furbi, i politici, i preti avevano ammazzato il mio Signore, che per tutta la gioventù avevo ardentemente pregato, Lui che voleva solo aiutare il prossimo. Maledetti cialtroni!

10
Andammo in seguito a visitare il Muro del Pianto, o Muro Occidentale, dove massimo è l’afflusso d’ebrei osservanti, che a capo coperto e con lo scialle della preghiera, affollano la spianata ai piedi del possente muraglione. Recitano ad alta voce passi della Bibbia o intonano canti, dondolando con il corpo e con la testa. C’è l’uso di infilare, tra le fessure dei lastroni di pietra, bigliettini arrotolati sui quali c’è scritta una preghiera, un desiderio: cosa che volevo fare anche io, ma mi trattenni perché mi prese una diffidenza verso quelle rovine. Il primo tempio, quello di Salomone, era stato distrutto da Nabucodonosor nel 586 avanti Cristo. Il Muro del Pianto è un basamento del tempio d’Erode, che aveva speso cifre e sforzi immani per ingrandire ed abbellire il secondo tempio, quello ricostruito dagli ebrei ritornati dalla schiavitù di Babilonia. Il tempio d’Erode era così sontuoso e grande, che si poteva scorgere dal mare distante 50 chilometri. I romani lo distrussero nel 70 dopo Cristo, quando imperatore era Tito, “deliciae humani generis”, delizia del mondo intero, come fu chiamato per la sua amabilità, che però non si applicava a Gerusalemme. I romani lasciarono quel muro come solenne ammonimento agli ebrei perché mai più osassero ribellarsi, e a migliaia li portarono in schiavitù a Roma, dove lavorarono alla costruzione del Colosseo.

A parte il Muro non c’era molto da vedere e, nell’attesa che il gruppo terminasse la visita, mi sedetti all’ombra e non mi dispiaceva, tutto sommato, che il tempio fosse stato distrutto: bravo Nabucodonosor e bravo Tito! Mi sconvolgeva l’idea che, ogni mattina e sera, il coltello dovesse aprire la gola ad un agnello per deliziare Dio con l’odore di carne bruciata. Ma perché, mi chiedevo, mi stava tanto a cuore la sorte degli agnelli? Né io né nessun altro della mia famiglia aveva mai avuto a che fare con pecore e capre. Solo che…una volta…tanti anni fa…
D’improvviso il Muro del Pianto si trasformò come in un enorme schermo, sul quale si materializzò l’immagine di don Salvatore Bressi, il vecchio prete andreolese con occhiali e tonaca nera. Adesso, agitando l’indice della mano destra mi diceva:
“Cavete ab ira agni!” che vuol dire: guardatevi dall’ira dell’agnello.

Don Salvatore era morto da decenni, e la scena che rivedevo sul Muro del Pianto si era svolta sul finire dell’estate del 1959 a Sant’Andrea. Nella sacrestia della chiesa matrice avevo preso commiato dai preti, perché dovevo rientrare per l’ultimo anno di liceo nel seminario di Catanzaro, l’ultimo e il più tremendo dei sette anni da me trascorsi tra il seminario di Squillace e quello di Catanzaro. Nei seminari io vissi, notte dopo notte e giorno dopo giorno, come un ferro rovente, picchiato e forgiato da un maglio poderoso e angosciante. Al momento del commiato don Salvatore, sempre allegro e di buon umore, mi volle accompagnare fuori della sacrestia. Si appoggiò all’altare di San Francesco di Paola, che dentro la sua nicchia sembrò drizzare le orecchie per ascoltare. Don Salvatore diventò serio e disse:
“Cavete ab ira agni!”.
Rimasi molto stupito dal suo cambiamento d’umore e gli chiesi:
“Che significa l’ira dell’agnello, che è tanto docile?”
Don Salvatore allargò le braccia:
“E’ un mistero, un grande mistero!”
Ero anche intimorito dal tono solenne del prete e perciò insistei:
“Come mai mi dite queste cose?”.
Senza esitare lui ribattè:
“Perché toccherà a te scoprirlo”.
“A me?” ripetei sconcertato.
“ Sì, è compito tuo, non dimenticarlo!”.

Quarant’anni erano passati da quel giorno. Cosa erano al confronto i quarant’anni degli ebrei nel deserto? Il mio eterno vagare, la mia solitudine mostruosa, il mio perpetuo scontento erano destinati a condurmi a Gerusalemme per scoprire il mistero dell’ira dell’agnello? Un timor panico mi percorse la schiena e cominciai a rabbrividire nonostante lo sfolgorìo del sole. Se le cose stavano così, allora ero completamente rovinato. Chissà quale altro compito immane mi attendeva, adesso che i miei anni aumentavano e le forze diminuivano!

11
A buchi neri stavo a due, prima quello maligno della Moschea di Omar, poi quello del Golgota. Non sapevo che il terzo e più terrificante era da venire. Gerusalemme è chiamata la città santa, ma sarebbe più giusto chiamarla città dei buchi neri e del terrore. L’ultimo giorno in Terrasanta fu dedicato alla visita del Memoriale dell’Olocausto, in ebraico Yad Vashem. Sulla cima della collina aspettammo il Cardinale, che arrivò puntualissimo e stette in mezzo a noi per accontentare quelli che volevano una foto ricordo. Prima di iniziare la visita, il Cardinale osservò che dovevamo renderci conto di quanto aveva sofferto il popolo ebraico.
Quell’argomento per me non era nuovo. Il primo bestiale impatto l’avevo subìto nell’anno che vissi a Monaco di Baviera, il 1966, quando decisi di andare a visitare il lager di Dachau. Tra il sentir dire e toccare con mano dove poteva arrivare la violenza, fu per me uno shock tale che non dormii per tutta la notte. E, se oggi scrivo quello che scrivo, è per il rifiuto della ferocia consumata nei lager tedeschi. Quel pensiero da allora rimase nel sottofondo del mio cervello, come un problema che dovevo assolutamente risolvere, dedicandogli le migliori energie della mia vita. Come vedi, il racconto che inizio con la visita in Terrasanta già covava da decenni. Pensa, non ho mai più voluto visitare un altro lager per paura di impazzire, mentre invece all’università passavo ore in biblioteca a documentarmi sugli orrori nazisti. E ho sempre sperato di trovare il bandolo della maledetta matassa della violenza, anche se ero cosciente che era un’impresa folle e nessuno c’era riuscito.

Per dirtela tutta, Gabriella, è una sfida che mi porto dentro da prima ancora, da quando ero bambino. A dieci anni andavo a guardare i dipinti della chiesa di Sant’Andrea, dove trionfava il colore rosso: grondava sangue San Sebastiano trafitto dalle frecce, arabi mozzavano le teste ad alcuni frati che inzuppavano il terreno di sangue, e sangue perdevano San Pietro da mani e piedi inchiodati, San Tarcisio dalla testa colpita dai sassi, i martiri cristiani sbranati dai leoni, Gesù in croce ridotto ad un ammasso di ferite. Le visite a quella chiesa m’intimorivano, ma la sua campana sembrava dirmi:
“ Ndan-ndan, vieni a vedere il mistero che racchiudo e scoprilo, se sei capace!”
Capivo che l’uccisione imperversava nel mondo e percepivo che dentro quella chiesa c’era scritto tutto il mistero della violenza, ma ero incapace di decifrarlo. Tornavo verso casa, mia madre mi vedeva assorto e scuoteva la testa:
“Va’ a giocare, invece di stare a pensare. A cosa pensi sempre? Certo che tu non sei come gli altri bambini!”

12
Il Memoriale dell’Olocausto è un monumento grezzo e massiccio, costruito con grandi macigni. Dentro è come un’enorme sala spoglia, con il tetto a forma di camino, e un foro al centro per ricordare i forni crematori dove gli ebrei venivano bruciati. Una fiamma arde perenne e il fumo si alza verso l’uscita del camino, il terzo e più orribile buco nero di Gerusalemme. Il Cardinale alimentò la fiamma e pronunciò parole di circostanza; furono tenuti brevi discorsi da rappresentanti israeliani, e poi nel buio si alzò straziante una canzone per ricordare le anime dei martiri uccisi dai nazisti. La canzone era cantata dalla sola voce di un uomo, e nell’udirla il mio corpo s’indurì come un mattone: le note dolenti, come un martello, colpirono tutte le mie ossa.
Dopo la cerimonia passammo per la Galleria dei Bambini, un percorso sotterraneo con tetto e pareti di vetro, dove si accendono e svaniscono piccole luci come lucciole, mentre una voce pronuncia, ad uno ad uno, i nomi del milione e mezzo dei bambini ebrei periti nell’Olocausto. Questa parola in greco significa “bruciato interamente, ridotto in cenere”. Abramo aveva offerto in olocausto l’ariete sul Monte Mòriah e quel fuoco era divampato fino a divorare milioni di suoi figli.

Alla fine di quel percorso desideravo solo morire, per non dover più pensare a cose così brutte. L’aria del pomeriggio mi diede un po’ di sollievo e il pullman ci portò verso l’ultimo appuntamento, la visita di un kibbutz, una delle cooperative agricole israeliane ispirate a comunità di beni e di vita. Era interessante vedere come si erano organizzati i pionieri d’Israele che scappavano dagli orrori dell’Europa. Tutto era spartano, ma efficiente, ordinato, pulito. All’uscita dal kibbutz temetti di avere un’allucinazione: vidi torrette di guardia, reticolati di filo spinato, baracche di legno come nei lager tedeschi! Con stupore mi accorsi che dentro quelle baracche c’erano animali da allevamento che lasciavano quel piccolo lager per finire sotto il coltello scannatore. Eravamo punto e daccapo: Abele aveva ricominciato a uccidere.

La mattina seguente dovemmo alzarci prestissimo per trovarci all’aeroporto di Tel Aviv con tre ore d’anticipo. I controlli in uscita erano ancora più meticolosi che all’entrata. Del resto la tensione per il conflitto con i palestinesi era alta e palpabile. Quando ci alzammo in volo, pensai che quel viaggio era stato come il detonatore di tutte le mie contraddizioni, delle aspirazioni mai realizzate. Dico mie, ma forse sarebbe più giusto dire di ognuno di noi. Al fondo c’era sempre il desiderio di vivere meglio, o più semplicemente di vivere, nient’altro che vivere.
In mattinata eravamo in vista della costa italiana all’altezza del Gargano, quando l’aereo virò a destra per dirigersi verso Milano. Ecco, quel virare verso nord mi sembrò innaturale, come se l’aereo stesse sbagliando rotta. Secondo me l’aereo doveva virare verso sud, in direzione della Calabria. Un sentimento ancora indistinto, ma forte, mi diceva che laggiù avrei trovato la risposta alle mie domande. Anzi, che laggiù avrei trovato la soluzione al problema della violenza.
Atterrati alla Malpensa, salutai le persone del mio gruppo e a don Osvaldo baciai la stanca mano che portava aiuto ai disperati dell’Amazzonia.

13
Novembre 1999 volge al termine con giornate che a Milano sono buie, corte, uggiose. E’ il momento delle grandi depressioni autunnali alle quali molti, e io con loro, reagiscono con l’aiuto del farmacista. Fanno la fila al bancone chiedendo psicofarmaci sottovoce. Il farmacista ascolta benevolo, impacchetta e incassa, incassa, incassa. La sua pelle sprizza contentezza, gaudio profondo per il maneggio delle banconote che mette da parte con la delicatezza e l’amore di una madre che ripone il neonato nella culla.
Una sera vado a letto abbastanza presto e leggo la lettera del Cardinale per il Giubileo del 2000 dal titolo: Quale bellezza salverà il mondo? Scorro le pagine con attenzione per comprendere il messaggio, medito e alla fine mi addormento. Mi sveglio nel cuore della notte. Sobbalza il cuore e si sente estraneo alla realtà dura e nebbiosa della città. Tortuose inquietudini mi pervadono come un fiume sotterraneo. “Cosa mi succede?” mi chiedo sgomento, e mi rendo conto che ancora una volta mi sento fuori posto, ectopico, come si può dire con un termine greco: ek-topos. Per ingannare il tempo riprendo la lettera del Cardinale che non avevo finito di leggere, e lo invidio perché lui sta dormendo sonni tranquilli nell’arcivescovado. Se avessi continuato la mia carriera ecclesiastica, a quest’ora potevo forse essere al suo posto. Lo invidio anche per la meravigliosa casa nella quale vorrebbe ritirarsi sul Lago di Tiberiade, casa che avevo intravisto in un tripudio di fiori. Non lo invidio invece per la tomba che si è comprata a Gerusalemme, dove vuole essere sepolto quando fra cento anni, glielo auguro, verrà la sua ora. Io proprio non ho nessuna voglia di tombe, tanto meno a Gerusalemme, capitale mondiale della violenza. Adesso sono ben sveglio e cerco di capire il nocciolo della lettera del Cardinale che scrive:

“Il Figlio rivela la sua unità col Padre abbandonandosi a Lui e alla sua volontà fino alla morte[…] il Padre si rivela come amore nel gesto supremo del sacrificio di Gesù[…] la Bellezza è l’Amore crocifisso…”

Nella difficile notte milanese la luce improvvisa di un fulmine inonda la mia camera con un forte bagliore. E un’altra luce si fa strada nella mia mente: il Tempio di Gerusalemme non è distrutto, le fatiche di Nabucodonosor e Tito sono state vane! Il Tempio è intatto e funzionante nella testa dei sacerdoti che continuano ad alzare il coltello, giorno dopo giorno, contro l’Agnello di Dio. Le sue fondamenta non sono più di granito, ma di sensi di colpa che nulla riesce a scalfire. Le colonne abbattute sono state sostituite dai contrafforti della teologia. Le mura di cinta si sono allargate a dismisura e stringono il mondo intero in un abbraccio di morte. Il Cardinale assicura che è bella la croce. Io dico che è orribile: bello è togliere Gesù dalla croce, togliere noi stessi dalla croce, rompere tutte le croci del mondo imparando dalla vicenda di Gesù.
Gabriella, se uno mi chiedesse il tuo sangue per la causa più nobile del mondo e volesse ucciderti, credi che io starei a guardare e darei il mio consenso come il Dio Padre del Cardinale? Con il bastone calabrese che mi ha dato Colino darei tante botte a quell’infame…

14
Cara Gabriella, nonna Carmela è molto invecchiata, ma quando era sulla trentina e io avevo nove anni mi ordinava:
“Va’ da Celestina e chiedile il lievito”.
Io andavo scontento perché capivo che il giorno seguente mi toccava impastare il pane, la più grande angoscia che mia madre mi procurava, seconda solo al terrore di quando minacciò di uccidermi con la mannaia. Andavo da Celestina, ancora adesso come allora, disponibile e generosa. Celestina mi dava la ciotola di coccio dove era stato messo un pezzo d’impasto fermentato, che si era gonfiato e aveva fatto crosta. Non mi sorprenderei se il lievito, scambiato di famiglia in famiglia ad ogni impasto per generazioni, risalisse all’epoca della Magna Grecia.
Mia madre versava nella limba, un gran recipiente di terracotta a bocca larga, farina e acqua, vi scioglieva il lievito e lasciava che la massa fermentasse fino al mattino dopo, quando cominciava il lavoro dell’impasto che tanto mi teneva in ansia. Nonna Carmela metteva nella madia la farina occorrente per otto grandi pani, acqua, un mucchietto di sale nel mezzo e il contenuto della limba fermentato durante la notte. Indossava un grembiule bianco e metteva un grembiulino anche a me. Chiudeva le mani a pugno e cominciava a lavorare la pasta come facevo anche io con i miei piccoli pugni. Dapprima la pasta era molliccia e farinosa, man mano che affossavamo i pugni acquistava compattezza e diventava più stancante lavorarla. Mi facevano male i polsi e quel lavoro mi sembrava eterno. Lei mi invitava a spingere i pugni più forte perché l’impasto fosse uniforme e il pane gustoso: era ed è ancora una perfezionista incontentabile. Quando poi nonna Carmela chiamava sua madre, mia nonna Caterina, perché venisse ad aiutarla nel dividere l’impasto, sapevo che la mia fatica era terminata. Madre e figlia mettevano i pani a lievitare sulle assi di legno, li ricoprivano con teli di bucato e cominciava il lavoro più pesante per nonna Carmela: accendere il forno, farlo arrivare alla giusta temperatura, che si riconosceva dal biancheggiare dei mattoni refrattari, togliere le braci, pulire il forno con lo straccio bagnato, riporre i pani, chiudere il forno, aspettare la fine della cottura e sfornare. Quando tutto era finito, era già mezzogiorno. Il pane che usciva dal forno non aveva eguali: nonna Carmela lo metteva a raffreddare con il viso acceso per il calore.
Nella notte poi sognavo che l’impasto lievitava a tal punto che fuoriusciva dalla madia, debordava dalla finestra e riempiva tutta la strada ingrossandosi sempre di più fino alle Querce di Lipontana. La massa ricopriva case e alberi e avanzava lentamente verso la marina trascinandomi con sé. Cercavo di rimanere sulla superficie dell’impasto che cedeva sotto il mio peso e chiedevo aiuto urlando, finché nonna Carmela non mi svegliava.

Ma un altro pane mi lega ancora più profondamente a mia madre e riguarda la mia nascita. Io sono nato con suono di campane, canti di giubilo, fiori di cisto e ginestra sparsi sulle strade per la processione del Corpus Domini: venni alla luce a mezzogiorno, quando la processione era arrivata sotto casa. Un pezzo di pane candido in forma d’ostia era al centro dell’ostensorio rilucente d’oro e di gemme. Mia madre fece allora voto che, se non fossi stato ucciso dalle bombe della guerra, avrei passato la vita al servizio di Dio come suo sacerdote. E mi mandò nei seminari di Squillace e Catanzaro per farmi prete. Sai come andarono poi le cose con gli studi e alla fine la mia espulsione …

15
Questa mattina ho proprio voglia di scrivere, ma ho di fronte un signore che mi parla di porti a Genova, di terreni a Como, di palazzi a Milano…E’ il mio lavoro e mi piace sempre meno! Alla fine del nostro incontro la persona mi lascia e io posso mettermi al computer per scrivere quello che ieri sera, prima di addormentarmi, mi ha detto, anzi mi ha cantato, don Salvatore Bressi, il prete andreolese che a Gerusalemme mi ricordò l’ira dell’agnello. Dunque, ieri sera, mentre ero quasi scivolato nel sonno, la voce dell’anziano prete cantò in gregoriano:
“Et in peccato concepit me mater mea”.
Tu il latino lo hai studiato e spero non l’abbia dimenticato a favore dell’inglese. Quindi sai che quelle parole vogliono dire: e mia madre mi concepì nel peccato. Don Salvatore era vestito con la pianeta nera per una messa di suffragio: tante messe gli avevo servito durante le vacanze estive, messe lunghissime precedute dal canto dell’Ufficio dei Defunti. Cosa voleva dirmi don Salvatore, che per la seconda volta tornava a inquietarmi e aspettava, aspettava…, finché per incanto cominciai a rivedermi bambino sulla spiaggia di Sant’Andrea. Solo a quel punto don Salvatore fece un cenno d’approvazione con la testa e disse:
“Non c’è solo l’agnello a morire innocente, ma anche il maiale, la capra, il vitello, i pesci, gli uccelli… e gli uomini. Tu, io e Nostro Signore portiamo un nome importante: Salvatore. Se non salviamo il mondo dalla violenza, dobbiamo cambiare nome!”

Era il 1946 e avevo cinque anni. La mia famiglia, insieme a molte altre del paese, passava l’estate al mare in casupole di frasche. Noi bambini trascorrevamo le mattinate a giocare sulla battigia lambita dalle onde. Una barca spinta a remi si avvicinò un giorno a riva e i pescatori chiesero se qualcuno voleva comprare del pesce fresco. Mia madre disse di sì; uscì dal mare coperta dal gran camicione di tela che l’acqua le scolpiva addosso, e andò nella capanna a prendere la bottiglia dell’olio d’oliva. La porse a uno dei marinai il quale versò l’olio nel mare: questo si appiattì e divenne trasparente, come ricoperto da una sottile lastra d’ambra. Il marinaio allora prese la fiocina e, guardando attraverso la chiazza d’olio, infilzò dei pesci che tirava fuori dell’acqua. Rimasi tramortito al vedere i pesci che si agitavano e gocciolavano sangue. Provai anche rabbia verso mia madre che pagava il marinaio e portava i pesci nella capanna per cucinarli. Era finita l’allegria e la linea luminosa dell’orizzonte all’improvviso mi sembrò buia.

L’accanimento di mia madre contro i pesci continuò. Lei voleva per noi il meglio d’ogni cosa: latte, pesci, uova, verdure, carni dovevano essere freschissime e di primissima scelta. Così, ogni volta che dal terrazzo di casa vedeva avvicinarsi a riva la barca dei pescatori, sapeva che Tobia, il pescivendolo, sarebbe salito in paese con i pantaloni rimboccati portando a spalla un sacco con i pesci. Si fermava davanti casa, mia madre sceglieva i pesci migliori ancora boccheggianti e li metteva in una bacinella piena d’acqua per farci giocare. I pesci facevano qualche debole guizzo fin quando mia madre non arrivava munita di forbici. Tagliava le pinne, grattava le squame, apriva la pancia e toglieva le interiora, buttandole al gatto che le afferrava al volo.

16
L’anno successivo cominciai a frequentare le scuole elementari, ma non partecipavo ai giochi dei miei compagni perché crescevo gracile e pallido. Mia madre mi obbligò allora a bere un uovo crudo al giorno per farmi riprendere le forze e comprò alcune galline, tra le quali una bianca, piccola e zoppa. Con grande sorpresa di tutti, la zopparella, come veniva chiamata, deponeva ogni giorno il suo uovo con tale naturalezza, che tralasciava perfino di fare il coccodè. La zopparella provvide al mio uovo per un paio d’anni, finché, spossata da tanta generosità, cominciò a saltare i giorni e poi smise del tutto. Un pomeriggio mia madre la prese per le ali e la portò in cucina. Io protestai, ma mia madre non mi badò, prese le forbici e le ficcò in un orecchio la lama più stretta facendola girare, così che il sangue uscisse tutto pian piano e le carni fossero più delicate. Con il cuore in gola corsi a nascondermi e mia madre mi lanciò il suo commento divertito:
“Piangere per una gallina!”

Quando avevo undici anni nacque, ultimo di noi sei, mio fratello Bruno. Allora in paese si usava portare colombini vivi, da fare in brodo per la puerpera perché riacquistasse le forze dopo le fatiche del parto. Mia madre mi ordinava:
“Va’ in cucina, riempi un bicchiere d’acqua…”
Io prendevo il colombino, lo mettevo con la testolina dentro il bicchiere per un istante e lo tiravo fuori con la testa che penzolava, le palpebre chiuse. Lo spennavo e ripulivo, lo mettevo nella pentola e ne facevo il brodo: lo portavo a mia madre, lei lo beveva e lodava il brodo da me preparato.

Non lontano da casa possedevamo una campagna, la Gattinella. Per arrivarci bisognava percorrere un viottolo stretto e ripido che costeggiava un vallone. All’ingresso del fondo c’era un porcile abbandonato, che mia madre decise di utilizzare. Comprò allora un porcellino e m’incaricò di portargli ogni giorno un secchio di cibo, composto dagli avanzi di cucina mescolati con acqua e crusca. Mi piaceva quel compito: sentivo i grugniti del maialino quando mi avvicinavo, vedevo l’umanità dei suoi occhietti che mi spiavano attraverso le fessure della porta e la sua impazienza finché non gli versavo tutto il cibo nel trògolo. Il maialino crebbe fino a carnevale, quando doveva essere ucciso. Una mattina mi fu consegnato un paniere pieno di castagne, una ghiottoneria per il maiale, che dovevo agitare per attirarlo lungo il viottolo fino al basso terraneo di Francesco, il padre di Celestina. Dal vicinato giungevano grugniti disperati d’altri maiali che già pativano il coltello. Il maiale capì cosa l’attendeva e cominciò a grugnire forte anche lui. Allora con la corda gli legarono grugno e zampe e lo coricarono su un gradino. Mia madre avvicinò alla testa del maiale la limba e tutti gridarono:
“Salute!”.
Francesco spinse il lungo coltello dentro il collo del maiale, gli recise la giugulare e il sangue schizzò. Il maiale mi cercava con lo sguardo fino a mostrarmi il bianco degli occhi, sperando da me un aiuto. Dopo interminabili minuti si attutirono i grugniti: gli occhi rotearono più lentamente e rimasero a fissarmi immobili quando sgorgò l’ultimo fiotto di sangue.

A volte i contadini portavano dei passerotti implumi, che avevano preso in campagna dai nidi della primavera. Li davano a noi bambini, che li mettevamo sulla graticola di ferro per qualche minuto e poi li mangiavamo. Si faceva anche una raccolta di piccioncini sui tetti di tre chiese: la matrice, Sant’Andrea e quella dei Padri Liguorini. I piccioni avevano il nido nei buchi del sottotetto e tra le gronde. I giovani più spericolati salivano dal campanile portando un sacco, nel quale mettevano gli uccellini tolti dai nidi. Dal sacco uscivano cinguettii disperati ai quali nessuno badava, e le gentili bestiole finivano in cucina. Era una tradizione fare un gran pranzo in occasione del saccheggio dei nidi.

C’era poi il macellaio che veniva all’officina di mio padre per farsi affilare coltellacci, mannaie, punteruoli. Dopo qualche ora ritornava dalla campagna conducendo un vitello legato ad una fune e prendeva la via del mattatoio. La gente osservava l’animale per capire se il giorno dopo era il caso di comprare la sua carne. Qualcuno commentava beffardo:
“Hai finito di mangiare erba fresca! Adesso la paghi!”
Toccava a me andare in macelleria per comprare la carne di vitello, di capretto, di capra giovane o di maiale: mai d’agnello né di pecora che, secondo mia madre, puzzavano. La guardia municipale tirava fuori una scatolina con inchiostro bluastro e il timbro che imprimeva su gambe, cosce e pancia degli animali appesi ai ganci. Il macellaio squartava, disossava, tagliava, incartava. Tutti scherzavano, tutti ridevano, tutti uscivano con il loro fagotto di carne. Solo il cane, che cercava di leccare furtivamente il sangue colato dalle bestie, scappava via malconcio, colpito da un femore di bue lanciatogli dal macellaio.

17
Qualche volta mio padre mi portava nelle casette di campagna dove alcuni suoi amici cucinavano piatti di selvaggina. Mio padre aveva riparato la loro doppietta e gli amici preparavano la scialata, il convito che ancora adesso si fa in Calabria, rigorosamente tra maschi, mangiando e bevendo abbondantemente. Un giorno mi condusse con sé alla casetta di Saverio, che aveva ucciso una volpe e l’aveva cucinata dopo averla marinata a regola d’arte. La carne di volpe, di sapore dolciastro, non mi piaceva, ma dovetti mangiarla per non scontentare nessuno. Mentre mangiavo, guardavo la pelle della volpe con la lunga coda che pendeva dal soffitto e si girava ogni tanto per un colpo di vento. A me sembrava che lo spirito dell’animale volesse riprendere la propria pelle per fare ritorno alla tana tra i suoi cuccioli. La campagna al calar della sera diventava buia: la pelle che ballonzolava e il pensiero della tana, dove la volpe non sarebbe più tornata, mi procuravano un’acuta malinconia.

In un’altra occasione mio padre mi condusse alla casetta di un compaesano che aveva cucinato i ghiri. Li aveva attirati di notte con i fasci di luce di una torcia e li aveva sparati con cartucce caricate a pallini. Il ghiro è un roditore più piccolo dello scoiattolo, dorme di giorno e di notte si nutre di ghiande che cerca sulle querce. Quella volta mi si bloccò lo stomaco e a nulla valsero le insistenze divertite dei commensali. Mi dovetti accontentare della soppressata, la famosa soppressata calabrese, fatta con carni scelte di maiale sminuzzate e lavorate con sale e peperoncino. Con l’impasto venivano riempite le budella, prima accuratamente lavate e tenute in acqua e limone: le strette per le salsicce e le più larghe per le soppressate. Infine, come un nuovo cielo d’abbondanza, si appendeva il tutto al soffitto della cucina per farlo asciugare e maturare.

A Sant’Andrea, nel secolo scorso, c’era un farmacista, Enrico, che mise gli occhi addosso ad una giovane sposa molto bella. Non si limitò solo agli occhi, le mise addosso anche le mani e finì per diventare il suo amante segreto. I mille sotterfugi per incontrarsi di nascosto non servirono a nulla. Qualcuno se n’accorse e avvisò il marito e la famiglia di lui, che meditarono vendetta. Era il periodo di carnevale, quando la madia del pane, culla del Dio del protocomandamento, veniva profanata dal Dio di Abele con l’impasto della carne di maiale per fare le soppressate. Enrico era andato ad un incontro furtivo d’amore, ma all’uscita della casa marito e parenti lo aspettavano. Cercò di fuggire: lo afferrarono per la giacca e lo trascinarono in un luogo nascosto per il supplizio. Andava trattato come un maiale, perché così si era comportato. Fu scannato, fatto a pezzi e messo nella madia, che, in segno di disprezzo, fu abbandonata dietro una siepe, dove ora sorge il collegio dei Padri Liguorini. Nonna Marianna, madre di mio padre, mi raccontava che la processione del Venerdì Santo si fermò per miracolo. La Madonna Addolorata, con il petto trafitto da sette spade, seguiva in lacrime il Figlio morto e aspettò finché non fu trovato quell’altro suo figlio massacrato.

18
Cara Gabriella, quando tua madre stava male, nella primavera del 1978, volle lasciare Roma e tornare con te dai suoi genitori in Inghilterra. Tu avevi tre anni e volevi giocare con me: ti stendevi sul divano e ti nascondevi sotto un foglio di giornale. Tua madre riusciva a sorridere, guardandoti con occhi pieni di una luce che mai potrò dimenticare. Negli occhi di Christine c’erano amore e pace: parlavano di un mondo dove il dolore e l’angoscia dell’esistenza erano superati e lontani come un brutto ricordo.
Poi morì e io dovetti lasciare te in Inghilterra per riprendere il lavoro in Costa Smeralda. L’idea di dovere affrontare tutte le mondanità, l’Aga Khan e i clienti mi faceva star male, ma non avevo scelta. Prima di riprendere il lavoro, volevo tuttavia fare qualcosa d’intimo e privato che mi desse un po’ di sollievo. Sbarcando all’aeroporto di Milano, vidi dei manifesti che annunciavano l’ostensione della Sacra Sindone. D’impulso mi recai alla stazione, presi il primo treno per Torino e feci la fila davanti al Duomo dove la Sindone era esposta.
Pregai con tutta l’anima mia per tua madre e per te di fronte al lenzuolo, che -dicono- abbia ricevuto la stampa del corpo di Gesù, maciullato da una violenza antica e presente, fossile e viva, umana e diabolica. Il volto di Gesù era devastato da un dolore che era oltre il limite dell’umano: un dolore lunare, astrale, cosmico.

La Sindone, proprio perché mi faceva compatire Gesù, m’impediva di guardare oltre Gesù stesso dentro i meccanismi della violenza. Il lenzuolo di lino si trasformava in un mistico lenzuolo e nascondeva il primo grande mistero dell’umanità, quello della violenza. Nella basilica dell’Annunciazione a Nazaret, lo stesso lenzuolo mi si parò davanti agli occhi per nascondermi il secondo grande mistero, quello del sesso. Per comprendere questi due misteri è necessario lacerare quel mistico lenzuolo, violare cioè il sacro: una scelta difficile e dolorosa.

19
L’altro giorno mi sono chiesto: ha un padre il diritto di riversare sulla figlia le proprie angosce? E’ una domanda che mi pesa molto e l’istinto mi suggerisce di smetterla con questa lettera. In effetti, per alcuni giorni non sono andato oltre. Oggi invece ho ripreso a scrivere perché ho capito che il dono più prezioso che io posso farti è spiegarti la mia angoscia. Difatti, non c’è legge, istituzione, religione, società o famiglia che tenga: l’angoscia sorge nel cuore di ognuno per avvertire che qualcosa non va come dovrebbe. Alla vigilia della sua morte Gesù provò angoscia mortale al punto che sudò sangue: era il segnale che si era messo in una situazione sbagliata. L’angoscia è uno stimolo divino a cambiare la situazione che la genera. Ma noi come reagiamo all’angoscia? Ce la teniamo, la coltiviamo e la facciamo crescere fino a farla diventare la nostra seconda natura. Mi viene da pensare che la vita è la più bella occasione perduta, proprio perché noi non diamo ascolto alla nostra angoscia. L’aveva capito bene ed espresso ancora meglio Pitagora nei Versi Aurei:

L’uomo è a se stesso causa del suo bene e del suo male (3).

Ora che mi sono tolto questo peso dal cuore, posso scriverti senza timore e torno per un momento alla Sindone. Guardando oltre l’immagine impressa sul lino, mi appare chiaro il messaggio evolutivo di Gesù: la violenza non bisogna darla, come hanno fatto i suoi crocifissori, né subirla, come ha fatto Lui, ma capirla nelle sue cause profonde e prevenirla. Insomma, Gabriella, tra la croce di Gesù e il regno di Dio si è creato nei secoli l’equivoco, espresso nel proverbio cinese, del saggio che con il dito indica la luna: lo sciocco guarda il dito, non la luna.

20
Ieri mi sono trovato a passare vicino alla Basilica di Sant’Ambrogio e mi sono ricordato che da piccola ti avevo portata a vedere la fiera. Andando tra le bancarelle eravamo arrivati alla torre dove si trova il Museo Storico della Tortura. Volevo visitarlo con te, ma i custodi mi pregarono di non farlo per la tua tenera età. Ieri sono entrato nel museo che raccoglie strumenti autentici creati per seviziare e massacrare esseri umani. C’è solo l’imbarazzo della scelta: attrezzi per scorticare vivi, far scoppiare il cranio, tagliare i seni alle donne, far bere piombo fuso, spezzare le ossa, segare corpi e la famigerata vergine di Norimberga. Questa è un sarcofago di legno a forma umana che si apre in due metà come un baule. Le due parti sono munite di grossi chiodi acuminati che entravano nelle carni della vittima facendola sanguinare e uccidendola man mano che la vergine veniva chiusa. Non mancano due pugnali che andavano a conficcarsi negli occhi e una vaschetta alla base per raccogliere il sangue…
Non voglio dilungarmi oltre su queste atrocità: la maggior parte di quegli strumenti sono stati adoperati dalla Santa Inquisizione contro uomini e donne. Santa Inquisizione è un termine storico: così era definita ufficialmente dai documenti papali. Oggi sarebbe più giusto chiamarla Diabolica Inquisizione, come io la chiamerò d’ora in poi. Su quest’argomento ho letto molto e mi sono chiesto: com’è potuta accadere nel mondo cristiano una tale barbarie durata ben sette secoli? In tutte le città d’Europa molte persone venivano bruciate vive dopo atroci tormenti. Ci fu solo una città dove l’Inquisizione non ha potuto uccidere perché il popolo insorse, male armato ma determinato: Napoli.

Dalle mie letture ho imparato che l’Inquisizione non è nata per caso. Molti papi hanno firmato le Bolle che la creavano o ne estendevano i poteri. Spesso i papi in persona presiedevano il Tribunale e approvavano le condanne a morte: papi famosi, colti, grandi mecenati. Ti risparmio nomi e altri particolari importanti, come l’organizzazione inquisitoriale, parallela a quella ufficiale della Chiesa. C’erano sempre i vescovi a capo delle diocesi, ma il Tribunale dell’Inquisizione, che dipendeva direttamente da Roma, poteva condannare anche contro il parere del vescovo. Questo schema fu utilizzato più tardi dalle SS tedesche, che decidevano chi assassinare infischiandosene dei generali dell’esercito.

La radice vera dell’Inquisizione sta, tuttavia, nella religione secondo la quale Dio Padre, per un imperscrutabile disegno, pretende la morte del Figlio per la nostra salvezza e non ascolta la sua preghiera disperata. La religione è una forza altamente perversa, la sola che riesce a rovinare il grande amore tra genitori e figli. E’ stata la religione a far alzare la mano d’Abramo armata di pugnale contro Isacco, che pure Abramo amava molto. E sempre la religione ha fatto alzare la mano di mia madre con la mannaia contro di me, eppure mia madre mi ama moltissimo.
San Paolo poi, il vero fondatore del cristianesimo, ha rinforzato la crudeltà della religione a scapito dell’umanità perché imbevuto fin nell’intimo di cultura sacrificale, appresa negli oltre quindici anni trascorsi alla scuola del rabbino Gamaliele a Gerusalemme. In parole povere, usciva anche lui dal seminario e nemmeno la conversione sulla via di Damasco riuscì a scalfire il nucleo profondo della sua formazione. Così, tra Gesù, che cerca un rapporto d’amore col Padre, e San Paolo, che cerca una vittima per il Padre, San Paolo prevale trasformando Dio in assassino.

21
Ricordo che ai tempi del seminario regionale di Catanzaro, quando i professori parlavano dell’Inquisizione, minimizzavano il numero delle vittime, dicendo che non arrivavano a diecimila. Anche recentemente mi è capitato di leggere questa cifra, che è una delle più grosse falsità storiche. Le vittime furono un numero enorme, che nessuno conosce né conoscerà mai, perché gli archivi dell’Inquisizione furono distrutti per ordine venuto dall’alto. Alcuni storici parlano di milioni di vittime, la cifra più alta che ho letto parla di sei milioni. I nazisti, lasciando liste precise dei deportati sono stati meno furbi dei preti. E, Dio mi perdoni, anche meno cattivi: bruciavano le vittime nei forni crematori dopo averle asfissiate con il gas. I frati invece le bruciavano vive, con l’eccezione di chi si era pentito: in tal caso il malcapitato veniva impiccato, come Savonarola, prima di essere dato alle fiamme.

L’Inquisizione, che in Germania fece vittime per secoli, è la madre del nazismo e Pio XII non denunciò i crimini nazisti per il semplice motivo che egli era intimamente sacerdote. E il sacerdote altro non è che il carnefice che porta la vittima all’altare: sacerdozio, sacrificio e vittima è il trinomio che ha portato il mondo alla desolazione. La Bibbia usa la parola sacrificio, sangue, sacerdote e vittima centinaia e centinaia di volte. All’Olocausto hanno contribuito, senza volerlo, gli stessi ebrei, condizionati dalla Bibbia, che insegna che l’essere vittima è segno di favore, di predilezione divina: la Bibbia è stato il loro vademecum alla morte. Il profeta Isaia (53,7) aveva già annunciato la loro mancata reazione contro i nazisti:

“Maltrattato, egli si è umiliato e non aprì bocca; come un agnello condotto al macello…”.

Adesso però voglio raccontarti una pagina di storia calabrese poco conosciuta. Ricordi quando a fine estate lasciavamo la Calabria per far ritorno in macchina a Milano? Dalla costa ionica passavamo a quella tirrenica e dall’autostrada vedevamo Guardia Piemontese, una ridente cittadina ricca d’acque termali. Quella cittadina si chiama piemontese perché laggiù si erano rifugiate delle comunità valdesi scappate dal Piemonte, dove l’Inquisizione ne aveva fatto carne da macello. In Calabria erano amati e rispettati, perché gente laboriosa e amabile, come testimoniano le cronache. Nel 1561 prefetto dell’Inquisizione era il cardinale Ghislieri, diventato papa col nome di Pio V, lo stesso che radunò la flotta cristiana e vinse la battaglia di Lepanto contro i turchi, ovviamente poi fatto santo. Il Ghislieri ordinò il massacro dei valdesi in Calabria; e senti cosa raccontano le cronache:

“Occorre dire come oggi a buon’ora si è ricominciato a far la orrenda justizia di questi luterani, che solo in pensarvi è spaventevole: e così fan questi tali come una morte di castrati; li quali erano tutti serrati in una casa, e veniva il boia e li pigliava a uno a uno, e gli legava una benda avanti agli occhi, poi lo menava in un luogo spazioso poco distante da quella casa, e lo faceva inginocchiare, e con un coltello gli tagliava la gola, e lo lasciava così. Dipoi pigliava quella benda insanguinata e col coltello insanguinato ritornava a pigliar l’altro e faceva il simile. Ha seguito quest’ordine fino al numero 88; il quale spettacolo quanto sia stato compassionevole lo lascio pensare e considerare a voi. I vecchi vanno a morire allegri, e gli giovani vanno più impauriti. Si è dato ordine, e già son qua le carra, e tutti si squarteranno e si metteranno di mano in mano per tutta la strada…fino ai confini della Calabria; se il Papa et il signor Viceré non comanderà al signor Marchese che levi mano. Tuttavia fa dar della corda agli altri. Si è dato ordine far venire oggi cento donne delle più vecchie, e quelle far tormentare, e poi farle giustiziare ancor loro, per poter fare la misura perfetta. Ve ne sono sette che non vogliono vedere il Crocifisso, né si vogliono confessare, i quali si abbruceranno vivi. Di Mont’ Alto, alli 11 di giugno 1561” (4).

Quel giorno la Diabolica Inquisizione fece un buon raccolto: duemila persone furono arse sul rogo e altre centinaia, rincorse per la campagna, furono ammazzate mentre tentavano la fuga.

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Oggi è il 17 febbraio e ricorre il quarto centenario della morte di Giordano Bruno, arso vivo in Campo dei Fiori a Roma. A causa della sua vicenda io ce l’ho con Venezia, perché fu proprio il governo veneziano a consegnarlo al papa, sapendo benissimo la fine che avrebbe fatto. Un giorno mi trovavo in Piazza San Marco e le sirene, che annunciavano l’arrivo dell’acqua alta, cominciarono a suonare: pensai che era la maledizione di Giordano Bruno, ucciso col fuoco per colpa dei veneziani, ed ora Venezia moriva con l’acqua.
I tre massimi geni italiani del Seicento, Bruno, Campanella e Galilei furono tutti e tre vittime dell’Inquisizione. Adesso il papa si è messo a chiedere perdono per le stragi, l’Inquisizione, le crociate, l’Olocausto, dimenticando però gli omosessuali, anche loro uccisi in gran numero. Forse questi ultimi hanno già avuto abbastanza con i semi di finocchio, buttati sui loro roghi per purificare il lezzo di carne: da quell’uso la parola finocchio sta in italiano per gay.
E’ un gesto nobile del tremante pontefice al quale umanamente voglio bene. Ma la sua domanda di perdono complica ulteriormente le cose. Difatti mi chiedo: se Gesù tornasse sulla terra, a chi dovrebbe chiedere perdono? A nessuno: sono gli altri che dovrebbero chiedere perdono a Lui. Come mai allora la Chiesa chiede perdono? C’è allora qualcosa di profondamente contrastante tra quanto ha fatto Gesù e quanto ha fatto la Chiesa. E la spiegazione mi viene proprio da Giordano Bruno, del quale ho scoperto solo adesso che anche lui condannava Abele, massacratore d’animali, e lodava invece Caino per le sue offerte incruente: io ero arrivato per conto mio alla stessa conclusione e non ti nascondo che mi sento molto lusingato di essere in sua compagnia.

Infatti c’è il Dio del Bene, quello del protocomandamento, di Caino, di Gesù, di Giordano Bruno e mio, il Dio del pane e degli agricoltori. Ma c’è anche il Dio del Male, dei pastori, d’Abele, di Noè, del Tempio, di San Paolo, dell’Inquisizione, dei nazisti e dei comunisti. Sì, dei comunisti, anche se in Russia cattolicesimo e Inquisizione non sono mai arrivati. Da dove sono nate allora le stragi dei gulag sovietici? In verità la Russia ha una base culturale cristiana, che giustifica la violenza come necessaria alla salvezza, la teoria del sacrificio insomma. Questo fondo cristiano poggia su una barbarie ancora più antica, come è riportato da un greco famoso del V secolo avanti Cristo, che venne a vivere a Turi, la colonia fondata vicino a Sibari, dopo che questa fu distrutta da Crotone. Conosci il nome di quel personaggio?

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Si tratta d’Erodoto, il quale nel Quarto Libro delle sue Storie descrive i costumi degli scizi, il popolo antenato degli slavi, nome che viene dal latino sclavus, schiavo. Più precisamente gli scizi abitavano quella che oggi è l’Ucraina e la Serbia. Anche i serbi prendono il nome dal latino servus, che è l’equivalente di schiavo. Ma Roma non ebbe forza sufficiente a civilizzare tutta quella barbarie: l’ultimo macello in diretta televisiva l’abbiamo visto nella recente guerra del Kosovo. Ebbene, gli scizi non avevano pecore e agnelli, ma buoi e cavalli, animali ovviamente di taglia più grande, che sacrificavano e mangiavano. Ricordo quando in Sardegna tu hai visto, davanti ad una macelleria che vendeva carni equine, l’insegna con una testa di cavallo. Eri bambina e la tua indignazione d’inglesina fece scoppiare tutti in una risata:
“Cosaaa, mangiano i cavalli!!”
Uccidere e smembrare un cavallo è molto più drammatico per la sua forza e le sue dimensioni, e la maggiore crudeltà adoperata entrò a far parte della cultura degli scizi. Ti faccio una scelta di brani per spiegarti quanto sia antica la ferocia comunista, che, appunto, prima che comunista è slava e cristiana:

“ Gli Sciti sacrificano anche tutte le altre specie di bestiame e particolarmente cavalli. Agli altri dei sacrificano dunque questi animali nel modo suddetto, ad Ares sacrificano nel modo seguente: […] Su questo mucchio (di legna) viene piantata da ciascun popolo un’antica scimitarra di ferro, e questo è il simulacro di Ares. A questa scimitarra offrono sacrifici annuali di armenti e di cavalli, anzi a questi simulacri sacrificano ancora più che agli altri dei: fra quanti nemici catturano vivi, ogni cento uomini ne sacrificano uno non nello stesso modo in cui sacrificano gli animali, ma in modo diverso. Dopo aver versato del vino sulle loro teste, sgozzano gli uomini raccogliendone il sangue sulla scimitarra. Dunque portano il sangue in cima alla catasta sacra, invece in basso compiono quest’altro rito: tagliano la spalla e il braccio destro degli uomini sgozzati e li gettano in aria e poi, compiuto il sacrificio di tutte le altre vittime, si allontanano. La mano rimane là dove va a cadere, e il corpo giace separatamente.[…] Per quanto riguarda la guerra hanno i seguenti costumi: quando uno Scita uccide il suo primo uomo, ne beve il sangue, e di tutti quelli che abbia ucciso in battaglia porta al re le teste, e portando le teste ha una parte delle prede conquistate, non portandole no. Il guerriero scotenna la testa nel modo seguente: tagliando in cerchio tutto intorno alle orecchie e afferrata la pelle, la strappa dalla testa; poi, scarnificatala con una costola di bue, la concia con le mani e ammorbiditala la tiene come un tovagliolo e la appende alle redini del proprio cavallo e se ne gloria, perché chi abbia molti di questi tovaglioli è stimato uomo valorosissimo. Molti di loro di tali pelli fanno anche mantelli da indossare…molti poi, strappata dai cadaveri dei nemici la pelle della mano destra, con tutte le unghie, ne fanno coperchi per le faretre… Molti poi scorticano anche uomini interi e tendendone la pelle su pezzi di legno la portano in giro a cavallo. Questi sono dunque i loro costumi. Inoltre alle teste dei nemici più acerrimi fanno questo trattamento: segato tutto il teschio al di sotto delle sopracciglia, lo ripuliscono e…usano il cranio come una coppa. Fanno questo però anche delle teste dei familiari con i quali siano venuti a contrasto […] Là, quando muore il re…presi i migliori fra i servi del re…strangolati 50 di questi servi e i 50 cavalli più belli, vuotato loro il ventre e ripulitolo lo riempiono di paglia e lo ricuciono…trapassano poi i cavalli nel senso della lunghezza con grosse pertiche fino al collo…issano ciascuno dei 50 giovani strangolati su un cavallo, mettendoveli su nel modo seguente: dopo aver fatto passare attraverso ciascun cadavere lungo la spina dorsale un palo dritto fino al collo, la parte di questo palo che sporge inferiormente la conficcano in un foro praticato nell’altro palo, che attraversa il corpo del cavallo” (5).

Solo un’ultima osservazione su Stalin, che nel seminario di Tblisi in Georgia, dove studiava teologia, aveva ben assorbito la logica del sacrificio. Io sono convinto che il suo sadismo è derivato dall’immagine del Dio imperscrutabile e implacabile che a suo arbitrio salva e condanna, premia o punisce, padrone senza alcun criterio di vita e di morte. Stalin è il più importante testimone dell’incontro tra barbarie mediorientale, cristiana e slava.

Questa riflessione mi riporta alla memoria gli anni del mio seminario, tanto lontani eppure sempre vivi. Una primavera straripante di fiori e di canti d’uccelli, il risveglio della natura che la terra di Calabria accoglieva degnamente con cieli limpidi e mari più chiari. Eravamo a Catanzaro nell’aula del liceo mentre il professore di filosofia, rispondendo alle nostre domande piene d’ansia giovanile, spiegava il problema del libero arbitrio. Noi insistevamo:
“ Ma professore, se Dio sa che un uomo con il suo agire commette peccato e si danna, perché non interviene in suo favore, visto che è onnipotente e misericordioso, e lo lascia invece finire all’inferno?”
Il professore ci dava una spiegazione conforme alla dottrina cattolica, spiegazione angosciante e generatrice di sadismo. E paragonava Dio ad un generale che dall’alto di una collina osservava lo svolgersi della battaglia nella pianura sottostante. Il generale poteva dare alle sue truppe gli ordini per vincere lo scontro, ma non interveniva per rispetto della libertà umana, e continuava tranquillamente a fumare la pipa in attesa che la battaglia finisse. Tra i banchi si sentiva il mormorio del nostro più arguto compagno, Peppino Scopacasa, oggi arciprete a Mongiana, che borbottava:
“Farebbe meglio a smetterla con quella pipa!”

24
L’inverno è quasi finito. Siamo a marzo e tutto il mondo sta a guardare l’inizio del viaggio del papa in Terrasanta. Anche io seguo attentamente stampa e televisione e rivedo i luoghi che ho appena visitato e dai quali nasce questa lettera. Rimango sbalordito nel leggere l’indirizzo di saluto al papa rivolto dalla giovane Rania di Giordania. La regina ricorda che il viaggio del papa coincide con la Festa del Sacrificio, la grande celebrazione musulmana dell’ordine dato da Dio ad Abramo di sacrificare suo figlio Ismaele. E naturalmente milioni di montoni in quest’occasione vengono sgozzati, anche dai numerosi islamici immigrati in Europa e a Milano stessa. Aveva ragione quella profetessa inascoltata di Brigitte Bardot, quando si scagliava contro questo massacro di povere bestie. Le centinaia di migliaia di morti in Algeria purtroppo le hanno dato ragione:
“Sgozzano i montoni e finiranno per sgozzare gli uomini!”

Dopo il saluto sincero e in buona fede della regina Rania, so che nulla cambierà. L’ ho capito quando il papa è andato sul Monte Nebo, da dove Dio mostrò a Mosè la terra promessa, ma non gli permise di entrarvi. A me è chiaro il motivo della proibizione divina. Mosè aveva usato contro le popolazioni locali la pulizia etnica, come è scritto nei Numeri( 31,13):

“Mosè, il sacerdote Eleazaro e tutti i capi della comunità uscirono incontro a loro, fuori dell’accampamento. Mosè si arrabbiò contro i comandanti dell’esercito…che tornavano da quella spedizione di guerra. Mosè disse loro: ” Avete lasciate in vita tutte le femmine? Furono esse… a stornare dal Signore i figli di Israele… e ad attirare il flagello sulla comunità del Signore… Ora uccidete ogni maschio tra i bambini e ogni donna che si sia unita con un uomo. Tutte le ragazze che non si siano unite con un uomo le lascerete vivere per voi.”

E non limitò quel trattamento alla gente di Madian, ma lo estese implacabile al regno di Sicon e al regno di Og con le sue sessanta città. Nemmeno il papa entrerà nelle terra promessa, la terra senza violenza, e mi dispiace sinceramente per lui. Ne ho avuto la certezza quando a Gerusalemme il gran muftì abbandonò adirato papa e rabbino capo durante l’incontro che doveva tentare un dialogo fra le tre religioni abramitiche: ebraica, cristiana e musulmana. Sembrano tre, ma in realtà sono la stessa religione, sostanzialmente furba e disumana, nata in terre aride e fondata sulla morte dell’agnello: l’innocente muore e il colpevole si salva. Come può Gerusalemme, sacra a questa triplice ferocia, partorire la pace?

Cara Caprella, come ti chiamavano da piccola le tue amichette Camilla e Cecilia, non mi piace il verso che ha preso questa lettera. Volevo raccontarti il mio viaggio in Palestina, e invece ti sto portando dentro l’inferno della violenza umana. E’ quello l’inferno vero, reale, nel quale è caduto Gesù stesso, proprio come dice il Credo: fu crocefisso, morì, fu sepolto, discese all’inferno…
Né l’America, dove tu vuoi vivere, mi lascia tranquillo. I morti ammazzati sono diecine ogni giorno, le armi si vendono come giocattoli, non c’è film senza uccisioni e in più c’è la pena di morte…
Per adesso faccio una pausa e aspetto che tu torni per l’estate. Ce n’andremo al mare in Calabria e poi si vedrà.

25
Finalmente a fine luglio sei arrivata a Milano e in macchina ci mettemmo in viaggio per la Puglia. Desideravo portarti da Padre Pio, al quale più di una volta ti avevo affidata quando mi prendeva l’ansia per la tua lontananza. A San Giovanni Rotondo la prima cosa che mi colpì fu la vista del Golfo di Manfredonia, soffuso di luce azzurra. Una luce conturbante, vitalissima, celestiale e al tempo stesso sensuale, che può essere stata causa di grossi guai per Padre Pio. Diventare santo cattolico vuol dire, prima di tutto, reprimere il sesso con sforzi disumani, e in quel posto Padre Pio ha dovuto almeno triplicare quegli sforzi. Un bello scherzo gli hanno combinato i suoi superiori mandandolo in quel convento.
Il flusso enorme dei pellegrini, il commercio sfacciato di messe, preghiere, statue e statuine non piacque né a me né a te. Il padre guardiano, che dall’altare blaterava contro le donne che stavano in chiesa con le spalle scoperte, mi fece sorridere perché pensavo alla forza del sesso, alla quale non c’è tonaca o scialle che possa resistere. Era la stessa forza che avevo intravisto nella Basilica dell’Annunciazione a Nazaret e veniva direttamente da uno sconosciuto chiamato Dio.

Il nostro gentile albergatore ci assicurò che i miracoli di Padre Pio erano veri e il più evidente, sotto gli occhi di tutti, era il miracolo economico. Tutta la zona è in fortissima espansione e si capisce che girano grosse cifre di danaro. All’albergatore chiesi se il grande Totò era mai venuto a trovare Padre Pio e la risposta fu che Totò era venuto più di una volta, ma si era fermato a Foggia, perché non aveva il coraggio di presentarsi al santo frate. Feci quella domanda perché nella mia testa si era formata la convinzione che Totò e Padre Pio fossero praticamente la stessa persona: due conterranei che esprimevano la grande umanità del Meridione come meglio potevano. Padre Pio facendo miracoli per aiutare tutti, Totò facendo miracoli per far ridere tutti e trasformando in comicità, cioè in forza di vita, le situazioni misere del popolo: mai una volgarità, mai una scena di violenza. Totò non ebbe il coraggio di incontrare Padre Pio forse perché immaginava che il frate gli leggesse nel segreto del cuore le sue avventure sentimentali. Ma confessò le sue pene d’amore al mondo intero con Mala Femmina, canzone da lui composta e musicata, capolavoro immortale di musica napoletana.

Prima di partire tu hai scattato delle foto alle pecore che andavano lungo il tratturo per tornare all’ovile. Mi ricordai allora che Padre Pio, all’età di sei anni, faceva il pastorello, mentre da adulto si nutriva di pane, verdure e un bicchiere di vino. Il fanciullo pastore, involontario complice dell’uccisione d’agnelli, aveva attraversato la violenza del mondo prendendo su di sé, con le stimmate, le piaghe dell’Agnello di Dio. E alla fine era approdato, questo era il suo più grande miracolo, al protocomandamento del sesto giorno della creazione.

Lasciammo San Giovanni Rotondo per visitare l’antro palpitante di San Michele a Monte Sant’Angelo: il Gargano, che visitavo per la prima volta, non cessava di stupirmi con i suoi paesaggi. Sotto il sole cocente ci avviammo verso Alberobello, costeggiammo Taranto, Metaponto e giungemmo in Calabria. Rivedere la mia terra mi dava sempre gioia e al tempo stesso disappunto, contrarietà, delusione. Le strade dissestate, le case non finite, la cartacce sparse dappertutto erano lì a guastarmi la festa del ritorno. E come se non bastasse, sapevo della criminalità, dei soprusi, delle inefficienze volute e non volute, delle risse…Tutte le ragioni per le quali ero andato via dalla Calabria da giovane erano ancora presenti, anzi si erano aggravate. La terra che fu la più grande dell’Occidente, la Magna Grecia, si era ridotta alla regione più arretrata d’Europa: dal massimo splendore alla massima decadenza. Come mai, mi chiedevo senza darmi pace, la mia gente, che portava ancora sul viso l’impronta della grecità, era precipitata dalla cima dell’Olimpo alla miseria del presente? E perché continuavo a tornare a quella terra e vi portavo pure te?
Questi pensieri mi passavano per la mente fin quando oltrepassammo la scogliera di Copanello e apparve lo sfondo selvoso delle Serre: eravamo arrivati. La sera, sulla piazza di Soverato, le amiche ti corsero incontro: “E’ arrivata Gabriella!” e quell’accoglienza corale ti fece fremere di gioia. Durante la notte venni a spiare dalla porta a vetri della tua camera per assaporare il piacere di saperti a casa. E tutto il mondo mi sembrò a posto.

26
Il mattino seguente uscii di casa prima dell’alba mentre tu dormivi e in macchina percorsi il paio di chilometri fino alla casetta del mare, tra il fiume Alaca e la spiaggia. Era da tanto che desideravo vivere un’alba sullo Ionio. Mi sedetti sulla battigia e scrutavo fisso l’orizzonte che si schiariva con luminescenza di perla. Impercettibilmente l’aurora accese piccole nuvole, che si riflessero sulla superficie del mare appena increspata, come se dal giardino del cielo petali di rosa scendessero a posarsi sull’acqua. Omero sarà stato cieco, ma aveva proprio ragione a definire l’aurora rodo-dattilo, cioè dalle dita di rosa. Poi la luce si fece più incandescente e sopra la linea dell’acqua apparve tondeggiante il sole.
Lasciai la spiaggia e andai verso la casetta da dove si vedeva il profilo delle gole d’Alaca verso la montagna. Guardai anche in direzione della Pineta di Sant’Andrea e il cuore mi si strinse. Non avevo avuto più il coraggio di andarci dall’anno prima, da quando era stata dolosamente incendiata. Quella pineta l’avevo vista nascere sulle pendici della montagna dopo l’alluvione del 1951. Gli operai mettevano a dimora delle piantine, che in cinquant’anni erano diventate grandi alberi. La pineta, dove l’aria di mare si mescolava all’essenza dei pini, mi aveva guarito in giovinezza dai miei spaventosi mal di testa. Passavo allora intere giornate disteso sotto gli alberi, cercando di non pensare a nulla. Questo accadeva nel 1960, quando i preti mi avevano cacciato dal seminario.

Era ancora di primo mattino, il sole mi diede forza con la sua inarrestabile ascesa e in macchina mi diressi alla pineta. I pini erano ancora in piedi, anche se morti, e attraverso i rami scheletrici filtrava una luce livida: nessun brusio di insetti, nemmeno un filo d’erba. Mi sedetti su una pietra annerita dall’incendio, chiusi gli occhi e cercai di rivivere il primo sissizio della storia moderna che avevo tenuto proprio lì nel 1995. Allora volevo compiere un gesto di fiducia verso la mia terra, e mi arrovellavo il cervello finché mi venne l’idea di riaprire il sissizio fondato da re Italo, il banchetto al quale partecipavano tutti in segno d’amicizia, portando il cibo che dividevano. Sissizio significa mangiare insieme e viene dal greco sin-sitein. Le fonti storiche dicono che Italo lo fondò all’incirca duemila anni prima di Cristo. Egli diventò re della terra compresa tra il Golfo di Squillace e quello di Lamezia, che da lui si chiamò Italia, e convertì gli abitanti dalla pastorizia all’agricoltura (6).
Solo adesso, dopo la mia visita in Terrasanta, mi rendo conto dell’importanza di quel lontano avvenimento. Nello stesso periodo che Abramo, pastore errante dell’arido Medio Oriente, alzava il coltello per uccidere suo figlio Isacco, in quel lembo di Calabria, ricco d’acque, foreste e terre fertili, un popolo passava dall’agnello al pane abbandonando l’allevamento degli animali e dedicandosi alla coltivazione della terra.

Al sissizio del 1995 c’eri anche tu fra le trecento persone circa, molte venute da fuori. Quanta allegria con i tamburi e le zampogne che suonavano, la gente che ballava, Pampinedda che bevve tanto vino da stramazzare a terra e Colino che cantava le antiche melodie! Con il sissizio io volevo chiudere la vecchia Civiltà Esiziale nella quale tuttora viviamo, quella dell’uccisione, e aprire la nuova Civiltà Sissiziale, del convivio senza sangue.
Ecco perché torno e tornerò sempre in Calabria: nonostante tutto, la mia terra mi dà una enorme carica ideale e mi suggerisce con la sua stessa storia come andare avanti.

27
L’estate trascorreva tra il mare, le passeggiate di sera sul lungomare di Soverato, e le visite ai parenti. Un pomeriggio ti portai con me a visitare nonna Carmela alla Villa della Fraternità. A Pasqua era stata sul punto di morire; per fortuna si era ripresa, ma aveva perso l’uso delle gambe. Quando la dimisero dall’ospedale, fummo costretti a ricoverarla nella bella casa di riposo per anziani, costruita e diretta da don Eduardo, ai piedi della collina di Tralò. Questo nome viene dal greco thràulos, e significa friabile, che si sfalda: la voragine di Faballino, che si apre alle spalle della collina, giustifica pienamente quel nome.
Devi sapere che, in qualunque parte del mondo io mi trovi, il mio cuore è sempre a Tralò. Sarà la bellezza del posto? Il rumoreggiare del fiume Alaca tra massi di granito, lo Ionio che si stende per tutto il golfo, la montagna cupa di boschi, le colline con gli uliveti e la marina con gli aranceti… Se poi penso a Tralò quando a sera il vento soffia tra gli alberi, allora sento Dio che mi parla con il tenero stormire delle foglie.
Quel pomeriggio nonna Carmela, sollevata sui cuscini del letto per respirare meglio, ti chiese:
“Sai, Gabriella, la storia di quando eravamo rifugiati a Tralò ?”
E cominciò il suo racconto che io conoscevo, ma lei voleva trasmetterlo proprio a te, che hai scelto di vivere lontana da noi, come qualcosa che ti desse forza e coraggio. Tu assentivi garbatamente al suo parlare, ma l’accavallarsi dei fatti e lo stretto dialetto andreolese non ti permettevano di capire granché. Perciò adesso ti traduco in italiano quella vicenda.

Dopo lo sbarco degli americani in Sicilia, nell’estate del 1943, gli abitanti di Sant’Andrea videro i tedeschi ammassare uomini e armi lungo il fiume Callipari a Badolato per fermare l’avanzata degli americani. Gli andreolesi si resero conto che potevano rimanere coinvolti nella battaglia a causa della vicinanza e si sparpagliarono per le campagne. I nonni avevano una casetta a Tralò, in cima alla collina, dove tenevano il vino. Così tutta la nostra famiglia con zie e cugini, una trentina di persone, si accampò nella vigna. Io avevo poco più di due anni, ma ricordo ancora quel soggiorno per me felice, se non fosse stato per il gran serpente nero che, sul calar della sera, strisciava tornando alla sua tana. Il terrore, però, più che dall’innocuo serpente veniva dal rombo degli aerei americani, che sganciavano bombe su ponti, strade e ferrovia. C’era il pericolo che fossimo presi erroneamente a bersaglio: allora si tenne consiglio e si decise di abbandonare Tralò per rifugiarci in montagna sotto i castagni, dove scorreva un ruscello di acqua pura.
Nonno Vincenzo fece costruire in fretta dai carbonai una gran capanna con il tetto in terra battuta in previsione delle piogge autunnali, e ai primi d’agosto ci avviammo verso Farina, come si chiama quel posto. Anna, mia sorella di due anni più grande di me, portava due galline legate per le zampe. Mia madre era al nono mese di gravidanza e reggeva sulla testa una grande sporta con cibo e coperte: tutti portavano qualcosa a braccia o a spalla. Io trotterellavo accanto alla capra maltese, a pelo lungo e bianco, che forniva generosamente il latte.

Dormivamo tutti insieme per terra sulle imbottite e la capanna era pervasa dal tepore dei corpi. Intanto si compì il tempo che mia madre doveva partorire. Un giorno noi bambini fummo allontanati e una bella morettina emise il primo vagito nel bosco: le volpi tesero l’orecchio a quel suono mai udito prima. Era nata mia sorella Caterina, che ci fecero ammirare fasciata, ma non potemmo baciare perché non era ancora battezzata. A quello provvidero due zie che hai conosciuto in America: zia Caterina di Canton, nell’Ohio, e zia Caterina di Detroit, con la quale abbiamo passato il Natale scorso. Il terzetto delle tre Caterine, due giovani sui trent’anni e la neonata in braccio, si avviò verso il paese semideserto fino alla chiesa matrice.
Betlemme in ebraico vuol dire “casa del pane”, che coincide stranamente con Farina, il bosco dove è nata mia sorella, che vuol dire grano macinato. E hai visto cosa facevano in America le due zie Caterine all’età d’ottantacinque anni? Ogni mattina si sedevano in cucina, prendevano la farina e cominciavano l’impasto per le ciambelle e i biscotti. Mettevano il lievito e andavano avanti, spiegandoti come bisognava procedere fino alla cottura nel forno. Poi, nel pomeriggio, a chiunque veniva, ne davano dei sacchetti: uno per il figlio, un altro per il nipote, un altro per gli amici del figlio, un sacchetto per i vicini negri…; nessuno poteva uscire da casa loro a mani vuote. Le zie si lamentavano per i dolori alle ossa dovuti all’età, ma continuavano ad impastare, ad infornare, a regalare. Due donne, che a malapena sapevano leggere e scrivere, emigrate dalla Calabria credendo di andare verso la civiltà. E invece portavano in America la vera civiltà, come i milioni d’italiani emigrati nel mondo che hanno dato pane, pasta, pizza.

28
Un pomeriggio rimasi da solo ad Alaca immerso nella lettura della Vita Pitagorica, la biografia di Pitagora scritta da Giamblico, un siriano del terzo secolo dopo Cristo. Mi distrassi per guardare il sole che scendeva dietro la montagna e tingeva di rosso le nuvole nerastre che lo accerchiavano. Sembrava un gigante ferito in battaglia che versasse fiumi di sangue prima di morire.
Mentre ammiravo quello spettacolo all’improvviso mi assalì il ricordo di quando, avevo forse sedici anni, dal seminario regionale di Catanzaro andammo in gita a Crotone. Alla fine della giornata visitammo Capo Colonna, così chiamato per la colonna superstite del Tempio di Hera Lacinia, che sorgeva sulla bassa scogliera vicino alla scuola di Pitagora. Forse mai in vita mia provai emozioni e turbamenti così forti come allora. Toccare quella colonna e gli altri resti, vedere quel mare verde e spumeggiante, mi riempì di un tale sbalordimento che ancora oggi non mi so spiegare: mi sembrava di appartenere a quel posto al quale ero tornato dopo un tempo lunghissimo. Le emozioni che provai allora mi si rinnovano ancora adesso, se penso all’incredibile vicenda che si svolse in quei luoghi dove, un giorno del sesto secolo avanti Cristo, approdò Pitagora proveniente dall’isola di Samo, sua patria.

Pitagora era bello, alto di statura e con capelli fluenti al punto che veniva salutato come il chiomato di Samo. Aveva viaggiato in lungo e in largo ed era stato iniziato a tutti i misteri dai sapienti e sacerdoti fenici, egiziani, caldei, ebrei, greci e cretesi. Visse per lunghi anni in Egitto, dove apprese i geroglifici, l’astronomia e la geometria. L’esercito di Cambise, che conquistò l’Egitto, lo portò a Babilonia; in quella terra i Magi lo istruirono e Zarathustra fu suo maestro. Tornato a Samo non aveva abbastanza ascolto. Decise allora che sua patria sarebbe stata la città dove avrebbe trovato il maggior numero d’allievi. E a Crotone n’ebbe trecento, che vivevano insieme a lui coltivando la “filosofia “, cioè l’amore per la sapienza. Egli per primo coniò quel termine mettendo insieme filìa (amore) e sofìa (sapienza). E coniò anche “cosmo”, l’universo armonioso, la stessa parola “essere” e “tètrade”(7). Questa indica i primi quattro numeri che sommati danno la dècade: 1+2+3+4=10, la perfezione che racchiude tutto l’esistente, Dio e il mondo (8).
La sua massima preferita, con la quale indicava che tutto si basa su un rapporto di armonia, era:

Tutte le cose al numero consentono(9).

Sposò la bellissima Teano, una sua allieva, dalla quale ebbe dei figli. Il divino, come lo chiamavano i contemporanei convinti che fosse Apollo sotto sembianze umane, teneva lezioni agli allievi, che divideva in acusmatici e matematici. Gli acusmatici stavano fuori della tenda sotto la quale Pitagora insegnava, e potevano solo ascoltare. Dopo cinque anni, se erano ritenuti degni, diventavano matematici, entravano nella tenda e potevano rivolgergli domande. Pitagora suscitò ammirazione a Delo, dove offrì sacrifici solo sull’altare d’Apollo Genitore, l’unico non macchiato dal sangue di sacrifici che quel dio rifiutava, mentre accettava frumento, orzo e focacce.

Pitagora non si cibava di pesci che chiamava santi e un giorno:

“durante un viaggio da Sibari a Crotone, lungo la spiaggia si fermò presso dei pescatori che ritiravano le reti, e mentre veniva tirata su la nassa piena di pesce ancora sprofondata in mare, predisse la pesca che avrebbero fatto, indicando l’esatto numero dei pesci. Quelli promisero che se la sua previsione fosse stata esatta, avrebbero fatto qualsiasi cosa avesse ordinato; così egli chiese loro di contare esattamente i pesci e di lasciarli andare via ancora vivi…” (10).

Nel vangelo di Giovanni (21,3) invece si legge:

“Simon Pietro disse loro: “Vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Uscirono, salirono sulla barca e in quella notte non presero nulla. Sul far del giorno Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non sapevano che era Gesù. Disse loro Gesù: ”Ragazzi, non avete qualcosa da mangiare?”. Gli risposero: ” No”. Egli disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e ne troverete”. La gettarono e non erano più capaci di tirarla su, tanti erano i pesci… Appena scesi a terra, videro della brace con sopra pesci e pane. Disse loro Gesù: “Portate dei pesci che avete preso ora”. Salì Simon Pietro e trasse la rete a riva, piena di 153 grossi pesci. E sebbene fossero tanti, la rete non si ruppe. Disse loro Gesù: “Venite a fare colazione!”.

Riguardo ai pesci Pitagora e Gesù si comportavano all’opposto: è una contraddizione che ancora non sono riuscito a capire. Pitagora inoltre si teneva lontano da macellai, cacciatori e

“raccomandava di non cibarsi mai delle carni di un essere vivente, di non sacrificare agli dei animali, di non far loro in alcun modo del male […] Quanto a lui, visse proprio in questo modo, evitando di cibarsi degli animali e venerando gli altari sui quali non si facevano sacrifici cruenti, adoperandosi affinché anche gli altri non sopprimessero gli esseri viventi di natura simile alla nostra e d’altra parte ammansendo e ammaestrando le bestie selvatiche con le parole e gli atti, lungi dal maltrattarle infliggendo loro dei castighi (11). […] Ora Pitagora, nell’intento di inculcare appunto questo sentimento di familiarità negli uomini, ne favorì la comunione con gli animali, anch’essi parte del novero dei viventi, esortando a considerarli esseri familiari e amici, a non far loro alcun male, a non ucciderli e a non cibarsene. E così… riuscì ad avvicinare gli uomini agli animali -questi infatti sono costituiti degli stessi elementi e con noi sono compartecipi della vita- la quale è a tutti comune…questa consuetudine favorisce la pace. Infatti, una volta che ci si fosse assuefatti a odiare come illecita e contro natura la soppressione degli animali, si sarebbe reputato ancora più empio uccidere un uomo e non si sarebbero più fatte guerre. La guerra è direttrice e legislatrice di stragi, e da queste trae alimento e forza” (12).

Pitagora insegnava che gli animali sono nostri fratelli minori, che noi dobbiamo rispettare e proteggere. E al contrario, ogni violenza praticata dagli uomini contro gli animali si ritorce inevitabilmente contro gli uomini stessi. Egli legò in modo indissolubile questo Principio al suo famosissimo Teorema. Difatti, per ringraziare gli dei della scoperta del Teorema, offrì loro un bue… di pane. Con quel gesto Pitagora affermava che le scoperte scientifiche non creano progresso, se non procedono di pari passo con l’uscita dalla violenza.
All’epoca di Pitagora nelle colonie greche d’Italia si offrivano agli dei sacrifici di animali. I pitagorici, che in vesti bianche offrivano invece dolci fatti con farina e miele,

“rinunciavano perciò a compiere l’atto fondamentale della religione politica [il sacrificio cruento] della loro società e creavano così una religione nuova la cui caratteristica principale era di essere una religione di salvazione individuale” (13).

Ricordo, Gabriella, che una volta al mercatino di Soverato sei rimasta affascinata dai mostaccioli, i dolci di farina e miele fatti a forma di animali: cavallo, bue, capra, pecora, gallo pesce, maiale. I mostacciolari di Soriano Calabro ancora oggi vanno di paese in paese con le grandi casse di legno colme di quei dolci: sono gli ultimi pitagorici che continuano a portare, dopo venticinque secoli, il messaggio della nuova civiltà.

La fiducia di Pitagora in Dio era incrollabile:

“Bisogna attendersi tutto,
perché non c’è nulla in cui non si possa sperare;
tutto il dio può compiere
e non c’è nulla che non possa compiersi” (14).

Egli definì l’amico come un altro te stesso e l’amicizia uguaglianza armonica. Raccomandava la moderazione in ogni cosa, aveva in orrore l’ambizione, la gloria e la vittoria, che considerava indegna dell’uomo, perché fonte d’invidia e discordia: la vittoria sporca l’uomo. E’ esattamente l’opposto del mondo competitivo d’oggi. Un altro dei suoi precetti era: non mangiare il cuore, cioè non consumare l’anima con affanni e dolore (15).
La sua scuola ebbe un’influenza così straordinaria nelle leggi, nelle istituzioni, nelle scienze e nella filosofia, che i contemporanei per ammirazione chiamarono l’attuale Meridione d’Italia Magna Grecia, vale a dire Grande Grecia.
Lo stesso Platone, il filosofo di gran lunga più studiato al mondo, venne in Italia dove frequentò la scuola pitagorica. Il maestro era già morto da tempo, ma per nostra fortuna Platone si procurò i libri nei quali gli allievi avevano trascritto l’insegnamento orale di Pitagora, che continua così a vivere nei “Dialoghi” immortali di Platone.

29
Un pomeriggio andai da mia madre mentre tu stavi al mare. Lei diceva che le mie visite le davano un conforto straordinario. Quel pomeriggio notai che la luce dei suoi occhi non era la stessa. Le chiesi:
“Mamma, come state?”.
Lei rispose vagamente, ma qualcosa la turbava. Dopo minuti di silenzio, come se avesse preso una decisione, iniziò:
“Nel 1928 mia sorella Antonietta, la suora salesiana, aveva dodici anni e io uno di meno. Lei aveva bei capelli lunghi e per questo fu scelta a recitare la parte dell’Angelo Consolatore nella Pigliata, la sacra rappresentazione della cattura di Gesù, seguita dalla passione e morte. La Pigliata si recitava a Sant’Andrea con attori del posto, durava un giorno intero e vi assistevano migliaia di persone. Zia Antonietta, con i capelli sciolti e in tunica bianca, correva dall’estremità di Piazza Castello verso il Monte degli Ulivi, eretto all’altra estremità della piazza, dove Gesù sudava sangue; poi si fermava accanto a Gesù inginocchiato e gli diceva:

Divin Verbo Umanato,
I tuoi clamori ha tutti intesi il Genitore Eterno.
Perché dunque, Signor, stai così mesto?
Ei vuole che tu con fronte lieta il calice ne bevi!

Gli porgeva il calice della passione, che Gesù voleva evitare, e glielo faceva bere. Appena Gesù aveva bevuto, lei continuava:

L’Eterno Padre vuole che il Figlio suo Divin soffra la morte
Perché all’uomo del ciel s’apran le porte.
Ecco la croce: devi in essa morire! Sai che il mezzo
Per l’uomo ricomprar l’unico è questo!
Tu che pietoso ne acconsentisti ancor, vanne animoso!

Dava a Gesù una piccola croce di legno che portava nell’altra mano e lasciava il poveretto al suo crudele destino”.

Dopo settantacinque anni mia madre non aveva dimenticato una sola parola e le sue mani si serravano mentre ripeteva la condanna a morte emessa da Dio Padre: era una storia che la terrorizzava sempre. L’emozione dei ricordi l’aveva stancata e la conversazione era fiacca. Mi misi a sedere al fresco del balconcino per lasciarla riposare e guardai il mare dove soffiava una brezza di grecale che puliva l’orizzonte mostrando i contorni della costa fino a Crotone.
Un pensiero folle mi attraversò la mente, folle ma così chiaro che non mi lasciò più: il terrore di mia madre e la decadenza del Meridione avevano la stessa origine! Tutto era cominciato in Calabria, quando San Paolo era sbarcato a Reggio intorno al 60 dopo Cristo! I reggini stavano sfilando con una fiaccolata intorno al tempio di Diana Fascèlide e a San Paolo fu concesso di parlare per il tempo che durava acceso un mozzicone di candela posto su un tronco di colonna. Egli fece l’annuncio della salvezza, come scrive nelle sue epistole (Filippesi 2, 5-8; Efesini 1,3-7 e 5,2):

“Cristo si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha sopraelevato […] Benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo… In Lui, mediante il suo sangue, otteniamo la redenzione, il perdono dei peccati…Cristo vi ha amato e ha offerto se stesso per noi, oblazione e sacrificio di soave odore a Dio”.

Quando il mozzicone si consumò, la colonna mandò bagliori, permettendo all’apostolo di continuare il suo discorso. Così la Calabria custodiva le due colonne più importanti della storia, testimoni dello scontro tra due civiltà: quella di Crotone e quella conservata nel Duomo di Reggio. Purtroppo il Sud si era lasciato conquistare dalla religione di spietati pastori mediorientali e da allora aveva conosciuto una decadenza inarrestabile fino ad oggi. Nessuna politica, nessun governo potrà mai risolvere i mali del Meridione, che sono mali di religione, contro la quale nemmeno Cristo ha vinto. Il Sud paga a caro prezzo il tradimento del compito che il Dio dell’Italia gli aveva affidato: dare umanità al mondo.

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In una delle visite a mia madre, lei si lamentò di un arrossamento che il sudore le aveva provocato sotto il seno. Mi chiese di passarle la pomata per lenire il bruciore e mi ricordò che da neonato ero ingordo del suo latte. Ero lungo e magro, insaziabile, e ingoiavo tutta la “minna”, cioè la tetta, come nessun altro bambino. Con la garza la toccai sul punto arrossato, lei fece una smorfia di dolore e i suoi occhi si riempirono di paura. Era una reazione esagerata, ma io conoscevo bene quell’espressione di animale impaurito… tanti anni prima, quando i medici la preparavano per l’elettroshock nella clinica psichiatrica di Villa Nuccia a Catanzaro. I Padri Liguorini di Sant’Alfonso, con la loro vergognosa morale sul sesso, l’avevano quasi fatta impazzire… Anche io, nello stesso periodo, quando lei aveva quarant’anni e io diciotto, attraversavo gravi problemi di sesso. I preti del seminario me li avevano creati, ma erano incapaci di risolverli e mi mandarono dallo psichiatra dottor Nardone. Non voglio ripetere quella storia che ho raccontato ampiamente nel mio primo libro. Molti miei lettori mi hanno chiesto dove ho trovato il coraggio per scrivere quelle cose. Ricordo ancora quante volte ho strappato le pagine che avevo scritto per riscriverle e poi strapparle di nuovo.

Il viso impaurito di mia madre mi fece riflettere che il cristianesimo ci aveva portato non solo il sangue e la violenza, ma anche una morale sessuale perversa, da voyeur di pecore. L’harem del mondo arabo, dove le donne vivono a disposizione del maschio, deriva dall’ovile, che rinchiude le pecore per il montone. E ripensavo al tempo antico, quando a Crotone Pitagora insegnava sul sesso cose semplici, luminose, venate di ironia: coltivare i piaceri d’amore d’inverno e non d’estate; in autunno e primavera sono più leggeri, ma debilitano la salute. Agli allievi che gli chiedevano il permesso di accoppiarsi con una donna, domandava se erano stufi di star bene. Qualcuno chiese a sua moglie Teano in quanti giorni una donna diventasse pura dal contatto con un uomo e lei rispose:

“Dal contatto del proprio uomo, subito;
dal contatto di un altro, mai”.

Teano però ricordava anche alla donna che andava con il proprio uomo di deporre il pudore insieme alle vesti, ma di riprenderlo nel rivestirsi (16).
Se penso alle vittime dell’educazione sessuale cattolica degli ultimi duemila anni mi prende lo scoramento. Sono molte e molte di più di tutte le vittime passate a fil di spada o arse sul rogo. Per fortuna tu non conosci, Gabriella, il tenebrore dei chiostri e dei conventi, le pazzie, i suicidi, i complessi di colpa che hanno rovinato la cristianità con rancori e discordia fin dentro il letto coniugale. Nell’Africa devastata dall’aids, dove le persone muoiono come le mosche, questo papa ha avuto il coraggio di proibire i profilattici. In futuro un altro papa chiederà perdono per quest’ennesimo errore della Chiesa, e intanto l’uomo muore…

Le religioni non sono riuscite né riusciranno mai a dominare violenza e sesso, perché questa è una decisione che spetta solo all’uomo e alla sua libertà.
Ricordi cosa scriveva Pico della Mirandola nella “Dignità dell’uomo”? Abbiamo letto insieme quel brano quando frequentavi il liceo, ma dubito che lo ricordi: quel giorno eri troppo angustiata dai compiti di latino e matematica. Perciò adesso voglio riportare quella pagina, tra le più alte dell’umanità. Pico immagina Dio che, nel creare l’uomo

“…lo pose al centro dell’universo e così gli parlò:
Non ti ho assegnato, o Adamo, né una sede precisa né un aspetto particolare né una funzione speciale, affinché tu abbia e possegga la sede, l’aspetto e le funzioni che da te stesso sceglierai secondo il tuo desiderio e il tuo giudizio. Gli altri esseri hanno una natura definita e chiusa entro termini e leggi da me stabilite. Tu, non rinchiuso in stretti confini, secondo il tuo libero arbitrio, a cui ti ho rimesso, determinerai la tua natura. Ti ho posto al centro dell’universo affinché di lì tu scorga più agevolmente tutto ciò che nell’universo esiste. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, affinché ti foggi da te stesso la forma che preferisci, come un libero e nobile modellatore e foggiatore di te stesso. Potrai degenerare verso gli esseri inferiori, i bruti, o rigenerarti verso i superiori, i divini, a tuo esclusivo giudizio” (17).

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Durante la vacanza calabrese continuavo la mia doppia vita: il corpo nel presente, la mente in altri mondi che continuavo ad esplorare fin dall’infanzia. Mia madre l’aveva capito: io non ero come gli altri bambini, non m’interessavano i giochi e seguivo le voci che m’invitavano in paesi sconosciuti. Da lì è nata la mia incapacità di vivere il presente: sono staccato dalla realtà, che quasi sempre mi appare inaccettabile. A volte tu mi chiedi se sono triste, perché mi vedi assorto e pensieroso. Non è tristezza la mia, ma sforzo costante di creare, almeno dentro di me, uno spazio che mi lasci vivere. Nel mondo reale chi ti lascia vivere?

Una mattina al mare mi misi a guardare lo scoglio di Copanello e ricordai quando da giovane vi andavo di sera per vedere i polipi uscire dagli anfratti, zampettando sui molli tentacoli per tuffarsi in mare. Su quello scoglio sorgeva il Vivariense di Cassiodoro, che era nativo di Squillace e fu ministro del re barbaro Teodorico a Ravenna. Egli fece di tutto per metter d’accordo i goti con Roma e Costantinopoli, favorendo una civile convivenza. A settanta anni ebbe la fortuna di ritirarsi su quel promontorio per fondare il Vivariense, nel quale i monaci si dedicavano allo studio e alla copiatura dei libri antichi. Il Vivariense ebbe vita gloriosa ma breve: fu distrutto dai longobardi e i suoi codici sparsi per l’Europa.

Guardando dalla spiaggia verso l’altopiano della Sila, pensai alla visita fatta con te ai resti dell’abbazia di Gioacchino a San Giovanni in Fiore. Tu eri troppo giovane per capire l’importanza di quel personaggio che alla fine del medioevo aprì il cuore di tutti alla speranza. Egli scrisse cose d’ardire incredibile, proprio lui che era fondatore dell’ordine florense e gran commentatore della Bibbia. Con mente acutissima comprese che il vangelo stesso aveva un valore limitato nel tempo in quanto scritto secondo la cultura dominante: egli lo chiamò Vangelo Temporale. Invece il Vangelo Eterno che Gioacchino professava, sta nella comprensione profonda del messaggio di Gesù e va oltre le parole scritte.

Gioacchino vedeva lo svolgersi della storia del mondo in Tre Età, e riteneva che solo nella Terza Età l’umanità avrebbe avuto la presa di coscienza necessaria per la vittoria del bene sul male già su questa terra. Voglio proporti il suo celebre passo, tra i più importanti scritti da mano d’uomo, se di mano d’uomo si tratta o, non piuttosto, di mano divina. La Terza Età è quella dello Spirito Santo, che concluderà la prima Età del Padre e la seconda del Figlio(18):

“Tre sono dunque le Età del mondo che i simboli dei sacri testi ci prospettano.
La prima è quella in cui siamo vissuti sotto la legge; la seconda è quella in cui viviamo sotto la grazia; la terza, il cui avvento è prossimo, è quella in cui vivremo in una grazia più abbondante.
La prima si è svolta sotto il dominio della scienza, la seconda trascorre sotto quello della sapienza, la terza usufruirà della pienezza dell’intelletto.
La prima è trascorsa nella schiavitù, la seconda è caratterizzata da una servitù filiale, la terza si svolgerà all’insegna della libertà.
La prima è contraddistinta dai flagelli, la seconda dall’azione, la terza dalla contemplazione.
La prima è segnata dal timore, la seconda dalla fede, la terza dalla carità.
La prima è quella degli schiavi, la seconda dei figli, la terza degli amici.
La prima dei vecchi, la seconda dei giovani, la terza dei fanciulli. La prima è stata illuminata dalla luce delle stelle, la seconda da quella dell’aurora, nella terza splenderà il pieno giorno.
La prima corrisponde all’inverno, la seconda all’inizio della primavera, la terza all’estate.
La prima ha prodotto le ortiche, la seconda le rose, nella terza fioriranno i gigli.
La prima ha dato le erbe, la seconda le spighe, la terza darà il grano.
La prima l’acqua, la seconda il vino, la terza l’olio” (19).

Grano, vino, olio. Da re Italo a Gioacchino erano passati più di tremila anni, ma la radice della civiltà dell’Italia era ancora viva e tornava a fiorire sotto i pini della Sila.


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Queste mie riflessioni mi portarono a un altro calabrese, che non fu ritenuto eretico come Gioacchino, ma proclamato santo: san Francesco di Paola, che fece un numero sterminato di miracoli, resuscitando anche i morti. Questi miracoli sono giurati da testimoni oculari con nome e cognome di fronte a notaio o altra autorità e le testimonianze scritte sono giunte fino a noi.
Egli era di carattere allegro, anche se conduceva una vita di penitenza durissima, non toccò mai né carne né pesce e visse novantatré anni. San Francesco aveva un agnello, Martinello, che teneva per compagnia. Alcuni lo uccisero, lo mangiarono e buttarono i suoi ossicini in una fornace. San Francesco si recò alla fornace e chiamò Martinello che uscì vivo dal fuoco. A Napoli compì un uguale miracolo con i pesci fritti che il re Ferrante gli aveva mandato perché li mangiasse insieme ai suoi frati. Il santo li fece tornare in vita e li rimandò indietro al crudele sovrano, chiedendogli di ridare la libertà ai prigionieri come lui aveva ridato la vita ai pesci.
Prendeva i serpenti velenosi con le sue mani per metterli al sicuro, guariva gli animali ammalati come se fossero persone. Rimase celebre il primo miracolo dei pesci d’acqua dolce, che un uomo gli aveva portato in dono. I pesci erano infilati per la gola a un legaccio di resistenti fili d’erba e San Francesco disse:

“Guardate come abbiamo messo in prigione questi poveretti!”, li sfilzò uno a uno e li depose in una conca d’acqua, e improvvisamente essi cominciarono a giocare dentro l’acqua, ritornati in vita” (20).

Un altro gigante della Calabria fu Tommaso Campanella, che scontò trentatré anni di orribile prigione e s’inventò tutto il possibile, compresa la pazzia, per scampare alla morte: lui trentatré anni per non morire, Gesù trentatré per morire. Fu un martire della libertà di pensiero e devo anche a lui se oggi io posso scrivere liberamente. Campanella organizzò una rivoluzione che doveva liberare la Calabria dalla dominazione spagnola. La congiura fu scoperta e lui fu imprigionato e condannato a vita dall’Inquisizione “sine spe remissionis”, senza speranza di perdono, come aveva insistito personalmente il papa. Alla fine fu riabilitato, ma dovette rifugiarsi in Francia, accolto con tutti gli onori dal re Luigi XIII. Nel lunghissimo carcere Campanella compose poesie di sovrana bellezza e la “Città del Sole”, che gli fu suggerita dalla terra di Stilo dai molteplici orizzonti. Egli scrive che al sommo della Città del Sole sorge un tempio e al centro c’è un altare, dove i sacerdoti non offrono nessun sacrificio di animali, ma solo preghiere:

“…fatta orazione a Dio che riceva quel sacrificio nobile e voluntario umano non di bestie e involuntarie…” (21).

Campanella fu definito scrittore utopico, parola che indica il sogno che non si può realizzare in nessun luogo, dal greco “u-topos”. Bisognerebbe piuttosto definirlo pantopico poiché egli ha fatto tutto il possibile perché il sogno si realizzasse in ogni luogo, “pan-topos”. La pantopìa, non l’utopia, era la “mutazione universale”, il “rinnovamento di secoli” che doveva cominciare dalla Calabria. Io credo fermamente in questo e l’ ho anche scritto nella mia “Canzone del Sissizio” che cantavamo in pineta:

Non è sogno né illusione
Ma solenne profezia
Di Tommaso Campanella:
Dalla Calabria un mondo nuovo nascerà.

Anche le forze della natura di recente si sono ridestate sulle nostre spiagge. Dal mare di Riace sono emersi i due bronzi, portando un messaggio che ho compreso osservandoli nel museo di Reggio. La loro bellezza viene dall’essere privi degli strumenti della violenza: lancia, scudo, elmo. E a Crotone, dall’altra parte del golfo, sotto un masso è stata ritrovata pochi anni fa la corona aurea della dea Hera. Quella corona, che per bellezza è pari ai bronzi, è risorta per essere posta sul capo della nuova umanità. Cose grandiose accadono nel Golfo di Squillace, che chiamerò Golfo della Gloria, perché lungo le sue sponde da millenni brilla la luce della più grande civiltà. Questo voleva dire Elisabeth Jenkins, l’americana autrice del “Ritorno dell’Inka”, quando parlavamo delle poderose energie mentali concentrate in Calabria come in nessun altro posto. E insisteva che io scrivessi queste cose: la sua stella guida le diceva che erano molto importanti per l’umanità.

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Ferragosto era vicino e io diventavo nervoso per la tua partenza imminente per l’America. Avrei voluto impedirtelo per averti con me, ma come potevo? Eri così contenta della tua avventura americana, che non me la sentivo di guastare la festa della tua vita. Don Peppino aveva capito la mia pena e passeggiando sulla spiaggia mi aveva detto:
“Sei un grande padre, dài a tua figlia la libertà”.
Belle parole, e purtroppo anche vere. Come regalo d’addio pensai di portarti nel posto che più mi piaceva della Calabria, il monastero greco ortodosso di San Giovanni Theristìs. Lungo la litoranea ionica arrivammo a Monasterace e risalimmo la strada che porta a Stilo, nobilmente appollaiata ai piedi del Monte Consolino. Ti meravigliasti del posto sperduto sul crinale di due fiumare, Assi e Stilaro, che nell’asciuttura dell’estate portavano al mare solo il biancore dei loro ciottoli. Al termine della stradina di campagna giungemmo al piccolo monastero e alla basilica di San Giovanni, diroccata e con il tetto sfondato. Quella fabbrica in stile arabo-normanno era stata dimenticata per secoli, ricoperta di rovi e fichi selvatici, dimora di lucertole che sul granito scaldavano al sole la schiena verdastra. Pochi anni fa il papa aveva restituito quel rudere al Patriarcato di Costantinopoli, come gesto di buona volontà per appianare la disputa che da mille anni divide la chiesa greca da Roma.
Tra le rovine della chiesa vidi la figura alta e barbuta del monaco greco Kosmàs che è l’igùmeno, l’abate. Gli feci un cenno e venne verso di me facendo una metanìa, un profondo inchino per accogliermi, e mi apostrofò:
“Allora, chi aiuta la Calabria?”
Conoscevo quell’argomento che Kosmàs aveva già sollevato con me. Lui non poteva accettare che nessuno dei calabresi emigrati tornasse ad una terra così bella per aiutarla a risalire la china. Poi c’invitò a visitare la basilica facendoci da guida:
“La valle dello Stilaro era piena di eremi e conventi da quando l’invasione araba della Sicilia aveva scacciato i monaci greci che si rifugiarono in Calabria. La chiesa è dedicata a San Giovanni Theristìs che significa il mietitore, raffigurato nell’abside con la falce in pugno. Giovanni era figlio di una cristiana di Stilo, rapita durante un’incursione araba e condotta schiava a Palermo. Al figlio che le nacque, raccomandò di tornare nella terra di Stilo e farsi cristiano. E così fece Giovanni, che diventò monaco per dedicarsi ad una vita di lavoro e preghiera. I monaci greci erano vicini al mondo della campagna e condividevano la fatica degli umili. San Giovanni fu detto mietitore perché fece un miracolo per aiutare i contadini andati a mietere e sorpresi da un temporale estivo. Il santo monaco pregò, le spighe si raccolsero in covoni e il raccolto fu salvo”.

Ancora il grano, il pane. Non avevo più dubbi: il Dio dell’Italia si era destato dal suo divino letargo e stava reclamando la sua terra. I fatti erano sotto i miei occhi. Mi aveva rivendicato a sé al momento della mia nascita, passando davanti casa mia sotto forma di pane. Mi aveva strappato da giovane dalle mani dei preti, che continuavano ad offrire al Dio di Gerusalemme il sangue di Gesù. Ora mandava dalla Grecia i monaci del Monte Athos per riaprire il santuario abbandonato, a Lui, Dio del pane, il più caro.
Kosmàs mi prese in disparte, sedette all’ombra dell’albero a lato del monastero e mi parlò:
“La perdita della cultura meridionale è un lusso che il mondo non può permettersi. Le culture nordiche non hanno aiutato l’uomo. Cosa poteva venire dalla Germania, dove gli abitanti di Koenigsberg guardavano come un orologio il filosofo Kant perché usciva sempre alla stessa ora? Vuoi mettere Kant con Pitagora, il quale cominciava la giornata con il bagno in mare e la danza che conduceva suonando la lira e cantando peana, canzoni da lui composte! E cosa hanno dato i tedeschi alla Calabria? San Bruno, che ha latinizzato il Sud insieme ai normanni, che portarono il feudalesimo con conti e baroni! I normanni vennero rivestiti di armature di ferro qui dove Pitagora, per rispetto dell’agnello, non si vestiva di lana, ma di lino. Ed uccisero monaci greci come San Luca il Grammatico, arso vivo. Con il culto latino imposero il dominio del papa, che si considera vicario di Cristo e capo di tutta la chiesa, mentre, in effetti, è il successore degli imperatori romani. Per noi greci ortodossi qualunque vescovo con i suoi fedeli è perfetta chiesa di Cristo, re senza regno. Non parliamo poi della Spagna, che introdusse in questa terra l’Inquisizione e un fisco tanto rapace, che impose la tassa dell’asino, prima su chi aveva l’asino, e poi anche su chi non ce l’aveva…Il tesoro della cultura umana è qui, in questa terra. La cultura non vale se non c’è un cuore, un amore per la vita e per gli altri…Tornatene qui, trova una casetta in campagna dove ci sia una sorgente e ombra. Acqua e alberi sono molto importanti...”

Kosmàs si asciugava il sudore che gli imperlava la fronte e riavviava i lunghi capelli raccolti sulla nuca; la pesante tonaca nera non era adatta all’estate calabrese. Forse Kosmàs era un padre dioràtico, uno di quei monaci che avevano il dono della veggenza? Certamente io mi sentivo penetrato dal suo sguardo negli angoli più riposti del mio essere, nelle mie più segrete aspirazioni. Gli accennai a questa lettera che ti stavo scrivendo e alle inquietudini che gli argomenti trattati mi procuravano. I suoi occhi brillarono di interesse e disse:
“Avremo presto un altro scritto? Gloria a Dio, gloria a Dio! Sei inquieto, pensi anche di notte? Allora va tutto bene!”
Era già sera e sulla collina un barbagianni si preparava alla caccia notturna volando basso di ramo in ramo. L’igùmeno s’inchinò in un metanìa e ci lasciammo.

A casa, la sera, riflettevo a quanto aveva detto Kosmàs a proposito delle culture del Nord Europa e mi resi conto che la barbarie dei pastori mediorientali aveva arrecato più danni di quanti non avessi immaginato. Come la placca del continente africano, spingendo contro l’Europa, aveva innalzato le Alpi, così la cultura dell’agnello sgozzato, unendosi alla barbarie slava, aveva creato i gulag; incrociandosi con la tedesca, aveva generato i lager; con la normanna, i crociati e la ghigliottina; con la spagnola, l’Inquisizione e le stragi degli indios…Alla fine solo il Meridione d’Italia era rimasto fuori da queste orge collettive di sangue, così estranee alla sua indole. E’ vero, c’è al Sud una criminalità agguerrita. Però campi di sterminio e forni crematori da noi non sono mai esistiti. Il Dio dell’Italia vuole che la gente viva e che nei forni sia cotto il pane per nutrimento.

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Poi tu sei partita: ennesimo aeroporto, vuota la casa, i miei nervi a fior di pelle. Per occupare le serate e distrarmi, nulla mi era più propizio di un libro difficile: lo sforzo per la concentrazione mi aiutava a dimenticare. Così mi dedicai alla lettura della vita di San Tommaso D’Aquino, del quale amo le poesie come Lauda Sion, Pange Lingua, Ave Verum. Quelle poesie, in realtà inni liturgici, sono le composizioni latine più belle di tutta la cristianità.
Avevo preso quel libro su San Tommaso perché volevo capire come mai quelle poesie fossero potute uscire dalla stessa penna che aveva scritto tanta arida filosofia scolastica e teologia. Sembravano due persone diverse, un poeta mistico e un teologo in preda a raptus definitorio. Non c’è cosa che San Tommaso non abbia definito: Dio, la sua essenza, la Trinità, Cristo con le due nature umana e divina, l’eternità, il tempo, l’anima, i sensi, la sostanza, gli accidenti... Un definitore coltissimo, ma la definizione sempre cosa pericolosa é…
Proseguendo nella lettura della sua vita, appresi che San Tommaso, che era vegetariano, ogni mattina al termine della messa dettava su argomenti diversi a quattro frati scrittori, che stavano pronti ai suoi ordini: la scrittura a quei tempi era molto lenta. Ma un giorno San Tommaso li rimandò nelle loro celle e da allora non volle più che si scrivesse. Quel fatto provocò grande scalpore e tutti si affrettarono a chiedergli cosa fosse successo, se si sentiva bene o cos’altro: per l’amore di Dio, dicesse qualcosa! San Tommaso confidò che durante la messa gli erano state rivelate delle cose rispetto alle quali quanto aveva scritto fino allora era paglia: paleae sunt (22). Ed intendeva che era roba vile, come la paglia che va bruciata.
San Tommaso aveva capito l’inutilità e la pericolosità delle sue opere, ma i suoi confratelli domenicani non gli credettero e, invece di bruciarle, bruciarono gli eretici sulla base delle definizioni contenute nei suoi libri.

Un pomeriggio mi recai a Sant’Andrea per restituire il libro sulla vita di San Tommaso alla biblioteca dei Padri Liguorini. La porta del collegio era aperta, perché ormai erano rimasti solo un paio di sacerdoti che d’estate ospitavano turisti. Consegnai il libro e volli rivedere il dipinto sul muro del refettorio. Nel dipinto Gesù è seduto sotto una pergola tra i due discepoli di Emmaus, che dopo la risurrezione l’avevano pregato (Luca 24,13-39):

“Resta con noi perché si fa sera e il sole ormai tramonta”.

Gesù accettò l’invito: a tavola prese il pane, lo benedisse, lo spezzò, lo diede loro da mangiare e a quel gesto i discepoli lo riconobbero. Povero Gesù, non aveva fatto in tempo a risorgere che già aveva ripreso il cammino sulle strade pietrose della Palestina per rinnovare il miracolo dell’Ultima Cena: trasformare la carne in pane, offrendo all’uomo l’uscita dalla violenza. Non l’entrata nella violenza, che si avvera se il pane diventa carne. Per duemila anni forse nessuno ha capito il più grande miracolo della storia! Ma finalmente il sacrificio, chiamato divino mentre è diabolico, mostra una crepa e un giorno non lontano l’umanità capirà. Perciò quel refettorio è tanto dolce al mio cuore.

Cominciai a salutare gli amici e i conoscenti che incontravo. Erano i primi giorni di settembre e dovevo rientrare a Milano. Ogni saluto, un abbraccio con baci, anche tra uomini. Chi non conosce la delicatezza materna, la mitezza dei calabresi che hanno immeritata fama di feroci, non sa cosa è la dolcezza del vivere. Andai anche a portare dei fiori alla tomba di mio padre e, prima di uscire dal cimitero, m’imbattei nella foto di don Salvatore Bressi, posta ad altezza d’uomo sul suo loculo. Il sangue mi saltò nelle vene a quell’incontro inaspettato e mi venne quasi di scappare via, perché recentemente don Salvatore era venuto a trovarmi con messaggi inquietanti. Riuscii tuttavia a calmarmi e guardai fisso la sua foto che lo ritraeva giovane, la fossetta sul mento, lo sguardo sicuro e un poco ironico. Lo pregai di non tormentarmi più con le sue apparizioni inaspettate, per tutto il bene che mi aveva voluto e per tutte le messe che gli avevo servito. Se voleva aiutarmi, riposasse in pace e mi lasciasse in pace. Passai la mano sulla sua foto come in un addio definitivo e fu allora che mi ricordai!…del libro, il libro che mi aveva regalato quando ero tornato dalla Germania nel 1966! Quella volta don Salvatore mi aveva voluto vedere per chiedermi se veramente esistevano i lager nazisti, se li avevo visitati, se era vero che i tedeschi avevano fatto agli ebrei quelle brutte cose… Nel congedarmi mi aveva consegnato il Nuovo Testamento in greco e latino, ricordandomi che la violenza non guarda in faccia a nessuno e non risparmia nemmeno il Figlio di Dio…Adesso dalla foto don Salvatore parlava chiaro:
“Cerca quel libro, trovalo, leggilo!”

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Mi affrettai verso Soverato e mi misi alla ricerca del libro che temevo di aver perso durante qualche trasloco. Per l’impazienza tiravo giù intere file di libri dalla libreria e alla fine il volumetto mi apparve da dietro i vocabolari: la copertina marrone, la carta india sottilissima, il testo greco sulla sinistra e il latino sulla destra. Sulla sottocopertina c’era la poesia di mio pugno, che don Salvatore mi aveva dettato prima di consegnarmelo:

Tutto ci è stato dato,
nulla ci sarà tolto.
Quando il tempo, padre della vita,
solleverà il velo di carne
noi guarderemo ai terreni eventi
con cuore gioioso e occhi contenti (23).

Don Salvatore m’invitava a leggere il Nuovo Testamento? In latino ero ancora capace; ma cosa poteva rivelarmi il libro più studiato e letto del mondo? Ero perplesso, misi il libro sul comodino per dargli uno sguardo prima di addormentarmi e uscii a passeggiare sul lungomare. Rientrai a casa e mi misi a letto, l’ora più bella perché posso dedicarmi alla lettura nella calma assoluta. Aprii il libro poco convinto e lo sfogliai attraverso i quattro Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Epistole e infine l’Apocalisse. Mi venne in mente una discussione su questo argomento ai tempi del seminario di Catanzaro con il professore di latino e greco, Monsignor Caliò, che aveva concluso:
“Sono bravo in greco e in latino, ma di fronte all’Apocalisse mi arrendo come tutti: il mistero è impenetrabile. Mi consolo al pensiero che un giorno potrò chiedere a San Giovanni in paradiso: San Giova’, e non potevi scrivere chiaramente cosa intendevi dire, invece di farmi soffrire per tutta la vita?”
Stavo per richiudere il libro, quando in fondo alla prima pagina dell’Apocalisse lessi una nota a matita:

Ira dell’Agnello, vedi 6,16.

Balzai in piedi tanto che mi cadde il libro dalle mani, rovesciai la lampada dal comodino e per il movimento brusco mi venne una fitta di dolore alla schiena. Tanto valeva alzarmi e leggere con calma le poche pagine dell’Apocalisse che non avevo mai letto per intero. Era notte fonda quando terminai la lettura e quello che avevo capito era di una semplicità disarmante, ma che dico? addirittura allarmante…
Mi venne però il dubbio di aver preso un abbaglio: forse la mia conoscenza del latino era arrugginita e avevo capito male? Per prudenza ripresi la Bibbia in italiano che avevo portato a Gerusalemme e mi misi a rileggere con calma l’Apocalisse dall’inizio. Le sette chiese, la corte celeste, i cento e quarantaquattromila segnati, i cavalieri, le trombe, la donna e il dragone, la bestia che sale dal mare e quella che sale dalla terra, la guerra in cielo e sulla terra, le sette coppe, la grande meretrice, la rovina di Babilonia, Gog e Magog, Armaghedòn…Compresi che tutto questo era scritto allo scopo di nascondere il messaggio. Ma io non mi lasciai sviare: seguii unicamente l’agnello e lui mi svelò il mistero. Adesso, Gabriella, mi devi seguire bene.

C’è un libro chiuso che nessuno riesce ad aprire e a leggere. Vi riesce solo l’Agnello, che, come immolato, strappa i sette sigilli e ad ogni sigillo si manifesta sulla terra una forma di violenza. L’uccisione dell’Agnello sconvolge le regole fondamentali del creato. Le stelle precipitano sulla terra e tutta l’umanità implora dicendo alle montagne:

“Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla presenza di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, poiché è giunto il gran giorno della loro ira, e chi potrà resistere? ( 6, 16). ”

La salvezza è possibile e si verifica quando l’umanità esce dall’uccisione con il ribaltamento della cultura pastorale, al punto che l’uomo diventa agnello e l’agnello pastore:

“La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono e all’Agnello! […] poiché l’Agnello che sta in mezzo al trono, li pascerà e condurrà alle sorgenti di acqua viva; e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi (7,10 e 17).

Alla fine il grande cambiamento avviene quando la Gerusalemme celeste si sostituisce alla Gerusalemme terrena, il Tempio è scomparso e l’Agnello viene adorato vivo sul trono di Dio. Semplice come una favola per bambini (21, 9, 22, 24, 26, 27):

“Orsù, voglio mostrarti la fidanzata, la sposa dell’Agnello, la Città santa, Gerusalemme, discesa dal cielo…Ma tempio non vidi in essa: il Signore Dio, l’Onnipotente, insieme all’Agnello, è il suo tempio. E la città non ha bisogno della luce del sole o della luna: la gloria di Dio, infatti, la illumina e l’Agnello ne è la lampada.
E cammineranno le genti alla sua luce
e i re della terra a lei porteranno la loro gloria.
Le sue porte non si chiuderanno…
Entrerà soltanto chi sta scritto
Nel libro della vita dell’Agnello…

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Commovente era poi l’invocazione finale dell’Apocalisse rivolta a Gesù: vieni, vieni, vieni… Ma Gesù non era già venuto sulla terra? Perché i primi cristiani, come i cristiani d’oggi, invocavano un’altra sua venuta? Strano destino quello della Bibbia, pensai, non essere mai creduta. All’inizio Dio dà il protocomandamento e nessuno gli bada. Gesù parla del buon pastore, che non vende e non uccide le sue pecore, e nessuno lo ascolta. L’Apocalisse rinforza il comandamento di Dio e di Gesù, e tutti dicono che è un libro misterioso. Eppure la legge di Dio è chiara, semplice, senza ambiguità. E’ come la legge di gravità: se uno si butta dalla finestra o viene buttato contro la sua volontà, il risultato è identico. Se un popolo uccide, anche se moralmente giustificato dal bisogno di nutrirsi, commette in ogni caso una trasgressione della legge divina. Quel popolo creerà una religione che sarà strumento di punizione e non di salvezza: quella religione, fondata sul sangue, renderà all’uomo la morte che lui ha dato all’animale. L’Apocalisse altro non è che il Principio di Pitagora, espresso da una cultura pastorale arretrata rispetto allo splendore e al rigore matematico del filosofo di Crotone.

Avevo gli occhi stanchi per il molto leggere e l’aurora si annunciava sul Golfo della Gloria. Mi alzai per riporre i libri nello scaffale quando notai che dal Nuovo Testamento usciva un pezzetto di carta sottile, messa alla fine del volume. Presi tra le dita la strisciolina ingiallita sulla quale don Salvatore aveva vergato tanti anni prima queste parole:

PESCE in greco è ICHTUS le cui iniziali danno:

IESUS CHRISTOS THEOU UIOS SOTER

GESU’ CRISTO, FIGLIO DI DIO, SALVATORE

Don Salvatore mi aveva fatto un ultimo dono. Finalmente capivo che Pitagora che salva i pesci e Gesù, raffigurato dai primi cristiani come pesce, esprimevano lo stesso bisogno di uscire dalla violenza. Gli apostoli non potevano fare a meno del pesce, come i pastori non potevano fare a meno dell’agnello. Gesù, per fare argine contro la violenza, si era fatto vittima, ma è sempre Lui, Agnello, Pesce, Figlio dell’Uomo, Figlio di Dio. Egli ha detto: ama il prossimo tuo come te stesso. Duemila anni di storia dimostrano che questo comandamento non funziona se il prossimo non è quello pitagorico: l’uomo insieme all’animale. Sembra una distinzione di poco conto, e invece è gravida di tragiche conseguenze: nessuno mai è stato ucciso nel nome di Pitagora, mentre nel nome di Cristo sono stati assassinati milioni di persone.

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Era il primo giorno di settembre e dovevo pensare al mio rientro a Milano. Andai a visitare mia madre e le dedicai tutto il pomeriggio. Non le avevo ancora detto che dovevo partire, ma fu la prima cosa che lei mi disse, appena mi guardò con il suo occhio indagatore:
“Sei venuto a salutarmi perché parti per Milano. Qui da noi però sei più contento.”
“E voi come fate a saperlo?” la stuzzicai.
“Io ti capisco: devi avere forza e pazienza !”
Uscii sul balconcino della sua camera e, mentre stavo lì fuori, lei disse:
“ Non si fa più il grano a Stravì!”
Parlava della collina argillosa in marina che veniva coltivata a grano prima dell’abbandono della campagna. Quella località prendeva nome dal trovarsi verso il mare, al di fuori della via consolare romana: extra viam. I ricordi la riportavano a molti anni fa, quando gli steli verdi del grano ondeggiavano al vento di primavera scoprendo papaveri e fiordalisi. Poi aggiunse:
“ Non potei finire le elementari, alla quarta dovetti smettere, mentre il mio più grande desiderio era studiare. L’insegnante di quarta ci fece imparare a memoria la Novellina del Grano. Faceva così:

Un giorno un chiccolino
giocava a nascondino,
nessuno lo cercò
ed ei s’addormentò.

Dormì sotto la neve
un sogno lungo e greve
infine si svegliò
e pianta diventò.

La pianta era sottile
flessibile e gentile,
la spiga mise fuor
d’un esile color.

Il sole la baciava,
il vento la cullava,
di chicchi allor s’empì
pel pane d’ogni dì.

Ti ricordi come era bello il grano che portavo al mulino? Come era bello il pane che impastavamo assieme? Adesso…”
E fece un gesto d’impotenza con le mani, diventate piccole e raggrinzite, lasciandole cadere stanche sul lenzuolo. L’emozione dei ricordi, e il pensiero che forse non l’avrei più rivista viva, mi fecero salire il groppo alla gola. La baciai sulla fronte, come una bambina, e la lasciai nel suo letto. Uscito dalla stanza, stetti ancora accanto alla porta per qualche istante, come facevo sempre, per sentire se mi richiamava per le medicine o l’acqua minerale. Il suo mondo era diventato così piccolo, ma lei non riusciva più a raggiungerlo. Ed invece sentii la sua voce, non limpida come una volta, ma stanca e ansimante canticchiare:

“Ooooh! Noi con le spighe d’oro
farem l’ostia d’amor.”

Cantava quella canzone per liberarmi dal malefico sortilegio con il quale, senza volere, mi aveva legato al Dio di Gerusalemme quando nacqui. La Novellina del Grano era il viatico che mi dava, e con il canto delle spighe e dell’ostia d’amore mi consacrava per sempre al Dio della nostra Italia.

Lasciai la Villa della Fraternità e mi fermai a guardare le casette che costeggiano la strada all’uscita del paese verso la montagna. Erano le casette di Niforìo e Tralò dove una volta si conservavano le botti con il vino e si svolgevano memorabili bevute. Le colline del paese erano coltivate a vigna, che dava poca uva di profumo e squisitezza senza pari: grecànica, nigrellone, inzòlia, zibibbo. Erano antichi vitigni temprati a resistere a tempeste e infestazioni e, anno dopo anno, davano il frutto tanto sudato. Nonno Bruno accompagnava le donne e noi bambini a Tralò per raccogliere l’uva e badava che qualche vite, indietro nella maturazione, fosse risparmiata per essere colta a Natale. Poi preparava nel gran piatto comune l’insalata di pomodori che si mangiava con le forchette fatte di canna. Le donne portavano sulla testa le sporte colme al palmento, dove io ero ammesso tra gli adulti a schiacciare l’uva con i piedi. Il mosto scorreva rosseggiando e si ripeteva il miracolo del sangue di Cristo, che umilmente si preparava a diventare vino per dare conforto agli uomini nella fatica del vivere.

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Il giorno dopo pennacchi di fumo si levarono dalla montagna alle spalle di Sant’Andrea. Partivano dal corso del fiume Alaca e presto si congiunsero con l’incendio che era stato appiccato lungo il Saluro, l’altro fiume che delimita a sud il paese. Chi aveva avuto l’ardire di provocare quest’ultimo incendio dopo quello che aveva mandato in cenere la pineta? Rimasi a guardare nella notte i sinistri bagliori e ricordai le parole dell’immenso Eraclito, che ammoniva:

“ Bisogna spegnere la violenza piuttosto che l’incendio” (24).

Il pomeriggio del quattro settembre uno strano fenomeno apparve nel cielo. Mi trovavo a Soverato e vidi due formazioni di nuvole bianche, simili a due enormi brioches rovesciate di dimensioni uguali, alte forse duemila metri e distanti tra loro circa un chilometro: una stava immobile sulla piazza, l’altra sul mare. Più volte guardai per vedere se cambiavano forma, ma erano sempre uguali e nello stesso punto. A sera, da rosa si trasformarono in grigio, poi in cinereo, e nella notte scomparvero. Cosa annunciavano le due nuvole? Rimandavo la partenza d’ora in ora, come se un altro avvenimento mi fosse riservato in quell’estate già così piena, e difatti due giorni dopo cominciò a piovere. E piovve come mai avevo visto in nessuna parte del mondo. Era come se il mare si fosse sollevato per precipitare sulla terra. Al terzo giorno di pioggia ossessiva montagne e colline smottarono, alberi giganteschi furono trascinati a valle, macigni enormi furono spinti dalla furia dell’acqua lungo il letto dei fiumi insieme a cinghiali e serpenti. E nella notte il vicino campeggio fu travolto e una diecina di persone morirono. Al termine di quel diluvio rientrai a Milano: era finita un’estate per nulla riposante.

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L’autunno milanese si annuncia con brume che mi hanno sempre procurato malinconia e depressione. Ma in quest’autunno di fine millennio non ho tempo per la tristezza: sento che per me è tempo di mutamento. Ed è anche tempo di mucche pazze, che la televisione mostra nelle stalle con i grandi occhi neri, dentro i quali si riflette l’inferno che è questo mondo. Le povere mucche non hanno fatto nulla di male, ma saranno sterminate a centinaia di migliaia, a milioni in tutta Europa, solo perché ammalate. Nessuno alza la voce in loro difesa: i politici, anzi, si fanno vedere mentre mangiano carne per tranquillizzare la gente. Ormai cibarmi di animali mi ripugna: ho smesso di mangiare carne e pesce e mai più lo farò. Nessun animale dovrà morire per me, e sono in pace con la natura, che ci ha dotato di denti e apparato digerente da vegetariani. Mi pento di aver mangiato finora creature viventi:

Agnello di Dio, vittima della violenza del mondo, perdonami!
Pesce di Dio, vittima della violenza del mondo, perdonami!
Mucca Pazza di Dio, vittima della violenza del mondo, perdonami!

Una volta a Berlino visitai il macello dove Hitler fece sgozzare i suoi attentatori appendendoli ai ganci degli animali. Una voce che viene da lontano, ma chiara e percepibile, mi dice che un giorno i bambini delle scuole saranno portati a visitare i macelli, come noi oggi visitiamo i lager di sterminio. Gli abitanti del pianeta allora avranno capito l’orrore dell’uccisione. Verrà quel giorno, verrà. Non è un sogno, o piuttosto, è un sogno aristotelico. Ad Aristotele “fu chiesto cosa sia la speranza e la sua risposta fu:
Sogno di un uomo sveglio” (25).

Il filosofo voleva significare che la speranza deve essere ideata, costruita e realizzata da persone che si applicano con intelligenza e determinazione. Il sogno da solo non si realizzerà mai. Il volo umano fu per millenni ritenuto impossibile e Icaro fu la più illustre vittima. Poi l’uomo si adoperò in tanti modi alla realizzazione di quel sogno e oggi siamo arrivati sulla luna.

Per questo io vado ideando e progettando un centro di studio della violenza umana. Il rispetto della vita degli animali e degli uomini è la base, ma da solo non è sufficiente. La violenza è un male antichissimo che ha proliferato in tutte le forme culturali, religiose, sociali, familiari, produttive, militari, comportamentali, sessuali. L’elenco è inesauribile. Oggi abbiamo la possibilità di studiare tutto, dalle ali delle farfalle alle galassie. Eppure non c’è un CENTRO MONDIALE ANTIVIOLENZA, un’università planetaria che si dedichi unicamente allo studio e al coordinamento degli studi sulla violenza. Senza vergogna e senza pregiudizi, in quel centro si guarderà in faccia alla violenza, e si scopriranno le alleanze con le quali esercita il suo dominio con costi umani ed economici insopportabili. Metto questo messaggio dentro una bottiglia e l’affido al mare della vita. Su una spiaggia qualcuno lo raccoglierà.


40
Cara, carissima Gabriella, è l’ultima domenica di novembre, il periodo più corto e buio dell’anno. Ho una mattinata libera e mi reco in Piazza Duomo. Entro nel Duomo, dove si svolge una funzione, e la bellezza lancinante dell’Ave Verum, testo di San Tommaso e musica di Mozart, pervade le navate. Mi commuovo quando il canto arriva al fianco perforato di Gesù dal quale uscì acqua e sangue:

« Cuius latus perforatum
fluxit aquam et sanguinem ».

Rifletto che il meglio dell’ingegno e dell’arte umana, poesia, musica, pittura, scultura, architettura, ruota attorno all’uccisione, all’altare, orrenda pietra sacrificale. Lascio il Duomo e me ne vado a passeggiare lungo il canale della Muzza, che da Cassano d’Adda attraversa la campagna lombarda fino a Melegnano. Tante volte ho passeggiato sul suo argine silenzioso con te e i nostri amici che ho finito per affezionarmi a questa pianura punteggiata da borghi e cascine.
Sono solo e posso pensare a questa strana lettera che mi è venuta dal profondo del cuore. Certo, scrivo a te, ma scrivo per tutta l’umanità. Cammino lentamente mentre si alza una leggera nebbia e, come per contrasto alla luce della Calabria, ricordo un giorno di settembre del 1997, quando insieme andammo in treno da Soverato a Reggio Calabria. Per te era la prima volta, io conoscevo bene quella costa da quando andavo all’Università di Messina. Ci accolse Maria, che da ragazza era stata mia vicina di casa a Sant’Andrea, dove suo padre, il maresciallo Crupi, comandava la caserma dei carabinieri. Maria aveva letto il mio “Ritorno in Calabria” e aveva organizzato una serata letteraria nell’Aula Magna del Conservatorio di Reggio.
Nel dibattito mi fu chiesto come mai mettevo in discussione il sangue di Cristo e sostenevo che dalla Calabria sarebbe venuta la nuova civiltà del mondo. Quella sera tu eri proprio come l’angelo di un’annunciazione rinascimentale, bello e timoroso. Adesso comprendo l’importanza storica di quel dibattito nel quale potei confermare il mio pensiero: il mondo ha conosciuto una nuova barbarie da quando, proprio a Reggio, San Paolo aveva pronunciato il famoso discorso accanto alla colonna. L’idea del Padre che esige il sangue del Figlio era causa del proliferare della violenza: il cristiano subiva un trauma da quell’idea mostruosa ed era fatalmente destinato a diventare violento.

La nebbia intanto si è diradata e scorgo in lontananza le cime della Grigna e del Resegone spruzzate di neve. Mentre l’acqua del canale scorre placida, prendo chiara coscienza della mia vita, che finora mi appariva tortuosa e incomprensibile. Oggi invece mi rendo conto che ho sempre speso le mie migliori energie per capire il mistero della violenza, e finalmente intravedo la seconda venuta di Gesù, quella venuta che tutto il mondo attende. Ecco, Gesù ritorna non con il corpo, ma nello splendore della cultura italica, magnogreca, meridionale. Viene per ridare l’onore al Padre, per asciugare il sangue dagli altari, viene a togliere il coltello ai carnefici e invitare tutte le vittime a ribellarsi per vivere in armonia con il creato.

Dai tempi della distruzione di Gerusalemme gli ebrei si recarono sempre in Calabria, a Santa Maria del Cedro, per raccogliere il frutto che usano nella Festa delle Capanne insieme a un ramo di mirto, di salice e di palma. Per gli ebrei il frutto del cedro simboleggia il cuore e ritengono che l’albero calabrese sia di razza antichissima e purissima, mai contaminata da innesti. Questa tradizione raffigura il cuore diverso, più buono e umano, della nostra antica civiltà, l’unica capace di far progredire il mondo.
Penso ai milioni di ebrei uccisi e mi prende una grandissima pietà. Chissà quante madri, quanti bambini, quanti vecchi, nell’istante di morire hanno sperato che quell’orrore non si ripetesse mai più. E penso anche ai ragazzi e alle ragazze israeliane in divisa militare che ho visto dappertutto durante la mia visita. Visi belli, abbronzati, che si aprivano alla vita, schiacciati già a vent’anni da una situazione insostenibile. Agli ebrei io voglio dire: il Messia che attendete da millenni è lo Spirito che soffia dalla Terra del Cedro! Dimenticate il Tempio!

E tu, Gabriella, torna. Ce ne andremo in Calabria, costruiremo una casetta in campagna dove potrai tenere gli animali che ami tanto. Avremo anche un forno. Io so come si fa il pane e Celestina ci darà l’antico lievito. Lo impasteremo insieme e gli daremo forma di agnello, di bue, di maialino, di pesce. Quando sarà ben lievitato, lo inforneremo e poi lo regaleremo. E sarà il giorno della pace, il nostro giorno. Né saremo soli: sono molti gli amici che mangeranno quel pane.

Ho finito e mi sembra un sogno: attraverso l’inferno della violenza umana ti ho condotto per mano alle porte della nuova Civiltà Sissiziale.
Ti abbraccio forte,
tuo padre.

P.S.

Cara Gabriella,
erano circa le tre del pomeriggio dell’11 settembre quando la segretaria entrò nella mia stanza con la copia finale di questa lettera che avevo terminato il giorno prima. Mi porse la copia, mi guardò smarrita e disse:
“Venga a vedere la televisione, hanno attaccato le Torri Gemelle a New York…”
E così vidi anch’io. E il cuore mi si strinse pensando a te che stavi in America. Ma non ero sorpreso più di tanto. Da una ventina d’anni io sapevo che quelle torri sarebbero state abbattute. Me lo aveva predetto il mio amico Fred Gangemi, zio Fred, come lo chiamavi tu, quello che ti regalò il grande orso di stoffa.
Avevo conosciuto Fred quando lavoravo in Costa Smeralda dove veniva in vacanza. Fred, morto una diecina di anni fa, era nato in America da emigrati calabresi ed era chirurgo. Diventammo amici e andai a trovarlo negli Stati Uniti alla fine degli anni settanta. Lui amava la compagnia e mi portava all’Hotel Plaza di New York per bere e chiacchierare. Una sera lasciammo il Plaza e, invece di tornare a casa sua nel New Jersey, mi condusse in macchina fin sotto le Torri Gemelle invitandomi a salire per visitarle. Non avevo voglia di farlo perché c’ero già stato, ma lui insisteva e io gli dissi:
“Perché insisti tanto? Andiamo piuttosto a casa dove ci aspettano per cena.”
Improvvisamente Fred diventò triste e disse:
“Un giorno abbatteranno queste torri…”
Pensai che avesse bevuto troppo whisky al Plaza e gli domandai:
“Chi dovrebbe abbatterle e perché?”
Egli scosse ripetutamente la testa e terminò:
“Sì, saranno abbattute e sarà una grande desolazione…”

1
Quell’11 settembre mi affannai al telefono alla ricerca di parenti e amici che abitano nell’area di New York e venni così a sapere di Adriana. Lei lavorava in banca alla Prima Torre, 102° piano, e quel giorno avrebbe dovuto essere in ferie. Ma la sera del 10 settembre telefonò per spostare il giorno di ferie dall’11 ai primi di novembre. Dalla banca le risposero che erano d’accordo…
Di Adriana non è rimasto nulla, annientata dalla spaventosa vampata che tutti abbiamo visto. Aveva 31 anni e lascia il marito con due bambini piccoli. Penso all’inconsolabile sua madre, Caterina, che ricordo quando emigrò, bellissima ragazza, da Sant’Andrea in America. Nonna Carmela era stata sua madrina di cresima.

2
Tutto potevo immaginare, meno che avrei aggiunto altre pagine a questa lettera. Di fronte all’enormità di quanto è successo, questo scritto mi appariva come l’esercizio di un inguaribile sognatore. E ho lasciato perdere fino alla mattina del 24 gennaio 2002, quando vidi in televisione il papa che, ad Assisi, pregava per la pace insieme ai rappresentanti delle religioni mondiali. Ammirai la grandiosa scenografia, i gesti solenni, gli abiti sgargianti di oriente e occidente. Ascoltai anche gli appelli per la pace nel mondo. Il papa la invocava nel nome di Gesù che, con il suo sangue redentore, aveva bagnato la croce, albero della vita …
A quel punto un meccanismo scattò dentro di me. Rividi il viso triste di Fred e compresi che proprio questa lettera è lo strumento indispensabile per spiegare a fondo l’attentato di New York. Per vie misteriose Fred mi aveva preparato e sensibilizzato a questo tragico avvenimento.
Difatti l’ira dell’agnello sta esplodendo perché nulla è cambiato da quando il pastore Abramo ha alzato la mano armata di pugnale sul figlio Isacco-Ismaele: quel gesto ben rappresenta il Medio Oriente che ha generato una cultura di sangue e di morte, una voglia di uccidere irrefrenabile.
Come il bimbo che vede per la prima volta il mare, mai lo dimenticherà e sognerà di tornarvi, così il figlio del pastore, che assiste all’uccisione di agnelli, finirà per desiderare morte e sgozzamento.
E’ sempre il sangue all’origine delle tre religioni abramitiche, l’ebraica, la cristiana e la musulmana. Dicono siano tre, e invece è la stessa religione, furba e disumana, la quale pretende che il colpevole si salvi con la morte dell’innocente!

3
Nella vicenda dei terroristi islamici c’è poi un particolare che all’inizio mi sembrava una stranezza e del quale ora comprendo l’importanza: i terroristi vanno incontro alla morte con molte paia di …mutande. Difatti loro credono che, appena morti, compariranno davanti ad Allah, e così si coprono i genitali, quanto più è possibile, per la vergogna!
Ed ho collegato questo episodio ad Adamo ed Eva, dipinti da Masaccio nella Chiesa del Carmine a Firenze. Un angelo con la spada di fuoco li scaccia nudi dal paradiso terrestre, mentre per la vergogna si coprono i genitali con le mani. Sui loro visi Masaccio ha dipinto a forti pennellate l’angoscia sessuale che avrebbe attraversato i secoli devastando persone, famiglie e società.
In effetti dal Medio Oriente ci è giunta, insieme alla religione dell’agnello sgozzato, la pericolosissima angoscia sessuale. Prova ne è che i martiri islamici, nei giardini del loro paradiso, ogni notte ricevono in premio molte giovani vergini.

4
Da quando sulle sponde del Mediterraneo sono apparse croci e scimitarre è stato un mattatoio e un decadere inarrestabile. Al tempo dei greci, non era così: loro seppero vedere l’uomo. Non lo videro gli assiri, che lo coprirono di manti; non gli ebrei, che nemmeno lo raffigurarono; non gli egiziani, che lo adornarono di vesti e copricapi.
Solo i greci lo videro così come egli era, nudo: ed era bellissimo. Le statue greche esprimono armonia e bellezza, mai angoscia o vergogna. I greci poterono vedere l’essere umano nudo perché la serenità abitava dentro la loro anima, nel supremo equilibrio della loro cultura, nella luminosità del loro pensiero.
Tra la nudità della Venere di Milo e il velo della donna islamica ci sono secoli e secoli di arretratezza.

5
Sulla stampa si fa un gran scrivere su violenza e nonviolenza e, come campioni di nonviolenza, vengono citati Gesù e Gandhi.
Cosa è la nonviolenza? E’ un modo di rifiutare la violenza, ma è anche un modo di subirla: Gesù e Gandhi sono diventati sue vittime. La nonviolenza accetta alla fin fine il ruolo di vittima e di martire; ha un lato passivo, oscuro, una voglia di morte che unisce il carnefice alla vittima. Ma nessuna vittima ha mai portato né mai porterà vero aiuto, salvezza o progresso all’umanità.
L’antiviolenza, invece, che io vado proponendo, rifiuta totalmente questi due ruoli poiché violenza data e violenza subita sempre violenza è. Invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia… Se c’è una vittima ci sarà sempre un carnefice.
L’antiviolenza è un atteggiamento attivo per studiare, capire e sradicare il più antico e diffuso male del mondo; è il rifiuto sia di dare che di subire violenza, da qualunque parte venga.

6
Durante l’incontro del 24 gennaio la televisione ha mostrato, accanto al papa, il cardinale Martini, la guida del nostro pellegrinaggio a Gerusalemme. L’albergo nel quale ho soggiornato a Betlemme, dove il Cardinale tenne il raduno per l’unità dei cristiani, non esiste più: gli israeliani l’hanno abbattuto a cannonate.
Mentre guardo lo svolgimento del rito religioso una voce misteriosa mi suggerisce che in verità ad Assisi si sta celebrando il funerale delle religioni. E non è un caso che questo funerale si celebri dove visse Francesco che bruciò d’amore per tutte le creature: gli uccelli, i pesci, il lupo e l’uomo che le religioni invece hanno massacrato.
Le religioni muoiono perché hanno esaurito il loro compito storico: la scoperta della violenza e del sesso, che però non sanno risolvere. Difatti le religioni continuano ad insegnare che bisogna subire la violenza e reprimere il sesso. E l’uomo quando vive?
Le religioni non riescono a canalizzare i tremendi miscugli di violenza e sesso represso che poi esplodono con personaggi come Mussolini, Hitler, Stalin, Pol Pot, Milosevic e Bin Laden, per citare solo i più vicini a noi.
E sfortunatamente sono in molti a seguire questi carnefici della storia perché grande è il numero di persone tanto scontente che preferiscono la morte alla vita.

7
Ho visto recentemente alcune immagini riprese dai grandi telescopi che mostrano ammassi stellari di inaudita bellezza ai confini dello spazio e del tempo. All’universo, il cosmo esterno, corrisponde quello che io chiamerei il cosmo interno, cioè l’anima umana, ancora più vasta e misteriosa: nessuno forse troverà i suoi confini.
Come l’uomo ha iniziato l‘esplorazione sistematica dello spazio, così dovrebbe cominciare ad indagare seriamente i misteri della sua anima: da lì, non dall’astronomia, verranno le più strabilianti scoperte.

8
Per attuare questo cambiamento mi sono deciso a fondare una religione-nonreligione, basata sulla fiducia, non sulla fede; che non ha dogmi né credo; non fa distinzione di sesso, razza o lingua; non ha chiese né sacerdoti e rifiuta le conversioni. Io sono nato e cresciuto cattolico e del cattolicesimo ho vissuto sulla mia pelle contraddizioni e storture inaccettabili, presenti del resto in tutte le religioni. Non rinnego le mie origini; anzi, proprio partendo da quelle mi evolvo e vado verso un orizzonte più sereno, la RELIGIONE UMANA.
Chi si rispecchia nella Religione Umana si ispira a tre principi.

9
Primo Principio: Armonia.
Armonia è il riequilibrio dell’uomo con la natura. Disarmonia è ogni forma di violenza, come la proliferazione incontrollata delle nascite, l’abuso della Terra, la produzione e l’uso delle armi, la concentrazione abnorme delle ricchezze. Armonia è proteggere l’animale, mai ucciderlo. Se non uccidi e non mangi l’animale, come potrai uccidere l’uomo, spargere il suo sangue?
E’ giunto il tempo di schiodare Gesù dal patibolo, curare le sue ferite, fare una mensa con il legno della croce e invitare Gesù a convivio con noi.

10
Secondo Principio: Pacificazione.
Il cosmo esterno ha spazi immensi che però sono vuoti di emozioni. Unicamente nel cuore dell’uomo si verificano quelle miracolose increspature quali l’amore, la felicità, il dolore, l’ansia, la paura, l’angoscia, la speranza, la disperazione, la beatitudine: le emozioni appunto, che sono i fiori dell’universo.
E grande dispensatore di emozioni è proprio la sessualità, che finora è stata demonizzata, o vissuta solo come strumento di procreazione, o praticata in modo sconveniente.
Pacificare la persona umana vuol dire scoprire le formidabili emozioni vitali che devono poter fluire liberamente, non rimanere bloccate dai tabù.

11
Terzo Principio: Luce.
Luce significa favorire l’avvento di un’umanità più spirituale che avanzi verso nuovi spazi di coscienza e conoscenza per abbracciare tutto l’esistente. Allora non più Dio, chiunque sia, dirà all’uomo quello che deve fare; non più l’uomo, chiunque sia, dovrà chiedere a Dio quanto non ha.
Dio prenderà sempre più umana carne e l’uomo diventerà sempre più di natura divina. Uno stesso destino accomuna Dio e uomo: conoscersi e fondersi.

12
Sono andato in Calabria a trovare nonna Carmela ai primi di gennaio. E’ più debole e affaticata e non mi ha parlato molto come in estate. Un pomeriggio, forse ripensando alla sua vita tormentata, mi ha detto:
“A me mi hanno rovinato i preti”.
Quando sono andato a salutarla prima di partire mi ha recitato ansimando:

“Se vuoi vedere Iddio
guardalo in ogni oggetto
cercalo nel tuo petto
lo troverai in te”.

13
Gli antichi coloni portarono dalla Grecia la vite, il fico, l’ulivo e, più preziosa tra tutte, la pianta della… umanità. All’ombra di quella pianta si formarono i monaci Leonzio Pilato e Barlaam che dalla Calabria si recarono a Firenze nel Milletrecento. Lì insegnarono lingua e cultura greca, dimenticate nel resto d’Europa, ebbero per allievi Boccaccio e Petrarca, e diedero l’avvio all’Umanesimo che trionfò nel Rinascimento. Quella pianta, ancora viva da noi, nel terzo millennio si diffonderà e umanizzerà questo mondo disumano.
La mia non è una vana speranza, ma un futuro al quale dedicherò i miei anni a venire. Pensavo di essere il solo a credere in questo. Ma, riflettendo, ho concluso che siamo almeno in due. Io e l’immenso Eraclito che dall’antica Grecia esorta:

L’insperabile è arduo da comprendere
e non c’è strada che vi conduca:
se non speri l’insperabile,
non lo scoprirai mai (26).

14
Il futuro che io spero forse è già cominciato e avanza più veloce di quanto non si possa pensare. Alcuni amici di Badolato mi hanno invitato a tenere un sissizio nella loro bella campagna e lì annuncerò la Religione Umana.
Per quel sissizio farò cuocere un bue di pane che divideremo e mangeremo. Porterò un agnello, lo dichiarerò intoccabile e non permetterò che sia mai ucciso.
Non dubito, cara Gabriella, che tu sarai presente.













Note
I numeri delle note, nel testo tra parentesi, richiamano i brani riportati da una delle 16 fonti della Bibliografia Essenziale della pagina che segue. Per es.: 1 richiama la fonte 15, e cioè Mongiardo…Ritorno in Calabria…pagina 26.

Nota n° Fonte n° Pagina n°
1 15 26
2 15 117
3 7 35 par.28
4 11 277
5 4 243 e segg.
6 1 240 e segg.
7 5 319
8 8 23
9 5 319
10 5 157
11 5 253
12 5 347
13 13 392 e 394
14 5 291
15 3 326
16 3 334
17 6 8
18 14 175 e segg.
19 12 60
20 10 164
21 9 37
22 16 325
23 15 110
24 3 352
25 3 168


Bibliografia essenziale

Fonti letterarie:
1. Aristotele: La Politica (traduzione di Renato Laurenti) - Biblioteca Universale Laterza - Bari, 1991.
2. Bibbia (La): per le citazioni del Vecchio e Nuovo Testamento (traduzione di autori vari) - Edizioni Paoline - Alba, 1987.
3. Diogene Laerzio: Vite dei Filosofi (a cura di Marcello Gigante) - Biblioteca Universale Laterza - Bari, 1998.
4. Erodoto: Storie (traduzione di Augusta Izzo D’Accinni) - BUR - Milano, 1994.
5. Giamblico: Vita Pitagorica (traduzione di Maurizio Giangiulio) - BUR - Milano, 1991.
6. Pico della Mirandola: La Dignità dell’Uomo (traduzione di Carlo Carena) - Silvio Berlusconi Editore, Milano 1995.
7. Pitagora: I Versi d’oro (a cura di J. Evola) - Atanòr - Roma - ristampa 1991.
8. Porfirio: Vita di Pitagora (traduzione di Angelo Raffaele Sodano) - Rusconi - Milano, 1998.
9. Tommaso Campanella: La Città del Sole e Poesie ( a cura di Adriano Seroni) - Gian Giacomo Feltrinelli Editore, Milano 1962.

Opere consultate:
10. Addante, Pietro: San Francesco di Paola - Edizioni San Paolo - Cinisello B., 1998.
11. Craveri, Marcello: L’eresia - Arnoldo Mondatori Editore - Milano, 1996.
12. D’Elia, Francesco: Gioacchino da Fiore - Rubbettino Editore - Soveria Mannelli, 1991.
13. Faure, Paul: La vita quotidiana nelle colonie greche (traduzione Maria Grazia Meriggi) - BUR - Milano, 1995.
14. Mc Ginn, Bernard: L’abate calabrese - Marietti - Torino, 1990.
15. Mongiardo, Salvatore: Ritorno in Calabria - Samo - Milano, 1994.
16. Weisheipl, James A. : Tommaso D’Aquino - Jaca Book - Milano, 1987.


Ringraziamenti


L’autore desidera ringraziare
i componenti dello studio Puliti e Pontoni di Via San Paolo 15, Milano, dove questo libro è stato scritto, in particolare Gino Camillo Puliti e Sergio Pontoni.

Ringrazia tutti gli altri amici che l’ hanno sostenuto durante la stesura del libro, soprattutto Enrico Armogida, Mimmo Lanciano e Vito Maida per i suggerimenti, le osservazioni e la correzione del testo.

Un ringraziamento anche a Franco Galiano, Presidente dell’Accademia del Cedro di Santa Maria del Cedro (CS), per le notizie sul cedro calabrese.



Milano, 21 settembre 2001

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